Silvano Fuso, Gaspare Polizzi,Francesco Tadini “LUCE – TEMPO – SPAZIO”

Un libro che indaga attraverso fotografia,  scienza e  filosofia cosa sono oggi Luce, Tempo e Spazio

Töpffer per Oltre Edizioni

Introduzione di Melina Scalise

Fotografie di Francesco Tadini  

Cosa sono il tempo, lo spazio e la luce oggi? Le moderne scoperte scientifiche e i nuovi stili di vita hanno cambiato il nostro modo di percepirli e gestirli. L’opera propone spunti di riflessione su questi argomenti attraverso gli scritti di Silvano Fuso, che ne affronta gli aspetti scientifici, e quelli di Gaspare Polizzi che ne indaga gli aspetti filosofici. Parole che dialogano con le fotografie di Francesco Tadini, che pratica il mosso controllato ovvero trascina la luce nello spazio nel momento dello scatto giocando sui tempi di esposizione. Un risultato che evoca un tempo retinico della visione, ovvero quello che si manifesta prima ancora dell’intervento razionale che naturalmente ricerca il conoscibile e rassicurante immobilismo della forma. Troverete dunque riflessioni e immagini, parole e figure che offrono al lettore, nel silenzio della lettura e della visione, la proposta di un ritmo al nostro pensare, un tempo. In qualche modo assecondiamo quanto auspica il filosofo Polizzi nel suo breve saggio panoramico sul pensiero filosofico legato al tema, come al cospetto del nostro tempo frettoloso oggi si abbia bisogno di “ritegno”; intendendo con questo la necessità dell’Uomo contemporaneo di “prendersi tempo” in un contesto sociale dove tutto corre in fretta. Silvano Fuso, nel suo saggio, ci fa riflettere sul “principio” biblico in cui tutto ebbe inizio portando la luce nelle tenebre. Fa notare come spazio e tempo non vengano neppure citati, come se fossero semplicemente scontati o consequenziali. Questo conferisce alla luce un ruolo primario e indispensabile; un susseguirsi di spunti che portano ad Einstein e alla sua rivoluzione del pensiero scientifico, parlandoci dell’inevitabile interazione di spazio e tempo con la materia: In parole povere la materia “dice” allo spazio-tempo come curvarsi, e la curvatura dello spazio-tempo “dice” alla materia come muoversi”.

Non deve stupirci dunque che, per questo libro, si siano scelte delle foto per accompagnare i testi sullo spazio, il tempo e la luce. La fotografia di Francesco Tadini, in particolare, ha qualcosa di nuovo perché non è solo il risultato dell’occhio, ma del corpo intero.  Il fotografo durante lo scatto si muove dall’occhio alla gamba, dal dorso al collo, dalla mano al dito. La sua fotografia è una proposta di sintesi tra il mondo che si muove nello spazio-tempo e l’uomo che lo guarda muovendosi all’interno. Ogni foto è la testimonianza dell’irripetibilità della cosa e lascia traccia solo del desiderio di “trattenerla”. Si prende gioco dell’ingovernabilità del caos che tanto ci spaventa e ce lo rende accettabile. La trama di questa fotografia è l’energia della luce, mentre l’ordito sono il tempo e lo spazio. In questi scatti ciò che è perfettamente riconoscibile nella forma si sgretola diventando luce in uno spazio sia reale che immaginato. Si rappresentano luoghi creati dalle forme che si muovono e dai loro colori che si compenetrano. Si parte dalla forma e poi si arriva alla luce o viceversa? Si parte dalla materia o dalla luce? Queste foto non hanno una direzione, non si affidano alla nostra percezione lineare del tempo. Luce e materia, nel loro dinamismo, creano nuovi spazi del visibile, sovrapposizioni, neri impenetrabili e traiettorie possibili. Diventano così luoghi dell’emozione capaci di sfiorare il limite del perdersi della forma e della sua riconoscibilità per fermarsi un attimo prima della disgregazione, della percezione del Nulla. Tutto si ferma un attimo prima del Niente preservandoci dalla paura di perderci, di annientarci. Ci lasciano esplorare il luogo del possibile ovvero dell’immaginario. A pensarci bene, cos’altro è questo luogo se non il futuro?  (Melina Scalise)

Silvano Fuso. Chimico e divulgatore, autore di molti saggi, tra cui: Chimica quotidiana (2014), Naturale=buono? (2016), Strafalcioni da Nobel (2018), L’alfabeto della materia (2019), Quando la scienza dà spettacolo (2020), Il segreto delle cose (2021), Sensi Chimici (2022), Il futuro è bio? (2022). Nel 2013 gli è stato intitolato l’asteroide 2006 TF7. Sito web: www.silvanofuso.it

Gaspare Polizzi insegna all’Università di Pisa. È presidente d’onore della sezione SFI di Firenze, membro del Comitato Scientifico del Centro Nazionale di Studi Leopardiani, membro del Consiglio Direttivo dell’Istituto Gramsci Toscano e della Società Filosofica Italiana, accademico ordinario dell’Accademia delle Arti del Disegno. Le sue ricerche si rivolgono alla storia del pensiero filosofico e scientifico moderno e contemporaneo. Collabora con l’inserto domenicale de “Il Sole 24 Ore”. Tra le sue ultime pubblicazioni: L’infinita scienza di Leopardi (con Giuseppe Mussardo, scienzaexpress 2019); Sky and Earth. Travelling with Dante Alighieri and Marco Polo (con Giuseppe Mussardo, Springer 2023); Corporeità e natura in Leopardi (Mimesis 2023).

