Alberto Genovese “L’alternativa del cavaliere”, recensione di Salvina Pizzuoli

Prefazione di Hans Tuzzi

Un racconto originale, gradevole, raffinato, denso di considerazioni, che prende le mosse da un modo di dire, un’affermazione in dialetto siciliano di cui poi indaga le origini e le possibili ragioni, tra divagazioni e sottigliezze frutto di una ponderata conoscenza e riflessione sulla lingua e soprattutto sul dialetto “ricchezza del nostro passato, nascosto come polvere sotto il tappeto”, “tesoro di saggezza e fantasia”.

 Ma cos’è una lingua?

“La lingua è il ritratto di un popolo dipinto con il pennello delle parole”

Così viene compiutamente definita in questo racconto-saggio, stimolante e stuzzicante, che scorre e piacevolmente mi cattura in questo viaggio nelle mie radici.

Tra digressioni linguistiche dialettali, perché si sa “non è dei meridionali andare in medias res”, in una forma narrativa che utilizza e finge una risposta epistolare, la spiegazione di un detto che affonda le sue origini nel contesto storico della Sicilia di fine Ottocento. Il professor Henner Gut, docente di Filologia Romanza ad Heidelberg, indirizza ad uno studioso di tradizioni popolari in Sicilia un quesito relativo ad un modo dire di cui si è persa traccia scritta. Lo studioso risponderà in modo ampio e articolato relativamente ad una tradizione orale che si ambienta tra le antiche mura di un “baglio”, la fattoria fortificata che occupava un lato dell’ampio possedimento fondiario; protagonisti un maturo “cavaliere” ovvero il padrone del latifondo cosiddetto dai sottoposti in senso di rispetto, e Crocifissa, la serva tuttofare, la coetanea che ne asseconda dall’età adolescenziale i desideri sessuali, protetti nella parola convenuta di “nostalgia” pensata dal cavaliere: un legame affettivo tratteggiato in modo delicato e sapiente, rappresentando a pieno il vero rapporto che intercorre tra i due protagonisti. Ma non è qui la chiave per comprendere il valore del detto, ma nella consuetudine del cavaliere di giacere con una giovane illibata, in cambio di un compenso ai parenti, per il piacere del “primo sangue”. Proprio da questo incontro sarebbe nato il detto, determinato dall’umiliante, per il cavaliere, disarmonia di coppia, fisicamente male assortita: o futtiri o vasari.

Di tutto il raccontato il vero fulcro è la lingua: essa è testimonianza che conserva nei modi di dire e di chiamare un patrimonio di tradizioni e il pensiero di un popolo, come dimostrano per altro le altre esemplificazioni presenti come digressioni e, nel caso specifico, o futtiri o vasari contiene  “un ammonimento lapidario e triste […] Apologo, in fondo, della condizione umana, la cui cifra è la pena e la saggezza dell’incompletezza”.

Così la chiusa suggella il contenuto e il suo messaggio.

 

La Quarta di copertina e brevi note biografiche da Manni Editori

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

Omaggio a Hans Tuzzi e l’ultimo Melis: Ma cos’è questo nulla?

Alda Merini “Ogni volta che ti vedo fiorire”, poesie inedite a cura di Alberto Casiraghy

Dicono che l’uomo/ non sa niente dell’amore/ e neanche dei traditori./ Però se questo fosse vero/ non strapperebbero questi cani /i tuoi baci dalle mie labbra, /che tu me ne dai mille/ e dopo cento/

ogni volta che ti vedo fiorire.

( da A. Merini Ogni volta che ti vedo fiorire, Manni Editori)

Il titolo di questa raccolta, curata dall’amico di Alda Merini Alberto Casiraghy, è tratto dall’ultimo verso di una delle molte composizioni che sono presentate in questo volume che è unico proprio perché propone opere inedite frutto di incontri, costanti e protratti nel tempo, tra due amici, due anime che si sono ritrovate e si raccontano, ciascuno con il proprio linguaggio, ciascuno con la propria creatività.

Cos’è poesia?

