Sebastiano Mondadori “Di cosa siamo capaci”, presentazione

[…]Sospese tra la vita come accade e i ricordi con cui la inseguiranno, Adele e Nina si perdono e si ritrovano lungo cinquant’anni di storia italiana mentre Milano diventa il teatro , ora cupo, ora sfavillante ma sempre più presago –,di un’epoca al tramonto.(da la Nave di Teseo)

Adele e Nina, madre e figlia, dentro cinquant’anni di storia italiana: tra le illusioni del prima e i rimpianti del dopo, dove come sottolinea Ursula Beretta (La Lettura, 15 giugno 2025) è proprio la nostalgia il collante della narrazione, quel “segreto che non osiamo pronunciare perché è fatto della stessa materia dei ricordi”, un’eco che ritorna anche quando tutto sembra finito.
Due donne nel momento della loro giovinezza, due estati decisive, quando ancora tutto appare possibile.
E Milano fa da sfondo ad un’età che sempre più affonda nella nostalgia, proprio perché al tramonto, e dove ciascuno riesce a chiedersi di cosa siamo capaci alla resa dei conti.

Sebastiano Mondadori è nato a Milano nel 1970, vive da anni in Toscana. Prima di Di cosa siamo capaci ha scritto nove romanzi (da Gli anni incompiuti, 2001, premio Kihlgren a Il contrario di padre, 2019); il libro-intervista La commedia umana. Conversazioni con Mario Monicelli (2005, premio Efebo d’Oro); la raccolta poetica I decaloghi spezzati (2021). Presso La nave di Teseo ha pubblicato Verità di famiglia. Riscrivendo la storia di Alberto Mondadori (2022, premio Elba-Brignetti per la saggistica, premio Società dei lettori di Lucca, premio della giuria al premio Biella, premio Antonio Semeria Casinò di Sanremo).

William Le Queux “Il ministro del male. La storia segreta di Rasputin”, Lorenzo de Medici Press

Traduzione e introduzione di Sara Musarra Pizzo

Lorenzo de’ Medici Press

Dal 23 giugno in libreria

Per la prima volta in italiano, la traduzione di un classico della narrativa sensazionalistica inglese. Con una sapiente inventiva romanzesca, Le Queux raccoglie in questo libro l’insieme delle rivelazioni scritte – quasi in forma di resoconto storico – dal giovane Feodor Rajevski, il segretario e servitore personale di Rasputin. Pagine e pagine di segreti, tradimenti e sotterfugi sconvolgenti attorno alla figura di una delle più inquietanti personalità della Russia moderna. I colpi di scena si susseguono in una vertiginosa cavalcata storica dove si intrecciano truci passioni, smodata ambizione e tragedia umana.
Le Queux, da maestro dell’invenzione, traccia di Rasputin un profilo ipnotico e agghiacciante al tempo stesso, nel cuore della corte imperiale russa e sullo sfondo di uno dei più drammatici momenti della storia: dalla prima guerra mondiale alla rivoluzione.

Ma cosa sappiamo davvero di Rasputin? Grigórij Efimovic Rasputin, ladro di cavalli prima e consigliere privato dei Romanoff e mistico russo dopo, nasce a Pokrovskoe il 21 gennaio 1869 in un villaggio della Siberia orientale. Quinto di nove figli, di cui solo due raggiunsero l’età matura, Rasputin dimostra fin da piccolo un’indole improntata sulla spiritualità. Dopo essersi sposato nel 1887, infatti, lascia la sua famiglia e i lavori nei campi per dirigersi verso un monastero a Verchotur’e e vestirsi dei panni del pellegrino. Ben presto afferma di aver avuto una visione della Madonna di Kazan’ e proprio dopo questo episodio decide di dedicarsi completamente alla vita mistica. In quegli anni visita i luoghi santi a piedi, fa ritorno al suo villaggio per aiutare la famiglia nei lavori agricoli ed è solito tenere degli incontri privati nella propria abitazione. Spostandosi da monasteri a conventi e pregando e vivendo di elemosina, Rasputin arriva a San Pietroburgo dove approda alla corte dello zar Nicola II di Russia e della moglie Aleksandra. A Corte è circondato da donne e si comincia a mormorare che sia in grado di prevedere il futuro e guarire i malati. (dall’introduzione)

William Le Queux (1864-1927) scrittore, viaggiatore e diplomatico, ha proposto al pubblico di tutta Europa oltre 150 romanzi. Considerato un maestro del genere poliziesco, giallo e thrilling, Le Queux univa alle trame complesse e ai colpi di scena un particolare interesse per le vicende storiche del suo tempo che seppe reinterpretare e rendere avvincenti a suo modo. La passione per i documenti e i dettagli storici colloca le sue opere a metà strada fra saggio e romanzo. Fra le sue più fortunate creazioni, La spia dello zar (1910), Il mistero del raggio verde (1915), L’ombra del passato (1915), I segreti del Foreign Office (1920).

