Alberto Magnani “Aureliano. Riunificatore dell’Impero”

Graphe.it Edizioni

Pagine 204, prezzo 15 euro;

L’Imperatore austero che ristabilì la potenza romana nel mondo (Flavio Vopisco, IV secolo)

Lucio Domizio Aureliano (214 /215 – 275) apparteneva a una famiglia di agricoltori. La sua carriera militare venne favorita dall’imperatore Valeriano e si affermò durante l’impero di Gallieno. Era di spirito pronto, d’indole impetuosa e inesorabile, tanto che i compagni d’arme gli rifilarono il nomignolo di “mano al ferro [spada]”. Nel 270 le truppe lo acclamarono Imperatore. L’Impero pareva prossimo allo sfacelo. Aureliano riuscì nei primi tre anni a rinsaldare la compagine dello stato romano e a salvarlo e poté celebrare un trionfo (274 d. C.) dei più fastosi che Roma abbia veduto e uno dei più meritati, ricevendo il titolo di restitutor orbis (riunificatore dell’Impero). L’opera restauratrice di Aureliano ebbe largo campo anche nella pubblica amministrazione e in particolare nella parte finanziaria. La sicurezza e gli abbellimenti di Roma, il mantenimento e l’igiene della popolazione occuparono molta parte dell’attività di questo imperatore che, inoltre, diede inizio alla costruzione di quelle mura attorno a Roma che portano ancora il suo nome.

Aureliano dovette ricevere un’educazione essenziale, frequentando una scuola dove si imparava a leggere, a scrivere e a far di conto. Sappiamo di un altro Imperatore, Diocleziano, anch’egli originario della zona balcanica e di estrazione sociale molto modesta, che conosceva a memoria versi dell’Eneide. Possiamo quindi ritenere che anche Aureliano ricevesse qualche rudimento di cultura letteraria, probabilmente su testi che celebravano le virtù degli antichi e la grandezza di Roma. Il giovane dovette trarne un profondo senso di appartenenza all’Impero, l’attaccamento alla tradizione e un forte orgoglio di essere romano, sentimenti che avrebbero caratterizzato la sua azione politica.

ALBERTO MAGNANI, nato a Milano, si è laureato in Lettere a indirizzo storico presso l’Università di Pavia. Collaboratore di enti e istituti storici, ha indirizzato la propria ricerca prevalentemente verso il periodo della Tarda Antichità. In questa stessa collana ha pubblicato un saggio su Flavio Belisario e uno su Genserico.

“Il libro delle misure. Ampere, voxel, chilotoni e altre mirabili unità” a cura di Joseph Christopher , presentazione

[…]Le nostre vite sono costellate di misurazioni, da quando impostiamo la sveglia del mattino a quando dosiamo gli ingredienti per cucinare. Non possiamo fare a meno di tutti questi codici, senza di loro non riusciremmo né a comunicare fra noi, né tantomeno a comprendere il mondo. Il libro delle misure è una guida di riferimento completa e dettagliata sui sistemi di misurazione relativi ai vari campi del sapere, dalla meteorologia alla geologia, dall’elettricità alla notazione musicale, dalla fotografia fino all’illuminazione… Un ampio ventaglio di diagrammi, simboli e illustrazioni consente di approfondire le varie misure e di scoprirne le innumerevoli applicazioni. […] ( dal Catalogo L’ippocampo Edizioni)*

Un testo particolare che può aiutarci in questo viaggio tra le varie unità di misura scoprendo, indirettamente, non solo quante e quanto varie siano, ma anche come regolano il nostro mondo misurandolo, appunto, e quanto sia difficile fare a meno di utilizzarle senza cadere nel generico, nell’improprio e nell’impreciso. Non solo i più recenti sistemi di misurazione ma anche la loro storia, corredati inoltre da diagrammi e illustrazioni.

Il curatore, dopo gli studi scientifici al Trinity College di Oxford e attualmente membro dell’IOM3 (Institute of Materials, Minerals and Mining), si è dedicato alla scrittura e al giornalismo, specializzandosi in diverse tecnologie.

