Younis Tawfik ” L’ISIS raccontato da mia madre”, Oligo Editore

OLIGO EDITORE

Mosul, 2017. Gli uomini dell’ISIS lasciano la seconda città dell’Iraq dopo tre anni di barbarie. Prima, solo poche videochiamate, permesse da una connessione internet incerta, sono state l’unico fragile filo a unire Younis Tawfik, trasferitosi a Torino nel 1978 per imparare la lingua di Dante, e la sua famiglia, ostaggio del fanatismo. Dallo schermo del pc, la mamma racconta di uccisioni sommarie, segregazioni, discriminazioni.

Il Paese laico e multiculturale degli anni Settanta è un ricordo lontano. L’autore, tra i maggiori esperti di Medio Oriente in Italia, mostra senza veli le ferite provocategli dal terrorismo in prima persona, mettendosi a nudo in pagine dolorose che raccontano dell’uccisione di suo fratello per mano di al-Qaida o di tutte le sofferenze sopportate dalle sue sorelle in patria; non prima, però, di avere tracciato un efficace quadro storico per comprendere le radici ideologiche e culturali dello Stato Islamico, sorto sulle ceneri del sogno pan-arabo e con l’illusione di riscattare le sconfitte dell’antico califfato abbaside.

Morire per una giusta causa potrebbe essere un’impresa nobile. Sicuramente scioccante, ma qualcosa che possiamo accettare. Tuttavia nessuna fede raccomanda di uccidersi togliendo la vita a un altro essere umano. Nella loro essenza, nel loro più autentico messaggio spirituale, le tre religioni monoteiste propongono valori morali elevati e un annuncio di autentica salvezza per l’uomo che non contempla mai la possibilità di annientare l’altro, il diverso, il quale invece deve essere sempre accolto e riconosciuto come membro della grande famiglia umana. Le tre religioni amano talmente la vita da vietare persino la possibilità di togliersi la propria, figuriamoci quella degli altri. Certo, un uomo di fede può avere dei dubbi sulla propria esistenza, può impegnarsi a smascherare gli idoli – anche quelli del nostro tempo – ma non può mai arrivare a giustificare azioni violente, tantomeno quelle nichiliste dei moderni kamikaze jihadisti. Per parlare di ISIS, di quello che è successo e che sta ancora accadendo in terre solo apparentemente lontane dal nostro Paese, voglio partire proprio da qui. Da una coppia di parole: Jihād e kamikaze.

YOUNIS TAWFIK è nato a Mosul, in Iraq. Nel 1979 si trasferisce a Torino dove nel 1986 si laurea in Lettere, per poi dedicarsi alla divulgazione della letteratura araba (traducendo autori quali Gibran) e collaborare come opinionista a testate come “Repubblica”, “Il Mattino” e “Il Messaggero”. Attualmente presiede il Centro culturale italo-arabo di Torino “Dar al-Hikma” ed è membro della Consulta islamica in Italia. Ha pubblicato libri di poesia e vari saggi e romanzi, soprattutto per Bompiani. Da La straniera (2000, vincitore del Premio Grinzane Cavour) è stato tratto l’omonimo film con la regia di Marco Turco. Per Oligo ha pubblicato La sponda oltre l’inferno (2021, secondo classificato al Torneo Robinson di Repubblica).

Massimo Gatta “Breve storia di delitti in libreria”, presentazione


[…]Massimo Gatta, […] bibliografo erudito, costringe deliziosamente il lettore a concentrarsi per non confondere il reale con la fantasia, distinguere i luoghi di carta da quelli che hanno un vero indirizzo, e separare i personaggi dai loro creatori. Il gioco riesce così bene che perfino la prefazione è a firma di un celebre personaggio bidimensionale di gialli, primo dirigente della Questura di Milano, il quale di questo saggio ha scritto che «è, a ben vedere, una scorribanda tanto dotta quanto ammiccante fra delitti, librerie e biblioteche bidimensionali per investigatori bidimensionali».(da Scheda libro di Graphe.it)

Massimo Gatta, bibliotecario dell’Università degli Studi del Molise e studioso di editoria del Novecento, bibliografia, storia della bibliofilia e di quanto concerne il libro, come contenuto e quanto lo racchiude, ha pubblicato per Graphe.it Brave storia di delitti in libreria. Un testo smilzo, 60 pagine, risultato di due anni di ricerche, costruendo una guida ragionata ad un sottogenere del “giallo”: il bibliomistery.

