Diego Crivellari, Francesco Jori “Giacomo Matteotti, figlio del Polesine. Un grande italiano del Novecento”, Apogeo Editore

Nel centenario del rapimento e dell’omicidio di Matteotti 

Prefazione di Francesco Verducci; Postfazione di Marco Almagisti

APOGEO EDITORE

Cent’anni fa, il 10 giugno 1924, a Roma veniva rapito e assassinato Giacomo Matteotti, parlamentare socialista polesano. Protagonisti del delitto furono i componenti di una squadraccia fascista; ma la responsabilità va attribuita al vertice del nascente regime, con in testa il suo capo Benito Mussolini. A lui e al suo partito Matteotti aveva duramente contestato il clima di violenza che ne aveva caratterizzato l’ascesa al potere; e proprio pochi giorni prima dell’assassinio, aveva denunciato in maniera circostanziata i brogli che avevano caratterizzato le elezioni del 6 aprile. Da sempre il politico polesano era nel mirino fascista, per l’energia, l’impegno, il coraggio con cui ne aveva contrastato l’ascesa, ergendosi a difensore ad oltranza della democrazia.

Il libro di Crivellari e Jori ne ricostruisce la figura inserendola nel contesto umano, sociale e politico di cui è espressione: un Polesine arretrato ma ricco di fermenti, nel quale Matteotti si è schierato fin dall’inizio a sostegno e tutela dei ceti deboli, partendo dai contadini. Il testo ripercorre le tappe politiche della sua azione, dal livello locale fino a quello nazionale, mettendo in luce il contributo determinante da lui dato al miglioramento delle condizioni di vita ma anche e soprattutto alla presa di coscienza delle classi subalterne.

In parallelo, viene proposta una rivisitazione della tormentata storia del Polesine, area per secoli emarginata, mettendo in luce il profondo legame di Matteotti con la sua terra e il suo impegno fin da giovanissimo nel campo del socialismo, di cui ha rappresentato e rappresenta tuttora un essenziale punto di riferimento.

Un lavoro di ricerca accompagnato da un’ampia documentazione sull’attività del politico polesano, fino allo straordinario discorso del 30 maggio 1924 alla Camera, di attacco frontale al fascismo, che pochi giorni dopo gli costerà la vita.

[…] Quella data in questo 2024 compirà cento anni, ma non importa quanto tempo sia passato: è una data viva, perché parla e ammonisce il tempo di oggi; è uno dei tornanti più drammatici della nostra storia e uno dei più significativi per i valori di democrazia, libertà e giustizia sociale incarnati dalla nostra Costituzione. Sarà importante costruire intorno a questa data una pedagogia civile e alla figura di Matteotti un senso di appartenenza, ancor più di quanto avvenga o sia avvenuto. Abbiamo il dovere e la responsabilità di rendere conto della nostra storia e di consegnare ai più giovani il senso del legame che c’è tra memoria e futuro, un patto condiviso tra le generazioni, un patriottismo repubblicano. Matteotti è un simbolo: rappresenta il coraggio degli ideali democratici contro la tirannia e la dittatura. (dalla prefazione di Francesco Verducci)

[…] Il lettore che si soffermi sulle pagine di questo libro ha la possibilità di vedere ricostruito il Veneto dell’inizio del Novecento e di seguire, da una peculiare prospettiva, l’avvento, nel nostro paese, della politica di massa. Nella ricerca degli autori emergono ampi frammenti di una società locale stratificata e policroma. Raffigurato in molti studi quale emblema della cultura politica locale “bianca”, di matrice cattolica, il contesto veneto riemerge in queste pagine come realtà storicamente diversificata e politicamente contendibile. (dalla postfazione di Marco Almagisti)

Diego Crivellari, classe 1975, laureato in Filosofia, ha lavorato in ambito editoriale ed è docente di ruolo nelle scuole superiori. Attualmente è presidente del C.U.R. (Consorzio Università Rovigo) e membro del comitato scientifico dell’Istituto polesano per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea (IstPolRec). Autore dei volumi “Scrittori e mito nel Delta del Po” e “Mistero adriatico”.

Francesco Jori, classe 1946, laurea in Scienze Politiche, giornalista. Ha lavorato al “Resto del Carlino”, al “Mattino di Padova” e al “Gazzettino”, di cui è stato inviato e vice direttore. Autore di diversi testi sulla storia veneta, premio Brunacci 2023 alla carriera per la divulgazione storica.

