“Le spie donne della prima guerra mondiale sono quasi del tutto dimenticate, al giorno d’oggi. […] È evidente che vedere donne in ruoli attivi nelle zone di guerra era sconvolgente, per l’epoca. Ma queste donne lasciarono comunque un’eredità. Le ragazze degli anni ‘30 e ‘40 diventarono spie contro i nazisti perché ispirate dai libri e racconti su donne come Louise de Bettignies […] colpite dal suo coraggio, dalla sua forza e dalla sua incrollabile risolutezza, proprio come ho immaginato che succedesse a Charlie di fronte a Eve”. Così, nella Nota dell’Autrice, precisa Kate Quinn.
Eroine sono proprio alcune delle protagoniste nella trasposizione narrativa della Quinn e realmente esistite: Louise de Bettignies, nome in codice Alice Dubois, insieme a Marie-Léonie Vanhoutte fondò la “Rete di Alice”; catturate dai tedeschi, scontarono la pena a Seiburg dove Louise morì di pleurite all’età di 38 anni mentre Léonie sopravvisse diventando una spia pluridecorata; le sue azioni nonché le esperienze e le operazioni di spionaggio vennero descritte dal marito di lei, Antoine Redier, in La Guerre des Femmes. Histoire de Louise de Bettignies et de ses companiones.
Il racconto delle vicende narrate dalla Quinn si articola su due piani temporali, 1915 e il 1947 , e procede attraverso le vicende vissute da Charlie ed Eve, entrambe personaggi d’invenzione; Charlie è alla ricerca di Rose, scomparsa dopo il secondo conflitto mondiale in Francia, l’amata cugina della quale non ha più notizie, Eve è stata una giovane spia della Rete di Alice. La ricerca di Rose porta Charlie a incontrare Eve e ad intraprendere con lei un viaggio di ricerca che ha come fulcro un personaggio, anch’esso d’invenzione, nei panni di un profittatore collaborazionista. Le due donne si scontrano e successivamente si incontrano scoprendo la prima la propria strada e la seconda recuperando un passato che l’aveva distrutta non solo fisicamente ma soprattutto l’aveva resa ruvida, cruda con se stessa e troppo diretta e aggressiva con gli altri.
Una storia a lieto fine che riscatta le esperienze di dolore e di soprusi subite dalle protagoniste nella realtà, raccontate con sensibilità femminile, attenta ad evidenziare la loro incrollabile determinazione e una resistenza fisica e psicologica fuori dal comune.
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Ricucire i fili strappati tra due generazioni
Sono “i vagabondi” i protagonisti di questa serie di storie che vagabondano anch’esse da una all’altra, seguono vie e strade sulle quali andare, sempre in movimento, mai stanziali, senza mai mettere radici. È questo il fil rouge che le collega, a partire dal primo racconto della narratrice da cui si aprono una serie di brevi scorci e di momenti più ampi che regalano al lettore riflessioni, situazioni irripetibili di vite in movimento, perché “nonostante tutti i pericoli – è sempre meglio ciò che è in movimento rispetto a ciò che sta fermo; che il cambiamento è sempre più nobile della stabilità”.
Metà degli anni ‘80, B. in Riviera. “L’ospite dell’estate. L’ennesima scocciatura”. Questo sta pensando Elio, diciassette anni, quando lo vede scendere dal taxi, “camicia svolazzante aperta sul davanti, occhiali da sole, cappello di paglia, pelle ovunque”. Lui è Oliver, ventiquattro anni, ebreo di New York arrivato in Italia per lavorare alla tesi del post dottorato, ospite del padre di Elio, un professore universitario che ogni anno nei mesi estivi offre alloggio nella sua bella villa sul mare a studenti stranieri, in cambio di un po’ di aiuto col suo lavoro e con la corrispondenza.
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