Così Casiraghy nell’Introduzione ne costruisce una magistrale immagine ricordando gli incontri con Alda:

“Spesso proprio al tavolino di quel bar, sempre lo stesso, mi dettava, magari anche con sofferenza ma con estrema facilità, versi e aforismi – bagliori, piccole luci che le attraversavano gli occhi e finivano sul foglio”.

Difficile infatti chiuderla dentro gli angusti e delimitati spazi di una definizione, Patrizia Cavalli ne indicò le qualità essenziali come parola che suona, a modo suo: un certo tipo di poesia più contemporanea va letta in chiave emozionale cogliendone le suggestioni suscitate dal suono associato alla porola, va assaporata trovandovi quel che si cerca anche senza la consapevolezza di ciò che davvero vogliamo o ci manca ma, accostandosi teneramente alla musica del cuore, ai moti impressi sulla carta, limati, integrati, corretti, proprio perché le parole spesso da sole non sono bastevoli a disegnare pensieri fugaci ma potenti, abissi o voli, afflizioni e affetti profondissimi tanto da non poterli tratteggiare a dovere, aprire orizzonti, finestre della mente, sussulti dell’anima, acquietarsi e rasserenarsi come per l’incontro con un amico speciale, per avervi colto un inno alla vita, comunque, anche quando ci sta giocando i suoi brutti tiri mancini.

Amore e passione, amicizia e pazzia, ironia, i temi che si incontrano nei testi raccolti nel volume e dediche intestate ai migliori amici, conoscenti, amanti, psichiatri, musicisti ed editori.

“Quando Alda è morta io ho raccolto tutte le nostre carte in tre scatoloni: c’erano le poesie che mi dettava al telefono, o quando andavo a trovarla a Milano, lettere, racconti, testi manoscritti o battuti a macchina da lei anni addietro che mi chiedeva di conservare. Su ogni foglio tornavamo, io rileggevo e lei correggeva, mi indicava la versificazione, cancellava, eliminava. Molte di quelle pagine sono diventate Pulcini*(1.189, per la precisione, usciti dal 1992 al 2009), altre sono finite in sue raccolte celebri, altre ancora erano esercitazioni, prove, musiche incompiute. Altre, perle di una collana infilata in quasi vent’anni di amicizia”.(dall’Introduzione di Alberto Casiraghy,)

Della stessa autrice su tuttatoscanalibri: “Vuoto d’amore”


*Pulcinoelefante è una casa editrice fondata da Alberto Casiraghy che usa i caratteri mobili su carta pregiata. Pubblica brevi testi (aforismi o versi) accompagnati da incisioni o disegni eseguiti da artisti.

Per saperne di più sulle edizioni Pulcinoelefante

Piero Manni “Millanta facce. Racconti dal Salento”, presentazione

Una raccolta postuma dello scrittore editore che, insieme alla casa editrice fondata nel gennaio 1984 con la moglie Anna Grazia, aveva dato vita anche a una rivista di letteratura: “L’immaginazione”.

Nelle pagine di “Millanta facce” racconta la propria Terra con quella straordinarietà di aspetti che ciascun paese porta dentro di sé. Il libro raccoglie testi scritti e pubblicati dall’83 al 2020 su L’immaginazione o su antologie, con inediti. Il testo è corredato dalle postfazioni degli scrittori amici, Antonio Prete e Carlo D’Amicis.

Nella copertina, di Stefano Vittori, sagome di salentini di ieri e di oggi: fazzoletti legati alla moda antica o berretti, pale di fichi d’india, profilo di una statua della Santa locale. Millanta facce nel tempo riportate anche nei termini e nelle parole della lingua, quelle uniche e intraducibili che rischiano la smemoranza, ma contengono la storia linguistica e la peculiarità di un territorio.

“Millanta facce sono quelle che Piero Manni racconta della sua terra, il Salento: la civiltà contadina del dopoguerra, le feste patronali e le tarantate, l’emigrazione; la speculazione degli anni Settanta e Ottanta, la Sacra Corona Unita, gli sbarchi dei migranti dai Novanta, e l’esplosione del turismo nei Duemila, quando il Salento diventa the place to be, la tradizione si trasforma in una moda e il paesaggio viene sfruttato senza lungimiranza”.(da Manni Editori)