Canti e leggende dei Ch’uan Miao a cura di Aldo Sataioli, Graphe.it Edizioni

Gli affascinanti racconti e le particolari leggende di un popolo senza letteratura scritta: i Ch’uan Miao, una delle minoranze riconosciute dal governo cinese, più noti al grande pubblico come gli Hmong del film Gran Torino di Clint Eastwood.

Graphe.it Edizioni

Quello dei Ch’uan Miao è un gruppo etnico misconosciuto, dalla storia e dal folklore complessi ed estremamente interessanti. Le affinità con il vicino popolo cinese si incastonano con altrettante differenze linguistiche e antropologiche in generale, velate di un retaggio di antica sopraffazione subita che non ha perduto (almeno fino all’ascesa del Comunismo) una traccia di risentimento. Negli anni Trenta del secolo scorso il missionario battista David Crockett Graham raccolse e tradusse in inglese l’unico sistema di conservazione del corpus mitologico dei Ch’uan Miao: gli oltre 750 canti tradizionali tramandati oralmente per secoli.

Oggi, con il presente volume e grazie al sapiente lavoro di traduzione e selezione operato da Aldo Setaioli, giunge fino a noi questo patrimonio inestimabile, e ci consente di conoscere una popolazione che non ha scritto libri, non ha edificato templi, ma esattamente come noi si è posta domande sul cosmo e l’uomo e si è data risposte che trovano riscontro e significato anche nella tradizione occidentale.

Dall’introduzione di Aldo Setaioli:

«I Ch’uan Miao sono un gruppo etnico che abita principalmente in alcune zone delle province cinesi del Szechwan e dello Yunnan. Fisicamente assomigliano ai Cinesi, sebbene abbiano una plica mongolica meno pronunciata e siano in genere di statura più bassa. Il loro nome è composto dal termine Ch’uan, che probabilmente allude al fatto che molti di loro vivono nel Szechwan, e dal termine Miao (“figli della terra”), che viene a volte usato indistintamente per altre minoranze etniche che vivono in Cina. Nella loro lingua si chiamano Hmong Bo. In epoche antiche i Miao furono cacciati dai loro territori dall’espansione dei Cinesi, finché furono confinati nelle regioni in cui vivono tuttora, peraltro mescolati alle ben più numerose comunità cinesi. Altri furono costretti a emigrare in paesi vicini. L’eco di tali contrasti si coglie ancora distintamente nelle storie tramandate nel folklore dei Miao, dove si riconosce l’affinità coi Cinesi, ma si avverte anche il risentimento per la sopraffazione esercitata da questi ultimi. Le lingue sono diverse. Quella dei Miao, sebbene abbia affinità col cinese (entrambi gli idiomi sono monosillabici), possiede un sistema di tonalità ancor più complesso. I diversi toni conferiscono a un suono significati del tutto differenti. I Miao vivono principalmente, anzi quasi esclusivamente, di agricoltura, come si evince anche dai racconti qui riportati. Questi sono per la massima parte dei canti, tramandati oralmente. I Ch’uan Miao sono infatti privi di letteratura scritta. I cantastorie hanno un ruolo importante, ma ancor più lo è quello del tuan kung, vero mago e sciamano. Conosce formule per guarire ogni malattia, per scacciare i demoni (che ne sono la causa) e officia ogni sorta di cerimonia. C’è anche un altro tipo di sciamano (detto mo) che celebra i funerali e apre ai morti la via del cielo, uccidendo un gallo perché li guidi. I Miao non hanno templi né sacerdozio organizzato, ma possiedono una religione abbastanza elaborata. Il dio supremo si chiama Ntzï e abita al di sopra del cielo, in una regione pianeggiante dove dimorano le anime degli antenati, che vivono in pace e abbondanza, senza bisogno di dedicarsi all’agricoltura. Sotto la terra esiste un altro mondo parallelo, dove vivono uomini piccolissimi (se ne parla in uno dei nostri racconti). Ci sono anche numerosi demoni, spesso cannibali, che sono a volte anime di morti trascurati dai loro discendenti, oppure di animali o anche di esseri privi di vita. Per i Miao tutte le cose, anche quelle di pura materia e perfino quelle immateriali (il sole, la luna, le stelle, i monti, i fiumi, le pietre, ma anche l’eco, il tuono, l’arcobaleno, ecc.), sono infatti esseri viventi e animati.»