La storia del genere bibliomistery raccoglie esempi datati e illustri dove la libreria non costituisce solo l’ambientazione ma la scena del crimine e dove ogni indizio tende a depistare, tanto che la Premessa al saggio è scritta a nome Norberto Melis. Chi conosce e legge i gialli di Tuzzi sa bene di chi si tratta: un personaggio ben riuscito, amato dai lettori e protagonista di ben 16 opere in giallo di cui è primo dirigente, precedentemente vice questore e commissario, ad indagare con la sua squadra nella Milano degli anni ’80. Un personaggio di carta che svolge un compito, scrivendo la Premessa ad un saggio, e ponendo immediatamente alla ribalta per il lettore la necessità di muoversi e saper distinguere  tra pagine d’autore, personaggi di carta, di fantasia e la realtà. L’ho trovato curiosamente interessante anche per essere conoscitrice ed estimatrice di tutti i romanzi di cui il Melis è attento  e capace investigatore.

Un genere il bibliomistery che fa la sua prima comparsa nel 1836 ad opera di Gustave Flaubert e che in Italia ha avuto in De Angelis, nel 1936, il primo ad utilizzare la libreria come scena del crimine;  e ancora, che dopo di lui il genere ha trovato molti seguaci e molti esempi che, per conoscerli tutti, basterà leggere l’interessante saggio di Gatta.

Da sottolineare che il volume si completa di un poster con le copertine delle edizioni originali delle opere citate.

Brevi note biografiche

È autore di circa cinquecento pubblicazioni, tra le ultime: L’Aldo degli scrittori. La figura e l’opera di Aldo Manuzio nell’immaginario narrativo (secoli XVI-XXI), (Biblohaus, 2018), Metallibri. Latta, ferraglia & bulloni nell’editoria futurista (Biblohaus, 2018), Segnalibro (Babbomorto editore 2018) e Librai, librerie et amicorum. Appunti per una bibliografia (Biblohaus, 2018), Come e perché mantenere in perfetto disordine i propri libri (FuocoFuochino, 2019).(da Graphe.it)

Aldo Moro – Pietro Nenni “Il carteggio ritrovato(1957-1978)”, Arcadia Edizioni

Oltre 300 tra lettere, biglietti ricostruiscono gli scambi tra i leader democristiano
e socialista durante i governi di centro-sinistra.

A cura di Stefano Godano, Renato Moro, Antonio Tedesco

Introduzione Renato Moro, prefazioni di Fabio Martini e Marco Damilano

 Arcadia Edizioni

Un fitto carteggio, in gran parte inedito, di oltre trecento tra lettere, biglietti e telegrammi, consente di ricostruire il rapporto umano e politico che si venne a creare tra il democristiano Aldo Moro, per cinque volte Presidente del Consiglio, e Pietro Nenni, leader storico del Partito socialista italiano.

I loro scritti ci permettono di entrare nella «stanza dei bottoni» del primo governo di centro-sinistra negli anni Sessanta e di verificare i problemi concreti e le difficoltà in anni di grandi cambiamenti della società italiana. L’opportunità viene offerta dal libro Il carteggio ritrovato (1957-1978), in libreria il 19 aprile per le edizioni Arcadia con un’introduzione di Renato Moro, le prefazioni dei giornalisti Fabio Martini e Marco Damilano e a cura di Stefano Godano, Renato Moro e Antonio Tedesco (pagine 360, 21 euro).

Uomini diversi per estrazione politica e ideologica, per carattere e temperamento, ma uniti dall’esigenza di dare una forte spinta alla modernizzazione del Paese, Moro e Nenni collaborarono, pur tra difficoltà e ostracismi, per consentire all’Italia di raggiungere importanti risultati nell’ambito dei diritti dei lavoratori, dei diritti civili, del welfare e del contenimento degli squilibri economici dei territori dopo gli anni del frenetico boom economico.

Un primo aspetto è proprio il contributo che il centro-sinistra ha dato alla modernizzazione del Paese, con redditi migliori e più equamente distribuiti, l’accorciamento delle distanze tra il Sud e il resto del paese, il significativo abbassamento del tasso di analfabetismo.