Voland: novità in libreria

Georgi Gospodinov Fisica della malinconia (Nuova edizione)

“L’immortalità è possibile solo nell’infanzia”
dal 20 giugno in libreria

Un ragazzo è affetto da una strana sindrome: soffre di empatia, è capace di immedesimarsi nelle storie degli altri. Inizia così un viaggio nel mondo del possibile, nel labirinto dei sentimenti mai provati, delle cose mai accadute eppure reali più del reale stesso.
Questo “io” coraggioso e impertinente va e viene dal passato, fa incursione in un futuro di cui abbiamo già nostalgia, e ritorna con un inventario di storie sull’autunno del mondo, sui Minotauri rinchiusi in ognuno di noi, sulle particelle elementari del rimpianto, sul sublime che può essere ovunque.
Bestseller pluripremiato in Bulgaria, pubblicato negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Spagna, Austria, Danimarca e in molti altri paesi europei, torna in libreria il romanzo che ha decretato il successo internazionale di Georgi Gospodinov.

L’autore Prosatore e poeta dall’immaginario sconfinato, GEORGI GOSPODINOV (Jambol, 1968) è l’autore bulgaro moderno più acclamato a livello mondiale. Vincitore dell’International Booker Prize e del Premio Strega Europeo con il romanzo Cronorifugio (Voland 2021), le sue opere sono tradotte in venticinque lingue. Tutti i suoi libri dall’esordio Romanzo naturale (2007, 2023) alle raccolte di racconti...e altre storie (2008, 2021), E tutto divenne luna (2018), Tutti i nostri corpi (2020) fino all’antologia Lettere a Gaustìn e altre poesie (2022) e al recente Il giardiniere e la morte (2025) sono pubblicati in Italia da Voland.

Krisztina Tóth Gli occhi della scimmia

“Perché, cosa significa essere felici? Sul serio, cosa?
Non mi sono mai sentita felice in vita mia.”

dal 27 giugno in libreria

In un paese sinistro senza nome e senza tempo, dove una devastante guerra civile ha lasciato la società divisa tra gli agiati filogovernativi
e una massa di poveri confinati in zone ai limiti della sopravvivenza, Giselle e il dottor Kreutzer si incontrano.
La donna, sull’orlo di un crollo emotivo dopo essere stata seguita per settimane da un giovane sconosciuto, si affida alle cure dello psichiatra, e mentre la terapia la spinge a immergersi nella storia della sua famiglia, anche l’uomo rivive la propria, barcamenandosi tra l’eredità della madre appena scomparsa e la fine di un matrimonio.
Un romanzo sofisticato fatto di vite che si sfiorano appena: storie di donne e uomini, mogli e mariti, madri e padri, mentre il potere e i suoi meccanismi lavorano instancabilmente per seppellire il passato. Una distopia dal ritmo di un poliziesco, pervasa da un raffinato umorismo dalle tinte grottesche.

Nata a Budapest nel 1967, KRISZTINA TÓTH è un’acclamata scrittrice, poetessa e traduttrice dal francese. È autrice di circa quaranta libri tra prosa, poesia e storie per bambini e vincitrice di importanti riconoscimenti. Gli occhi della scimmia è stata l’opera di narrativa più venduta in Ungheria nel 2022 e si è aggiudicato il Nok Lapja per il miglior romanzo contemporaneo ungherese e il premio del pubblico Merítés-díj.

