

continua a leggere la recensione di Maria Anna Patti

Rachel Kushner è nata nel 1968 in Oregon e si è poi trasferita a 11 anni con i suoi genitori a San Francisco, città in cui è vissuta anche la protagonista del suo romanzo Mars Room, prima di diventare un’inquilina fissa della prigione di Stanville, con due ergastoli sulle spalle. Si chiama Romy Hall e il nome lo deve a Romy Schneider, l’attrice per cui sua madre aveva una specie di fissazione. […] Noi lettori la incontriamo quando tutto è già avvenuto e lei si trova, con altre detenute, rinchiusa in un blindatissimo cellulare che a notte fonda sta andando verso il carcere di Stanville.
…continua a leggere la recensione di Paolo Mauri da La Repubblica Cultura

di Flavia Piccinni
«Se vuoi vedere la stella, guarda dove non è. Dove la vedono tutti, lì è più facile che non ci sia, perciò non fidarti né di quello che dicono gli altri, né dei libri, né dei tuoi occhi: niente. Piuttosto vai alla cieca. Il caos è tale e il buio è così fitto che avrai maggiori speranze di riuscire». È questa la bussola da tenere a mente mentre si legge il nuovo libro della senese Silvia Cassioli, classe 1971. “Il figliolo della terrora” (Exòrma, pp. 194) è un libro curioso, dalla prosa piana e suadente, che accompagna il lettore nella storia di tre donne fra di loro molto diverse, che raccontano ognuna i tic del tempo che vivono. Ad aprire la narrazione è forse la più riuscita, Rosina Terrosi, che «nasce nel 1926 a Scòrcina, in provincia di Siena, da una famiglia di povera gente. Lavora come operaia al pelificio Itapel, dove conciano il pelo di coniglio per farci i Borsalino, ai tempi in cui i capelli sono signori cappelli». Ma c’è anche Giglia – che «da quando ha la macchina continua a correre avanti e indietro da Milano a Rondole Maderno. A scuola continuano a bocciarla. È la disperazione della sala insegnanti. Esercita sugli uomini un’attrazione magnetica. Vive per dipingere quadri che però butta via» – e Viola, che «la sera va a dormire col proposito di diventare come San Francesco e lanciare dalla finestra tutti i beni di famiglia» e che, alla fine, viene cambiata da quella realtà fatta di «stragi di Stato, Brigate Rosse, e grandi manifestazioni in piazza. La storia corre da un’altra parte, e lei è stufa di poetesse e petrarchisti». Pagina dopo pagina, “Il figliolo della terrora” si rivela un romanzo denso, che profuma di campi con l’erba nuova e riecheggia di Chianti e di Toscana; una Toscana che esisteva un tempo, e che tutt’oggi continua a resistere e si popola di citte (ragazze), di leggende, di paesi e di vita. Quella vita esplosiva e dirompente che tutto travolge, finanche il lettore che resterà sorpreso dalla lingua e dalla storia firmata da Cassioli.
Alice Munro, nata nel 1931 a Wingham, in Canada, è autrice di numerose raccolte di racconti come in Nemico, amico, amante…, che ne comprende nove a partire da Nemico, amico, amante che apre la raccolta e le dà il titolo. In Italia è stata tradotta a partire dagli anni ’90 e i suoi scritti sono stati pubblicati da Einaudi. La sua intera opera consta al momento di tredici raccolte di racconti e un romanzo Lives of Girl and Women, “‘La vita delle ragazze e delle donne’, pubblicato per la prima volta in Canada nel 1971. Nel 2013 ha ricevuto il Nobel per la letteratura perché “maestra del racconto breve contemporaneo”.
Per saperne di più: Alice Munro su mangialibri
Dalla Quarta di copertina:
Nove racconti perfetti: la musica del quotidiano, il gioco smorzato dei sentimenti e delle allusioni. […] La scrittura della Munro è aperta, lussureggiante, fatta di accadimenti e particolari necessari. Il paesaggio canadese, la natura selvaggia del Nord Ovest partecipano alle emozioni dei personaggi, integrano la loro storia, determinano le loro decisioni.
I temi indagano i legami familiari, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la quotidianità, vicende apparentemente normali, di cui discopre i lati oscuri e denuda i moventi psicologici, dove il tempo dell’azione e le parole giocano un ruolo essenziale. Nelle sue storie non lineari possono emergere all’improvviso verità o memorie “nascoste” tra le pieghe narrative o nel tempo della memoria dei protagonisti, tanto che, come scrive Fabrizio Coscia in “Alice Munro, cara vita ti scrivo”, portando ad esempio il racconto “Ortiche”, l’azione del racconto “viene spostata avanti e indietro” ed ha “un duplice scopo: quello di dilatare e potenziare i limiti intrinseci del genere racconto, assomigliandolo quanto più possibile al romanzo. Le digressioni, e il loro rapporto cronologico con l’azione del romanzo, svolgono un ruolo di fondamentale importanza, in quanto manipolano il tempo, lo dilatano, e lo riflettono nell’interiorità dei personaggi”.
S.P.