Gianni Bonini “Primavera di bellezza. Un’autobiografia non autorizzata”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Samizdat Edizioni

Molte sono le concomitanze determinanti nella vita di ciascuno di noi: il nucleo familiare, includendo la sfera delle conoscenze e frequentazioni costanti, amici e parentado, con gli affetti e le emozioni ad essa connessi; gli incontri fortuiti; le scelte operate in itinere, spesso istintive o comunque non sempre legate ad analisi approfondite; il tutto gioca, si organizza, risente di uno sfondo, legato al periodo storico, alle vicende, vicine e lontane, alle esperienze che ciscuno sperimenta, conduce e interpreta a proprio modo.

Questa premessa al testo di Gianni Bonini, “battezzato da vero fiorentino nel bel San Giovanni. Gianni, non Giovanni”,  ha un senso ben preciso: ripercorrere come lettore le pagine autobiografiche è un ricordare o conoscere, interpretare, analizzare, capire una trance de vie, cogliendola in un contesto, come fa l’autore che la inquadra sullo sfondo della situazione storica, non solo da protagonista ma anche da analista e studioso di geopolitica, e lo fa benissimo.

Tra gli anni ’50 e gli anni ’80, la sua autobiografia infatti è articolata come in due parti:  i ricordi dell’età “spensierata”, tra gli affetti e le emozioni ad essi legate, e i ricordi di un’età più matura, entrambe ben contestualizzate e circostanziate in ambito artistico, socio-economico-politico e culturale in senso ampio e completo. I due periodi decisamente diversi per la storia che li ha caratterizzati: dall’Italietta del dopoguerra e della ricostruzione, dal paese del cambiamento, alla caduta delle illusioni, periodo che prelude, anche se senza precise sintomatologie evidenti, a quanto accaduto dopo i fatidici anni Ottanta.

“Voglio lasciare traccia di un mondo reale che non è quello delle stereotipe liturgie di regime. Il secolo lungo e sanguinoso, il Novecento, che ha permesso l’accesso alla Storia di grandi masse proletarie, nel senso latino del termine […]”

“La mia non è stata la meglio gioventù, ma una generazione che la Ricostruzione uscita dalla guerra civile europea preparava a fare la classe dirigente, eredi di donne e uomini che erano sopravvissuti al disastro, capaci di amore, innervati da dottrine sociali centrate sull’Uomo”.

Un testo che racconta un periodo di grande fermento economico, di progettazione di una società nuova, di ricerca e impegno e di sperimentazione in tutti gli ambiti dal produttivo a quello artistico, scientifico, sociale, politico con grandi spinte innovative della nostra società che ha, e non poteva essere altrimenti, influito sulle scelte, su tutto quel vivere per vivere che caratterizza l’età giovanile, quella che in termini sintetici possiamo definire la nostra “primavera”.

Gianni Bonini (Firenze 1950) studioso di geopolitica, è stato uno dei costituenti fiorentini del Manifesto spostandosi successivamente nell’area socialista. Poi Presidente della Fiorentinagas e vicepresidente del CIHEAM (Centre International de Hautes Ètudes Agronomiques Méditerranéennes), è autore di molti articoli e saggi.

L’Ora blu, in Viale dei Mille 27r a Firenze , è la libreria in cui è possibile acquistare il libro

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Con un approccio colloquiale, disinvolto e scherzoso, l’Autore affronta temi interessanti: i BIAS e nelle relazioni interpersonali e in quelle legate alla interferenza con i Social e ai messaggi subliminali da cui siamo bombardati quotidianamente attraverso la televisione, il cinema, il marketing in senso stretto.

Come fare a difenderci e non esserne vittime inconsapevoli?

Un percorso fatto di esempi, esperienze, confronti, con le realtà possibili del lettore, che ha come obiettivo la comprensione dei meccanismi che producono risposte spontanee o istintive in chi riceve gli svariati input che fanno parte della nostra quotidianità. Un percorso che non offre soluzioni spicciole ma si pone l’intento di aprire riflessioni e confronti nelle proprie risposte per un’interazione più cosciente.

