Roberto Mussapi “Tusitàla. Vita di Robert Louis Stevenson”, Bibliotheka

ROBERTO MUSSAPI RACCONTA LA VITA DI STEVENSON, AUTORE DELL’ISOLA DEL TESORO E DELLO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL SIGNOR HYDE

Copertina della biografia di Stevenson diRoberto Mussapi "Tusitàla. Vita di Robert Louis Stevenson", Bibliotheka

Dopo quasi vent’anni torna in libreria “Tusitàla”, biografia dello scrittore scozzese che ha trasformato l’avventura in narrazione

Bibliotheka

Dal 24 luglio

Una sera il grande scrittore Robert Louis Stevenson lesse al re hawaiano Kalakava una fosca ballata ispirata a leggende scozzesi. La gente di Samoa vide in lui un cantore di storie universali e lo ribattezzò Tusitàla, colui che racconta, il narratore. E si intitola proprio Tusitàla. Vita di Robert Louis Stevenson la biografia firmata dal poeta e drammaturgo Roberto Mussapi.

La vita di Stevenson prende forma, come in una serie di sequenze filmiche, in un magico gioco di apparizioni e dissolvenze: l’infanzia nella confortevole casa di famiglia avvolta dalle nebbie edimburghesi, i giochi avventurosi di pirati ed esploratori, la giovinezza nei pub, la scelta ardita di essere scrittore.

In modo precoce e consapevole, la scrittura diverrà per Stevenson, a dispetto di ogni consorteria letteraria, sinonimo di avventura. Il prodigioso talento si voterà a storie omeriche assolute, L’isola del tesoro, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, La freccia nera, Il ragazzo rapito. E poi i mari del Sud, l’incanto delle isole e delle albe primordiali, il miraggio dei colori, serrando sempre nel cuore le nebbie di Edimburgo, il cielo del padre costruttore di fari e la memoria di Cummy, la nutrice, voce cullante che lo aveva iniziato ai segreti del ritmo e alla magia della musica celata nelle parole.

INCIPIT.

Devonia: un nome ideale per una nave. Scivoloso, liquido. Ma anche un nome da città, una città lontana, quasi generata dal ricordo, dal desiderio evocativo del nome. E come una città la vide Robert Louis Stevenson, in mezzo al fiume Clyde, all’ancoraggio Tail of the Bank. La bandiera sventolava sulla muraglia di parapetti, sulla strada che si sno­dava tra piccoli castelli bianchi, su quella imponente foresta di alberi e pennoni, più grande di una cattedrale, e traforata da vicoli e passaggi. Tra poco quella città emersa dalle correnti avrebbe rice­vuto i suoi temporanei abitanti, e sarebbe divenuta più popo­losa delle innumerevoli nuove cittadine che stavano sorgendo nella terra oltre Atlantico dove era diretta. E in breve la folla di inglesi e scandinavi di ogni età, che aveva disceso il corso del fiume fino all’estuario, sempre più muta e tetra man mano che il clima si irrigidiva, occupò la città volta verso occidente, la grande, turbinosa e subito for­micolante Devonia.

Roberto Mussapi, poeta e drammaturgo, è anche autore di saggi, opere narrative e traduzioni da autori classici e contemporanei.  La sua opera poetica è stata raccolta nel volume Le poesie, a cura di Francesco Napoli, prefazione di Wole Soyinka, saggio introduttivo di Yves Bonnefoy, (Ponte alle Grazie, 2014).  Tra i volumi recenti di poesia, La piuma del Simorgh, (Mondadori, 2016), I nomi e le voci. Monologhi in versi (Mondadori 2020), Lirici greci, introduzione di Giulio Guidorizzi (Ponte alle Grazie, 2021), Women in love (Algra Editore, 2026). Tra le opere in prosa, Il sogno della Luna (Ponte alle Grazie, 2019), Villon (teatro, La Collana, 2019), Magia (Vallecchi, 2022), La voce del mare (Marietti 1820, 2022).  Recente La clessidra di Bambù, versione di Li Po, edita nel 2025 da Bibliotheka.

Felix Timmermans “Le ore liete della beghina Sinforosa”, Bibliotheka

Torna in libreria dopo 65 anni con una nuova traduzione il racconto ormai introvabile di Felix Timmermans De zeer schone uren van juffrouw Symforosa, begijntje, del 1918. 