*Sulla pagina del sito è possibile, cliccando sull’immagine di copertina, sfogliarne alcune pagine che rendono meglio l’organizzazione del contenuto

Lea Melandri “Come nasce il sogno d’amore”, Fernandel Edizioni

Fernandel ripropone una delle voci più autorevoli del femminismo italiano, Lea Melandri. Come nasce il sogno d’amoreun libro che Asor Rosa definisce come uno dei più significativi del Novecento italiano.

Come nasce un sogno d’amore è il primo titolo della collana Le tre ghinee, Teorie e pratiche femministe di ieri e di oggi diretta da Barbara Domenichini, collana che pubblicherà  testi di teoria e pratica del femminismo, a partire dal recupero di libri importanti del Novecento, ormai introvabili e fuori catalogo.


Pagine: 208 prezzo: € 15,00
In libreria il 14 aprile 2023


FERNANDEL

Pubblicato per la prima volta nel 1988, Come nasce il sogno d’amore è considerato un testo fondamentale del pensiero femminista e non solo, tanto da essere indicato da Alberto Asor Rosa nel suo Un altro Novecento tra i quindici libri più significativi. Il sogno d’amore, il desiderio della fusione di due esseri in uno, o di appartenenza intima a un altro essere, per quanto destinato a incontrare continue delusioni, ricompare di generazione in generazione quasi immutato nel vissuto di uomini e donne.

Se la sessualità è stata al centro del movimento delle donne degli anni Settanta, non si può dire lo stesso per l’amore, rimasto si potrebbe dire un tabù anche per il femminismo. Per parlare del bisogno d’amore, del suo prolungamento dall’infanzia alla vita amorosa adulta, del passaggio dall’estasi dell’innamoramento a una coniugalità fatta di buoni affetti e abitudini, ci vuole, come scrive Sibilla Aleramo – a cui sono dedicate le pagine centrali di questo libro – una «selvaggia nudità», il coraggio di portare «nella mischia» quello che è ancora considerato il «sentimentalismo o la miseria femminile».

Da un vissuto personale, da cui nascono I racconti del gelo con cui si apre il libro, ai Diari di Sibilla Aleramo, alla figura di Carlo Michelstaedter, il giovane filosofo goriziano morto suicida dopo aver scritto una singolare tesi di laurea sulla «dipendenza affettiva», il filo conduttore del libro è il tentativo di sottrarre il sogno d’amore alla storica svalutazione che ha subito, per vederlo invece come il fondamento della cultura alta, in quanto ricongiungimento di ciò che la civiltà ha separato e contrapposto: il maschile e il femminile, la natura e la cultura, il sentimento e la ragione, l’individuo e la società.

«A difesa di un sogno, minacciato dalle leggi della sua stessa civiltà, l’uomo ha innalzato la barriera del pudore. La nostalgia di una felicità originaria, che rinasce in ogni incontro amoroso, poteva conservarsi solo al riparo da un ordine sociale che divide e contrappone. Eretto a confine, tra il tenero desiderio del figlio e la dura necessità del padre, il sentimento del pudore ha finito per rappresentare, nel pensiero colto come nel senso comune, una specie di porta che sta tra la terra e il cielo, tra un orizzonte limitato e un’ampiezza senza limiti, tra il tempo e l’eternità. Per quel residuo di onnipotenza, che l’infanzia consegna alla storia degli uomini, l’amore costruisce ogni volta, dietro il velo della privatezza, il disegno di un’armonia divina, ideale ricomposizione di opposti, che è figura del mondo al suo nascere, o al suo punto d’arrivo».

Lea Melandri è una delle figure più significative e autorevoli del femminismo italiano, di cui è attivista fin dagli anni Settanta. È autrice di testi teorici basilari per comprendere il processo del grande cambiamento personale e collettivo che il femminismo ha portato nella vita di tante. Fra i suoi libri: Lo strabismo della memoria (La Tartaruga, 1991), La mappa del cuore (Rubbettino, 1992; Enciclopedia delle donne, 2021), L’infamia originaria (Manifestolibri, 1997), L’erba voglio. Il desiderio dissidente (Baldini & Castoldi, 1998), Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia (Bollati Boringhieri, 2001), Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà (Bollati Boringhieri, 2011), Alfabeto d’origine (Neri Pozza, 2017).