Virion Graçi “Il paradiso dei folli”, Bibliotheka Edizioni

DEBUTTO IN LINGUA ITALIANA PER UNA DELLE VOCI PIU’ NOTE DELLA LETTERATURA ALBANESE

Traduzione di Julian Zhara

Bibliotheka

Dal 20 giugno in libreria

Nei primi anni Novanta del secolo scorso un trentenne albanese emigra clandestinamente in Grecia. A casa la situazione precipita: il figlio Tori inizia a scrivergli lettere (che non gli invierà mai) per raccontare i continui tradimenti della madre Lora.   
Tori muore improvvisamente e la voce che gira in paese è che la madre abbia ucciso il figlio conficcandogli nel sonno un ago rovente in testa. Il protagonista rientra in Albania; la moglie è ricoverata in manicomio e lui si sposa con una ragazza bella e molto giovane, che si trova presto incinta e lo tradisce. 


Feroce realismo di matrice americana ed epopea balcanica, cruda rapsodia e narrazione incalzante si intrecciano nel romanzo Il paradiso dei folli dello scrittore albanese Virion Graçi .

Il padre si occupò seriamente del figlio dopo quattro anni, quando Ana, la sua seconda moglie, molto più giovane e bella di lui, aveva perfezionato l’arte della cucina. I cento e cin­quantacinque partecipanti alla cerimonia della traslazione delle ossa ebbero il raro privilegio di provare l’abilità della nuova donna di casa coi sette piatti tradizionali, cucinati da lei, per il pranzo della sepoltura.  L’uomo addetto alla sepoltura non rivelò al padre che dalla superficie del cranio di suo figlio emergeva la punta di un ago, giusto dello spessore che occupava prima la pelle. Il tanato­prattore, amico del padre, aveva strofinato con le sue mani tozze, coperte da guanti pesanti da muratore, il cranio mac­chiato, ma si era fermato sull’ago… un frammento libero… sì, era davvero un ago… lo aveva estratto con attenzione per non provocare danni o rumori strani… un ago lungo sette centimetri, un ago comune come quelli che usiamo tutti per cucire.

Nato ad Argirocastro nel 1968, Virion Graçi è una delle voci più interessanti della letteratura albanese contemporanea. Dall’esperienza dell’emigrazione clandestina in Grecia trae il suo primo romanzo, Il paradiso dei folli scritto a 22 anni pubblicato anche in Grecia e in Francia da Gallimard. Dopo aver lavorato per l’agenzia di stampa albanese Ata, è tornato ad Argirocastro come docente universitario di Letteratura e in seguito si è trasferito a Tirana all’Istituto di studi albanologici.

Isabel Allende “Il mio nome è Emilia del Valle”, presentazione

Una storia di amore e guerra, di scoperta e redenzione, raccontata da una giovane donna coraggiosa che affronta sfide monumentali, sopravvive e si reinventa.(da Feltrinelli)

Traduzione di Elena Liverani

Una nuova eroina della Allende, Emilia del Valle, nasce a San Francisco nel 1866; è una giovane audace e intraprendente cui non manca un’altra virtù, la curiosità che la spingerà ad essere  e a diventare una donna indipendente che sa sfidare le strette norme sociali per realizzare e mettere a frutto la propria passione per la scrittura: scrive romanzi d’avventura con pseudonimi al maschile e prosegue sulla sua strada diventando reporter di guerra in Cile, conflitto che vive in prima linea firmando con il proprio nome i suoi editoriali.
Conoscerà il padre biologico, un aristocratico cileno che aveva sedotto la madre e scoprirà anche l’amore:  una narrazione tra realismo e magia, propria della scrittura della Allende.

L’incipit

Il giorno del mio settimo compleanno, il 14 aprile 1873, mia madre, Molly Walsh, mi mise l’abito della domenica e mi portò a Union Square per farmi fare una fotografia, l’unica della mia infanzia, in cui compaio in piedi accanto a un’arpa con lo sguardo atterrito di un impiccato a causa di tutto il tempo in cui dovetti trattenere il respiro davanti a una scatola nera e dello spavento che mi presi con il lampo del riflettore. Devo precisare che non so suonare nessuno strumento, l’arpa era uno dei polverosi accessori dello studio, oltre a colonne di cartapesta, vasi cinesi e un cavallo imbalsamato.
Il fotografo era un omino baffuto di origine olandese che si guadagnava da vivere con quel mestiere dai tempi della febbre dell’oro. A quell’epoca i minatori, che scendevano dalle montagne per mettere al sicuro le loro pepite d’oro nelle banche di San Francisco, si facevano scattare una foto da inviare alle loro famiglie quasi dimenticate. Quando dell’oro non rimase che il ricordo, i clienti dello studio divennero le persone altolocate che posavano per i posteri. Noi non rientravamo in questa categoria, ma mia mamma aveva le sue buone ragioni per volere un ritratto di sua figlia. Più per principio che per necessità, mercanteggiò sul prezzo. Che io sappia, non ha mai comprato niente senza togliersi lo sfizio di chiedere uno sconto.

