Francesca Ghedini “Maledette. Le donne nel mito”, presentazione

Una veste sontuosa, un gomitolo, una corona, una lettera esibita e abbandonata, l’assenza totale di un episodio dal repertorio iconografico o l’abbondante varietà di un altro… Sono queste le tracce che Francesca Ghedini segue per ricostruire, nel continuo confronto con i testi greci e latini, le vicende di cinque grandi figure della tradizione occidentale.
Fronteggiando le mille contraddizioni che una civiltà pervasa e invasa dalle immagini conserva e riproduce nei secoli, l’autrice rilegge momenti poco noti o celeberrimi tramandati dal canone letterario e scava nell’iconografia che gareggia con le parole.
( da Marsilio Libri)

Cinque figure femminili, Fedra, Arianna, Medea, Circe, Pasifae “Nel grande mare della letteratura classica ho scelto cinque donne diverse per carattere ed esperienze, ma unite non solo da uno stretto legame di sangue, in quanto appartenenti a quell’articolata famiglia mitica che ha come capostipite il Sole, ma anche dall’amaro destino di essere condannate ad amori infelici, nefasti o contro natura”.

Fedra incestuosa, Arianna sedotta e abbandonata, Medea matricida, Circe la maga, Pasifae moglie di Minosse che si innamora di un toro.

Tutte vittime di una maledizione, quella di Afrodite: fu il Sole a denunciare ad Efesto,  consorte della dea, la  relazione focosa che la univa al bellicoso Ares; è da quest’episodio che inizia il racconto

Un racconto che, come scrive Maria Grazia Ciani nella prefazione, “è un originale confronto tra le fonti letterarie e le fonti iconografiche greche, magnogreche e romane”,  ricostruisce le vicende della stirpe del Sole, segnata dalla maledizione di Afrodite, in un “rispecchiarsi della poesia nell’immagine e dell’immagine nella poesia, in un intreccio tra parola e arte grafica o pittorica dove la prima descrive e la seconda ne coglie il significato più profondo, “oppure ignora il particolare più importante per dare rilievo a fatti secondari. Logos contro imago e imago contro logos. E, secondo l’autrice, il logos è spesso meno eloquente dell’imago

“Le immagini sono state il filo rosso che ha accompagnato tutta la mia vita di studiosa. Le ho analizzate dal punto di vista della formazione e trasmissione, del significato, della gestualità e della prossemica, e ho cercato di capire il senso che le raffigurazioni create da artisti e artigiani classici potevano avere non solo per noi, che in esse cerchiamo echi di mondi perduti, ma per i contemporanei, che ne erano circondati. Evocative e sfuggenti a un tempo le immagini sono infatti un tassello importante per avvicinarci alla cultura classica. Popolavano il quotidiano degli antichi, si dispiegavano su oggetti d’uso e su doni votivi, sulle pareti e i pavimenti delle case, sulle stoffe da arredamento o da abbigliamento, sui gioielli e sulla suppellettile di lusso, sulle monete e sui grandi monumenti pubblici che esaltavano le glorie della città”(dal capitolo primo La stirpe dannata).

Francesca Ghedini, professoressa emerita di Archeologia all’Università di Padova, è autrice di qualche centinaio di pubblicazioni. Fra i vari ambiti della sua ricerca, si è dedicata principalmente allo studio dell’iconografia e all’uso delle immagini come specchio delle società che le hanno prodotte. Tra i suoi ultimi volumi, Giulia Domna. Una siriaca sul trono dei Cesari (2020) e Lo sguardo degli antichi. Il racconto nell’arte classica (2022).(da Marsilio Autori)

Roberto Cheloni “Franz Kafka: eredità e diritto. Con un diario inedito”, NeP Edizioni

In occasione del centenario della morte dello scrittore, un approccio originale alla sua opera