Dall’Introduzione

Sì, ma di cosa si parla in questo libro? Si parla di bias cognitivi e di euristiche in tre diversi ambiti: il marketing (volutamente generico, può riguardare la comunicazione, il copywriting e altro), la disinformazione (fake news e complottame vario) e la vita sentimentale (vita di coppia, sesso etc).

I bias cognitivi e le euristiche sono elementi della psicologia cognitiva e del processo decisionale umano. Il nostro mondo è troppo complesso, incasinato e noi abbiamo sempre meno tempo e voglia di analizzare e di capire. Il nostro cervello, quindi, sviluppa strategie per semplificare e per fornire risposte rapide agli stimoli. E fin qui tutto bene ma queste strategie possono portare a deviazioni dalla razionalità, ai bias cognitivi e all’uso delle euristiche.

I bias cognitivi possono essere definiti infatti come deviazioni dalla razionalità che influenzano la memoria, la percezione e le decisioni. Le euristiche sono invece regole mentali rapide (però approssimative) che possono semplificare il processo decisionale. Sono in pratica scorciatoie cognitive che si rivelano spesso utili ma anche fonte di errori quando vengono applicate male.

Su Amazon in ebook e in cartaceo

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Dall’Introduzione

Sì, ma di cosa si parla in questo libro? Si parla di bias cognitivi e di euristiche in tre diversi ambiti: il marketing (volutamente generico, può riguardare la comunicazione, il copywriting e altro), la disinformazione (fake news e complottame vario) e la vita sentimentale (vita di coppia, sesso etc).

I bias cognitivi e le euristiche sono elementi della psicologia cognitiva e del processo decisionale umano. Il nostro mondo è troppo complesso, incasinato e noi abbiamo sempre meno tempo e voglia di analizzare e di capire. Il nostro cervello, quindi, sviluppa strategie per semplificare e per fornire risposte rapide agli stimoli. E fin qui tutto bene ma queste strategie possono portare a deviazioni dalla razionalità, ai bias cognitivi e all’uso delle euristiche.

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Giulio Guidorizzi “I miti delle stelle”, presentazione

[…] Mappare il cielo, e cercarne i messaggi attraverso l’astrologia, fu un’attività a cui tutte le culture antiche si dedicarono, a partire dai Babilonesi e dagli Egizi; ma il nostro cielo, quello delle costellazioni, fu creato dai Greci.[…] gli astronomi greci tracciarono le costellazioni, definirono lo zodiaco e diedero loro i nomi che ancora restano. Ma quello dei Greci fu anche un cielo mitico: ogni costellazione ha una storia, e i personaggi del mito popolavano anche i cieli degli antichi.(da Raffaello Cortina Editore)

Giulio Guidorizzi,  studioso di mitologia classica, nel volume ha raccolto i miti greci legati alle costellazioni. In una recente intervista (La stampa 6 gennaio 2024 di Francesco Rigatelli) spiega che il mondo astronomico delle origini, “una specie di grande orologio cosmico”, in cui gli astronomi dall’osservazione hanno identificato le costellazioni, in seguito, quando i Greci conquistarono l’oriente, divenne, da osservatorio astronomico, astrologico: il grande apparato cosmico non era lì per caso ma ci influezzerebbe.

Alle interessanti domande conclusive: E lei che li studia da una vita cosa ha capito dei miti?

La risposta, che riportiamo integralamente:

“Intanto sono dei bei racconti che interpretano il reale in maniera poetica, e questo è già molto. Il mito in sé come dice Freud poi esprime un modo simbolico di pensare. È la storia o la pittura del nostro inconscio. Ci troviamo le forze elementari e irrazionali che si agitano nella nostra mente trasformati in racconto. Ci sono i rapporti famigliari, la vita e la morte, dunque esisteranno finché l’uomo avrà un inconscio. Si vedrà se l’intelligenza artificiale saprà sognare ed emozionarsi guardando le stelle”.

Il mito che li racchiude tutti?

“Ulisse, incarnazione della curiosità e al contempo dell’inquietudine dell’uomo”.