Copertina dei racconti di Felix Timmermans "Le ore liete della beghina Sinforosa", Bibliotheka

A cura di Francesca Barresi

Illustrazioni di Jules Joseph Fonteyne,  testo fiammingo a fronte

Bibliotheka

Dal 17 luglio

La storia di un amore che fugge e trascina il lettore in un teatro dove va in scena una sognante rappresentazione. La beghina Sinforosa attende invano che Martino, il giardiniere di cui è innamorata, corrisponda i suoi sentimenti. L’incontro tra i due avviene in un roseto: qui l’incantesimo tocca il suo culmine e trova il suo epilogo, l’infatuazione si realizza e svanisce d’un colpo, i due amori si divaricano. La trama si gioca attorno al raggiungimento di un punto di incontro che sfugge continuamente, per poi restare irrealizzato. Lo scrittore ne racconta i movimenti lasciandoli sospesi nel loro inappagato desiderio, cesellando sulla dinamica di questa tensione la psicologia dei personaggi.

Timmermans nutriva un profondo amore per il beghinaggio cittadino, uno dei più antichi del Belgio, risalente alla prima metà del XIII secolo: qui l’autore sceglie di far risuonare ‘le ore liete’ della giovane Sinforosa, descrivendo il beghinaggio con la maestria di un acquerellista che utilizza trasparenze, velature, coloriture deli­cate e tocchi leggeri. L’opera può essere classificata come un poemetto in prosa che si colloca nella più ampia narrativa fiamminga, dove fa breccia una psicologia del pro­fondo e affiora la sostanza spirituale e identitaria di una precisa enclave linguistica e culturale, attin­gendo i propri temi nel vissuto e nel linguaggio di mistici, poeti e artisti locali. La scena in cui si muovono i protagonisti, più che riflettere un ideale arcaico e anti-capitalistico sembra riecheggiare uno stato di grazia pre-moderno in cui si avvera l’incantesimo dell’amore nostalgico tra Sinforosa e Martino. (Francesca Barresi)

Felix Timmermans (Lier 1886-1947), scrittore belga di lingua nederlandese, è stato candidato tre volte al Premio Nobel per la letteratura. Noto per il romanzo Pallieter e per il quadro di vita fiamminga Salmo contadino, ha scritto vari racconti e le biografie dedicate a San Francesco e ai pittori Bruegel e Adriaen Brouwer.

Jules Joseph Fonteyne (Bruges 1878-1964), artista fiammingo, è stato pittore, incisore e illustratore di libri. Nel 1927 fu nominato direttore dell’Accademia di Bruges, incarico che affiancò all’insegnamento.

Camillo Boito “Senso”, Bibliotheka

Storia di una relazione, di un tradimento, di un inganno, di una vendetta. Un libro che ha ispirato il cinema di Visconti e di Brass

Il testo, a cura di Enrico De Luca, ripropone fedelmente il testo della seconda edizione Treves del 1883.

Copertina del racconto di camillo Boito "Senso" Bibliotheka

A cura di Enrico De Luca

Bibliotheka

Dal 10 luglio 2026

Nel quadro delle guerre d’indipendenza, una donna travolta da una vulcanica passione amorosa non tarderà a mostrare il suo carattere spietato. È il filo conduttore di Senso, il racconto di Camillo Boito che Bibliotheka manda in libreria il 10 luglio a cura di Enrico De Luca riproponendo fedelmente il testo della seconda edizione Treves del 1883 (72 pagine, 14 euro).


Con la sua audace storia melodrammatica d’amore e di vendetta, Senso attrasse da subito l’attenzione del cinema, ma solo nel 1953 Luchino Visconti, con l’aiuto di Suso Cecchi d’Amico e di altri collaboratori, fra cui Giorgio Bassani, ne trasse una sceneggiatura per una pellicola che uscì l’anno seguente.  Interpretato da Alida Valli, Farley Granger e Massimo Girotti, il film fu curato minuziosamente, l’azione e le situazioni psicologiche originarie vennero dilatate e amplificate, ma alla sua uscita dovette subire una serie di interventi censori che costrinsero il regista a modificarne persino il finale. 
Nel 2002 apparve un altro adattamento per il grande schermo, assai più libero: il film erotico scritto e diretto da Tinto Brass, con Anna Galiena e Gabriel Garko, dal titolo Senso ’45, ambientato a Venezia negli ultimi mesi del regime fascista.
Camillo Boito fu un importante architetto che si occupò, fra le altre cose, anche del restauro cosiddetto filologico e che assai sporadicamente si cimentò, pur con la consapevolezza di non possedere le medesime doti del fratello minore Arrigo, nella scrittura letteraria con poche e altalenanti prove nel genere del racconto. Dopo i primi esperimenti giovanili, ben strutturati ma dalle trame piuttosto esili, alcuni dei quali confluiti nelle Storielle vane (Treves 1876), Camillo scrisse Senso, che diede il titolo alla sua seconda raccolta di novelle, Senso. Nuove storielle vane (Treves 1883). (Enrico De Luca)