NeP Edizioni

Il 3 giugno 2024 ricorrerà il centenario della morte di Franz Kafka.
Da sempre la comprensione e l’interpretazione di Kafka sono state argomento di dibattiti, pur lasciando spazio a nuove prospettive e approcci originali.
Pubblicato da NeP edizioni, “Franz Kafka: eredità e diritto. Con un diario ‘inedito’” è il nuovo libro di Roberto Cheloni dedicato all’argomento. Il volume fa parte della sezione “Studi” della collana “Nuovi Orizzonti di Inconscio e Società” diretta dalla psicoanalista Luciana La Stella.
Al suo interno, vengono presi in considerazione alcuni aspetti meno esplorati della letteratura kafkiana e si combinano diverse prospettive per creare un punto di vista inedito in letteratura. Vi traspare il contesto storico e culturale in cui Kafka viveva e scriveva, ponendo particolare attenzione agli eventi politici e sociali che hanno influenzato la sua narrativa.
Uno sguardo originale, fra le migliaia di studi dedicati al grande scrittore, che offre ai cultori di Kafka una strada non ancora percorsa, frutto di un lavoro scientifico cui Roberto Cheloni ha dedicato oltre un trentennio dei propri scritti e pubblicazioni su riviste specializzate: quello della “teoria transgenerazionale”.
Al centro di questa teoria, i temi dell’eredità e della trasmissione di memorie e traumi attraverso le generazioni, con la loro influenza sulla nostra identità e il nostro comportamento.
Dal punto di vista psicologico, il libro affronta lateralmente le tematiche ricorrenti dell’opera di Kafka: l’alienazione, la colpa e l’angoscia, collegandole alla vita personale dello scrittore praghese e alla sua condizione mentale, esplorando possibili movenze delle sue opere negli interstizi più remoti del testo tedesco originale.
A compendio di questo studio, un “diario”, attraverso cui Cheloni riesce a immedesimarsi nello scrittore di Praga, offrendo ai lettori la ghiotta occasione di presentare una summa del pensiero kafkiano, facendo confluire aforismi, racconti ed enigmatici brani.
A chiusura del volume, una selezione di racconti di Luciano Caldato, definito il “Kafka italiano”, che si insinua come corollario della pubblicazione.
Un libro in grado di incuriosire, oltre gli studiosi appassionati, anche i lettori curiosi che, attraverso il Kafka di Cheloni, proveranno l’ebrezza di lasciarsi trasportare da una diversa scrittura narrativa.

L’AUTORE
Roberto Cheloni è uno psicoanalista. Dall’analisi con Elvio Fachinelli ha guadagnato un eclettismo teorico, che ne sottolinea la cifra personale. Plurilaureato, ha svolto nel tempo incarichi presso varie Università.
Le sue numerose pubblicazioni ricoprono un’area di interessi che, oltre alla psicoanalisi, vanno dalla linguistica alla filosofia, fino alla teoria generale del diritto. Fra le più recenti: “Vecchi. Antropologia transgenerazionale” (Mimesis edizioni, 2023); Antologia dagli scritti 1996-2010” (NeP edizioni, 2020), “L’apparizione di figure eminenti.
“L‘altro volto del transgenerazionale” (Armando Editore, 2020); “Lo statuto giuridico dell‘attività di psicoanalista” (con Riccardo Mazzariol, Edizioni ETS, 2020) e “Eredità. Studi sul Transgenerazionale” (Armando Editore, 2017).

Sudhir Hazareesingh “Spartaco nero”, presentazione

Agosto 1791. Una scintilla accende la rivoluzione degli haitiani contro l’oppressione dei coloni francesi. I primi a sollevarsi sono gli schiavi neri, capitanati da un personaggio oggi leggendario: Toussaint Louverture, ex schiavo liberato, capopopolo, guerriero e ribelle. È proprio lui a guidare il processo che, nel corso di dodici anni, porta alla proclamazione del primo Stato nero indipendente (da Rizzoli Libri)

Traduzione di Daniela e Monica Pezzella

Toussaint Louverture figura studiata e indagata, spesso con diverse interpretazioni del suo operato: prima condottiero, poi generalissimo dell’esercito francese e quindi governatore della colonia di Saint Domingue, oggi Haiti.