Della stessa autrice su tuttatoscanalibri

Donne dell’anima mia. Dell’amore impaziente,della lunga vita e delle streghe buone”

Pablo Maurette “Il senso dimenticato. Breve storia del tatto”, presentazione

Il senso dimenticato è una storia culturale del tatto, il senso che ha plasmato l’arte, la filosofia e la letteratura. Un viaggio curioso e sorprendente nelle nostre radici per capire come non solo di sguardi, di suoni, di odori e sapori sia fatto il nostro immaginario, ma soprattutto di ciò che è riuscito a sfiorare la nostra superficie fino a toccarci nel profondo.(da Il Saggiatore)

Pablo Maurette, professore alla Florida State University, in questa breve storia, richiamandosi a scrittori, poeti, intellettuali ma anche a persone comuni, riscatta questo senso dimenticato.
Un senso fondamentale tanto che Lucrezio lo riteneva nel De rerum natura in grado di governare la natura e considerava gli altri sensi come sue varianti.
Ci aiuta infatti a percepire, a venire in contatto con la realtà esterna attraverso quella pellicola che si estende sul tutto il nostro corpo, l’epidermide, l’organo più esteso della nostra fisicità che si forma già a partire dell’ottava settimana di gestazione e con il quale il feto percepisce ciò che lo circonda.

Oggi  il mondo digitale, che fin dal nome sottolinea la facoltà delle dita, permette facilmente di cogliere l’interattività definita aptica, che vuol dire entrare in contatto, toccare, afferrare, in questo caso attraverso  i polpastrelli.
Una storia quella di Maurette che dopo un elogio del senso propone una sorta di rilettura aptica dell’arte occidentale a partire dall’Iliade.
Una riflessione e un’indagine particolare è poi dedicata  al baciarsi, usando il tatto come grande alleato che, attraverso limitati e focalizzati “contatti”,  ci aiuta a penetrare noi stessi, il mondo degli esseri fuori di noi, la realtà in senso globale che ci circonda.

Pablo Maurette (Buenos Aires, 1979), è professore alla Florida State University. Collabora con diverse testate argentine tra cui Clarín, La Nación e Perfil, e con la Repubblica. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Il tempo è un fiume (2022).

NERO COME LA LUNA, a cura di Beppe Mecconi

Nero come la Luna: dodici voci, dodici mesi, un’unica terra da scoprire, la Lunigiana che si veste di noir

12 racconti noir per 12 mesi nella terra di Lunigiana

Introduzione di Marco Ferrari

Testi di Massimo Ansaldo, Roberto Bologna, Sonia Cocchi, Marco Della Croce, Raffaella Ferrari,  Patrizia Fiaschi, Vanessa Isoppo, Beppe Mecconi, Corrado Pelagotti, Susanna Raule, Giorgio Tognoni e Daniela Tresconi

Gammarò Edizioni ( OLTRE)

in libreria dal 14 giugno

Una antologia che è anche anche un progetto solidale:tutti i diritti d’autore maturati dalle vendite saranno devoluti al Centro Antiviolenza Irene della Spezia, a sostegno delle donne vittime di violenza

Dopo  Giallo come il Golfo, la narrativa noir torna con Nero come la Luna, la nuova antologia firmata da dodici autori e autrici , Massimo Ansaldo, Roberto Bologna, Sonia Cocchi, Marco Della Croce, Raffaella Ferrari, Patrizia Fiaschi, Vanessa Isoppo, Beppe Mecconi, Corrado Pelagotti, Susanna Raule, Giorgio Tognoni e Daniela Tresconi,  che danno voce, mese dopo mese, ai misteri e alle ombre della Lunigiana storica: una terra antica e affascinante che si fa protagonista e scenario di dodici racconti inediti.
Ogni racconto, ambientato in uno dei suggestivi paesi, vie e città della Lunigiana, esplora le infinite sfumature del noir, restituendo al lettore un viaggio letterario che attraversa il tempo e lo spazio di una regione dove il passato si mescola al presente e il mistero è di casa. L’introduzione è affidata a Marco Ferrari, che apre le porte a un universo narrativo capace di sorprendere e coinvolgere.
Nero come la Luna non è solo un omaggio alla narrazione di genere, ma anche un progetto solidale: come già accaduto per il volume precedente, tutti i diritti d’autore maturati dalle vendite saranno devoluti al Centro Antiviolenza Irene della Spezia, a sostegno delle donne vittime di violenza.