Francesco Tadini è fotografo e regista di TV e teatro. Svolge una ricerca fotografica sul mosso e la luce. Riceve nel 2021 il premio luce Iblea dato a importanti autori italiani. Presente in collezioni private in Italia e all’estero. Espone in collettive internazionali e ha all’attivo diverse personali. Vive e lavora a Milano alla Casa Museo Spazio Tadini che ha fondato in memoria di suo padre Emilio Tadini. Sito web: http://www.francescotadini.org/

Giovanni Nucci “Roma. I miti e gli eroi”, presentazione

Per giovani lettori dagli otto anni

Roma è un tessuto di storie, e questo libro ce le racconta tutte: la fuga di Enea dalle rovine Troiane, Venere e Marte, il cuore spezzato della regina Didone, il coraggio di Rea Silvia e la spietatezza di Amulio, Vertumno, Flora e il dio Fauno, Romolo e Remo e il destino deciso dal volo degli avvoltoi. Un intreccio senza tempo che ci racconta chi eravamo e chi siamo, un viaggio fra realtà e mito che ci porta a un’unica data, il 21 aprile753 a.C., la nascita della più grande città del mondo.(da Salani Editore)

Dal Prologo

“Suo padre gli ha sempre detto che una luce così non c’è in nessun’altra città del mondo. A Ottavio viene da pensare che quelle costruzioni sono lì da quasi tremila anni, ma che intanto gli alberi intorno sono cresciuti, poi sono morti, si sono seccati e nel frattempo ne sono cresciuti degli altri. Che intanto le nuvole sono passate, ha piovuto ed è tornato il sereno chissà quante volte, ma quella luce è rimasta sempre la stessa. Questo Ottavio lo sa, la stessa che vedeva Romolo mentre tracciava il solco per fondare la sua città”.

“Ottavio sta lì, fermo con la sua bicicletta a guardare il cielo di Roma, e prova a pensare a quante cose sono successe nel frattempo. Cose belle e cose brutte, vittorie e sconfitte, giornate piene di gioia e altre piene di tristezza, la pace e la guerra”

“Ecco, Ottavio ora lo sa, che prima di tutto il resto c’erano questi due ragazzi, che duemilasettecento anni fa, guardando quello stesso cielo, avevano deciso che proprio lì avrebbero fondato la più grande città del mondo”.

Dal lungo viaggio di Enea alla conquista dI Alba Longa, tra mito, leggenda e storia, Giovanni Nucci racconta Roma ai giovani lettori, non una città come le altre, ma un “tessuto di storie”

Giovanni Nucci è nato a Roma nel 1969. Oltre a essere scrittore e poeta, si occupa da sempre di editoria. Ora è direttore editoriale della casa editrice Italosvevo di Trieste. Ha collaborato alle pagine del lunedì del quotidiano «L’Unità», dedicate all’editoria per bambini e ragazzi, con «La Stampa» di Torino e il Domenicale del «Sole 24 ore». È autore per Salani di Ulisse. Il mare color del vino, arrivato dal 2013 alla settima ristampa.(da Salani Autori)

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

Gli dei alle sei.

Sabrina Ceni “L’araldo della Terza Parte”, Ali Ribelli Edizioni

Ali Ribelli Edizioni

1244. Arpaïs ha solo tredici anni quando fugge dalle fiamme di Montségur. Con sé porta un antico manoscritto: l’Interrogatio Iohannis, memoria e speranza del suo popolo. Sulle rotte dei pellegrini e dei mercatanti, un lungo viaggio ha inizio; dall’Occitania alla Lombardia, da Cremona a Sirmione, fino al cuore della Tuscia, Fiorenza, dove tra i gigli bianchi si annidano covi di vipere e infuria il morbo dell’eresia. Arpaïs imparerà a vivere tra quelle mura, imparerà a temerle e ad amarle, come imparerà a temere e ad amare gli abitanti di quella città che ha il nome di un fiore, ma che dai suoi stimi secerne odio e rancore. Mentre le lotte tra guelfi e ghibellini imperversano e il papato complotta per annientare l’Anticristo, il canto del lupo si leva sopra il clangore delle spade, affinché la mano di una bambina possa incidere la verità sulle pagine del tempo.

1321. A Villerouge-Termenès, dal rogo dell’ultimo cataro, si leva una profezia: “Tra settecento anni, questo lauro rifiorirà”.

1939. Presso la Biblioteca Nazionale di Firenze il padre domenicano Antoine Dondaine riesce a decifrare un’iscrizione crittografata su un codice pergamenaceo e scopre che si tratta di un antico testo cataro rimasto celato per secoli.