dal risvolto di copertina:
Come accade che il tempo che abbiamo vissuto diviene la nostra vita?
È questo il nodo affrontato da Gli anni, romanzo autobiografico e al contempo cronaca collettiva del nostro mondo dal dopoguerra a oggi, nodo sciolto in un canto indissolubile attraverso la magistrale fusione della voce individuale con il coro della Storia. Annie Ernaux convoca la Liberazione, l’Algeria, la maternità, de Gaulle, il ’68, l’emancipazione femminile, Mitterrand; e ancora l’avanzata della merce, le tentazioni del conformismo, l’avvento di internet, l’undici settembre, la riscoperta del desiderio. Scandita dalla descrizione di fotografie e pranzi dei giorni di festa, questa «autobiografia impersonale» immerge anche la nostra esistenza nel flusso di un’inedita pratica della memoria che, spronata da una lingua tersa e affilatissima, riesce nel prodigio di «salvare» la storia di generazioni coniugando vita e morte nella luce abbagliante della bellezza del mondo.
Lampi, lunghi flash della memoria, sequenze, immagini compongono le pagine di questo romanzo particolare, segnano gli anni della vita dell’autrice che testimonia ai ricordi un valore non solo emozionale. “Tutte le immagini scompariranno”, la frase con cui si apre. E così si conclude “Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più”.
Annie Ernaux ha vinto con Gli anni il Premio Strega Europeo nel 2016
S.P.
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su mangialibri la recensione di Romina Arena

In Almarina, vediamo da vicino il carcere minorile di Nisida, una ragazza romena violentata da suo padre che poi è finita qui, una donna cinquantenne che ha visto il corpo morto di suo marito, freddo, in obitorio e che qui insegna matematica, un comandante che rimane umano anche nelle mura fredde di un’istituzione. E vediamo le contraddizioni dello stare fuori – la solitudine, la rabbia, il corpo che invecchia, i ricordi e il dolore, ma anche lo splendore di una città, Napoli, che ribolle di vitalità – e dello stare dentro – rinchiusi, i ragazzi non delinquono, non si fanno uccidere, è vero, ma cosa pèrdono, cosa saranno fuori, e in che modo la reclusione li violenta? E soprattutto, di chi è la colpa se questi ragazzi sono qui?

L’esordio di Chiara Parenti nello “young adult”
Un attimo di beatitudine
alla ricerca di se stessi
di Elena Torre
Da pochi giorni in tutte le librerie “Un intero attimo di beatitudine” il nuovo romanzo di Chiara Parenti. Toscana doc, vive in un minuscolo paesino alle porte di Lucca, con marito, figlio e una tribù di animali. E con questo nuovo libro intende proseguire il mood avviato con “La voce nascosta delle pietre” che ha segnato l’inizio dell’avventura con Garzanti, e poi, l’anno scorso, con “Per lanciarsi dalle stelle” in cui la protagonista Sole convive da sempre con un sacco di paure e insicurezze. E ora dalle paure di Sole alle avventure di Daniel. «Quello di Daniel è un viaggio alla ricerca di se stessi, una storia delicata e romantica, una grande e meravigliosa avventura – dice Chiara Parenti – Soprattutto è il mio primo young adult, e scriverlo è stata una bella sfida. A proposito di paure, sono uscita dalla mia confort zone. Daniel è un ragazzo di diciotto anni, misterioso, riflessivo e taciturno che, con la sua inseparabile Polaroid, ama catturare la bellezza che salverà il mondo». Il titolo riprende l’ultima frase de “Le notti bianche” di Dostoevskij: “Un intero attimo di beatitudine! È forse poco per colmare la vita di un uomo?”. «L’idea della storia è una riflessione su quei preziosi istanti di felicità, che anche solo per poco ci riempiono l’anima di una gioia sconsiderata, facendoci amare la vita nonostante le sofferenze che ci procura – dice ancora l’autrice – Daniel è alla ricerca di questi attimi di beatitudine perché ne ha bisogno, per un motivo particolare che scoprirete, ma in fondo credo sia quello di cui abbiamo bisogno tutti».