Un opportunista, un ambizioso?

Il saggio, ponderoso, smentisce alcune accuse e lo inquadra come personaggio  coerente, confutando notizie inattendibili e consegnando al lettore una pagina interessante sul processo di emancipazione delle colonie. Accusato di tradimento morì nel 1803 in carcere: l’anno dopo Haiti ottenne l’indipendenza.

Sudhir Hazareesingh, è nato nell’isola Mauritius. Si occupa di storia culturale francese ed è research fellow alla British Academy, mentre in precedenza è stato tutor in Politics al Balliol College di Oxford. Tra i suoi volumi ricordiamo The Legend of Napoleon, The The Shadow of the General e How the French Think; con il primo ha vinto il Prix du Mémorial d’Ajaccio e il Prix de la Fondation Napoléon, con il secondo il Prix d’Histoire du Sénat e con il terzo il Grand Prix du Livre d’Idées.

Licia Troisi “Astrofisica per ansiosi”, presentazione

Astrofisica per ansiosi, un viaggio attraverso scenari catastrofici, tutti scrupolosamente affrontati con serietà e rigore scientifico, che ci porterà a esorcizzare le nostre paure ma anche a renderci contro che — spoiler! — la più grande, e reale, minaccia alla nostra sopravvivenza siamo proprio noi stessi! (da Rizzoli Libri)

Astrofisica e scrittrice di fantasy  di successo con le serie tradotte in tutto il mondo,  ci propone in questo “curioso” volume gli svariati scenari apocalittici che dalla notte dei tempi travagliano gli umani  sulla fine dell’universo: la luna che si sta allontanando e le nefaste conseguenze se ciò avvenisse bruscamente; se c’è chi si allontana c’è anche chi si avvicina, come Andromeda che pare puntare la Via Lattea, solo per citare alcuni dei fenomeni che potrebbero essere causa di estinzione di quanto e come ci è dato conoscere dell’assetto dell’universo.

Dobbiamo preoccuparci davvero?

L’autrice ci dà una mano scientifica ad affrontarli, li spiega, rassicurandoci relativamente ai tempi e ai modi.

Brevi note biografiche

Licia Troisi, nata a Roma nel 1980, è l’autrice fantasy italiana più venduta nel mondo, grazie allo straordinario successo delle saghe del Mondo Emerso, della Ragazza Drago e dei Regni di Nashira. Laureata con una tesi sulle galassie nane, ha collaborato con  l’Università di Roma Tor Vergata come astrofisica.(da Rizzoli Libri)

Alberto Riva “Ultima estate a Roccamare”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Ultima estate a Roccamare è la storia di un risveglio al sole, un viaggio nella creazione letteraria; un omaggio a un luogo bellissimo, a chi l’ha dipinto, a chi vi è approdato e a chi di lí è salpato.(da Neri PozzaLibro)

Alberto Riva racconta con  “dialoghi a distanza” e una patina di nostalgia, o forse l’ho confusa con la mia, senza abbandonarvisi, un periodo e un luogo che vide scrittori, artisti, critici, in quella pineta toscana, voluta da Ximenes nella seconda metà del ‘700, lungo il litorale tra la Punta delle Rocchette e Castiglione della Pescaia; paesaggisticamente spettacolare, anche nella sua storia passata, da lago Prile e acquitrino alla bonifica, luogo speciale di incontro, scambio e scrittura: Roccamare

In effetti, un certo alone di mistero si diffonde da quella grande ombra, da quella cattedrale vegetale, verdastra e nera, antica, silenziosa, magnifica. Una volta dentro, un labirinto di corridoi le cui pareti sono di pittospori, mirti, ginepri, corbezzoli, lauri, saggine, rosmarini. È il tripudio della macchia mediterranea, a cui l’inverno non riesce a rubare il profumo e il colore, la vivacità di un armonioso disordine, di una vita linfatica che non si spegne mai, che resiste – rabbrividisce ma resiste.