Camillo Boito (1836-1914), architetto e scrittore, fratello di Arrigo, insegnò per quasi mezzo secolo all’Accademia di Brera. Restaurò vari monumenti (tra cui la basilica di Sant’Antonio di Padova) e tra le sue opere originali si ricordano il grandioso scalone di palazzo Franchetti a Venezia, Il Palazzo delle debite a Padova e la Casa di riposo per i musicisti a Milano. Fu autore di alcuni racconti in cui si rivela raffinato narratore, capace di cogliere finezze psicologiche e venature paesaggistiche di particolare pregio.

Clemente Palma “Racconti malvagi”, Bibliotheka

PRIMA TRADUZIONE ITALIANA PER I “RACCONTI MALVAGI” DEL PERUVIANO CLEMENTE PALMA

Copertina della raccolta di racconti di Clemente Palma "Racconti malvagi", Bibliotheka, prima traduzione italiana .

Prefazione epistolare di Miguel de Unamuno

Traduzione di Carlo Alberto Montaldo

Bibliotheka

Dal 5 giugno

Anche le più appassionate storie d’amore, quando vengono portate al limite, possono raggiungere gli estremi della crudeltà e dell’orrore. Ne sembra convinto lo scrittore peruviano Clemente Palma, che con Racconti malvagi, fissa il racconto peruviano moderno come genere propriamente definito. E non solo ne diventa il capostipite, ma ne stabilisce anche la componente fantastica all’interno della tradizione letteraria del suo paese.

Scritti con “lessico sano e immagini suggestive”, i racconti ruotano attorno alla morte, mezzo di liberazione, fuga dalla noia e dal disincanto. I protagonisti cercano sempre la restituzione dell’ideale estetico della bellezza, nonostante ciò conduca nella direzione del fantastico, del grottesco o delle peggiori manifestazioni del male. “Gli occhi di Lina” e “La fattoria bianca” sono, a questo proposito, i titoli più noti della raccolta.

Clemente Palma propone testi mitologici (L’ultimo fauno), storie con risonanze bibliche (Il figliol prodigo e Il quinto Vangelo) e insolite vicende legate alle allucinazioni (Fantasie da hashish). Un ingegnoso e umoristico esperimento (L’ultima bionda) trasporta il lettore nel fantascientifico e distopico anno 3025, animato dalla speranza di ricreare l’oro scomparso dalla terra attraverso gli ormai rarissimi capelli gialli delle donne.
I temi del patto con il diavolo, il fantasma e il doppio (La fattoria bianca) e dell’eterna tensione tra il bene e il male (Le ceste) si alternano con il terribile diario di un uomo che ama la fidanzata, ma ne desidera la morte (Idealismi) o con la storia macabra e geniale, per molti aspetti sconcertante, di un innamorato che non riesce a sostenere il diabolico sguardo della donna amata (Gli occhi di Lina).
Un caleidoscopio narrativo che ammalia e stordisce dimostrando tutta la versatilità, la capacità affabulatoria e la maestria narrativa di uno dei più  innovativi scrittori del panorama latino-americano.

Clemente Palma Ramírez (Lima, 1872-1946), scrittore, giornalista e uomo politico, fu tra i più raffinati esponenti della narrativa modernista latinoamericana e, in Perù, tra i fautori dell’affermazione del racconto moderno come genere propriamente definito. Influenzato da Edgar Allan Poe, ma anche dagli scrittori russi dell’Ottocento e dal decadentismo francese, introdusse nella letteratura del suo Paese temi fantastici, psicologici, horror e di fantascienza, distanziandosi dalla tradizione del realismo regionalistico, di cui il padre, direttore della Biblioteca Nacional del Perù, era stato eccellente esponente. Console in Francia, fu in seguito deputato e direttore di riviste (Prisma e Variedades) e del quotidiano La Crónica.

Miguel de Unamuno y Jugo (Bilbao, 29 settembre 1864 – Salamanca, 31 dicembre 1936) è stato un poeta, filosofo, scrittore, drammaturgo e politico spagnolo di origini basche che, rinnovandoli, ha portato sul piano filosofico i motivi più tipici del hispanismo, seppure in opere non sistematiche e quasi sempre di carattere letterario. Canonicamente, viene fatto rientrare nel movimento letterario chiamato Generazione del ’98, espressione del modernismo letterario spagnolo.