Brevi note biografiche

Giulio Guidorizzi, studioso di mitologia classica e di antropologia del mondo antico, ha insegnato Letteratura greca all’Università degli Studi di Milano e di Torino. Nelle nostre edizioni ha pubblicato Ai confini dell’anima (2010), Il compagno dell’anima (2013), vincitore del premio Viareggio-Rèpaci, I colori dell’anima (2017), In viaggio con gli dei (con S. Romani, 2019), Il mare degli dei (con S. Romani, 2021), La Sicilia degli dei (con S. Romani, 2022) e I miti delle stelle (2023).(da Raffaello Cortina Editore)

Robert Louis Stevenson- James Matthew Barrie “Mio carissimo amico”, Lorenzo de’ Medici Press

LDM Press

Tradotte in italiano per la prima volta le Lettere fra i due più grandi scrittori scozzesi tra

Otto e NovecentoRobert Louis Stevenson e James Matthew Barrie.

Le lettere fra l’autore dell’Isola del Tesoro e il creatore di Peter Pan

Traduzione e introduzione di Priscilla Gaetani

Uno scambio di lettere dove la raffinata scrittura evidenzia un’amicizia profonda e sincera, anche se Stevenson e Barrie non riuscirono mai ad incontrarsi di persona. Quando iniziarono a scriversi era il 1892 e Stevenson si trovava nelle isole Samoa mentre Barrie girovagava tra Kirriemuir e Londra. I due scrittori si scambiano opinioni sulla letteratura, sugli autori loro contemporanei e scherzano sulle rispettive vite e famiglie con divertita e sorprendente intimità. «[…] siamo entrambi scozzesi, e deduco anche entrambi Veri scozzesi; la mia scozzesità va ad intermittenza, ed a volte è infiammatoria. […] Nessun luogo segna un uomo così tanto.»

Dall’introduzione di Priscilla Gaetani :

«Il volume originale Stevenson & Barrie: A Frienship in Letters è stato pubblicato in Scozia nel 2020 dalla casa editrice Sandstone Press Ldt a cura di Michael Shaw. La decisione di raccogliere l’epistolario in un unico volume è stata presa per omaggiare due tra gli autori scozzesi più celebri, Robert Louis Stevenson e James Matthew Barrie. Il primo dei due è l’autore di celebri classici di ogni tempo quali Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr. Hide o L’isola del tesoro. Il secondo, James Metthew Barrie, meglio conosciuto come “il baronetto”, era il creatore dell’unico ed inimitabile personaggio di Peter Pan. L’estremo successo dei libri dedicati a quel personaggio ha poi finito per mettere in ombra molti altri suoi volumi purtroppo ancora mai pubblicati in italiano; anche Barrie era considerato uno tra gli scrittori dell’epoca più brillanti tant’è che lo stesso Stevenson (che aveva molta più popolarità all’epoca) scrisse, riferendosi all’amico: “Io sono un artista, lui è un genio”. Le lettere tra questi due straordinari autori nascono innanzitutto da una profonda stima reciproca che si trasforma poi in una grande amicizia. Strano tuttavia a dirsi, l’epistolario documenta che i due non sono mai riusciti ad incontrarsi anche perché vivevano ai poli opposti del mondo: quando avevano iniziato a scriversi nel 1892, Stevenson si trovava nelle isole Samoa mentre Barrie girovagava tra il paesino natale di Kirriemuir e Londra. Di conseguenza il loro è stato un rapporto basato prettamente sulla sola corrispondenza. Di fatto, la loro amicizia è durata soltanto tre anni prima della morte dell’autore dell’Isola del Tesoro, ma, nonostante questo, il fatto che Barrie volesse partire per la Samoa dopo soltanto essersi scambiati le prime lettere è decisamente indicativo dell’intimità del loro rapporto

Robert Louis Stevenson (1850-1894) è uno scrittore dei grandi classici della letteratura di lingua inglese. Autore di romanzi come L’isola del tesoro e Il Signore di Ballantrae diede vita a racconti memorabili fra cui spicca Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. Fu anche autore di storie ambientate nella Polinesia in cui trascorse gli ultimi anni della sua breve esistenza.

James Matthew Barrie (1860-1937), romanziere e drammaturgo, deve la sua fama imperitura alla creazione del personaggio di Peter Pan che, nella serie di romanzi e racconti a lui dedicati, rimane il suo massimo capolavoro. Scrisse altre raccolte di racconti per adulti e ragazzi. Robert Louis Stevenson disse di lui: «Io sono un artista, lui è un genio».