È propio vero, quando lessi Palomar riconobbi Roccamare, dove la natura dominante è riflessione, ebbi la netta sensazione di un luogo conosciuto e che a maggior ragione mi aveva colpito nelle parole e nelle dissertazioni di un grande scrittore.

«Qualche anno dopo, Calvino venne a trovarli e lo convinsero a comprare un lotto pure lui. All’Einaudi, mio papà e Calvino avevano avuto la scrivania uno di fronte all’altro, l’amicizia veniva da lontano. Italo era un taciturno, con un umorismo quasi stupefacente; quando apriva bocca diceva delle cose fulminanti che non ti aspettavi. Questa era una delle cose che lo accomunava a papà, perché Italo era una persona molto riservata, ma estremamente ironica, di grande intelligenza e sensibilità. Se si pensa a Palomar… Un libro che gli è venuto dalla pineta, il merlo, le onde…»

Così riporta Riva i ricordi nelle parole di Carlotta Fruttero, la figlia di Carlo.

Proprio lì Calvino stava componendo il suo lascito a mio avviso più speciale,  quelle Lezioni americane, sei, la sesta non l’avrebbe terminata, che lui aveva intitolato Six Memos for the Next Millennium, ma rinominate da Citati, titolo con cui saranno editate successivamente, sì perché Calvino morirà proprio in quel settembre dell’85.

Ma non solo Calvino popola le pagine di Riva, che ne è un po’ il fil rouge, ma anche una miriade di personaggi, un  universo culturale al completo, a partire da Rosetta Loy, e pieno di figure correlate; leggerle significa “ritrovare le tracce di una stagione indimenticabile fatta di amicizie struggenti e segrete corrispondenze: Federico Fellini, Mario Tobino, Milan Kundera, Carlo Cassola, Georges Simenon, Nico Orengo, Cesare Garboli, Fruttero & Lucentini e tanti altri. Dialoghi a distanza tra letteratura, cinema, pittura, musica e le voci di chi ancora ricorda, di chi c’era, di chi ci è passato, di chi ha amato e non dimentica”.

“avremmo potuto benissimo immaginare un futuro senza il socialismo e la psicanalisi, ma non senza «l’ascesa irresistibile dei luoghi comuni, i quali, iscritti nei computer, diffusi dai mass media, rischiano di diventare in breve tempo una forza che schiaccerà ogni pensiero originale»”

E mi fermo qui, dopo aver riportato questa citazione da Kundera. Ma mi piace aggiungere: un libro da non perdere e non solo per i nostalgici, come me, ma perché è una carrellata emozionante di personaggi, protagonisti, figure di creativi indimenticabile e datata, dove non mancano curiosità e aneddoti, tutti da scoprire e che mi ha letteralmente catturata e commossa. Lo rileggerò, in un altro momento, più in là, dopo aver sedimentato un po’: grazie Alberto Riva.

Alberto Riva (1970) è scrittore e giornalista. Tra le sue opere, Seguire i pappagalli fino alla fine (2008), Sete (2011), Il samba di Scarlatti (2015). Presso Neri Pozza è apparso anche Il maestro e l’infanta (2021). (da Neri Pozza Libro)

Giovanni Nucci “Gli dèi alle sei. L’Iliade all’ora dell’aperitivo” presentazione di Salvina Pizzuoli

Cinque lezioni sull’Iliade del professor Goffredo Mainardi a Parigi al Collège de France, cinque lezioni e un incontro memorabile, tanto che “quando l’aveva scorta tra il pubblico gli era sembrata bellissima, ne era rimasto abbagliato, illuminato. Così il suo discorso, a quel punto, aveva preso una piega inaspettata: aveva deciso di voler dare una lettura romantica dell’Iliade”.

Si apre così,  con la storia di un amore indimenticato e particolare ché non chiede nulla,  con una lei senza nome che “era andata a Place Berthelot presentandosi a lui come se nel frattempo non fossero passati trent’anni.”