La collana Le tre ghineeTeorie e pratiche femministe di ieri e di oggi pubblica testi legati alla teoria e alla pratica del femminismo, a partire dal recupero di libri importanti del Novecento, ormai introvabili e fuori catalogo. Le tre ghinee è un saggio di Virginia Woolf che svela l’interdipendenza tra sistema patriarcale, militarismo e regimi totalitari, mondi da cui le donne sono storicamente escluse. Tuttavia l’esclusione è per Woolf una virtù, poiché le “estranee” possono costruire una società nuova.

Giuseppe Scaraffia “Scrittori in armi”, presentazione

Giuseppe Scaraffia, scrittore raffinato e studioso di letteratura, racconta il servizio militare di molti autori che abbiamo imparato ad amare e a leggere. Attraverso una trentina di esempi, racconta il comportamento di alcuni poeti, scrittori e pensatori che hanno fatto la storia della cultura degli ultimi due secoli: Rimbaud, Nietzsche, Dostoevskij, Proust, Freud, Jarry, Morand, Rilke, Zweig, Thomas Mann, Werfel, Léau – taud, Céline, Savinio, Schnitzler, D’Annunzio, Jünger, Valéry, Fitzgerald, Hemingway, Drieu La Rochelle, Buzzati, Genet, Cioran, Waugh. Un libro sorprendente, un mosaico di ritratti segreti. Un prezioso dizionario di aneddoti e curiosità.(dal Catalogo Neri Pozza)

Ad iniziare dal 1854 con Dostoevskij fino al 1939, scrittori in divisa, patrioti o disertori come Rimbaud o Thomas Mann che si sottrasse volentieri all’obbligo militare o Hemingway, l’autore di Addio alle armi, arruolato nella Croce Rossa o Jean Genet che indossò la divisa francese avendo in odio patria e compatrioti: sono alcuni esempi di una trentina di biografie di scrittori che in modi diversi si trovarono ad indossare una divisa.

“Stile raffinato, talora prezioso, e utilizzo sempre mirato delle citazioni d’autore volta a volta si concentrano su un dettaglio biografico che in realtà è rivelatore di una concezione del mondo e più in generale di una vocazione letteraria” – così scrive Massimo Raffaeli presentando il testo sulle pagine del Venerdì  ( 31 marzo 2023).

Un’angolazione diversa da cui guardare alla biografia e al vissuto di grandi autori del ‘900

Brevi note biografiche

Giuseppe Scaraffia, torinese, vive a Roma, dove ha insegnato Letteratura francese presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha scritto vari libri sui grandi miti ottocenteschi della seduzione, dalla femme fatale al dandy, su Parigi e sulla Costa Azzurra degli scrittori. Collabora al domenicale del Sole 24 ore, al Venerdí e a Tuttolibri.(da Neri Pozza Autori)

Andrea Vannicelli “Roman! Breve elogio del romanzo in terra di Francia”, Oligo Editore

Pagine 88, prezzo 13 euro

OLIGO Editore

Una guida sentimentale al romanzo francese

Non una storia, piuttosto una guida, un viaggio sentimentale alla scoperta del romanzo francese tra Otto, Novecento e i giorni nostri. 

Conosceremo gli autori, attraverso limpidi ed efficaci ritratti: Stendhal (1783-1842), l’avventuriero; Honoré de Balzac (1799-1850), l’immaginifico; Flaubert (1821-1880), l’antiromantico; Victor Hugo (1802-1885), lo storico; Émile Zola (1840-1902), il sociologo; Jules Verne (1828-1905), l’inventore della fantascienza. E ancora: Marcel Proust, Albert Camus, Jean-Paul Sartre, fino ad Annie Ernaux, premio Nobel 2022.