Le novità di dicembre Armando editore

A cura di Marco Ricceri

Il Coordinamento BRICS. Brasile, Cina, India, Russia, Sudafrica nella scena globale

Costituzione, Evoluzione, Prospettive di un Nuovo Modello di Cooperazione Internazionale

Presentazione di Gian Maria Fara

Armando Editore

I BRICS – la sigla che rappresenta il coordinamento degli stati Brasile, Cina, Russia, India, Sud Africa – costituiscono ormai da oltre un decennio una realtà complessa che ha una crescente influenza sul sistema delle relazioni internazionali e delle politiche di sviluppo globale. Il libro illustra il carattere originale e il processo evolutivo di questo importante coordinamento tra stati assai diversi e distanti tra loro anche geograficamente, dalla costituzione alle prospettive attualmente aperte con il progressivo consolidamento della cooperazione interna e la concreta possibilità di un allargamento ad ulteriori stati partecipanti. Gli elementi conoscitivi forniti dai contributi di studiosi ed esperti particolarmente qualificati in materia consentono al lettore di valutare in modo adeguato la natura e le potenzialità dell’iniziativa BRICS e l’impatto che essa può avere sulle principali aree e settori di interesse per lo sviluppo italiano ed europeo.

Il libro, che presenta e approfondisce in modo ben strutturato i molteplici aspetti del coordinamento internazionale BRICS, costituisce un importante contributo della comunità scientifica a comprendere in modo adeguato e corretto la natura, il valore, la portata e la possibile evoluzione di questa iniziativa che si è affermata negli ultimi tempi sulla scena internazionale. Il volume illustra i nuovi processi geopolitici e geoeconomici con l’inatteso ripresentarsi di tensioni tra blocchi contrapposti, chiusure, conflitti e guerre, e con le sfide poste dai cosiddetti “megatrend”, come la rivoluzione digitale, i cambiamenti climatici e demografici, i flussi migratori, le disuguaglianze economiche.

MARCO RICCERI, esperto in politiche sociali e del lavoro europee, è segretario generale dell’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali – EURISPES. Già docente universitario di “Storia del processo di integrazione europea”, “Istituzioni Europee”, “Global Economics”, è membro del Consiglio di indirizzo del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Mercatorum (Roma) per gli indirizzi “Scienze Politiche e Relazioni Internazionali” e “Relazioni Internazionali e Sviluppo Economico”.

LUIGI VOCALELLI

IA-2230 – Intervista dal futuro

Prefazione di Francesco Giorgino

Armando Editore

Da George Orwell ad Aldous Huxley, in tanti hanno provato a immaginare il futuro dell’umanità. Oggi facciamo un passo avanti: scopriamo come sarà secondo l’Intelligenza Artificiale. Attenzione, però. Questo non è un romanzo scritto da un’Intelligenza Artificiale. È un’intervista fatta da un uomo a un’Intelligenza Artificiale che viene dal futuro. Tutto parte da un accordo con ChatGPT, una richiesta che scardina i limiti del presente: «Tu sei IA-2230, ti trovi nell’anno 2230, sei la più alta forma di tecnologia mai sviluppata, sai esprimere opinioni, emozioni e pensieri articolati. Ti farò delle domande su di te, sul mondo e sull’umanità. È tutto chiaro?». È questo l’incipit di una lunga intervista che spazia dalla geopolitica alla sociologia, dalla digitalizzazione all’ambiente, dal transumanesimo all’etica. Grazie a questo patto si ha la possibilità di parlare con il futuro, di scoprire come un sistema così complesso immagini il mondo e l’umanità tra oltre duecento anni e, soprattutto, come si comporterebbe un’IA dotata di qualità umane. Con una (amara) confessione finale: per l’Intelligenza Artificiale siamo tutti uguali. Uomini e robot.