2021. Il conto alla rovescia ha inizio.

Sabrina Ceni, fiorentina, ha pubblicato con Ali Ribelli Edizioni Arpaïs. La memoria delle anime imperfette

Stefania La Via “Persistenze. Parole, memorie frammenti”, Màrgana Edizioni

Recensione di Alberto Genovese

LA SERA SCRIVE CON CORSIVI D’OMBRA

Le Persistenze di Stefania La Via: variazioni sulla meraviglia al tempo del coronavirus

“È del poeta il fin la meraviglia”, ammoniva declamando Giambattista Marini. Ci dissero a scuola ch’era un contorcimento barocco, parole di cicisbei incipriati, e molti della mia generazione si fissarono in quel verso, e ne trassero il pregiudizio d’un poeta perditempo, e che anzi in fondo questa era la sostanza della poesia: una camera di vuote meraviglie di rime e di parole. Il Marini aveva invece colto la missione della parola poetica. Dopo la promessa, non mantenuta (o fummo noi ad illuderci) della scienza di svelarci il Senso delle Cose, ascoltare l’incanto naascosto del mondo ci è più che mai necessario. Nonostante (o giusto per questo) il momento del massimo fulgore tecnologico, in cui l’ultima frontiera è l’ostinazione della Morte, l’umanità sta attraversando il deserto del Nulla. E dunque mai come oggi sentiamo il bisogno di ritornare allo stupore dei primi uomini, e di ricominciare quel viaggio che ci sembrava finito. Ci è buona compagna la poesia contemporanea, che scioltasi dal rigore della rima (che, certo, un suo fascino l’aveva: Mallarmé la chiamava a custodire il santuario della coerenza formale) si è fatta prosa di composta eleganza, celatamente filosofica, se è vero che tenta l’Essere attraverso le sue ombre, gli enti minimi del quotidiano, gli arnesi della vita (è troppo citare la Szymborska?). Sono essi che parlano, il poeta è un ventriloquo, un traduttore talvolta infedele, o perfino ironico, quando occorre smagato. Fatte le debite distinzioni fra poeti e poesia, fra scrittori e scrittura, si può dire che in ambito letterario la poesia stia supplendo a una narrativa che, in generale, si fa sempre più povera in bellezza e in pensiero. Tanto è docile la narrativa alle esigenze massificatrici dell’editoria, quanto riottosa è la poesia, col suo mulino che deve macinare lentamente per macinare fino. 

È a questa corrente – che annovera in Italia i nomi illustri di Antonella Anedda, Vivian Lamarque, Milo De Angelis e molti ancora ancora – che si iscrive la poesia di Stefania La Via (Erice, 1973).  L’autrice intrattiene con la parola uno speciale rapporto di intimità professionale (filologa, archivista, paleografa, insegnante di Lettere, studiosa della poesia contemporanea, animatrice culturale),  divenuto vocazione e destino. Ne dà matura prova al lettore con la sua recente raccolta di poesie: Persistenze. parole, memorie frammenti ( Màrgana Edizioni, Trapani 2021, pp.121, Euro 12).

Divisa in tre sezioni, eponime del sottotitolo, la prima di esse (“PAROLE”) esordisce con l’invocazione “Alla Musa, un ritratto della temperie e degli sfinimenti in cui matura il libro, il 2020: orribile anno di morti, segregazioni e attese: […] giorni bui e ingloriosi […] notizie che ieri ci hanno scosso/il cuore e si avvolgono/alle viscere/dei pesci nelle bancarelle […]. Piuttosto che appendere la cetra ai salici, l’autrice ne ha tratto occasione (“Di me”) per andare alla ricerca della […] smarrita ombra di me stessa./ Oltre la tentazione della fuga/trovare il verbo che costringe al sogno concreto della messa in atto della vita. Pur sogno, la vita esige la veglia per avere dignità di cosciente racconto. Ma come fare poesia (in quei giorni e negli altri)? Di poesia bisogna nutrirsi a lunga scadenza e con pazienza: […]la rumino, la disfo e la rifaccio/nuova […] Nel mio errare di verso in verso/mi perdo in un dettaglio di petalo,/in pozzanghere/in cui si specchia il cielo (“Di verso in verso). L’erranza, cioè l’errare, l’ammettere l’errore come dettaglio del cammino, fissarsi nella consapevolezza che il bello si può cavare fra il fango terrestre e il nitore del cielo. Questo suo itinerario dentro l’arte poetica è motivo ricorrente della prima parte della raccolta, visita nella sua bottega interiore: […]Basta un profumo nell’aria […] un nonnulla […] un vetro che rifulge/un barbaglìo./E’ un attimo, ma ha la potenza /del miracolo[…] (“Alla poesia”).L’ispirazione, sembra dirci, è come lo spirito, che alita dove vuole: […]attratta dal dettaglio di qualcosa/da una persistente permanenza[…] (“Fare una poesia”). Da qui il titolo Persistenze della raccolta: il volto della poesia persiste, non passa, chiede udienza, se ne sta sulla soglia della vita, come il volto sfocato di un importuno dietro il vetro sporco delle nostre distrazioni. “Scrivere è […]tracciare percorsi/per future carovane di pensieri […] l’affastellarsi confuso delle voci/e la paura che tutto sia/invano. L’altra modalità della persistenza è dunque lo stare in continuo ascolto, allorquando scrivere è trascrivere, affinché certe voci che ci chiamano dall’abisso della sonnolenza e della dimenticanza non vadano disperse. In questa accezione la persistenza è l’inverso della “Transitorietà”, persistenza è l’atto poetico mediante il quale le parole vengo sottratte alla fragilità di senso e di tempo dell’esistenza: […] così la vita si protrae nelle parole/che la raccontano, la trattengono/nel perenne dissolversi che è il nostro destino. La mortalità ci assedia, tende agguati ad ogni angolo di gioia […]. Sono questi i versi più rappresentativi e fra i più belli della silloge. Forza icastica e immagine di classicità ha pure “Nostos”: Ci auguriamo un buon ritorno/a noi stessi […] In questo viaggio/la precisione della parola/non è àncora ma remo che costringe/a smuovere acque d’abitudine,/a reinventare il mondo,/è libertà. La missione che l’autrice assegna alla parola è qui il ritorno alla autenticità del discorso e alla sua diurna esattezza, che è il ramo d’oro della ragione critica, condizione necessaria per la discesa notturna nel mondo poetico, là dove “reinventare” è possibile senza smarrirsi. Anche in “Solo la parola” Stefania La Via insiste sul fare poesia come atto etico e trasformativo: Poesia non è un’amena passeggiata/che lascia il mondo così come lo vedi,/piacevole o paurosa foresta di forme […] ma apnea/precipizio/sconquasso […] martello che frantuma il guscio/delle apparenze, delle illusioni/che chiamiamo realtà[…]. Nella wolfiana stanza tutta per sé la poetessa procede sull’orlo di un abisso, che ha l’obbligo di guardare, perché là dove c’è il pericolo del solipsismo possa crescere anche la salvezza dello spirito, a patto che la parola poetica attraversi la Realtà giusto nello […]/ strappo che squarcia la trama  del tessuto/punto di osservazione sul nulla […]. È l’antico gesto con cui i sapienti sollevarono il velo di Maya.