E, sintetizzando la “lettura” dell’Iliade che Mainardi avrebbe offerto nelle sue lezioni, “era convinto che fosse necessario invertire il modo con cui pensiamo il divino: gli dèi non osservano dall’alto gli eroi combattere mentre prendono l’aperitivo. Ma entrano nei loro combattimenti, li affiancano, sono dentro di loro, si fanno pensare diventando i loro comportamenti più profondi. Proprio come Dionisio e Afrodite erano venuti ad abitare il gin tonic che, ogni sera verso le sei, prima di andare insieme in giro per la città, prendevano in quel piccolo albergo davanti all’isola di Saint-Louis. Non c’è dubbio che il gin tonic abbia in sé qualcosa di trascendente: ecco, è lì che bisogna andare a cercare”

Giovanni Nucci indica al lettore la prospettiva di lettura, diversa, capovolta, decisamente insolita.

 Una carrellata di eroi, dei, personaggi, riflessioni, impressioni, emozioni dentro le cinque lezioni, dense di contenuto, di analisi, di osservazioni, di correlazioni, da cultore. Sì, perché il bello, il piacevole, l’aspetto che cattura o comunque ha catturato me come lettore, è quello  di ritrovare i protagonisti di una storia che ha emozionato i miei anni giovanili, quando l’ho letta, imparata a memoria nella traduzione di Vincenzo Monti, fatto la parafrasi come esercizio di traduzione, e ritrovata dopo e ancora negli studi superiori, rincontrarli tutti, quelli che abbiamo amato, quelli che abbiamo rifiutato, quelli che non abbiamo colto, quelli che non abbiamo capito, tutti in un unicum che li studia dentro una diversa prospettiva che coinvolge e innamora. Che poi possa essere questa la lettura più azzeccata non è fondamentale, quel che conta è coglierne l’aspetto stuzzicante, la capacità di attualizzare, con raffronti ieri oggi, divino e umano, quanto resta di un mondo perduto ancora dentro di noi, quanto quest’opera letteraria antica e mitica, spesso dimenticata, abbia ancora da dirci e da dare.

Un testo che non si sintetizza, non si può raccontare se non attraverso citazioni di stralci, quelli che mi hanno più coinvolto, solleticato l’appetito, aperto nuove finestre nella mente

Volendo riportare questa storia ai nostri tempi, è come dire che la nuova era ancora non comincia, sono trent’anni che non succede niente e il futuro stenta ad arrivare. Ecco: a questo punto arriva un’epidemia. Il mito ci sta dicendo che l’epidemia è sempre una reazione a un atto di arroganza o di protervia, di presunzione

Succede spesso che la politica, quando si arena in una prospettiva che ha perso lucidità, cerchi di trovare scampo in una guerra.

La vita eterna non è l’eternità dopo la vita, né la vita in eterno, ma l’eterno che entra nella vita (e sono fonti abbastanza autorevoli che mi inducono a pensare tutto ciò: “l’eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni da calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità”.

convinti come siamo, oramai, che la cosa migliore per le nostre esistenze sia cercare di allungarle il più possibile, piuttosto che dare loro un senso. Ma così ci allontaniamo da Ade: smettendo di cercare l’invisibile allontaniamo la nostra anima dal suo compimento

così anche gli dèi preferiranno smettere di abitare la terra eclissandosi dietro alla nostra coscienza, venendo fuori soltanto nei nostri sogni, nelle nostre malattie mentali o, nel migliore dei casi, nella nostra letteratura.

L’Iliade è impregnata di tristezza. È questo che Elena dice a Ettore quando, nel sesto libro, lui rientra in città per trovare l’appoggio di Atena e si incontrano quasi per caso.

 quello che resta, gli dice, quello che in tutto ciò ci potrà sopravvivere, è soltanto la poesia.

Un testo da leggere e meglio ancora da rileggere per  non farsi sfuggire nulla.

