Nove romanzi di John le Carré editati negli Oscar Classici con la postfazione di Paolo Bertinetti da La Stampa 2 novembre

di Paolo Bertinetti
Quando Ian McEwan dice che le Carré è probabilmente il più importante romanziere inglese del secondo Novecento e che è ora di smetterla di considerarlo uno «scrittore di romanzi di spionaggio» e di apprezzarne invece le straordinarie qualità di grande romanziere, si riferisce non solo ai temi e a i contenuti dell’opera di le Carré, ma anche alla sua sapienza stilistica e narrativa. La sua prosa è ricca di immagini in cui l’ambiente, gli oggetti, le strade, le case, vengono definiti con un linguaggio di grande forza evocativa, in modo da far parte essi stessi del senso e della morale della vicenda narrata; e le sue storie sono raccontate con una mirabile sapienza narrativa che si manifesta nell’ordine e nel rigore con cui viene costruita una trama di intricata complessità.
Spesso le Carré aumenta poi ulteriormente la suspense proponendo al lettore successivi «rovesciamenti» rispetto alla soluzione conclusiva; e ciò avviene grazie al fatto che la missione procede senza che l’agente ne conosca gli elementi decisivi. La rivelazione, ad esempio, folgorerà Leamas, il protagonista di La spia che venne dal freddo, molto tardi e non verrà resa nota al lettore – che a quel punto sa soltanto che Leamas sa e che lui dovrà aspettare ancora per sapere.
Altrettanto importante è il fatto che il procedere della vicenda è spesso accompagnato non da informazioni oggettive, ma da impressioni, supposizioni, voci provenienti da chi sa e che si contrappongono a ciò che il protagonista ignora. Quando il protagonista è Smiley accade spesso che per un’ampia fase «l’azione» consista nelle sue minuziose ricerche d’archivio o in chiacchierate mirate con ex-agenti fidati. In questi casi la trama, per così dire, emerge dal confronto e dal rapporto tra dati e storie che offrono dei frammenti di verità che sta poi al protagonista ricondurre all’unità risolutiva.
La verità è sfuggente, spesso scomoda, mai scontata. L’agente segreto sa che tutti gli possono mentire e che deve riuscire a far credere di dire la verità quando a mentire è lui. Questo è drammaticamente ancora più vero quando l’agente è un double agent. Il tradimento di Kim Philby, il funzionario dei Servizi segreti britannici che in realtà era una spia dei russi, ha un ruolo rilevante nell’opera di le Carré. A differenza di ciò che accadde nel caso Philby, in La talpa il double agent, il traditore, sarà individuato ed eliminato. Ma in quello che Philip Roth definì il miglior romanzo inglese del dopoguerra, La spia perfetta, il double agent è visto in una luce decisamente diversa.
Anche perché la sua storia è al tempo stesso una storia di grande acutezza sulla società inglese dagli anni Trenta del secolo scorso in poi: un acutissimo ritratto dei principi, dei pregiudizi, dell’improntitudine con cui la classe dominante britannica ha continuato a porsi con imperturbabile sicurezza nei confronti dei propri membri e di quelli della classi inferiori.
Quando quel romanzo uscì, nel 1986, la Guerra fredda attraversava una fase virulenta, conseguenza del potenziamento militare dei Paesi dell’Europa Orientale. Una manifestazione di forza che ne nascondeva la debolezza: nel 1989 la caduta del Muro di Berlino segnò l’inizio della rapida dissoluzione del blocco sovietico. Dopo la fine dell’Urss molti pensarono che le Carré non avrebbe più saputo che cosa e di che cosa scrivere, perché la Guerra fredda era stata la fonte e la materia prima della sua invenzione narrativa. Non è stato così. La sua attenzione si è concentrata sull’Occidente e sulle sue malefatte: quelle dei colossi farmaceutici, delle banche truffaldine, delle multinazionali (che magari coltivano, come nel Nostro traditore tipo, segreti legami con la mafia russa).
In realtà anche nei romanzi scritti prima del 1989 le Carré si preoccupava dei valori (e del non rispetto dei valori) dell’Occidente. Ma una volta scomparsa la necessità di osservarli alla luce della contrapposizione tra i due blocchi e attraverso le imprese dei rispettivi agenti segreti, come liberato dal dovere di «stare dalla nostra parte», le Carré ha mantenuto schemi e forma del genere spionistico per applicarli a quel tipo di invenzione narrativa che è propria del grande romanzo. Ha messo la suspense al servizio della rappresentazione del mondo di fine Novecento e di inizio di terzo millennio, cogliendone trasformazioni  e infamie

 

Louise Penny “Case di vetro” recensione di Stefania Parmeggiani da La Repubblica

La nuova stagione del giallo di Einaudi comincia da Louise Penny, ex giornalista della Cbc che negli ultimi anni ha scalato le classifiche di vendita dei crime in America e in Canada, diventando in Québec ciò che Hercule Poirot è in Belgio.

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Frederick Forsyth “La volpe”

L’ultimo romanzo del grande maestro di spy story.

A ottanta anni Forsyth regala, agli appassionati del genere, con questo inatteso rientro, una spy story attualissima. Il pregio dei suoi romanzi sta nel fatto che sono decisamente realistici e forniscono letture molto attendibili di avvenimenti dai lati oscuri o incomprensibili della realtà contemporanea anche per la sua particolare abitudine a conoscere in modo ravvicinato i luoghi e il territorio in cui si svolgono i fatti narrati, oltre alla collaborazione di esperti dei vari settori.

