Gaia de Beaumont “Vecchie noiose” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno 15 luglio

Maria Gioconda e il paesino delle “Vecchie noiose”
di Flavia Piccinni
C’è un proverbio africano molto bello che recita: “Un vecchio che muore è una biblioteca che brucia”. Ed è un po’quello che mi è venuto in mente leggendo l’ultimo romanzo di Gaia de Beaumont, già autrice della bella biografia romanzata su Dorothy Parker “Scusate le ceneri” (Marsilio, 1993). Con “Vecchie noiose” (pp. 160, EUR 16) appena arrivato in libreria per Marsilio, l’autrice scorta il lettore a Pandora «un paesino talmente piccolo che non si trova sulle mappe ma che esiste davvero». Ed è qui che arriva un po’ spaesata Maria Gioconda per cambiare vita, perché «si fa presto a dire che per non invecchiare bisogna lavorare il più a lungo possibile; Maria Gioconda però non ne poteva più da tempo. Trent’anni allo sportello delle poste. Una specie di curva nera infinita. Voglia di evadere una volta per sempre».E cosa c’è di meglio per evadere, e sognare una nuova giovinezza (nonostante l’artrite) che un luogo che promette «trecentosessantacinque giorni l’anno di bel tempo?. Almeno così aveva promesso l’agenzia turistica. Maria Gioconda, pigra e spaventata dai cambiamenti, si era lasciata convincere perché le piaceva il sole. Tutto lì». La speranza, come spesso accade, si scontra con la realtà: in paese non ci sono giovani né uomini, sono tutti morti o indisponibili (come il prete, o l’ultranovantenne che si prepara per una maratona che sarebbe meglio non portare a termine mai) le altre concittadine sono vecchissime e si barcamenano fra dolori fisici, obesità (memorabile: «sono la Ginger Rogers delle pancere, il Fred Astaire delle calze contenitive») e alzhaimer. Ne esce fuori un romanzo grottesco, a tratti divertente, che non si avventura mai nella riflessione epocale e trova in una deliziosa leggerezza, che potrebbe essere definita felicemente estiva, la sua forza. Ad aprire il libro uno dei motti per eccellenza di Ennio Flaiano, che ammoniva: “Coraggio, il meglio è passato”. E, forse, almeno per Maria Gioconda lo è davvero. —
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