Giovanni Nucci, nato a Roma nel 1969, è poeta, autore di narrativa per adulti e ragazzi. Oltre ad aver raccontato e riscritto miti greci e romani, si è anche occupato di Shakespeare, di spiritualità e di uova. Fra i suoi libri più importanti ricordiamo: Ulisse il mare color del vino (E/O 2006 – Salani 2013), E fonderai la più grande città del mondo (Feltrinelli 2010), Francesco (Rizzoli 2013), La storia di tutto (Salani 2017), E due uova molto sode (Italosvevo 2017), La differenziazione dell’umido (Italosvevo 2018), Achille, il midollo del leone (Salani 2020).(dal Catalogo Bompiani )

Igor Ebuli Poletti “Il jazz. Una storia sentimentale”, Oligo Editore

Pagine 52, Euro: 13,00

Oligo editore

«QUANDO NON SAI COS’È, ALLORA È JAZZ!» (Alessandro Baricco, Novecento)

Una storia sentimentale, un corpus eterogeneo di nomi distanti tra loro: incontreremo Bix Beiderbecke che parla dei tappeti nel suo salotto, Charles Mingus che sul litigio col governatore del suo stato scriverà un album pietra miliare della musica. Apriremo uno squarcio vivido su uno dei fenomeni musicali e culturali più importanti del XX secolo, con il predominio dell’improvvisazione sulla forma scritta.

«La musica è sempre un dialogo, deve esserlo, se diventa un monologo non diventa più niente, si sfalda, si smarrisce. E quale miglior dialogo se non quello, intenso e rarefatto, potente e leggero, tra il pianoforte di Duke Ellington e la voce di Ella Fitzgerald in Lush Life, con le sillabe che rotolano eleganti e bizzose come i frutti maturi che stanno per staccarsi da un albero perché è arrivato il loro momento, mentre il lussuoso brano scritto a diciassette anni da Billy Strayhorn scivola via come una slitta su un fondo innevato. Improvvisare è come lanciarsi da un dirupo senza sapere cosa c’è sotto. John Coltrane lo ha fatto sempre, si è sempre lanciato in uno spazio aperto, abbandonato, che ha delimitato e delineato con la sua musica; forse è il primo e unico caso di musicista che ha capito da subito il quadro nel quale si sarebbe mosso, e lo ha fatto in modo impetuoso, quasi fanciullesco, con una tensione mai risolta verso l’eterno. Ci sono alcuni video di Coltrane in cui suona con gli occhi sbarrati, quasi senza espressione, ma sarebbe un errore pensare a una fissità oftalmica: quelle pupille rotonde e tese verso uno zenith che vedeva solo lui erano invece una specie di porta spalancata verso la percezione più profonda di quello che stava tentando di dire, occhi supplici, parti di quella immensa preghiera laica – ci possono essere anche preghiere laiche che hanno lo stesso valore di quelle religiose – che è stata la sua musica. Giant Steps, i suoi passi da gigante non sono stati solo suoi ma di tutta la musica che li ha seguiti, che non ha potuto farne a meno».

IGOR EBULI POLETTI, pavese, classe ’65, ha pubblicato per Blonk due guide semiserie di viaggio di successo: Olanda. Biciclette, mulini a vento e aringhe. Soprattutto aringhe (2019) e Islande, quasi tutte (2022). Per Tedjo Edizioni Inutili ha pubblicato Giappone. 100 tesi. Tutte sbagliate (2021). La grande passione per il Jazz lo ha portato a scrivere questa storia sentimentale.

Federico Valacchi “La verità di carta. A cosa servono gli archivi?” Graphe.it Edizioni

 

Graphe.it edizioni

 Pag 74, prezzo 9 euro

Se pensiamo a film o romanzi su scoperte e misteri da risolvere, quasi certamente identificheremo un momento in cui il protagonista si intrufola tra i vecchi faldoni di un archivio in cerca di indizi. Gli archivi però non sono solo questo. Servono anche al quotidiano che li produce per le proprie esigenze e hanno molte e diverse finalità. Gli archivi, sia analogici sia digitali, sono al tempo stesso strumenti politici, sociali e culturali. Pur non sfuggendo a una mediazione fra tecnica e soggettività, la sistematizzazione dei dati istruisce l’uomo contemporaneo a vivere in una società dalla struttura sempre più complessa.

