Maurizio Cucchi “Sindrome del distacco e tregua” recensione di Paolo Mauri La Repubblica Cultura 23 settembre

Il privilegio dell’idiota in cerca di poesia
di Paolo Mauri
Verso la fine della sua ultima raccolta, che si intitola Sindrome del distacco e tregua, Maurizio Cucchi serenamente confida: «La poesia ha parole pesanti/ che in queste strane pagine/ sembrano mobili e leggere./ Viaggiano quasi imprendibili,/ cangianti, e disorientano/ la nostra vecchia mente di carta…» e poi chiosa: «La poesia/ chiede di spargersi e andare/ lieve e piana nel mondo,/ che forse non lo sa/ però la sta aspettando». Viaggiano dunque le parole e viaggia il poeta dentro e con le parole.
Sindrome del distacco e tregua è denso di itinerari e si percorre e ripercorre accompagnati da una musica di fondo, dal ritmo che tutto pervade. E la poesia sgorga anche visitando la devastata città di Pryp’jat dove si arriva navigando sulle carte di un atlante e guardando la fotografia di una vecchia che arranca per la strada. Il panorama è spettrale, si tratta nientemeno dei resti della città costruita nel 1970 e bruciata dalla centrale atomica di Cernobyl’. A un certo punto la carta geografica subisce una metamorfosi, appare «un intrico di terra, boscaglia e di palude/ che quasi mi inghiottiva nel suo verde/ e ocra…». C’è un fantasma che, dicono, si aggira da quelle parti,«le lunghe dita bianche, la faccia/piatta ». Dalla terra avvelenata sono scappati tutti quelli che potevano, ma qualcuno è ritornato, tanto la vita è corta lo stesso e al più si cerca la frutta col verme, perché vuol dire che non è contaminata.
Dunque la poesia si fa racconto. In un attimo Cucchi ridiventa il bambino che era stato (e che continua ad essere nel fondo della memoria): «Ero sereno nel mio lettino/ nella mia cameretta così nuova… ». Immagina nel buio della notte incontri straordinari con animali che sembrano prendere vita da un disegno infantile: «Io avevo la mia clava bene in pugno,/ ma osservandolo negli occhi,/ negli occhioni spalancati di stupore» prova un sentimento fraterno che induce al sorriso. Ritroveremo ancora il bambino che esplora frammenti di mondo sulle carte geografiche, deluso dal fatto che non ci siano più paesi fantastici, ma anche il Cucchi lombardo, già autore di un volume di prose intitolato La traversata di Milano, e qui intento a rovistare in certe periferie una volta campagna dove trova la villa abitata dal Petrarca e certe cascine dai nomi che gli appaiono belli: «Monluè/ naturalmente, e poi Sellanuova, Merlata/ Monterobbio, Casanova, Taverna» fino alla Martesana costeggiata «da quella strada adatta al vero,/ al vero uomo, al classico viandante».
Sindrome del distacco e tregua è un libro complesso, ma non più di un diario di tanti giorni diversi. Voltiamo pagina e siamo a Nizza, ad esplorare certe strade e a interrogare scritte e nomi. Il capitolo nizzardo si apre con una dichiarazione d’amore per le venditrici del mercato che «hanno parole di terra, aspre parole/ perdute». E Michelline «la vecchia pescivendola arguta/ biondastra; sorridente mentre taglia,/ fiera e ghignante mentre incarta/ e urla, ma con moderazione ». Chissà se guardandola ha fatto balenare all’autore l’immagine della Ninetta portiana col suo banco di pesce al Verzee di Milano. Ma le vie di Nizza hanno molte storie da raccontare, anche curiose, come la targa che commemora un poeta locale di nome Juli Eynaudi o, poco oltre, un’altra che ricorda Rosalinde Rancher, che scrisse un poema eroicomico presente nella biblioteca di Garibaldi a Caprera. Dunque la storia maggiore o minima si affaccia e prende corpo per poi svanire come l’ immagine labile di una Madonna sul muro. Ma ecco che nell’ultima sezione, intitolata Un idiota sociale , l’io che scrive dichiara: «Sono tornato principiante/ e lo considero il mio solo privilegio./ Godo, infatti, di un presente che sorride/ aereo a una nuova idea di movimento,/ di apertura a un possibile futuro».
Forse è questa la condizione ideale per pescare nel fondo delle parole l’enigma fascinoso della poesia che il mondo non sa di aspettare. E ancora una volta ecco che Cucchi si rimette in caccia: immagina viaggi “immaginari e liberi” e insegue parole “ardue e basse” come quelle che qui trascrivo: «sgagnare, sbroffare, scorlire, /sfrisare, scarpare, spantegare/ e persino strasare». E mentre interroga il muro di una casa con un minimo balcone, riprecipita là «dov’era il letto più morbido del mondo, di piuma, dove felice o col magone sprofondavo ». Sì, ancora una volta l’infanzia. Ma qualcosa la turba fortemente, sicché «poi mi sono guardato allo specchio e ho rivisto il volto di mia madre, mentre lui aveva/ una mano mangiucchiata dai topi nel bosco». Sindrome del distacco e tregua interroga il lettore, come sanno fare i libri di poesia autentica che non si concludono con la fine perché la loro trama si riavvolge e la fine potrebbe essere un inizio. Come qui, dove un flash enigmatico recita: «Verso la fine o poco prima/ seduto al piano aveva detto:/ ero così contento…». E si capisce che il verso contiene una tragedia imprevedibile, forse l’arco di volta di una vita intera.
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Kate Quinn “Fiori dalla cenere” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno 30 settembre