La Francia è un po’ come l’Arca di Noè. Vivono in lei epoche intere, è un momento del mondo: la preistoria, l’età antica o quella contemporanea vi si sono susseguite e stratificate e in parte ancora convivono in essa. Il romanzo, roman, vi ha avuto uno straordinario sviluppo. Inizialmente si chiamò così, nel Medioevo, perché era uno scritto in lingua romanza, cioè neo-latina: roman! Non più il latino incomprensibile, usato ormai soltanto dalle élites, ma finalmente la lingua del popolo! La somiglianza tra nave e romanzo è sorprendente: nella costruzione (asse dopo asse, per creare un’ossatura intesa come trama, con una parte immersa – tutto ciò che è implicito in un testo –, e dei compartimenti-sezioni-capitoli…), nella composizione spesso tripartita (prua-inizio; scafo-sviluppo; poppa-fine), nella necessità di imbarcarsi verso un altrove assieme a personaggi di vario tipo…

ANDREA VANNICELLI è docente titolare di Lingua e Letteratura Francese nei Licei. Dopo la laurea in Francesistica e un dottorato di ricerca in Letterature comparate presso l’Università di Lovanio (Belgio) ha pubblicato numerosi saggi in riviste e volumi di ambito accademico. Collabora con vari periodici, tra cui “Studi Cattolici”. Tra i libri più recenti ricordiamo Il tramonto dei Lumi. Storia della letteratura francese da Chateaubriand a Houellebecq (GOG).

Gaetano Passarelli “Breve storia del segno della croce” Graphe.it Edizioni

Prefazione monsignor Giorgio Demetrio Gallaro

Pagine 44, prezzo 8 euro

Graphe.it

Il simbolo della cristianità, il primo gesto che i fedeli apprendono da bambini; un segno dirompente che ricongiunge il divino e l’umano nel ricordo di una sofferenza che è al tempo stesso liberazione dal dolore terreno: l’atto di segnarsi nel momento del rito appare oggi un’abitudine acquisita sulla quale non ci si pongono domande.

Come svela questo saggio, tuttavia, la croce si è fatta portatrice nei secoli di significati complessi, che vale la pena osservare in una prospettiva diacronica, storica e filosofica. A partire dalla discussione – agli albori del Cristianesimo stesso – fra l’opportunità di rappresentare il Figlio di Dio e l’oggetto che lo condusse a morte, il fervore spirituale e la religiosità popolare hanno costruito un intreccio ben più articolato e controverso di quanto si immaginerebbe, per condurre progressivamente al valore unificante del segno della croce come testimonianza di appartenenza a un credo che, al suo centro, non deve dimenticare di avere proprio Colui che su quella croce fu appeso.

GAETANO PASSARELLI già docente di Storia bizantina all’Università di Chieti e di Roma Tre, di Spiritualità Orientale all’Istituto Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum e di Liturgia bizantina al Pontificio Istituto Orientale, è direttore responsabile della rivista Studi sull’Oriente Cristiano. Consultore storico della Congregazione delle Cause dei Santi, conta numerose pubblicazioni scientifiche su iconografia, liturgia e storia bizantina tradotte in diverse lingue. È autore di biografie di personaggi italiani e brasiliani.

Carlo Rovelli “Buchi bianchi. Dentro l’orizzonte”, presentazione di Salvina Pizzuoli

“Non lo so se l’idea che i buchi neri finiscano la loro lunga vita trasformandosi in buchi bianchi sia giusta. È il fenomeno che ho studiato in questi ultimi anni. Coinvolge la natura quantistica del tempo e dello spazio, la coesistenza di prospettive diverse, e la ragione della differenza fra passato e futuro. Esplorare questa idea è un’avventura ancora in corso. Ve la racconto come in un bollettino dal fronte. Cosa sono esattamente i buchi neri, che pullulano nell’universo. Cosa sono i buchi bianchi, i loro elusivi fratelli minori. E le domande che mi inseguono da sempre: come facciamo a capire quello che non abbiamo mai visto? Perché vogliamo sempre andare a vedere un po’ più in là…?” Carlo Rovelli (dal Catalogo Adelphi Editore)

Chi come me è digiuno di conoscenze nel settore si accosta con titubanza a un testo di fisica, con curiosità, con l’idea comunque di non trarne grande profitto. Non è stato così. Non solo l’autore è chiarissimo, usa termini accessibili, analogie e raffigurazioni, ma ora so cosa è un buco nero e come è fatto, perché è possibile l’esistenza di un buco bianco, e mi sono accostata ad un concetto incredibile, lo spazio tempo quantistico, passando per la gravità…  E non solo.