Paola Capriolo – Teresa Maresca ” Il canto della luna”, Bibliotheka

Un libro a quattro mani che intreccia in modo personalissimo e originale letteratura, pittura e musica

Copertina del testo illustrato di Paola Capriolo - Teresa Maresca " Il canto della luna", Bibliotheka L’ombra fascinosa e potente di uno dei capolavori della musica del ‘900 ha suggerito alla scrittrice Paola Capriolo e all’artista Teresa Maresca un libro a quattro mani che intreccia in modo personalissimo e originale letteratura, pittura e musica. 

Con la traduzione  dal tedesco del Canto della Terra dI GUSTAV MAHLER

Traduzione e testi di Paola Capriolo, disegni di Teresa Maresca

Bibliotheka

Dal 29 maggio

L’ombra fascinosa e potente di uno dei capolavori della musica del ‘900 ha suggerito alla scrittrice Paola Capriolo e all’artista Teresa Maresca un libro a quattro mani che intreccia in modo personalissimo e originale letteratura, pittura e musica. 
È Il Canto della Luna, evocazione del ciclo di lieder Il Canto della Terra che il compositore austriaco Gustav Mahler (1860-1911) compose nel 1908 sulle Dolomiti, dove trascorse le ultime estati della sua vita. Nell’autunno dell’anno prima era stata pubblicata in Germania l’antologia Il flauto cinese, un centinaio di liriche di autori compresi tra il XII secolo a. C. e l’epoca contemporanea. Mahler ne venne a conoscenza e l’incontro con quelle poesie ebbe un immediato riflesso sulla sua opera. 
Il Canto della Terra è infatti basato su sette poesie della raccolta, con una predilezione per le liriche di Li Po (702 – 763).  Il testo delle parti vocali della Sinfonia viene proposto, con testo tedesco a fronte, nella versione di Paola Capriolo, traduttrice di molti autori classici come Goethe, Kafka, Von Kleist, Mann e a sua volta autrice di opere tradotte in molte lingue. 
Con una pittura figurativa e visionaria che prende forma nelle immagini a colori del libro, l’artista Teresa Maresca lavora sui temi del paesaggio, spesso rivisto attraverso la memoria cinematografica o la poesia.

[…] Ciò che avevo in mente era appunto di sviluppare questo parallelismo, di creare una piccola opera in cui parola e immagine si stimolassero, si ispirassero a vicenda in uno scambio sperabilmente fecondo.L’idea era questa, e fu un’idea condivisa. Si trattava però di trovare il “soggetto” adatto, e per trovarlo alla fine ci rivolgemmo non alla letteratura, non alla pittura, ma a una terza arte: la musica. Fu a questo punto delle nostre riflessioni che ci venne in soccorso l’ombra fascinosa e potente di Gustav Mahler. Il Canto della terra, uno dei capolavori assoluti della musica del Novecento… cosa cercare di meglio? Una serie di Lieder per orchestra su testi di antichi poeti cinesi tra i quali Li Po, prediletto da Teresa, ma immersi in quell’atmosfera tardo-romantica che a me è sempre stata particolarmente congeniale. Un “divano occidentale-orientale” in cui ciascuna di noi due, con le sue esperienze culturali e le sue predilezioni, avrebbe potuto sentirsi perfettamente a suo agio. (Dall’intruduzione di Paola Capriolo) 

Incipit 
Due barche: una di legno, affusolata, che solca guidata dai remi le acque del lago, e l’altra d’ar­gento, librata nel cielo. Nella prima c’è un uomo, e forse quell’uomo sono io. Qualcuno che, dopo aver visto il mondo, alle soglie della vecchiaia compie con malinconica lentezza il suo viaggio verso casa. I colpi dei remi sono cadenzati come rintocchi e l’acqua, sciabor­dando, ne amplifica il suono in un echeggiante river­bero; ma il viaggio è appena all’inizio e l’uomo non ha alcuna fretta di arrivare alla meta. Vorrebbe che questo lago fosse infinito come il mare, tanto lo seduce il gioco di riflessi che la luna accende nel buio profondo delle sue acque.  La luna, la barca d’argento… Dopo tutto, chi ha detto che io debba essere per forza l’uomo che rema e non invece la gemella celeste che lassù, senza il minimo sforzo, segue a palmo a palmo la mia navigazione? E chissà come appare la mia barca osservata da quella prospettiva… Forse non sembra neppure una barca, ma un piccolo astro che per­corre lieve la sua orbita fendendo il nero della notte.