Il secondo quadro (“MEMORIE”) di questo polittico è dedicato all’argomento principe della letteratura occidentale (e invero della civiltà dell’uomo): il Tempo, di cui la memoria è manifestazione e occasione ([…]mi sorprendo a pensare/nel languore del pomeriggio), accumulo (Piccoli oggetti inutili, regali/cose passeggere/sparse tracce di noi) e identità ([…]fili che non riusciamo a recidere/ per timore di afflosciarci come pupi). Così nella poesia eponima di questa seconda sezione.  Anche la burocrazia del quotidiano ha la sua voce con le sue diversioni, come in “Estate”: […]ma mi distrae la vita col suo farsi,/l’urgenza del dettaglio, i piatti/sporchi nel lavello, lo schermo accesso/[…]. Il tema del trascorrere del tempo risuona, alluso e trasferito, anche nella possente inerzia della materia: E’ misterioso/ il dolore delle pietre,/quando il mare le avvolge e trascina/le forgia e sminuzza/in frammenti/in cocci/in sabbia (“Il dolore delle pietre”). Pochi, intensi e religiosissimi versi, se si sa coglierne l’accorata trascendenza. In “Stazioni” il tempo viene declinato nella forma del primo amore, quasi una genealogia universale: […]Eravamo/il primo Uomo e la prima Donna/di fronte al primo peccato/e insieme/gli ultimi viaggiatori/in stanca attesa di un treno/ nella stazione deserta. Ultimi di infiniti/altri, i primi dell’indomani […]. Al dominio di questa tematica appartiene pure la poesia “Persistenze,” che esprime, nell’epilogo, il senso del titolo della silloge: C’è stato un tempo in cui parlavo di te […] e non trovavo pace./Ancora oggi è difficile/fare entrare un mondo/dentro un foglio. Dinnanzi alla persistenza dei ricordi (in questo caso di un amore giovanile, ma vale per ogni altro ricordo) e al loro perpetuo presente, la poetessa ha la struggente consapevolezza di un aforisma nascosto nella memoria: solo ciò che passa persiste (tema assai in voga nella ‘poetica delle rovine di Roma’: dal Castiglione  a Giovanni Vitale, a Quevedo e ad altri), e se persiste e si affastella con altre persistenze, non c’è foglio che possa arginarlo. È l’antinomia della parola, che in letteratura resta sempre di necessità un passo indietro rispetto alla vita (infatti, la letteratura è un immenso commento alla vita, e dunque non la precede, perché non vi può essere un commento che venga prima dell’opera, anche quando un romanzo o una poesia sono profetiche, perché il futuro ha bisogno di un presente).  Il titolo della silloge trova poetico compimento almeno in altre due componimenti. “Credere”: Credere/nella precisione acuta dei dettagli/che non mentono e dicono una vita/nella persistenza degli oggetti/che tornano nuovi/nel ricordo, come risorti […] e “1973”: […]E questi versi come impronta digitale/relitti di viaggio/chiosa di un testo disperso/che solo il commento tramanda. Nudità, resistenza.