“Accanto alle riforme più incisive (nazionalizzazione dell’energia elettrica, scuola media obbligatoria, Statuto dei lavoratori), la classe politica diede anche risposta a paure fondamentali come la vecchiaia e la malattia”, ricorda in una delle prefazioni Fabio Martini inviato del quotidiano La Stampa. “È allora che furono fissati i pilastri della sanità pubblica e del sistema previdenziale. È allora che nasce lo Stato sociale in Italia”.

Nel carteggio tra i due statisti emergono diversi elementi di interesse per gli storici e per coloro che intendono approfondire una stagione importante della vita politica italiana. In primo luogo, con un’angolatura nuova, le vicende e le dinamiche che hanno contraddistinto l’azione dei governi di centro-sinistra e le spinte politiche provenienti dai due principali partiti della coalizione, il Psi e la Dc, spesso in aperta contrapposizione.

“Nella storiografia sul centro-sinistra – ricorda Marco Damilano, giornalista, conduttore del programma Il cavallo e la torre su Rai Tre – è sempre prevalsa la critica, l’accento è andato sulle lentezze e le carenze, sul Paese mancato, più che sulle realizzazioni. Eppure, per i due leader l’operazione politica ha un valore in sé, l’incontro di diversi riformismi, aspramente contrastati per il movimento che provocano, più profondo dei singoli provvedimenti, dalla scuola alla programmazione alla riforma urbanistica, che costituiscono l’oggetto della contesa politica”.

Il carteggio rivela anche gli aspetti connessi al rapporto di stima e di fiducia che si viene a creare tra Nenni e Moro sin dalla fine degli anni Cinquanta. “Venivano da esperienze e da culture profondamente diverse – spiega Renato Moro, docente di Storia contemporanea a Roma Tre – ma costruirono un intenso rapporto umano. Moro fu certamente impressionato dalla limpidezza della figura di Nenni. Molto più giovane del Segretario socialista, Moro guardò certamente a Nenni con il rispetto dovuto a un leader anziano, carico di esperienza e di storia”.

Un rapporto umano che si conserva ben oltre la fase della collaborazione governativa e si spinge fino agli ultimi giorni di vita del leader democristiano, ucciso nel 1978 dalle Brigate rosse.

“Una vera amicizia tra gentiluomini – la definisce Renato Moro – che profuma di antico e che ci ricorda un modo di fare politica che non dobbiamo dimenticare”.

Pietro Nenni (Faenza, 9 febbraio 1891 – Roma 1° gennaio 1980), politico e giornalista, è stato leader storico del Partito socialista italiano. Cresciuto in orfanotrofio, durante la guerra di Libia sfida i carabinieri di Giolitti e viene imprigionato, esperienza che nel corso della vita ripete per ben otto volte. Negli anni Venti si oppone ai compagni massimalisti che, su indicazione di Mosca, intendono liquidare il PSI. Per quasi vent’anni combatte il fascismo dall’esilio e negli anni Cinquanta sfida la perdurante eredità dello stalinismo in Italia. Nel decennio successivo è vice presidente del Consiglio nel primo governo di centro-sinistra presieduto da Aldo Moro.

Aldo Moro (Maglie, 23 settembre 1916 – Roma, 9 maggio 1978), statista immune «alle dolci lusinghe dell’utopia», ma anche al «fascino maschio della decisione», è stato tra i fondatori della Democrazia cristiana e suo rappresentante all’Assemblea Costituente. Segretario della Dc dal 1959 al 1964, presidente nel 1976, ministro più volte e per cinque presidente del Consiglio, ha guidato esecutivi di centro-sinistra tra il 1963 e il 1968 con i socialisti, e tra il 1974 e il 1976 promuovendo la cosiddetta strategia dell’attenzione verso il Partito comunista italiano attraverso il compromesso storico. Nel maggio del 1978 viene rapito dalle Brigate Rosse e barbaramente ucciso.

Silvano Benedetti “Guglielmo Marconi e la Marina italiana. Storia di un legame indissolubile”, Töpffer Edizioni (OLTRE)

Il prossimo 25 aprile ricorre il 150° anniversario della nascita di Guglielmo Marconi.

Töpffer Edizioni (OLTRE)

Tutto è stato già scritto sulla vita di Guglielmo Marconi, dalla sua nascita il 25 aprile 1874 a Bologna, fino alla sua morte a Roma il 20 luglio 1937; per questo, senza entrare eccessivamente negli aspetti più tecnici dei suoi studi e delle sue scoperte, il testo presenta i cardini che hanno determinato la grandezza di Marconi come scienziato e sperimentatore: la formazione scientifica, come giunse per primo al traguardo della telegrafia senza fili, superando personaggi ben più titolati e affermati di lui, come le sue ricerche siano sempre state un passo avanti agli altri scienziati, fino allo studio delle onde radar poco prima della sua morte, avvenuta a soli 63 anni. 