Questo breve scritto, ma denso di dati e riflessioni, ha recato anche una scoperta, attesa, devo dire, intuitivamente c’ero approdata, dell’unità del sapere e della metodologia dell’imparare e del conoscere, per nulla lontana da quella che dovremmo utilizzare per aprire quelle che io chiamo le finestre della mente. Non per diventare scienziati, ma per vivere meglio e al meglio dentro la realtà delle cose. Ma procediamo.

Di seguito alcuni  stralci illuminanti a tale proposito:

“Abbiamo capito che la terra è rotonda (due millenni fa); abbiamo capito che si muove (mezzo millennio fa). A prima vista sono idee assurde. La terra appare piatta e immobile. Per digerire simili idee, la difficoltà non è stata l’idea nuova: è stata liberarsi da una vecchia credenza che sembrava ovvia; metterla in dubbio sembrava inconcepibile. Siamo sempre convinti che le nostre intuizioni naturali siano giuste: è questo che ci impedisce di imparare.

La difficoltà quindi non è imparare, è disimparare”

“[…] vedere con la mente”

“L’Occidente ha saputo usare efficacemente la creatività del pensiero analogico, per costruire concetti nuovi a ogni generazione, fino a lasciare in eredità all’odierna civiltà globale la magnificenza del pensiero scientifico. Ma è l’Oriente che ha riconosciuto prima e con più chiarezza che il pensiero cresce per analogie, non per sillogismi. La logica dell’argomentazione basata sulle analogie è analizzata già dalla scuola moista, e implicita in uno dei più grandi libri dell’umanità, quel testo straordinario che è lo Zhuangzi. Il pensiero scientifico fa buon uso della rigidità logica e matematica, ma questa è solo una delle due gambe che l’hanno portato al successo: l’altra è la creatività liberata dall’evoluzione continua della sua struttura concettuale, e questa si nutre di analogie e ricombinazioni”.

“È la capacità di cambiare l’organizzazione dei nostri pensieri che ci permette salti in avanti”.

Non nascondo le difficoltà a seguire la seconda parte, ma ciò non toglie che possa rileggerlo tutte le volte che vorrò: il bello di ogni libro, quello che ti dà subito e quello che scopri ad una seconda, terza rilettura. L’autore ha inoltre un merito: correlare letteratura e scienza, che come commistione non è un procedere da poco, e la notevole dote di avvicinare anche chi non ne sa nulla o poco e soprattutto di riuscirci

“quando scrivo ho in mente due lettori. uno non sa nulla di fisica: cerco di comunicargli il fascino di questa ricerca. l’altro sa tutto: cerco di offrire prospettive nuove”.

Brevi note biografiche

Rovelli Carlo – Fisico e saggista italiano (n. Verona 1956). Dopo essersi laureato in fisica presso l’Università di Bologna, ha svolto il dottorato  all’Università di Padova. Ha lavorato anche nelle Università di Roma e di Pittsburgh, e attualmente è ordinario di fisica teorica all’Università di Aix-Marseille. I suoi studi vertono soprattutto sulla gravità quantistica, R. ha introdotto la Teoria della gravitazione quantistica a loop. Si è anche occupato di storia e filosofia della scienza con il libro Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro (2011). Tra le sue altre opere: Che cos’è il tempo? Che cos’è lo spazio? (2010), La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose (2014), Sette brevi lezioni di Fisica (2014), L’ordine del tempo (2017), la raccolta di articoli Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza (2018), Helgoland (2020), Relatività generale (2021) e Buchi bianchi (2023). R. collabora con la Repubblica e il supplemento culturale de Il Sole 24 ore. ( da Enciclopedia Treccani)

Giuseppe Pitrè “Breve storia del pesce d’aprile”, Graphe.it

Con un saggio introduttivo di Carlo Lapucci e una appendice di Roberta Barbi Illustrazioni a colori

Pagine 95, prezzo 9 euro.

Graphe.it

Alla scoperta di una delle più longeve, simpatiche e misteriose tradizioni italiane (e non solo)

Perché si fanno i pesci d’aprile?

L’autore di questo volumetto decide di andare al fondo della questione, ricostruendo con cura fonti scritte, filastrocche dialettali e testimonianze storico-mitologiche non soltanto italiane, bensì internazionali: sembra proprio che l’origine dello scherzo si perda nella notte dei tempi, benché i suoi effetti siano trasversali (almeno in Europa) negli ultimi due o tre secoli.