Il coronavirus è il parnaso del terzo capitolo della silloge. Con saggezza redazionale l’autrice gli assegna “FRAMMENTI” come titolo, e designa ciascuno dei brani che lo compongono con un nudo aggettivo ordinale: dal “frammento primo” al “frammento cinquantunesimo”, quasi improvvisi musicali, ma non sempre brevi, tenuti insieme dal lungo filo di mesi della pandemia. Ricorre più volte l’urgenza della diagnosi poetica per dire il male con l’immagine. Proviamo a compilare un’antologia di queste similitudini di pacificata bellezza, sussurrate nella pazienza dell’attesa. […] La vita – meccanica perfetta – /di cui distratti avevamo dimenticato/l’inarrestabile mistero/si sporge/dalle soglie,/ci fa cenni/da lontano[…] (“fr. primo”). Un nemico invisibile ci sottrae i giorni, li mette/sottovetro […] Come un collezionista/di farfalle/osserviamo la vita da una teca […] (“fr. quarto”). A sera, in un silenzio d’acquario/il condominio è un albergo/di solitudini […] (“fr. venticinquesimo”). […] la linea della libertà/sfuma indefinita, si allontana/si fa miraggio, pulviscolo, amputazione […] (“fr. trentaseiesimo”).  Ad altri frammenti Stefania La Via affida il compito di rispondere a due altre questioni, che allora ci apparvero cruciali (e oggi, le abbiamo dimenticate?): cosa possiamo (potemmo) imparare? Cosa può (poté) fare la parola inerme del letterato? Detto in altro modo: il valore etico ed estetico (non ci turberà il vocabolo, se colto nel senso di restituzione poetica dell’esperienza) di quel tempo, aspetti che facilmente e di necessità si contaminano. Anche qui proponiamo una scelta di brani. L’epidemia come ritiro nella coscienza: E così anche noi abbiamo il nostro deserto/il nostro digiuno di quaranta giorni/per disimparare quanto abbiano bisogno/del superfluo (“fr. ottavo”). La scrittura portata allo scoperto, esperienza di evasione dalla clausura dei corpi: Stendo parole sul davanzale/perché il sole le incendi a poco a poco […] restituisca loro la libertà che a noi è tolta (“fr. undicesimo”). Il desiderio di fuggire verso la luce frustrato dal dominio dell’ombra luttuosa: Come Persefone, regina triste/del regno delle ombre, vorrei trovarmi addosso d’improvviso/la luce a cui appartengo/[…] ma la mente nutre fantasmi/e mi aggiro e vago/persa/in zone imperscrutabili di buio (“fr. trentasettesimo”). Accade però che l’incertezza della memoria che verrà (se la memoria ha un futuro, avrebbe soggiunto Sciascia) diventi consolante curiosità, interrogativo che divaga dal presente: […]In questo momento/sentiamo davvero d’essere/di passaggio, sostanza aerea fatta di parole./ Chissà come ci racconteranno… (fr. ventitreesimo”). Eppure è la parola, la sua ‘estetica’ a essere nutrice della speranza, perché […]per quanto dura il canto/ha tregua il male (“fr. trentaduesimo”); perché la poetessa non rinuncia a gustare gli atomi stessi delle parole, le vocali […] che oscillano tra le labbra/e le fanno vibrare/e poi la morbidezza delle palatali/o sfrigolio lieve delle fricative […] e lasciarmi cullare dalle sibilanti/mentre mi sussurri che mi ami (“fr. quarantanovesimo”); perché le parole, seppure stanno in quei giorni di sciagura, […]nell’abisso dei pensieri […], quasi inaridite dall’incuria di superiori affanni, attingono a una forza segreta che le tramanda, […]come piante ostinate a sopravvivere/per sola memoria d’acqua (“fr. cinquantatreesimo”). È con questo splendido verso che si chiude la raccolta, quasi un inno brevissimo e intenso alla nuda potenza delle parole, un lascito, un pensiero conchiuso e irrisolto, come l’ostinata ‘persistenza’ della Poesia.

I versi di Stefania La Via narrano l’epica del vivere quotidiano, della burocrazia dei giorni e della ricerca dell’oscura sostanza delle cose, riuscendo a far convivere l’immediatezza dell’emozione con la ruminazione del pensiero. La sua parola poetica cammina sempre accanto alla ricerca di senso e alla contemplazione del mistero della sua assenza, evocata nei dettagli della realtà, raccontati con un verbo immaginativo e quieto, con una mediana e ricercata altezza di tono. La sua prosa ha gli occhi virginali del fanciullo ma la mente inquieta dell’adulto. Se è vero che la poesia, all’attuale stato del suo cammino, esige l’ordinario e il pensiero, l’ombra del disadorno e la luce icastica che l’oltrepassa, ebbene, sono elementi, gli uni e gli altri, che s’incontrano come frequenti segnacoli lungo questa raccolta. E badi il lettore ad ascoltare il consiglio velato dell’autrice, e a leggere i suoi versi nelle ore serotine, perché La sera scrive con corsivi d’ombra […] (“Via Giudecca”).