La vera novità di questo saggio è fondata sugli straordinari rinvenimenti di reperti avvenuti negli ultimi anni alla Spezia, sui quali mancava ancora una pubblicazione ufficiale. Attorno a queste novità eccezionali, nel 2017 il Museo Navale della Spezia ha inaugurato una intera sala dedicata a Guglielmo Marconi, dove sono esposti questi nuovi reperti marconiani originali, i più antichi al mondo, insieme a una collezione di apparati originali utilizzati dalla Marina italiana a partire dal 1897, e una porzione dello scafo di nave Elettra, laboratorio navigante dello scienziato. Il saggio si sviluppa attraverso un ideale parallelo tra l’attività scientifica di Guglielmo Marconi e lo sviluppo della radiotelegrafia all’interno della Marina italiana; le sperimentazioni sono state rese possibili dal suo stretto rapporto di collaborazione con la Forza Armata che portò enormi giovamenti allo sviluppo della radio; non manca nelle pagine il racconto di Marconi uomo, industriale e patriota.  

Questo saggio è corredato da un ricchissimo apparato iconografico costituito da 110 fotografie in bianco e nero, inserite nel testo, e 50 fotografie a colori in un apposito inserto

Silvano Benedetti Il Contrammiraglio (ris) Silvano Benedetti è laureato in Scienze marittime e navali presso l’ateneo di Pisa e in Scienze religiose presso l’ateneo di Genova. Al termine della sua carriera, nella quale ha svolto incarichi dirigenziali e di comando nell’ambito della Marina Militare, della Difesa e della NATO, ha diretto il Museo Navale della Spezia, ne ha curato la ristrutturazione e l’allestimento delle nuove sale dedicate a Guglielmo Marconi e alle Polene, e ne ha rilanciato il ruolo culturale.Da anni si dedica alla ricerca d’archivio, ha pubblicato numerosi volumi e articoli di storia locale ed è inoltre curatore di mostre ed eventi di carattere tecnico e storico.È socio fondatore e Presidente della Pro Loco del Golfo attraverso la quale promuove la ricerca storica e la valorizzazione e la conoscenza del territorio.

Silvano Vinceti “Il paesaggio della Gioconda. Fra misteri e suggestioni”, Armando Editore

Armando Editore

Dopo anni di ricerca Silvano Vinceti è riuscito a individuare con esattezza i luoghi rappresentati nel più famoso quadro di Leonardo. La scoperta ha destato attenzione in tutto il mondo.

Il libro Il paesaggio della Gioconda racconta l’affascinante ricerca condotta da Silvano Vinceti che porta all’identificazione del paesaggio raffigurato alle spalle della celebre opera di Leonardo da Vinci. Grazie a studi approfonditi e all’analisi dettagliata del dipinto, l’Autore giunge alla conclusione che il paesaggio potrebbe essere ispirato da una catena montuosa e un piccolo specchio d’acqua situati nel territorio del comune di Moncenisio.

Attraverso una narrazione coinvolgente e ricca di dettagli storici e artistici, il libro traccia il percorso seguito da Vinceti nella sua ricerca, svelando al lettore nuove prospettive sul capolavoro di Leonardo. Grazie a questa scoperta, si apre uno scenario affascinante che permette di approfondire la conoscenza dell’opera e dell’artista, offrendo una nuova chiave di lettura del famoso dipinto e della sua incredibile complessità. Un libro che appassionerà gli amanti dell’arte e della storia, portando alla luce nuove prospettive e stimolando la curiosità e l’immaginazione.

SILVANO VINCETI scrittore, autore e conduttore televisivo in Rai di programmi storico-culturali. È Presidente del Comitato per la valorizzazione dei Beni Storici, Ambientali e Culturali. Ha concluso felicemente la ricerca dei resti mortali della modella della Gioconda.