Beppe Mecconi è nato e vive nel Golfo dei Poeti. Pittore, sceneggiatore, autore e direttore di film-documentari, regista di teatro e recital musicali, scrittore, illustratore di libri per l’infanzia. Le sue fiabe illustrate sono pubblicate in Brasile, Francia, Messico, Polonia. Il romanzo Trabastìa (Gammarò), ottiene i premi “Montale Fuori di Casa” e il “Manfredo Giuliani”. Alcuni altri titoli: Il manoscritto di Laneghè; Laneghè – Isola del mar tenebroso (premio Scaramuzza); I proverbi della Signorina Celide. Suoi racconti sono presenti in varie raccolte e antologie. Diploma ufficiale dell’UNICEF nel 1994. Nel 2019 un suo progetto viene esposto nell’Euro Parlamento di Bruxelles. Nel 2022 ottiene l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per meriti artistici e culturali.

Giallo come il golfo da Tellaro a Portovenere. 12 racconti gialli per 12 mesi, a cura di Beppe Mecconi

Dario Fertilio – Guido Primiceri “Giocare l’impossibile. Colpi e caratteri estremi del tennis.Dalla smorzata di Alcaraz al rovescio bimane in salto di Sinner “, Mursia

In libreria dal 13 giugno

Mursia

«I giocatori visti da vicino, con i colpi mitici del tennis. Estremi quanto unici, inimitabili e per sempre legati alle personalità dei loro autori.»

I grandi campioni di oggi e del passato, da Alcaraz a Sinner, da Djoković a Connors, da Pancho Gonzales a Nadal, raccontati a partire dal loro colpo «estremo», quello in cui si esprime al massimo grado la qualità tennistica, e una fusione speciale di preparazione e istinto. Così il servizio di Isner e la risposta di Djoković, il serve-and-volley di Rafter e la smorzata di Alcaraz, il rovescio bimane in salto di Sinner e il tweener di Gasquet. Fino alle prodezze che suscitano maggior meraviglia, come il colpo laterale alla rete, la veronica e la smorzata, l’anticipo e il recupero pallonetto. Di ogni campione della racchetta presente in questa galleria non vengono soltanto analizzate le caratteristiche tecniche e i virtuosismi, ma anche ritratti i lati meno noti del carattere, le debolezze, i segreti, le superstizioni, le passioni non confessate e in qualche caso anche le follie.

Ci sono attimi nella storia dello sport che restano sospesi in un tempo anomalo e in uno spazio indefinito, consegnati a una specie di eternità. Sono fotogrammi della memoria plastici, iconici. Affini ai grandi momenti destinati a segnare una svolta simbolica nella politica, nell’arte, nella scienza e in genere nella creatività umana. In questi casi, più ancora che il contesto, rimane incastonato nel ricordo collettivo il gesto mai prima compiuto, e il nome del suo autore. Il salto in lungo fuori misura dell’americano Bob Beamon, che nell’anno 1968, a Città del Messico, accende sullo schermo dello stadio la cifra incredibile di 8,90, più di mezzo metro oltre il record mondiale fino ad allora conosciuto. Il mattino del 1972 in cui Bobby Fischer non si presenta alla seconda partita del campionato del mondo di scacchi, in corso a Reykjavik, e lascia la vittoria al campione in carica Boris Spassky, sfibrandolo nell’attesa a tal punto da costringerlo alla resa negli incontri successivi. Il goal segnato di mano da Diego Armando Maradona nel 1986, in Messico, ai danni dell’Inghilterra, eseguito con tale rapidità da rendersi sul momento invisibile a tutti. Il diretto destro con cui George Foreman nel 1994, sul ring di Las Vegas, a quasi 46 anni, spegne le luci del giovane campione del mondo, super favorito, Michael Moorer. Il salto nell’abisso di Umberto Pellizzari, che sfida le paure del buio sottomarino e i limiti della resistenza umana, nel 1999, scendendo in apnea, in assetto variabile no limits, fino a 150 metri di profondità.
Tutti questi episodi restano indelebili nella storia dello sport. E hanno una caratteristica in comune: sono per definizione tanto estremi quanto unici, irripetibili e inestricabilmente legati alle personalità dei loro autori.
Ma nessuno di essi è raffrontabile a quanto avviene nel tennis. Perché, a differenza di tutte le altre discipline sportive, in questo caso i colpi estremi – qualsiasi altra definizione si possa trovare per definirli, come «perfetto», «illegale», «inaudito» o addirittura «impossibile» – non possono essere risolutivi. La ragione si illustra da sé: il tempo di gioco nel tennis non conta, si prosegue fino a quando il match point decisivo è stato giocato, e nonostante tutti gli accorgimenti moderni per ridurne la durata – come il tiebreak, il super tie-break o il killer point – potenzialmente gli incontri potrebbero proseguire all’infinito. Insomma, i colpi «impossibili», anche se riescono, in questo sport non segnano la fine. Il momento successivo si fa tabula rasa e si ricomincia da capo, come se niente fosse successo. A meno che vengano ripetuti in numero sufficiente, e negli episodi chiave dell’incontro, quelli in cui la volontà dell’avversario si incrina, mentre affaticamento fisico e mentale diventano una cosa sola.