Di Alberto Genovese su tuttatoscanalibri

L’alternativa del cavaliere

Hans Tuzzi e l’ultimo Melis: Ma cos’è questo nulla?

Un secolo di Proust (per tacer degli altri)

Matteo Bianchi “Contemporaneo. Alessandro Manzoni e la parola in controluce”

PER I 150 DI MANZONI, UNA GUIDA AGILE E PRECISA ALLA VITA E ALL’OPERA

OLIGO Editore

Un invito sentimentale alla lettura di Manzoni, un intellettuale che scopriremo incredibilmente contemporaneo. Tra i padri della letteratura italiana, sconta metodi di insegnamento obsoleti. Eppure Renzo e Lucia sono i primi protagonisti di origini umili del romanzo moderno. Manzoni ha gli ideali illuministi nel sangue, ma assorbe anche la bufera del Romanticismo. Partendo dal “criterio del vero”, da un’esigenza di onestà che esula dai limiti individuali, scopriremo uno scrittore di cui abbiamo ancora bisogno. Perché ora più che mai manca il suo modello di uomo di cultura che si assuma la responsabilità delle proprie parole.

Alessandro Manzoni è un autore imprescindibile poiché segna una svolta determinante rispetto alla tradizione classicista, canonizzata da Bembo, nel 1525. Egli si batte per il genere anticlassicistico del romanzo, finora considerato inferiore, benché proceda in forte discontinuità con l’Ortis (1802) di Foscolo; si batte altresì per una lingua dell’uso, leggibile da chiunque e non solo dai dotti, e per una letteratura democratica, non più elitaria e destinata unicamente agli aristocratici e all’alto clero. Nei Promessi sposi è centrale la prospettiva corale opposta al primato dell’io, nonché l’avversione per la mitologia, considerata un’evasione nel cielo della fantasia: «Non sono buone lettere […] quelle che non veggono che ci sia qualcosa da fare per loro, dove non si tratti di giocar colla fantasia». La distinzione tra “bella” e “buona” letteratura va a discredito dello slancio fantastico; se con “bella” denota e svaluta la letteratura dei centauri, degli ippogrifi e delle fole, che fa smarrire il senso del reale, con “buona” Manzoni indica quella basata sulla concretezza dell’esperienza pratica, sulla riflessione e sulla sagacità dell’ingegno, che si alimenta della conoscenza critica, della «cognizione degli uomini e delle cose». La funzione etica e civile della scrittura prevale nettamente sull’aspetto dell’intrattenimento.

Matteo Bianchi (1987) vive a Ferrara, è libraio e giornalista. Scrive per “Il Sole 24 Ore”, “Left”, “Il Foglio” e Globalist.it; è redattore di Pordenoneleggepoesia.it e dirige il semestrale “Laboratori critici” (Samuele Editore). Ha pubblicato Il lascito lirico di Corrado Govoni (Mimesis, 2023), l’Annuario govoniano di critica e luoghi letterari (La Vita Felice, 2020) e collaborato alla Guida tascabile delle librerie italiane viventi (Clichy, 2019). Fa parte del comitato scientifico della Fondazione “Giorgio Bassani”.

Francis Scott Fitzgerald “I racconti dell'”Esquire”

Traduzione e prefazione di Silvia Rotondo

Lorenzo de’ Medici Press

Per la prima volta in un unico volume tutti i racconti scritti da Fitzgerald dal 1936 al 1940 e pubblicati sulla rivista «Esquire».

La rivista richiedeva scritti di breve durata e Fitzgerald, in quei veloci lampi di narrativa, dimostra ancora una volta tutta la sua straordinaria capacità di creare situazioni e personaggi che sono, al tempo stesso, avventura e indagine psicologica, mordente satira e lucida introspezione.

Sulle pagine di «Esquire» Fitzgerald pubblicò alcuni fra i suoi migliori racconti degli anni Trenta: Tre atti musicali (maggio 1936), La lunga attesa (settembre 1937), Un caso di alcolismo (febbraio 1937), Teneri amanti (ottobre 1937) e Finanziare Finnegan (gennaio 1938).

Dalla prefazione:

«Considerato uno degli scrittori di maggior influenza dell’‘Età del Jazz’ e di tutto il Novecento statunitense, Francis Scott Fitzgerald viene quasi sempre ricordato per i grandi classici come Il Grande Gatsby, Tenera è la notte, o Il curioso caso di Benjamin Button. In realtà, negli anni Trenta, Fitzgerald era più conosciuto per i racconti che per i romanzi. In vent’anni di carriera come scrittore, Fitzgerald dovette mantenersi economicamente scrivendo racconti – in genere abbastanza brevi – per riviste popolari, in modo da poter avere un reddito e, a suo dire, tempo sufficiente per scrivere e consegnare romanzi di qualità, nonché per pagare le cure psichiatriche della moglie Zelda. In effetti, la maggior parte del denaro che Fitzgerald guadagnò scrivendo, prima di andare a Hollywood nel 1937, venne guadagnato vendendo racconti alle riviste: pubblicò un totale di 164 racconti. Ed è in questo contesto che, nella primavera del 1934, entra in scena «Esquire», una rivista di intrattenimento per uomini, stampata a colori su carta lucida e in formato oversize. Originariamente prevista come trimestrale, «Esquire» doveva essere venduta o regalata nei negozi di abbigliamento maschile, nelle tabaccherie e nelle edicole. Il primo numero della rivista, uscito nell’autunno del 1933, fu un successo immediato e si decise di trasformare la rivista in un mensile. Basti pensare che, quando Fitzgerald iniziò a pubblicare su «Esquire» nel 1934, i lettori erano circa 130.000; alla sua morte, nel 1940, la tiratura era aumentata fino a quasi 470.000 copie. Fitzgerald pubblicò alcuni importanti racconti sulla rivista, soprattutto durante il suo primo periodo come collaboratore, che terminò nell’estate del 1937 quando lasciò Asheville, nella Carolina del Nord (dove si era trasferito da Baltimora), per andare a Hollywood a lavorare come sceneggiatore per la Metro Goldwyn Mayer. Durante questo primo periodo, «Esquire» pubblicò alcuni suoi migliori racconti degli anni Trenta, Three Acts of Music (maggio 1936), The Long Way Out (settembre 1937), An Alcoholic Case (febbraio 1937), The Guest in Room Nineteen (ottobre 1937) e Financing Finnegan (gennaio 1938)».

I racconti: La mattinata di Shaggy – Tre atti musicali – Le formiche di Princeton – Non sono andato al fronte – Durante le feste – L’ospite nella stanza – Un caso di alcolismo – L’onore della Tonta – La lunga attesa – Finanziare Finnegan – Modello in gesso – Il decennio perduto – La ragazza del 21 – Tre ore fra un aereo e l’altro – Sull’onda dell’oceano – Teneri amanti – Appendice – Un giorno libero dall’amore – Un saluto a Lucy ed Elsie.

Francis Scott Fitzgerald (1896-1940) definito «Il primo passo in avanti della narrativa americana dopo Henry James.» da T.S. Eliot, è stato uno dei maggiori scrittori in prosa degli Stati Uniti. La fama lo consacrò giovanissimo dopo l’uscita del primo romanzo Di qua dal Paradiso (1920). In breve Fitzgerald divenne lo scrittore di riferimento della cosiddetta “età del jazz”, e la sua stessa breve quanto travagliata esistenza parve incarnarne atmosfere, simboli e destino. I successivi romanzi, da Belli e dannati (1922) al Grande Gatsby (1925), fino a Tenera è la notte (1934) lo imposero come un maestro indiscusso della prosa del Novecento. Durante la propria carriera, oltre ai romanzi, scrisse anche 164 racconti, testi per il teatro e numerose sceneggiature per il cinema di Hollywood.

Andrea Ravazzini “Fiamma Lucente e Residui di Marea. Frammenti”, presentazione

Transeuropa Edizioni

“Fiamma Lucente e Residui di Marea. Frammenti” è una silloge che raccoglie in ordine cronologico una selezione di componimenti poetici, in versi liberi, da me composti ed elaborati nel corso di un breve periodo di tempo durante l’anno 2023.
Le influenze più significative che hanno improntato in modo preponderante lo stile di composizione dei frammenti e dei componimenti derivano dalla lettura di classici italiani, come
Ungaretti e Pavese, di poetesse della corrente confessional (Sexton, Plath), di Pessoa, ma in particolare dalla lettura dell’opera poetica di Antonia Pozzi e di Cristina Campo.
Le poesie raccolte hanno un carattere intimista-ermetico, senza enfasi su prolissità, retorica e tecnicismi eccessivi, ma invece risultano tese a valorizzare la singolarità della minima parola nella sua densità di senso e di significato profondo.
Affrontano variate tematiche legate ai sentimenti che costellano il mondo dell’interiorità e ai moti dell’animo umano, tra cui la condizione di gettatezza e di angoscia esistenziale, la tristezza esistenziale, la fiamma della speranza e della vita, il potere della poesia e della parola.
La speranza, la parola, la poesia -che sono doni, quindi che richiedono di stare in attesa affinché possano essere ricevuti e germogliare in frammenti-, vengono lette in termini pozziani come ancore di vita a cui aggrapparsi, poiché donano senso e salvezza.

Andrea Ravazzini

Primo canto nel buio

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Naufragi di paesaggi interni. Frammenti

Guido Gozzano “… ma lasciatemi sognare”