Questi «castelli di carta» – scrive l’autore – «ci inchiodano ai fatti» e ci danno tutti gli elementi utili a interpretare la realtà. Non dicono necessariamente la verità, ma ci consentono di formulare ipotesi sui molti presenti da cui essi provengono. Negli archivi troveremo la memoria dinamica della nostra specie, la chiave di lettura, il piacere dell’indagine e, forse, una verità di carta, tra le molte possibili.

Questo libro vorrebbe parlare di archivi, ma non e così semplice. Parleremo di archivi, infatti, ma non parleremo solo di passato. Parleremo di archivi, ma non evocheremo luoghi lontani dove si annida una cultura per pochi. Parleremo di archivi, ma ascolteremo il futuro. A ben guardare, per la verità, non parleremo di archivi, ma parleremo di noi. Gli archivi, per quanto ormai sia difficile definirli con una parola sola, sono agli antipodi di astrazioni dotte. Sono castelli di carta che l’umanità costruisce da sempre per sentirsi viva e per non dimenticarsi di se stessa. Stanno lì, in tutta la loro indisponente materialità, perché per portare avanti la nostra vita quotidiana non se ne può fare a meno. Sono allo stesso tempo sostanza e testimonianza di ciò che chiamiamo cosa pubblica, fatti che contengono fatti. Res publicae molto prima che res gestae. Non lo dicono per pudore, ma gli archivi di razza non amano sentirsi apostrofare al passato perché sono certi di servire soprattutto al presente.

FEDERICO VALACCHI ordinario di archivistica all’Università di Macerata, studia il rapporto tra tecnologie dell’informazione e archivi anche in riferimento al web e alle problematiche di conservazione di lungo periodo. Si è interessato, inoltre, al ruolo politico e sociale degli archivi e della disciplina archivistica, pubblicando monografie e articoli al riguardo.

David Le Breton “Antropologia delle emozioni”, Armando Editore

Armando Editore

Pagine 293, Prezzo 16,00 euro.

Le emozioni non sono spontanee, ma organizzate ritualmente: mobilitano una serie di vocaboli e movimenti del corpo che differiscono a seconda della cultura. È quanto mostra David Le Breton in questo testo in cui analizza, tra l’altro, lo statuto del corpo nella comunicazione, i rituali dello sguardo e il mestiere dell’attore, che offre una sorprendente illustrazione del modo in cui le persone usano i segni per vivere e mostrare le proprie emozioni.

Dall’introduzione:

«I sentimenti e le emozioni non sono degli stati assoluti, sostanze trasponibili da un individuo e da un gruppo all’altro; non sono, o non solo, processi fisiologici di cui il corpo detiene il segreto. Sono relazioni. Se tutti gli uomini del pianeta hanno lo stesso apparato fonatorio, non è detto che parlino la stessa lingua; allo stesso modo, se la struttura muscolare e nervosa è identica, questo non lascia presagire gli usi culturali a cui darà luogo. Da una società umana all’altra, le persone vivono gli eventi della loro vita dal punto di vista emotivo attraverso repertori culturali diversi, a volte simili, ma non identici»  

David Le Breton è professore all’Università di Strasburgo, membro dell’Institut Universitaire de France e ricercatore presso il laboratorio Dynamiques Européennes. Antropologo e sociologo francese, è uno specialista delle rappresentazioni e dell’uso del corpo umano, che ha studiato in particolare analizzando i comportamenti a rischio.