Paola Capriolo vive e lavora a Milano. Ha esordito nel 1988 con i racconti de La Grande Eulalia (Premio Berto), in seguito Il Nocchiero (Premio Rapallo, Premio Selezione Campiello), Il Doppio Regno (Premio Grinzane Cavour), e, tra gli altri, Una Luce NerissimaIl Pianista MutoMi ricordoMarie e il signor MahlerIrina Nikolaevna. Tutti i suoi romanzi sono stati tradotti in molte lingue. Ha tradotto classici della letteratura tedesca, tra cui Goethe, Kafka, Kleist, Thomas Mann.

Teresa Maresca vive a Milano dagli anni ’80. Con una pittura figurativa e visionaria lavora sui temi del paesaggio, spesso rivisto attraverso la memoria cinematografica o la poesia. Hanno scritto di lei Carlo Sini, Sergio Givone, Lalla Romano, Roberto Sanesi, Paolo Biscottini. Ha pubblicato il libro Il Primitivo del Sogno su arte, natura e pensiero primitivo e ha in preparazione la mostra-installazione Stars&Bones per la Fabbrica del Vapore di Milano.

Su tuttatoscanalibri

Capriolo “La grande Eulalia e Il nocchiero” recensione di Salvina Pizzuoli

Mary Shelley “Racconti italiani”, Bibliotheka

Mary Shelley inedita: tradotti per la prima volta in italiano i racconti che svelano la parte meno conosciuta dell’autrice di Frankenstein.

Copertina della raccolta inedita di racconti italiani di Mary Shelley, Bibliotheka Edizioni

Introduzione e traduzione di Giulia Di Biagio

Bibliotheka

Dal 1 maggio

I personaggi che si muovono in queste pagine, monache e fanciulle rinchiuse, viaggiatori malinconici, eroine sospese tra devozione e desiderio, vivono in una tensione costante tra ciò che li trattiene e ciò che li respinge. La fuga è il vero filo conduttore dell’intera raccolta. Lontani dalle atmosfere gotiche di Frankenstein e dalle riflessioni filosofiche dei romanzi maggiori, questi Racconti italiani rivelano una scrittrice attenta alle sfumature psicologiche, ai sentimenti e alle contraddizioni. I racconti sono ambientati a: Roma, Gaeta, Napoli, Paestum, Sorrento e al Passo del San Gottardo.

L’Italia di Shelley non è solo uno scenario pitto­resco o romantico, ma un laboratorio di sentimenti e di con­trasti morali. L’autrice vi proietta le tensioni della propria epoca e della propria esperienza: la fragilità della donna in una società che la costringe, l’oscillazione tra fede e dubbio, la distanza tra l’ideale e la realtà. Attraverso lo sguardo di personaggi inglesi, stranieri o erranti, l’Italia appare come un Paese di splendore e corruzione, di fede ardente e ipo­crisia, di passione e violenza: un vero e proprio microcosmo in cui si riflette il destino umano nella sua interezza. Ma l’elemento più affascinante di questi racconti è la loro modernità. Shelley vi intreccia introspezione e osser­vazione sociale, affetto e ironia, fino a delineare figure fem­minili complesse, animate da desideri e paure che non conoscono tempo. (Dall’Introduzione di Giulia Di Biagio)

Mary Shelley (Londra 1797-1851), figlia del filosofo William Godwin e di Mary Wollstonecraft, autrice della prima dichiarazione dei diritti delle donne, a 16 anni conosce Percy B. Shelley, già sposato, e a 17 anni fugge con lui in Svizzera. A 18 scrive Frankenstein o il moderno Prometeo, considerato il primo romanzo gotico di fantascienza, seguito da altre opere: Valperga, vicenda romanzesca ambientata nell’Italia del Medioevo, e The last man e Lodore. Nel 1818, in Italia, scrive Mathilda. Nel 1822, dopo la morte di Percy, fa ritorno in Inghilterra.

Andrea Pamparana “La tragica notte di Sebastopoli”, Bibliotheka

Ispirato ad una storia vera, il romanzo fonde rigore storico e narrazione per ricostruire il disastro della corazzata sovietica Novorossiysk (1955), trasformando un oscuro episodio censurato della Guerra Fredda in una profonda riflessione sulla ricerca della verità.