Il lettore in questa storia si trova proiettato nel mondo dello spionaggio tecnologico: un adolescente inglese è riuscito ad entrare nei data base dei servizi segreti americani; è lui la volpe.

Un romanzo che introduce il lettore in un mondo di intelligence governato dai computer e dalle informazioni che riesce a filtrare e reperire, una nuova e potente arma che controllando le reti riesce a impossessarsene e modificarle.

Riccardo De Polo così lo definisce in una recensione su “Il Messaggero”

“La volpe è un thriller ad alto grado di tensione, ma è anche un piacevole romanzo saggio che racconta come si è evoluto, al giorno d’oggi, il mondo dell’intelligence”

 

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri  “L’afgano”

 

 

Georges Simenon “Il sospettato” da La Repubblica Cultura

BENTORNATO IN CLASSIFICA MONSIEUR SIMENON

di Piero Colaprico

C’era un afrore di treno notturno e di dormitorio dell’esercito della salvezza, di caserma e di camera di ospedale, di prigione, di veglia funebre, di tutto ciò che non rientra nella vita di tutti i giorni, di tutto ciò che è acre e molesto, con un odore di umanità troppo penetrante, un retrogusto di miseria che prendeva alla gola.

Così scrive George Simenon, ne Il sospettato, storia di un disertore che torna in patria nel tentativo di sventare l’attentato di matrice anarchica a una fabbrica piena di operai. E se ci si chiede come mai un libro, scritto nel 1938, appena uscito da Adelphi, scali le classifiche di vendita (nono nella top ten, primo della narrativa straniera) si possono trovare moltissime risposte. Ma ne resta una fondamentale: questo Simenon sapeva scrivere. Ma non è che Simenon sia una sorta di “usato sicuro” del giallo e poco più, o sia da considerarsi un autore che, a dispetto del numero dei libri con e senza il commissario Maigret, sa avvincere per la trama. Chi lo ama, ama la “carnalità” dei personaggi. Non perdono tempo in dettagli da psicologia della chiacchiera.

Sono infedeli, cattivi, bastardi, generosi, eroici perché sono così e non perdono pagine in spiegazioni: agiscono, amano, odiano, pensano, si muovono lungo le strade delle città e dell’anima. È la lezione della grande letteratura e se pure esiste, anche se taluni la negano, la differenza sostanziale tra libri che sono scritti per distrarre (gialli, polar, fantascienza, umoristici) e libri che vogliono decifrare l’uomo e il mondo (il grande romanzo), nel corso dei secoli incontriamo scrittori, da Edgar Allan Poe a Philip K. Dick, che “ti tirano dentro” i loro mondi e, in qualche modo, aiutano il lettore a fermarsi a riflettere, lo emozionano, lo cambiano, come se fossero Bulgakov o Zola. Tra costoro, c’è Simenon, il giornalista che raccontava le notti e gli spettacoli di Parigi, l’uomo che amava voracemente la vita, lo scrittore che il successo non cambiò mai. Frank, il ragazzo assassino de La neve era sporca, il medico dalla vita ordinata che va a pezzi per l’incontro con la fragile Martine e che scrive Lettera al mio giudice, il Signor Hire che, pagina dopo pagina, vorresti soccorrere, sono così nitidi, così perfettamente imperfetti da mostrarci la nostra umanità e disumanità.

Per questo Simenon entra non solo in classifica, ma dentro di noi.

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i migliori 10 romanzi con il commissario Maigret

l’articolo di de Cataldo dalla Serie Detective selvaggi

Georges Simenon “Il sospettato”recensione di Giorgio Montefoschi da Il Corriere (13 febbraio)

A trent’anni dalla scomparsa dello scrittore belga, Adelphi pubblica «Il sospettato», da domani in libreria Il dramma dell’uomo che vuole evitare una strage. Firmato: Georges Simenon

 La tiratura complessiva dei suoi libri, tradotti in una cinquantina abbondante di lingue e pubblicati in una quarantina di Paesi, supera i 700 milioni di copie. È il terzo autore di lingua francese più tradotto dopo Jules Verne e Alexandre Dumas padre

 

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Giancarlo De Cataldo “Padre Brown” da La Repubblica “La Serie: Detective selvaggi”

Creato da Gilbert Keith Chesterton nel 1911, è il primo investigatore con la tonaca della letteratura gialla, interessato più alla psicologia e alle dinamiche sociali che agli indizi materiali. Per questo lui, conservatore, fu amato dai marxisti

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gli articoli de La serie: Detective selvaggi, di De Cataldo

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su Poe

 su Maigret

 

Articolo da La Repubblica Cultura: La Serie di “Detective selvaggi”di Giancarlo De Cataldo

di GIANCARLO DE CATALDO

Il delitto accompagna l’essere umano sin dalla notte dei tempi e non c’è narrazione intorno al delitto che non sia riconducibile a questo schema primordiale: delitto — indagine — soluzione.

C’è chi rintraccia le origini nella Bibbia — siamo tutti, in definitiva, progenie di Caino, dal momento che proprio il fratricida, scacciato dall’Eden, fondò la prima città — e chi le fa risalire alla tragedia greca, o alle Mille e una notte, o alle avventure dei giudici-poliziotti cinesi. Il dibattito è aperto, e forse ozioso. Ma su un punto l’accordo è unanime: il romanzo giallo moderno che da quasi due secoli si legge, si ammira o si odia, comunque si consuma in tutto il mondo, nasce a metà dell’Ottocento ad opera di un giovane e geniale poeta, giornalista, scrittore nativo di Boston, di nome Edgar Allan Poe…

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