“Americana. Raccolta di racconti” a cura di Elio Vittorini, presentazione

Fu grazie all’introduzione di Emilio Cecchi, proposta qui in appendice, che il libro poté essere ristampato dopo il primo sequestro a opera della censura fascista. Le introduzioni di Vittorini alle sezioni, proibite a suo tempo dal regime, insieme alle immagini e alle didascalie originali, costituiscono un’affascinante interpretazione dello sviluppo letterario americano e una guida alla scoperta o alla riscoperta di grandi narratori e narratrici”.(dal Catalogo Giunti)

Ripubblicata nel marzo 2023 e in aprile in formato digitale da Giunti Bompiani con i contributi di Giuseppe Zaccaria, è un’antologia stampata per la prima volta nel 1941 a cura di Elio Vittorini che l’aveva proposta all’Editore Bompiani. Oggi rappresenta un viaggio alla scoperta della letteratura americana, dai primi dell’Ottocento alla fine degli anni ‘30  del Novecento, e assomma racconti di celebri autori tradotti da altrettanto celebri autori italiani tra i quali spiccano i nomi di Montale, Moravia, Pavese. Piovene e lo stesso Vittorini.

Un’opera ampia che nella prima edizione ebbe a scontrarsi con la censura fascista.

Il testo di una missiva di Vittorini all’editore sottolinea il fervore che animava l’indagine letteraria e nello stesso tempo la vastità del panorama americano in cui si muovevano le ricerche di Vittorini che scrive da Firenze il 5 maggio del 1940

“Sto leggendo tre volumi al giorno: per l’antologia. Quando tornerò a Milano, sabato e domenica prossima, avrò completato il lavoro di scelta. Intanto ho ottenuto che anche Moravia traduca tre racconti. Bene no? Così i traduttori saranno tutti scrittori”

Interessante la notazione conclusiva che vuole i traduttori a loro volta scrittori.

All’interno dell’opera anche le lettere indirizzate a Bompiani da Elio Vittorini offrono uno spaccato storico oltre che letterario sulla scelta fascista di censurarla da parte dell’allora Ministro della Cultura popolare Alessandro Pavolini. Un cammino arduo precedette l’opera di pubblicazione: incriminati furono i corsivi e le note critiche cui Vittorini faceva precedere i brani scelti e la Prefazione fu così affidata ad Emilio Cecchi, “più gradito”, scrive Zaccaria nella sua ampia e articolata presentazione, che si fece garante dell’Opera nei confronti del Ministero. Cecchi, accademico d’Italia, era esponente infatti della cosiddetta “prosa d’arte”, si legge nelle note che precedono i numerosi carteggi riportati tra Bompiani, Pavolini, Cecchi, Vittorini, Pavese e Montale.

Elio Vittorini nacque a Siracusa nel 1908. A ventitré anni esordì con Piccola borghesia e nel 1932 scrisse Viaggio in Sardegna, ripubblicato nel 1952 col titolo Sardegna come un’infanzia. È di quegli anni anche il romanzo Il garofano rosso, pubblicato in volume solo nel 1948. Nel 1941 uscì presso Bompiani Conversazione in Sicilia e nel 1945 Uomini e no, i suoi titoli più celebri, seguiti poi da Il Sempione strizza l’occhio al Fréjus (1947), Le donne di Messina (1949) e Diario in pubblico (1957). Con l’antologia Americana (1942) fu tra i primi traduttori della grande letteratura americana in Italia. Fondatore della rivista Il Politecnico, diresse successivamente le collane “I gettoni” per Einaudi e “Medusa” per Mondadori e i quaderni di letteratura Il Menabò insieme a Italo Calvino. Morì a Milano nel 1966. Nei Tascabili Bompiani sono disponibili Tre storieSardegna come un’infanziaAmericana, la nuova edizione di Diario in pubblicoIl garofano rossoIl Sempione strizza l’occhio al Fréjus, le Le donne di Messina e Le città del mondo e, nei Classici Contemporanei, Il garofano rosso e Conversazione in Sicilia. (da Giunti Autori)

La Quarta di copertina riporta l’elenco degli autori presenti nell’Antologia