Copertina del romanzo "La tragica notte di Sebastopoli" di Andrea Pamparana, Bibliotheka Editore

Bibliotheka

Dal 10 aprile

Il nuovo romanzo di Andrea Pamparana fonde una rigorosa ricostruzione storica alla libertà della narrazione letteraria per raccontare uno dei misteri più drammatici della Marina sovietica: l’improvviso affondamento della corazzata Novorossiysk, avvenuto nel 1955.
La vicenda prende le mosse dalla Seconda Guerra Mondiale, seguendo le vite di Nino, Carlo e Luca, giovani marinai italiani che a bordo del Giulio Cesare vivono i momenti convulsi dell’armistizio dell’8 settembre. La nave sarà poi ceduta all’Unione Sovietica come riparazione di guerra, diventando l’ammiraglia della flotta del Mar Nero.
Il volume esplora l’inquietante ipotesi di un sabotaggio segreto ordito da ex incursori della Xª Flottiglia MAS che, mossi da un senso di onore quasi sacrale, avrebbero deciso di distruggere l’unità piuttosto che vederla servire sotto una bandiera nemica durante la Guerra Fredda.
Il racconto si distingue per la sensibilità con cui affronta l’etica del mare, mettendo in luce una solidarietà fatta di gesti semplici e di un rispetto che superava divise e ideologie. La vera nobiltà del marinaio emerge qui nella capacità di mantenere vivi legami umani — come la condivisione di un pezzo di pane tra prigionieri — e nel dare priorità assoluta al salvataggio dei naufraghi, anche nel cuore del combattimento. Il libro si chiude con un’amara riflessione sul silenzio delle istituzioni, offrendo una meditazione universale sulla dignità dell’uomo di fronte agli oscuri ingranaggi della Storia.

Incipit:

Yurek si accese una Belmoralcanal, una papirosa con molto cartone e poco tabacco, con il disegno sul pacchetto che riproduceva la costruzione del Canale Mar Bianco-Mar Baltico. Aspirò con voluttà perché era l’ ultima sigaretta del suo giorno di libertà. A breve sarebbe risalito sulla nave dopo alcuni giorni di riposo nel porto di Sebastopoli, affacciato sul Mar Nero che bagna l’Ucraina. Yurek era un marinaio semplice, nato in Georgia e chiamato dalla Marina Militare Sovietica, dopo tre mesi di addestramento teorico e pratico, ad imbarcarsi sulla corazzata Novorossiysk. Yurek era un nome polacco; suo padre faceva l’autista per un pezzo grosso del Partito comunista a Varsavia, un importante funzionario della Marina che a tempo debito aveva aiutato il giovane ad arruolarsi. Era nato in Georgia al confine con l’Armenia, dopo i trasferimenti imposti da Stalin a molte famiglie ucraine e polacche per ripopolare quelle zone a bassa natalità ai confini orientali, come la Georgia, patria dello stesso Stalin, e l’Armenia, terra rocciosa senza sbocchi sul mare, ma ricca di miniere di ferro e bachelite.

Andrea Pamparana, giornalista, scrittore, sceneggiatore, conduttore radiofonico e televisivo, ha iniziato la carriera il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro e della strage di via Fani. Da allora si è occupato di cronaca giudiziaria, politica estera e politica interna. Inviato per il Tg5, già capo della redazione milanese del Tg, ha seguito dal Palazzo di Giustizia di Milano tutte le fasi salienti della vicenda di Tangentopoli. Vicedirettore del Tg5 dal 2000 al 2016. Ha scritto oltre trenta libri su temi di attualità nazionale e internazionale e diversi romanzi tra cui, con Bibliotheka, Un condominio (2023).

Fabio Montella “Donne invisibili.La Resistenza femminile nella Bassa modenese”, Bibliotheka

LE DONNE INVISIBILI DELLA RESISTENZA IN UN’INDAGINE CHE INTRECCIA DOCUMENTI D’ARCHIVIO E TESTIMONIANZE IN PRESA DIRETTA

Copertina di Donne invisibili di Fabio Montella, Bibliotheka Edizioni, con un ricco apparato iconografico