Dario Fertilio (Modena, 1949), giornalista e scrittore tradotto in numerose lingue, è autore di saggi e romanzi, poesia e teatro, oltre che articolista per vari quotidiani e vincitore di numerosi premi letterari. È appassionato di tennis.

Guido Primiceri (Milano, 1982), giocatore professionista fino al Duemila, è stato numero 378 del mondo a vent’anni prima del ritiro per infortunio. Maestro nazionale, ha fatto parte della prestigiosa Academy di Nick Bollettieri in Florida.

Davide Morosinotto “Il leggendario tesoro di Hell Gate”, presentazione

In copertina una scatola di fiammiferi primo Novecento.

“Una storia di misteri, amicizia e riscatto, ambientata nella New York degli anni Venti.
Li chiamavano la gang degli Scarafaggi, e che la vita non fosse giusta, loro l’avevano sempre saputo”.(da Mondadori ragazzi)

Lettura adatta a ragazzi dai 10 ai 14 anni

Una squadra di “scarafaggi” della 110^ Strada, di cui ciascuno aveva meritato il soprannome nell’East Harlem: Lucy era nera e aveva tanta rabbia dentro; Mario, con i suoi sogni, veniva dal Nord dell’Italia e stranamente non dal Sud, con la madre pazza a cui lui presto avrebbe potuto assomigliare; Tommy con la sua miseria visto che in famiglia erano tanti e quindi poverissimi; Amy, con tutti i suoi segreti, coreana ma detta cinese; e Rico che voleva solo essere invisibile.

A questo cast si aggiunge un’ambientazione, nella New York degli anni ’20, ricca di elementi misteriosi e intriganti: una nave affondata, quella della fregata Hussar, nave di Sua maestà britannica inabissata nel 1780 appena fuori dalla baia di New York, nelle acque di Hell Gate; un relitto prezioso che pare portasse settanta forzieri di lingotti d’oro, la paga dei soldati inglesi impegnati nella guerra contro le colonie americane,  un tesoro cercato da molti e mai ritrovato, un tesoro qundi perduto e un cadavere senza nome con un biglietto nel calzino con un messaggio in codice.
Storia vera alla base, documentata dalle ricerche dello scrittore, e romanzo si intrecciano in questo ultimo lavoro di Davide Morosinotto, premiato narratore, che si è documentato anche sul campo: strade, musei, biblioteche in cui i protagonisti saranno impegnati alla ricerca di dati, manoscritti, notizie d’archivio per la loro caccia al tesoro.
Un corposo testo di quasi cinquecento pagine i cui ingradienti non possono non catturare la fantasia dei più giovani ma anche dei più grandi, in cerca di storie come quelle affascinanti che hanno caratterizzato le letture dell’età giovanile, in questa caccia al tesoro davvero trascinante in cui l’intraprendenza e il coraggio ma anche la disperazione e la ricerca di un riscatto giocano la parte maggiore.