A corredare il godibile trattato di Giuseppe Pitrè (pioniere dell’etnologia nazionale, 1841-1916) ci sono due altrettanto autorevoli contributi. L’ampia introduzione di Carlo Lapucci contestualizza l’argomento, con leggerezza, sul piano antropologico. Questa consuetudine del pesce d’aprile sembra andare a braccetto con la mutevolezza della stagione, il cambio d’abito e di generazione: quella nuova, nella tradizione popolare, vien messa alla prova nella speranza che diventi presto abbastanza furba da cavarsela nella vita.

A chiudere il libro una spassosa appendice di Roberta Barbi, che ha raccolto le burle più famose e riuscite di cui si abbia memoria, dal XIII secolo a oggi. Il testo è arricchito da illustrazioni a colori di Antonio Rubino, Dino Aloi, Milko Dalla Battista, Lido Contemori, Carlo Squillante, Gianni Audisio e Gianni Chiostri.

Il più riuscito pesce d’aprile è forse la stessa ricerca dell’origine dell’usanza del pesce d’aprile, alla quale sono stati mandati tanti inutilmente facendoli tornare con un pugno di mosche in mano. Siccome l’origine più che oscura è ignota, ognuno ha sbrigliato la propria fantasia, contribuendo a formare una specie di saga delle origini, che ha confermato come l’elemento fondante logicamente provato di questa tradizione non lo conosciamo, almeno per ora, e temo che difficilmente uscirà fuori. Quest’usanza ha diffusione in gran parte d’Europa e in America, per ora senza che nessuno abbia potuto certificarne ragionevolmente l’origine e di certo si può dire poco. L’espressione “pesce d’aprile” si trova attestata il Italia per la prima volta nel 1875, mentre in Francia si può risalire al 1655. Nelle varie lingue in cui si trova la locuzione le strade della ricerca riconducono alla lingua francese e quindi l’ipotesi più ragionevole è che l’usanza possa aver avuto inizio e abbia ricevuto il battesimo nella terra del poisson d’avril. (dall’introduzione di Carlo Lapucci)

Riccardo Renzi “Studi e riflessioni sull’evoluzione del ceto nobiliare tra la fine del medioevo e la prima età moderna”, presentazione

La scelta di Don Chisciotte come immagine di copertina è legata proprio al personaggio che, meglio di ogni altro, rappresenta la crisi identitaria vissuta dalla nobiltà europea tra la fine del medioevo e i primi due secoli dell’età moderna.

La seguente trattazione intende analizzare i costumi, il modo di pensare e il modo di fare della classe nobiliare durante il periodo che va dai primi anni del Cinquecento agli ultimi del Seicento. Dunque, l’evoluzione della presente classe nel suo modo di pensare, di fare e nella relazione con le altre classi. La nobiltà europea subisce una miriade di sconvolgimenti, in questi duecento anni, dovuti all’accentramento del potere statale. Ci si focalizzerà sulla grande abilità di questa classe nel sapersi riadattare ai cambiamenti e agli sconvolgimenti sociali e statali dettati dai tempi.(da Primiceri Editore)

Dall‘Introduzione di Mirko Rizzotto

“Il presente studio di Riccardo Renzi cerca – e vi riesce in modo accattivante e magistrale – di fare luce sul periodo intercorso tra il ‘400 e la fine del ‘600, e sulle vicissitudini della classe nobiliare europea, dei suoi rapporti di forza (o di debolezza) nei confronti delle autorità statali e monarchiche”

Dalla Prefazione

“Partendo dagli ultimi decenni del medioevo, si cerca di illustrare come e quanto sia cambiato il potere effettivo esercitato dai nobili. Nel giro di duecento anni i nobili si vedono sottrarre la maggior parte dei loro poteri e privilegi. Si passa da una situazione di metà Quattrocento di caos totale, dove i nobili più ricchi erano in grado di armare eserciti paragonabili a quelli del re, ad una di fine Cinquecento, in cui lo stato stava accentrando sempre più i suoi poteri con una pesante mobilitazione di magistrati e di ispettori di giustizia, inviati dal potere centrale nei singoli casi locali. In meno di centocinquanta anni i potenti nobili feudali si trovano a dover far i conti con una drastica riduzione dei loro poteri. È proprio nella prima metà del Cinquecento che i sovrani europei, per ridimensionare il potere della grande nobiltà, cercano di avvicinarla all’ambiente di corte, allontanandola automaticamente dai propri domini. Primi tra tutti i principi rinascimentali italiani.