Con un ricco apparato iconografico

Bibliotheka

Dal 3 aprile

Dopo la caduta di Mussolini, decine di donne della Bassa modenese aderiscono alla Resistenza e si mobilitano per aiutare disertori della Repubblica Sociale, renitenti alla leva, ebrei, soldati alleati in fuga dai campi di concentramento del regime.
Hanno età e istruzione diverse: sono braccianti e mondine, ma anche lavoratrici a mezzadria, maestre, studentesse, suore. Molte conoscono l’arresto, il carcere, le percosse, le torture. Sette perdono la vita, fucilate o uccise per rappresaglia. Anche se non mancano donne che prendono parte ad azioni armate, la partecipazione femminile alla Resistenza, pagina finora poco considerata dagli studi storici, consiste in gran parte nel procurare cibo, vestiti, scarpe, coperte, medicine. E, soprattutto, nel tenere i collegamenti tra i gruppi e con i comandi portando ordini, messaggi, armi, munizioni, esplosivi. L’attività di “staffetta” evoca compiti ancillari, ma è in realtà estremamente rischiosa. In genere le partigiane percorrono chilometri a piedi o in biciletta su strade accidentate, sentieri di campagna o lungo gli argini. Viaggiano con il freddo, il fango e la neve, a volte anche di notte, sempre con il rischio di essere fermate da repubblichini o tedeschi. Nascondono biglietti, stampe e volantini in mutandoni sotto la gonna, in pancere che simulano la gravidanza, nei reggiseni, nelle trecce dei capelli. 
Una Resistenza disarmata, ma efficace, rimasta per troppo tempo ai margini del discorso pubblico e delle ricostruzioni storiche che qui viene portata alla luce grazie a documenti d’archivio inediti e testimonianze in presa diretta. Fabio Montella non si è limitato a consultare documenti e materiali d’archivio, ma ha raccolto le storie dalla viva voce delle protagoniste o dei discendenti, incontrandoli nel corso di numerose occasioni

Fabio Montella, ricercatore indipendente e giornalista professionista, collabora con l’Istituto Storico di Modena ed è assegnista di ricerca (Research Grant Klaus Voigt) all’Istituto Storico Germanico di Roma. Fa parte del Consiglio d’Amministrazione della Fondazione Fossoli. Studioso della storia politica e sociale delle due guerre mondiali e del fascismo, da qualche anno gira l’Italia frequentando archivi, alla ricerca di nuove storie da narrare. Per le sue ricerche ha ottenuto il Premio “Cesare Mozzarelli” a Mantova, il premio “Ricerca di storia locale” dal Comune di Olgiate Molgora (Lecco), il Premio Premio Gen. De Cia e, per due volte, il premio letterario “Tralerighe Storia” a Lucca.

Gaetano Savatteri dialoga con Andrea Camilleri

“Il gatto che prendeva il treno. Conversazione sulla magia delle stazioni”

IN VIAGGIO CON CAMILLERI SUI TRENI DI UN TEMPO E LE VECCHIE STAZIONI

Illustrazioni di Paolo Niutta

Bibliotheka

Nei viaggi in treno e nelle stazioni ferroviarie possono accadere storie straordinarie. Soprattutto se a raccontarle è Andrea Camilleri, siciliano di Porto Empedocle, scrittore, sceneggiatore, regista di teatro, televisione e radio, di cui si celebra il 6 settembre il centenario della nascita.
Autore di oltre cento opere, tradotte in almeno trenta lingue, creatore del personaggio del commissario di Polizia Salvo Montalbano, interpretato da Luca Zingaretti, Camilleri è morto a Roma nel 2019. 

Una conversazione su treni e stazioni tra Gaetano Savatteri, giornalista e scrittore, nato a Milano da genitori di Racalmuto, ma a dodici anni tornato con la famiglia in Sicilia, e Andrea Camilleri esce  con il titolo Il gatto che prendeva il treno (72 pagine, 14 euro).

Incipit

«C’è un treno nella vita di ogni siciliano. Un treno perduto. Un treno che porta lontano o fa ritornare. E c’è un treno – l’immagine e il ritmo lento di un treno – perfino nell’epoca delle auto, degli autobus e degli aerei. Leonardo Sciascia ha scritto che l’avventura della scrittura in Sicilia è legata all’avventura economica e sociale dello zolfo. Da Giovanni Verga a Luigi Pirandello, passando per Sciascia stesso, la letteratura siciliana è impregnata di fumi di zolfo e di vite di zolfatari: Rosso Malpelo di Verga, Ciaula scopre la luna di Pirandello, solo per citare alcune pagine celebri. Racconti sulfurei, come sulfurea è la scrittura di Sciascia, figlio di capomastro di zolfara, fratello di un giovane che si uccise durante uno sciopero in miniera. Proprio allo zolfo, in Sicilia, è legata l’avventura del treno, epica e tragica tanto quanto l’avanzare delle ferrovie americane verso la frontiera del West. Il treno che trasportava il giallo dello zolfo dalle miniere dell’interno verso la costa, lungo la linea ferrata che veniva disegnata dietro pressioni politiche, scontri e polemiche per indirizzare il tragitto – e quindi gli affari – verso una città o un’altra. La scrittura siciliana nasce dunque nel segno dello zolfo e nell’ansare della ferrovia.»