L’incipit

Tutti li chiamavano gli Scarafaggi della 110a strada. E loro odiavano quel nome, ma gli si era appiccicato addosso, che lovolessero o no.
Era stato Toni Taglio a darglielo, una volta che aveva trovato Mario da solo davanti al negozio di caramelle nella sua zona.
Toni lo aveva preso di spalle a tradimento (almeno, così sosteneva Mario), lo aveva sbattuto contro il muro e gli aveva detto, standogli a tanto così dalla faccia: “Sai cosa siete, tu e i tuoi amici?”.
Aveva il fiato che puzzava di cipolla.
“Siete solo degli stupidi scarafaggi. E sai perché?”
Mario non lo sapeva.
“Siete degli scarafaggi perché riuscite a fare schifo a tutti, anche se viviamo in questo posto di merda.”
Il “posto di merda” era East Harlem, il quartiere degli italiani, e secondo Mario non era tanto male, e comunque era casa sua.

Davide Morosinotto tradotto in 25 lingue, ha vinto il Super Premio Andersen nel 2017 con Il Rinomato Catalogo Walker&Dawn (Mondadori) e lo Strega Ragazze e Ragazzi 2021 con La Più Grande (Rizzoli), titolo con cui è entrato nella IBBY Honour List 2021. Per Mondadori ha pubblicato anche La sfolgorante luce di due stelle rosseIl fiore perduto dello sciamano di K. e L’ultimo cacciatore, finalista al premio Andersen 2022. Molti sono i suoi riconoscimenti internazionali: finalista al prestigioso Deutscher Jugendliteraturpreis e vincitore del Penzberger Urmel in Germania, ha vinto anche il Prix des Bouquineurs en Seine e il Grand Prix des Lecteurs du Journal de Mickey in Francia, il Vlag en Wimpel e lo Zilveren Griffel in Olanda, il KJV nelle Fiandre, il premio Protagonista Jove in Catalogna ed è stato nominato alla Carnegie Medal 2022 nel Regno Unito. La ladra del vento fa parte della “Saga dei Da Mar”, insieme a Il figlio del mare.

Armando Romero “Cajambre. Suspense nel Pacifico colombiano”, Bibliotheka Edizioni

UN INSOLITO OMICIDIO NELLA FORESTA COLOMBIANA RACCONTA IL PACIFICO E LA SENSUALITA’ DELLE SUE DONNE

Traduzione di Claudio Cinti

Bibliotheka

Dal 13 giugno

Chi ha ucciso Ruperta, trovata morta con una pallottola in testa? Si è trattato di una disgrazia, di un assassinio o di un regolamento di conti? 
Facilitato dalla parlanteria, il pettegolezzo che corre di bocca in bocca, sono in molti a porsi queste domande nel piccolo villaggio colombiano di Playitas, immerso nella lussureggiante foresta lambita dalle acque del fiume Cajambre. La risoluzione dell’enigma si dipanerà nella circolarità temporale della novena, le nove notti e i nove giorni in cui il corpo della donna verrà accudito prima della sepoltura, per consentire alla sua anima di ascendere al cielo e di non vagare senza meta, in una perenne dannazione. Ambientato nella cornice storica degli anni ’60, in cui tensioni rivoluzionarie e divisioni sociali dilaniano l’America Latina, Cajambre è il sentito omaggio dello scrittore colombiano Armando Romero alla cultura delle coste del Pacifico e alle sue donne.  
L’autore ci conduce in uno stravagante noir dell’anima, in cui la fluidità della scrittura narrativa, il ritmo dei dialoghi, la vivacità delle descrizioni, sprazzi di umorismo nero, squarci di torrida sensualità, vertiginose discese nel soprannaturale si susseguono senza soluzione di continuità. 

Nato in Colombia nel 1944, Armando Romero è uno dei maggiori autori latino americani contemporanei. Scrittore eclettico e anticonformista, ha pubblicato libri di poesia, saggi e racconti tradotti in molte lingue. Professore del centro ricerche Charles Phelps Taft all’Università di Cincinnati (Ohio), è stato insignito nel 2008 dall’Università di Atene del titolo di dottore honoris causa.  Nel 2005, a New York, ha vinto il Latin American Book Award), mentre con Cajambre ha ottenuto in Spagna nel 2008 il Premio Novela Corta Pola de Siero.