Roberto Franchini “Magone. Declinazioni di uno stato d’animo”, Oligo Editore

STORIA, USI E DECLINAZIONI LETTERARIE DI UNA PAROLA

OLIGO EDITORE

Magone – quella tristezza che non va né su né giù e blocca il respiro – è una parola utilizzata soprattutto nel nord Italia che ha trovato ospitalità nei libri di Teofilo Folengo e Dario Fo, Giorgio Bassani e Alberto Bevilacqua, Antonio Delfini e Gianni Celati, Pier Vittorio Tondelli e Maurizio Cucchi. Si può accostare allo spleen cantato da Baudelaire, alla litost narrata da Milan Kundera, al fado di José Saramago e alla samba di Vinicius de Moraes, sentimenti che hanno a che fare con il viaggio e con la nostalgia di casa e affondano le radici nei viaggi coatti, per schiavitù o per miseria.

Una prima ricerca. Cominciamo dalla definizione. Vi offro le righe che sono apparse sullo schermo del mio computer dopo una veloce ricerca nel web. Al primo posto il sito Internazionale.it che offre la versione online (e in continua implementazione) del dizionario Nuovo De Mauro. Qui ho trovato una prima definizione, a dire il vero assai scarna. Dobbiamo poi ringraziare la Treccani, che da tempo ha affiancato ai maestosi e poco maneggevoli volumi cartacei un ampio deposito digitale di voci e di lemmi, sia enciclopedici che di vocabolario. Tuttavia, anche la Treccani non è stata prodiga di informazioni, ma dobbiamo accontentarci. Se andiamo a sfogliare l’edizione degli anni Sessanta del Novecento non troviamo la parola magone. Una disattenzione colpevole o, peggio, forse il disprezzo per un vocabolo poco nobile. Ancora oggi si trova solo nel vocabolario e nel volume dei sinonimi e dei contrari. Nei cinque dizionari storici dell’Accademia della Crusca – il primo vide la luce nel 1612 e l’ultimo fu aggiornato nel 1923 – la parola magone non esiste come lemma autonomo. Lo si trova invece nell’ottocentesco dizionario del Tommaseo, ma solo all’interno dell’ampia voce dedicata alla gola. Scelta giusta, ma un poco limitativa.  Perché questo scansare una parola conosciuta e utilizzata in molte parti d’Italia? Forse nei secoli passati non la utilizzava nessuno? O era ritenuta volgare e, ancora peggio, dialettale? Oggi, il dizionario Treccani scrive che è parola regionale, espressione ambigua, perché è vero che gli emiliani la considerano una parola del loro dizionario personale, sia in senso storico che geografico, ma non è affatto vero che sia conosciuta e usata solo in quel territorio. Quindi, di quale regione si tratta?

ROBERTO FRANCHINI, giornalista, scrittore e saggista, è stato direttore dell’Agenzia di informazione e comunicazione della Regione Emilia-Romagna, presidente della Fondazione Collegio San Carlo di Modena e del Festival filosofia. Di recente ha pubblicato Il secolo dell’orso (Bompiani), Prigioniero degli altipiani (La nave di Teseo) e L’Ultima nota. Musica e musicisti nei lager nazisti (Marietti 1820).

“Primadonna. Novelle per Eleonora Duse”, a cura di Maria Pia Pagani, Bibliotheka Edizioni

QUANDO LA DIVA ELEONORA DUSE ISPIRAVA NOVELLE AI GRANDI SCRITTORI

Nel centenario della morte dell’attrice, un libro di Bibliotheka raccoglie per la prima volta scritti di D’Annunzio, Panzini, Ojetti, Gozzano e Moretti

Postfazione di Toni Iermano

Bibliotheka Edizioni

Diva, icona, musa ispiratrice e superba attrice di teatro, Eleonora Duse, di cui quest’anno si celebra il centenario della morte, era arrivata al successo nonostante una lunga gavetta che le aveva fatto conoscere la fame, la mancanza di una stabilità domestica e pesanti delusioni affettive.

La sua immagine si è radicata nell’immaginario collettivo anche grazie alle novelle di vari autori italiani che – per la prima volta – vengono presentate nel libro Primadonna. Novelle per Eleonora Duse, in uscita il 5 aprile per le edizioni Biblotheka (252 pagine, euro 18,00, ebook a 4,99). Il libro è a cura di Maria Pia Pagani, ricercatrice all’Università di Napoli Federico II, socio del Pen Club, collaboratrice della Fondazione “Il Vittoriale degli Italiani” e membro del Comitato nazionale per le celebrazioni della morte dell’attrice.