«Ricordo una volta che arrivai a Palermo con il vagone-letto da Roma», racconta nel libro Andrea Camilleri. «Dovevo aspettare la coincidenza per Agrigento. Notai un gatto bianco e nero che si affrettava verso il treno. Io pensavo continuasse il suo cammino lungo la banchina, ma all’improvviso salì. Si avvicinava il momento della partenza, c’era già il capostazione con la paletta, presi coraggio e mi avvicinai: “Senta su questo treno è salito un gatto”. Non batté ciglio. Mi disse: “Com’era?”. “Bianco e nero”. “Non si preoccupi, disse, scende a Termini Imerese. Durante la mezz’ora di viaggio tra Palermo e Termini cercai il gatto, ma non ve n’era traccia. Affacciato al finestrino, alla stazione di Termini Imerese, lo vidi scendere. Allora chiesi al controllore: “Ma c’era un gatto su questo treno, l’ha visto?”. “Non si preoccupi”, mi disse il controllore, “riprende stasera il treno delle otto per Palermo”».

Gaetano Savatteri, giornalista e scrittore, è nato a Milano nel 1964 da genitori di Racalmuto, e a dodici anni è tornato con la famiglia in Sicilia. Ha lavorato al Giornale di Sicilia, al quotidiano L’Indipendente, dove è stato inviato speciale, in seguito al Tg3, al Tg5 e a Rete 4. Dai romanzi e racconti che hanno per protagonista il giornalista e investigatore Saverio Lamanna, è stata tratta la serie televisiva Màkari con protagonista Claudio Gioè. Nel 2003 ha ricevuto con Camilleri il Premio Racalmare-Leonardo Sciascia.

Hermann Broch “La morte di Virgilio”, Bibliotheka

Considerato l’ultimo esemplare del romanzo moderno borghese, affiancato alle opere di Proust e Joyce, tradotto in oltre 25 lingue, torna Il capolavoro di Hermann Broch in una nuova traduzione italiana

Introduzione e traduzione di Vito Punzi

Bibliotheka

Dal 28 novembre

“L’ultimazione dell’Eneide ristagnava completamente già da mesi e non era rimasto altro, se non la fuga e di nuovo la fuga. E la colpa non era della malattia, non dei dolori, cui da tempo s’era abituato e che da tempo dominava, piuttosto dell’inevitabile, inspiegabile inquietudine, quella impaurita sensazione che si prova quando si vaga senza trovare una via d’uscita”. 
Il poeta latino Virgilio è sulla nave che lo sta riportando in Italia dopo un soggiorno ad Atene. Ormai molto malato, si tormenta per non essere riuscito a terminare l’Eneide e vorrebbe bruciare il poema. Cercano di dissuaderlo gli amici Lucio Vario Rufo e Plozio Tucca, assieme all’imperatore Augusto in persona. 
La registrazione immaginaria dell’ultimo giorno di vita del poeta, scritta con una esuberanza che intreccia realtà, allucinazione, poesia e prosa e intitolata La morte di Virgilio ritorna in libreria nella nuova traduzione italiana di Vito Punzi.
Tradotto in più di  venticinque lingue (in italiano oltre 60 anni fa) e molto amato da Hannah Arendt, è considerato il capolavoro di Hermann Broch, che lo iniziò durante la prigionia in un campo di concentramento e vide la luce negli Stati Uniti nel 1945.

“Nessuna notte ci abbraccia e nessun mattino ci abbraccerà  perché siamo sotto incantesimo, senza fuga e senza obiettivo di fuga, non abbandonati a noi stessi, perché le nostre braccia non hanno attratto nulla al nostro cuore”.

Hermann Broch (1886-1951), nato a Vienna da una famiglia di ebrei benestanti, conobbe scrittori e intellettuali come Musil, Rilke, Canetti e Perutz e pubblicò a 45 anni il suo primo romanzo, I sonnambuli. Arrestato e rinchiuso in un carcere nazista dopo l’annessione dell’Austria al Reich, fu liberato grazie all’aiuto di un gruppo di amici ed emigrò in Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti. Qui ottenne la cittadinanza americana, una cattedra di Tedesco all’Università di Yale e portò a termine La morte di Virgilio.