[…]

Dunque fu proprio in questo momento che la nobiltà si trovò ad affrontare un’ardua scelta, rimanere nei propri possedimenti sapendo di non avere più gli stessi poteri di un tempo, o andare a cercare fortuna a corte, cercando di ingraziarsi il volere del sovrano. L’ambiente di corte presenta due facce, da una parte offre divertimenti e attrattive culturali ai nobili che vi risiedono, dall’altra ogni momento della giornata è scandito da rigidi rituali, che servono a far risaltare la figura del monarca. La corte è ostile, piena di intrighi, cela sempre i reali sentimenti delle persone e qui vige solo il gioco delle marionette e degli specchi. Dunque da una parte offre grandi possibilità di carriera, ma dall’altra può rovinare un individuo con immensa facilità”.

Brevi note biografiche

Riccardo Renzi è nato a Fermo il 2 febbraio 1994. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere classiche presso l’Università degli studi di Urbino e la magistrale in Ricerca storica presso l’Università di Macerata. Ha all’attivo numerose pubblicazioni. Per Primiceri Editore ha già pubblicato “Tito Livio, la fortuna del più grande storico romano“, Padova 2021, “Appiano Alessandrino: dall’età classica all’età contemporanea“, Padova 2021 e “Svetonio. Dall’età classica all’età moderna“, Padova 2022.(da Primiceri Editore)

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“ἀλήθεια”

Riccardo Ferrazzi “Premonizioni. Punti di contatto tra umano e divino nell’antichità”, Oligo Editore

Oligo editore

Sogni, premonizioni e visioni dall’antichità al Cinquecento

Alessandro Magno, Giulio Cesare, Mosè, Gesù e, ancora, Costantino. Cosa hanno in comune? Hanno avuto delle premonizioni. Con sogni e visioni hanno intravisto porzioni di futuro. In questo breve saggio si parlerà di oracoli antichi (caldei, etruschi, greci e romani), ma anche di personaggi storici, uomini illustri e fondatori di grandi religioni, per provare a capire in cosa credessero le società che ci hanno preceduto.

«Gli antichi ritenevano che il destino di ogni uomo fosse scritto nella totalità della Natura in un modo inattingibile alla ragione dialettica; dunque, per squarciare il velo del futuro, bisognava collocarsi al di là della ragione. E per questo motivo sibille e indovini procuravano di raggiungere uno stato di “furore profetico”, naturale o indotto.

Non è un’idea soltanto greca: i profeti ebrei asserivano di parlare invasati, al punto da essere niente più che una bocca attraverso la quale parlava Dio. Nella tradizione slava i veggenti sono persone mentalmente disturbate che, quando non profetano, sono considerate gli “scemi del villaggio”. In Siberia e fra i nativi americani gli sciamani erano (e sono, infatti ne esistono ancora) ritenuti come minimo degli originali. Una caratteristica comune ai profeti e veggenti di tutte le latitudini era che fossero un po’ folli o posseduti da uno spirito o almeno che avessero visioni durante il sonno.

La comunicazione privilegiata dell’indovino con la Natura prendeva le mosse dalla convinzione che il cosmo non fosse governato dal caso, ma dal fato. Per i veggenti il futuro non è casuale e imprevedibile come il lancio dei dadi, ma discende da una ferrea logica trascendente. E siccome la logica del fato va ben oltre la ragione umana, per conoscere il futuro le sibille non cercavano di interpretare dei segni ma, al contrario, facevano tacere la ragione per entrare in sintonia con la Natura».

Riccardo Ferrazzi ha esordito con Il tempo, probabilmente (Literalia) che conteneva due racconti di Raul Montanari e due suoi. Ha tradotto numerosi libri dallo spagnolo insieme a Marino Magliani. Tra le opere recenti ricordiamo N.B. Un teppista di successo (Arkadia) e Il Caravaggio scomparso (Golem).