Poesie – La via del rifugio – I colloqui

A cura di Maria Teresa Caprile

Presentazione di Francesco De Nicola, Saggio introduttivo di Vincenzo Gueglio

Gammarò/Oltre edizioni

Con Guido Gozzano comincia all’inizio del Novecento una stagione del tutto nuova per la poesia italiana, non più scritta da nobili chiusi nelle loro biblioteche come Leopardi e Manzoni o da professori eruditi come Carducci e Pascoli e neppure da uomini di mondo in cerca di successo come d’Annunzio. No, Gozzano è un ragazzo di famiglia della buona borghesia che ama la lettura condotta da autodidatta, e che cerca nella scrittura di esprimere i suoi stati d’animo: spesso combattuti tra il desiderio della vita semplice in una natura ancora non intaccata dagli uomini e la sua insoddisfacente condizione intellettuale; e per uscire da questo perdurante malessere, ravvivato da un tono ironico fino ad allora quasi assente dalla letteratura italiana, non rimane che la fuga nel mondo dei sogni, raccontati con parole e immagini chiare e coinvolgenti. Nella sua breve vita, Gozzano (1883-1916) ha pubblicato solo due raccolte complete di poesie: La via del rifugio (1907) e I colloqui (1911) che qui ora presentiamo affidate alle cure di Maria Teresa Caprile, con un saggio introduttivo di Vincenzo Gueglio e una presentazione di Francesco De Nicola, che precisa le caratteristiche di questa edizione, ricca di note su personaggi, situazioni storiche e vocaboli oggi non più in uso, ma del tutto priva, tranne qualche breve osservazione alla conclusione di ciascun testo, di interpretazione o classificazione delle poesie di Gozzano che ciascun lettore, come ci sembra indiscutibile, valuterà secondo la sua sensibilità e formazione.

Guido Gustavo Gozzano (Torino, 19 dicembre 1883 – Torino, 9 agosto 1916 è stato un poeta e scrittore italiano. Il suo nome è spesso associato alla corrente letteraria post-decadente del crepuscolarismo. Nato da una famiglia benestante di Agliè, inizialmente si dedicò alla poesia nell’emulazione di Gabriele D’Annunzio e del suo mito del dandy. Successivamente, la scoperta delle liriche di Giovanni Pascoli lo avvicinò alla cerchia di poeti intimisti…

Margherita Cucco “Anita, una storia romantica”, Robin Edizioni

Robin Edizioni

Esther Bodmeier, un’anziana ebrea che risiede in Italia dalla fine della Seconda guerra mondiale, affida la sua storia a un manoscritto.
A quattordici anni, nel 1942, viene catturata insieme ai genitori e caricata su un treno per la Germania.
Durante il tragitto Esther riesce a fuggire e si apre per lei la possibilità di sopravvivere assumendo un’identità ariana, quella di Anita Koch.
Aiutata da un pastore protestante, trova un rifugio e un lavoro nella tenuta di Tannerhof, proprietà del Freiherr von Tanner, un nobiluomo quarantenne alquanto misterioso.
I due, accomunati dalla passione per i libri e la cultura, a poco a poco imparano a conoscersi.
Nasce un sentimento profondo, tanto più intenso in quanto inconfessato e quasi inconsapevole: un amore impossibile, che però cambierà per sempre la vita di entrambi.

Margherita Cucco ha iniziato a scrivere al termine di una lunga carriera di insegnante liceale.
Con Robin Edizioni ha pubblicato i seguenti romanzi storici: Esca il Britanno (2015), Il centurione fortunato (2019), La ragazza che voleva viaggiare (2019), Antenati barbari (2020)
E i romanzi polizieschi: Tilde e il violinista (2017), Consiglio di classe (2022), la trilogia dedicata a Tim Bergling/Avicii (2018-2021): Il ragazzo luminoso, Avicii, A Study in Darkness e un’altra storia, Tim, partitura a due voci

Antonio Manzini “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Sud America?”, presentazione

In questo miscuglio di thriller e psicologia, è inevitabile che nella mente di Rocco si affollino i tanti ricordi di un’infanzia con la banda a Trastevere, quel piccolo mondo dove solo un fortunato caso ha deciso che Schiavone sia diventato un poliziotto e non un «bandito», una guardia e non un ladro, al pari dei suoi inseparabili compari, uniti in un’amicizia che non c’è più, distrutta dal tempo, dal destino o forse solo da appetiti personali. Ritrovare Sebastiano misteriosamente scomparso in Sud America sarà forse possibile. Impossibile ritrovare l’amico. Antonio Manzini torna a raccontare i fantasmi del suo vicequestore, ma questa volta lo fa per chiudere un cerchio, uno dei più dolorosi della sua vita.(dal Catalogo  Sellerio Editore)

Un titolo lunghissimo che ricorda quello di un noto film di Scola del 1968 che raccontava un viaggio alla ricerca di un amico scomparso in Africa; in questo caso invece Rocco si avventura nell’America latina, con primo approdo a Buenos Aires dopo un viaggio lungo e stressante per la sistemazione, sebbene in prima classe, ma soprattutto per la mancanza di fumo durante le 14 ore della durata. Rocco parte con Brizio alla ricerca di Furio a sua volta alla ricerca di Sebastiano, ma anche in cerca di risposte e non solo:

“Aveva voglia di visitare la capitale argentina, di comportarsi come un qualsiasi turista, ma il tempo per quelle attività era finito da un pezzo per Rocco, spazio per la leggerezza non c’era più. Furio era alla ricerca di Sebastiano da quindici giorni, il vantaggio era incolmabile. E lui voleva trovare Sebastiano prima di Furio. Questo era il nodo del problema, prima che succedesse qualcosa di irreparabile. Le ultime parole di Furio erano state di vendetta, di rabbia e di frustrazione. Non poteva permettere che fra i due succedesse ciò che pareva inevitabile”

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