La galleria testuale restituisce la vita dell’attrice, nata a Vigevano, in provincia di Pavia, attraverso lo sguardo attento dei suoi contemporanei: tutti scrittori e scrittrici più o meno noti al grande pubblico, e appassionati di teatro. Una galleria che abbraccia un arco temporale che va dal 1887 al 1925, ovvero da quando la diva comincia a brillare come primadonna a livello internazionale, a un anno dopo la sua morte. Autore d’eccezione è il Duca Minimo, pseudonimo con il quale si firmava il cronista mondano Gabriele d’Annunzio, senza dimenticare Alfredo Panzini e Ugo Ojetti, Guido Gozzano e Marino Moretti. Tra i vari aspetti, affiora anche una geografia che tocca le principali città italiane in cui la primadonna riscosse i maggiori successi: Roma, Torino, Napoli, Venezia, Firenze, Milano e Trieste.

Per tutti la Duse è la sirena delle profondità marine che dona fascino e raffinatezza alla narrazione: la sua celebrità serve a elevare la vicenda, sia quando è menzionata esplicitamente, sia quando e soltanto allusa. Il suo e il richiamo stellare in mezzo a tanti protagonisti sconosciuti e schiacciati dal grigiore della quotidianità”, spiega nella postfazione Toni Iermano, ordinario di Letteratura italiana e presidente dei Corsi di studio in Lettere all’Università di Cassino.

Quando la primadonna diviene anche la protagonista di una novella, “la narrazione si tinge di mitologia e la protagonista appare ai suoi contemporanei avvolta in una vita fiabesca e olimpica”, prosegue Iermano. È quel dettaglio che insegue le tendenze e le mode dominanti e alza le tirature del “prodotto”: gli autori del tempo lo sapevano, e ciascuno, a suo modo, provava a dialogare con le attese entusiastiche del pubblico dei lettori.

Per Eleonora Duse essere primadonna era uno status che andava ben oltre il sistema dei ruoli imperante nella scena italiana. Era infatti una condizione pressoché naturale, per un’anima come la sua. In quanto “figlia d’arte”, sapeva bene che nel mondo del teatro esistevano delle gerarchie, ma era intenzionata a starci dentro a modo suo: si era perciò costruita un cammino contraddistinto da scelte di repertorio non convenzionali per la sua epoca, aveva affrontato molte tournée internazionali, suscitava con la gestione della sua impresa teatrale e della sua immagine divistica l’attenzione di critici e giornalisti, nonché di pittori e fotografi.[…] Va detto che il rapporto di Eleonora con il pubblico e stato spesso conflittuale e assimilato a una forma di martirio bianco, ma la sua scalata al successo e andata indiscutibilmente di pari passo con la conquista della celebrità mondana. Per molto tempo ella ha considerato la massa degli spettatori come una belva famelica da domare, oppure un mostro munito di tanti occhi da cui doversi difendere. Soltanto nella vecchiaia, dopo i lunghi anni del suo silenzio artistico, e giunta a una sorta di riappacificazione che l’ha portata a considerare la sua arte come un dono da offrire agli spettatori. (dall’introduzione di Maria Pia Pagani )

Demetrio Salvi “Un tipo elettrosensibile”, Oltre Edizioni

Un tipo elettrosensibile è una storia vera che descrive mirabilmente una condizione di malattia ambientale che può stravolgere completamente lo stile e la  qualità di vita sino, in extrema ratio, costringere al ritiro sociale: l’elettrosensibilità.

Prefazione Diego Zandel. Postfazione Paolo Orio

OLTRE EDIZIONI

Piano. Piano. Inspira. Con calma. Lascia lavorare il diaframma. Il dolore è al centro del petto. Il cuore batte solo più forte. Espira. Perché ho risposto al cellulare? Se solo avesse funzionato il cordless. Il cellulare è cattivo, il cordless è buono. Il cordless non fa male. Almeno non fa molto male. Respiro. Il cellulare era sulla scrivania. L’ho visto prendere vita. Si è illuminato. Vibrava e squillava con quel suono odioso che ritrovo in infiniti altri cellulari simili. Ho spinto l’icona e, quella, è scivolata leggera fino alla fine. Ma nel momento preciso in cui la connessione è stata stabilita è scoppiato come una bomba, un muro invisibile mi ha colpito, mi ha spinto di lato, due metri più dietro. Un dolore profondo al petto. Il fiato spezzato. Niente più aria nei polmoni. Una paura che veniva da dentro e che si è impadronita del corpo. Nient’altro. Vuoto. Buio. Cosa stavo vivendo? Cosa aveva scatenato il malessere? Che c’entrava il cellulare? Perché qualunque cosa emettesse energia elettromagnetica assorbiva le mie forze e mi levava il fiato? Non lo sapevo.