Quella rete di spionaggio tutta al femminile

di Flavia Piccinni

«La prima persona che incontrai in Inghilterra fu un’allucinazione. L’avevo portata con me a bordo del placido transatlantico che mi aveva condotto, intorpidita e sofferente, da New York a Southampton». Inizia così l’appassionante romanzo della californiana Kate Quinn “Fiori dalla cenere” (pp. 464, EUR 18) appena pubblicato da Nord Editore. È ispirato a una storia vera: la rete di spionaggio al femminile più efficiente di tutta la Prima guerra mondiale, nota come la Rete di Alice.Protagoniste del testo sono la giovane Charlie e la misteriosa Eve Gardiner. La prima va alla ricerca della cugina Rose, scomparsa in Francia sei anni prima. La seconda è «una ragazza alta, con dita affusolate, capelli castani, pelle delicata e occhi da cerbiatta che davano l’impressione sbagliata», una che «detestava il proprio aspetto, il viso dolce e levigato di una bellezza acerba e anonima, a parte un’impressione generale di giovinezza, per cui dimostrava sedici o diciassette anni. Eppure era anche la sua salvezza, quando si trovava nei guai». Charlie bussa alla porta di Eve per trovare sua cugina. All’inizio questa è fredda al limite della scortesia, ma quando scopre che c’è un uomo a legarle, cambia atteggiamento: Eve sta cercando quell’uomo da anni per compiere la sua vendetta. Ma chi è veramente Eve? Si scopre che è una spia inglese, e che quell’uomo di cui le parla Charlie è stato la sua rovina. Questo romanzo, da oltre un anno in testa alle classifiche del New York Times, per quanto possa risultare in taluni passaggi prolisso, saprà trascinare il lettore. —

Francesco Recami “L’atroce delitto di via Lurcini. Commedia nera n. 3”

 

vai alla recensione di Roberto Iovacchini

leggi l’intervista all’autore  dal Corriere fiorentino

dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

Il diario segreto del cuore recensione di Ermanno Paccagnini

e anche:

su mangialibri le recensioni ai romanzi di Francesco Recami

 

 

 

 

Irene Soave “Galateo per ragazze da marito” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno 16 settembre

Galateo per ragazze da marito nell’epoca di Tinder

di Flavia Piccinni

«Molte fidanzate ambiziose preferiscono, per l’anello, un’enorme acquamarina a un minuscolo brillante. Ma consultatele in proposito: ce ne sono molte che preferiscono il minuscolo brillante all’enorme acquamarina». Scriveva così, riguardo l’anello di fidanzamento, Irene Brin in quel fortunato volume battezzato “I segreti del successo” alla metà degli anni Cinquanta. E scriveva anche, Irene Brin, di molte fidanzate e di molti fidanzati, del corteggiamento e di quello che vi deve (almeno in un mondo ideale) seguire. Lo faceva con quella prosa leggera e gentile, ma non meno pungente e ironica, che l’ha resa e mantenuta celebre, nonostante i decenni trascorsi e i numerosi emuli. Non è un caso dunque che Irene Brin venga spesso e molto giustamente citata – insieme a Donna Letizia, ma anche a Jolanda o a Elena Canino – nel saggio firmato dalla giornalista appena pubblicato da Bompiani (pp. 256, EUR 17). Il libro – proposto nella collana diretta da Stefano Bartezzaghi – è una sorta di riflessione allargata sul tema del fidanzamento e del matrimonio, ma anche una guida attraverso le pubblicazioni fra il 1861 e il 1968 focalizzate sui costumi. L’ironia di Soave affronta con un piacevole cinismo – che ricorda vagamente l’approccio leggiadro di Samantha in Sex&TheCity – le questioni di cuore e di portafogli, piacevolmente smarrendosi in talune analisi che si dimostrano comiche fino a lambire la tragedia (come la condizione di zitella o la reputazione della stessa), preoccupandosi tanto delle condotte da marito quando delle nuove tecnologie come Tinder che rendono le moderne Biancaneve meno credibili e innocenti. Non si esibisce cattiveria né sociologia da quattro soldi. Anche per questo ne esce fuori una lettura piacevole, sublimata da una degnissima bibliografia.

tuttatoscanalibri: le pagine più visitate nel mese di settembre

Le pagine più visitate nel mese di settembre

Fabio Leocata “La gentilezza vola lontano”
Giuseppe Conte “I senza cuore”
Gulia Corsalini “La lettrice di Čechov”
Wilbur Smith con Imogen Robertson “Re dei re”
Ian McEwan, “Macchine come me”
Nicola Nucci “Trovami un modo semplice per uscirne”
L.S.Larson “Igist” un nuovo romanzo e un nuovo modo di leggere
John Jay Osborn “Ascoltate il matrimonio”
Annie Ernaux “Memoria di ragazza”
Clemens J.Setz “L’ora tra la donna e la chitarra”
Elena Ferrante, l’incipit del nuovo romanzo