Questi sono gli appunti di un viaggio che avrebbe perversamente cambiato la mia vita: avrei navigato spesso su mari in tempesta e avrei imparato che, come l’Araba Fenice, per rinascere bisogna necessariamente e dolorosamente morire.

Dalla Prefazione di Diego Zandel. 

Lo scorso 15 aprile dovevo venire a Napoli per presentare a Napoli Libri il mio ultimo romanzo “Eredità colpevole”, edito da Voland, e avevo chiesto a Demetrio Salvi, che era stato mio docente alla scuola di cinema Sentieri Selvaggi, di essere lui il mio presentatore/relatore. Lo risentivo dopo anni […] Naturalmente, la mia richiesta servì a riaprire la vecchia famigliarità che si era creata tra noi […] E non senza turbamento lessi quanto segue: “Carissimo Diego, ero lì, sul tuo messaggio di qualche tempo fa, e non riuscivo a mettere assieme le idee giuste per raccontarti questa mia incredibile storia (e, ora, a pensarci, magari già te l’ho raccontata, non so…) Sono, insomma, diventato elettrosensibile: i cellulari (soprattutto), i televisori, i computer, i videoproiettori… tutto mi fa impazzire. Sono sofferenze difficili da definire e che finiscono, in genere, col provocarmi una spiacevolissima sensazione di soffocamento (inutile dirti che i medici, puntualmente, lo confondono con un attacco di panico). Per avere uno straccio di diagnosi sono dovuto andare a Varese, dove c’è una dottoressa (elettrosensibile!) che riesce a mettere assieme riferimenti e quant’altro per una patologia che, per lo Stato italiano, non esiste! E ci credo! Chi lo va a dire a quelli della Apple, della Samsung, della Microsoft che i loro strumenti fanno male? … e non è solo il cancro… Prendere un treno è per me impossibile – così come prendere un aereo o una nave. Ho smesso con Roma, quindi, e con Sentieri selvaggi. Intendiamoci: mi do da fare come un matto e continuo a progettare, ci mancherebbe. La fase acuta è passata, mi sono in parte abituato a questa strana allergia e mi difendo indossando, come i supereroi, magliette con fibra d’argento (non scherzo!) Ma, insomma, poi, quando sarai qui, ne parleremo…  Un abbraccio forte. Demetrio”. Poi, a Napoli, quando ci siamo visti mi ha raccontato questa sua sensibilità, anzi elettrosensibilità, ed è scattata in me la proposta di chiedergli un libro che raccontasse la sua storia [..]. Una storia che credo interessi tutti, sapendo l’elettricità che oggi più che mai attraversa l’aria e i nostri corpi[..]. Demetrio Salvi ha accettato il mio invito, ed ora ecco qui, di seguito, la sua storia, scritta con la capacità che gli è propria dell’uomo di cinema. Mi è sembrato poi giusto, affinché non si pensi a quello di Demetrio come a un caso isolato, posporre anche una postfazione del presidente dell’Associazione Italiana Elettrosensibili, Paolo Orio.

Demetrio Salvi è nato a Napoli nel 1961. Ha coniugato la sua attività di docente con quella di regista, sceneggiatore, scrittore, critico per il cinema e la televisione: ha realizzato documentari (tra gli altri: Il Matrimonio degli Alberi di Accettura; La festa dei Morti a San Demetrio Corone; Nel Regno di Pulcinella; A Mozzarella Nigga) e sceneggiature per il cinema (Mai per sempre, per la regia di Fabio Massa). È stato direttore ai programmi per una nota emittente televisiva super regionale (Canale21). Ha fondato, nel 1999, assieme a Federico Chiacchiari, la Scuola di Cinema Sentieri selvaggi e ha diretto i corsi di Regia e Sceneggiatura. Ha scritto testi per l’Enciclopedia del Cinema Treccani, per riviste specializzate (Cineforum) e per una collana su autori del cinema contemporaneo edita da Sorbini. Ha tenuto corsi per l’IRRE Campania. È autore di alcuni manuali (Scrivere e girare un cortometraggio, Sul dialogo, Prontuario di sceneggiatura) e ha pubblicato il suo primo romanzo, I giornaletti sporchi, per le edizioni Città del Sole, nel 2006.

Elisabetta Moro, Marino Niola “Mangiare come Dio comanda”, presentazione

Einaudi Editore

Il cibo è il carburante della storia, ma è anche il motore della mitologia. Per due semplici ragioni. Una naturale e una culturale. La prima, ovvia, è che l’uomo mangia per vivere. La seconda, forse più decisiva, è che vive per mangiare. Se a noi umani fosse sufficiente nutrirci e basta, non ci distingueremmo dagli altri animali. Invece, dalla scoperta del fuoco all’invenzione dell’agricoltura, le grandi rivoluzioni che hanno segnato il cammino dell’umanità sono tute legate all’alimentazione.E di questi tornanti decisivi la storia ricostruisce le ragioni, indaga le cause, mentre la mitologia li trasforma in simboli e in figure, traducendoli nel suo linguaggio poetico. (dal testo La cucina del mito)

In queste poche righe con cui si apre l’interessante saggio, i due autori indicano il tipo di indagine che andranno ad affrontare: “mangiare come Dio comanda” non è solo un modo di dire ma vi è una stretta relazione tra norme alimentari e norme morali, regole e tabù, legate ai principi religiosi, regolano le scelte alimentari  dei seguaci delle diverse fedi; ne indagano quindi le analogie e le differenze dalla produzione al consumo, una precettistica morale  e non solo alimentare da cui non sono esenti le recenti forme di digiuno “intermittente”, le scelte vegane o vegetariane più integraliste, la rinuncia in nome di un fisico asciutto  e del buon tono muscolare: cibo e fede appunto, come Dio comanda.

Degli stessi autori su tuttatoscanalibri

Baciarsi

I segreti della dieta mediterranea

Umberto Guidoni “Sfidare lo spazio. Un astronauta racconta l’esplorazione del cosmo”

Entro la fine di questo secolo, i nostri nipoti lavoreranno sulla Luna, vivranno in avamposti permanenti su Marte e utilizzeranno materie prime provenienti dagli asteroidi:  in una parola, l’umanità diventerà una vera specie interplanetaria

Mursia

Il 4 ottobre 1957, il mondo intero assistette al lancio dello Sputnik 1, il primo “compagno di viaggio” della Terra, l’evento che ha segnato l’inizio della sfida spaziale. Oltre sessanta anni dopo, i viaggi nello spazio sono diventati una realtà. Tra qualche anno torneremo sulla Luna, le prossime generazioni vedranno Marte dalla visiera di un casco ed esploreranno le lune dei giganti gassosi, e la “frontiera spaziale” si sposterà sempre più lontano dalla Terra, fino ai limiti del nostro Sistema Solare e oltre, verso lo spazio profondo, verso pianeti di altre stelle e, forse, potremo imbatterci in altre forme di vita o in vere e proprie civiltà extraterrestri.

«Il 2037 potrebbe essere la data per la prima missione con equipaggio verso Marte. Il veicolo cargo di supporto lascerebbe la Terra 2 anni prima, nel 2035, seguendo una traiettoria di minima energia che lo porterebbe a raggiungere Marte in poco più di 200 giorni. Il volo degli astronauti avverrebbe nel 2037 con tempi di transito di circa sei mesi per l’andata e altrettanti per il ritorno. Con un tempo di permanenza su Marte di un anno e mezzo, la durata totale della missione si aggirerebbe intorno ai 900 giorni. Buona parte di questo tempo verrebbe trascorsa sulla superficie di Marte, mentre i tempi di transito interplanetario sarebbero ottimizzati per ridurre al minimo l’esposizione dell’equipaggio alle radiazioni solari e ai raggi cosmici.»

Umberto Guidoni è nato nel 1954 a Roma, dove si è laureato con lode in Fisica. Ha compiuto il suo primo volo in orbita nel 1996 ed è stato il primo europeo a salire a bordo della Stazione Spaziale Internazionale nel 2001. In veste di divulgatore, ha condotto rubriche sullo spazio in radio e TV, oltre a pubblicare libri per ragazzi, saggi e articoli. Per i suoi contributi, ha ricevuto la nomina di Grande Ufficiale e la medaglia della NASA per Exceptional Service. Gli è stato dedicato l’asteroide 10605-Guidoni. Con Mursia ha pubblicato insieme a Donato Altomare il romanzo Wormhole (2022).