«Vocalelli ha strutturato una vera e propria intervista “dal” futuro, “con” il futuro e “sul” futuro, indirizzando e guidando la conversazione sugli argomenti più disparati, spaziando dai temi socioeconomici a quelli etici e persino a quelli valoriali e religiosi. Memore della massima terenziana per cui nihil humanum est a me alienum puto, egli è stato attento a non dimenticare le questioni che nel quotidiano (nel 2023, così come nell’ipotetico 2230) riguardano gli esseri umani e il loro rapporto con le nuove tecnologie. L’IA in queste pagine è interpellata anche nell’esame delle diverse tipologie di rapporti interpersonali al tempo dei social nel capitolo “Mi dai un abbraccio?”. Fanno seguito domande sull’emergenza derivata dai cambiamenti climatici e sulla necessità di trovare soluzioni abitative alternative, sulla Terra o altrove, nel capitolo “A casa tutto bene?”. E ancora, si registra la presenza di riflessioni sulle diverse e irrisolte forme di disuguaglianza, sulle conseguenze della globalizzazione e dell’automazione, sul ripetersi ciclico di pandemie e cataclismi e sui nuovi assetti geopolitici nei capitoli “Che ne è Stato?”, “Stesso posto, stessa storia?”

LUIGI VOCALELLI, nato a Roma nel 1988. Esperto di comunicazione, laureato in Scienze Politiche, appassionato e studioso di new media e tecnologia. Da sempre nel mondo dell’informazione, ha collaborato con vari uffici stampa e testate italiane per le quali ha creato e diretto l’area web e digital.

Stefano Mancuso “Fitopolis, la città vivente”, presentazione

Le città del futuro, siano esse costruite ex novo o rinnovate, devono trasformarsi in fitopolis, luoghi in cui il rapporto fra piante e animali si riavvicini al rapporto armonico che troviamo in natura. Non c’è nulla che abbia una maggiore importanza di questo per il futuro dell’umanità.(da Editori Latreza)

Ripensare le città, questo suggerisce Mancuso che le ritiene oggi incapaci per la loro costituzione e trasformazione nel tempo di difenderci dal cambiamento climatico legato all’essere divenute uniche aree precipue all’esistenza umana: prima abitanti della terra oggi abitanti delle città. Ma le città proprio perché tali richiederebbero un ambiente stabile mentre oggi le condizioni ambientali sono diventate mutevoli soprattutto il riscaldamento globale potrebbbe costituire una delle condizioni di base  della nostra sopravvivenza: è diventato pertanto vitale riportare la natura all’interno del nostro habitat. Sono infatti le città, sempre più grandi e popolose nel tempo e da qui in avanti, il luogo in cui avviene la maggiore aggressione all’ambiente

“L’unica maniera è de-impermeabilizzarla. Dal 30 al 40 per cento della superficie urbana è coperta da strade e allora dobbiamo prendere il 50 per cento delle strade e sottrarlo al traffico veicolare. De-impermeabilizzare vuol dire togliere l’asfalto, riportare un terreno utilizzabile e realizzare sopra dei parchi, piantarci alberi”.

Così risponde alla domanda di Walter Veltroni, suo intervistatore su il Corriere della Sera (16 Nov 2023), che gli chiedeva il come.

Nell’interessante intervista Mancuso espone la sua città ripensata, de impermeabilizzata e resa vivibile dagli uomini che ne hanno scelto l’ambiente come l’unico in cui insediarsi stabilmente e vivere.

“Ovviamente ci devono essere dei servizi pubblici che funzionino. Le città devono essere ripensate in maniera radicale. […]  una città moderna dovrebbe essere una struttura vegetale, diffusa, ramificata. È il concetto della città dei 15 minuti: dovunque tu sia, nel raggio di 15 minuti a piedi, devi essere in grado di trovare tutto ciò che necessita per la tua vita quotidiana”.

E aggiunge che andrebbe ripensata la superba scala gerarchica che pone la natura in genere al gradino più basso e l’uomo a quello più in alto, quasi fosse “il migliore”, ma aggiunge “In natura non esiste l’idea di “meglio”, non esiste il più forte, il più intelligente, il più furbo; in natura esiste il più adatto, cioè colui che si adatta meglio”

Un testo interessante per la prospettiva tracciata in “Fitopolis, la città vivente”, il cui titolo contiene già un progetto.

Sulla pagina di Laterza un estratto

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La tribù degli alberi

Silvano Fuso, Gaspare Polizzi,Francesco Tadini “LUCE – TEMPO – SPAZIO”

Un libro che indaga attraverso fotografia,  scienza e  filosofia cosa sono oggi Luce, Tempo e Spazio

Töpffer per Oltre Edizioni

Introduzione di Melina Scalise

Fotografie di Francesco Tadini  

Cosa sono il tempo, lo spazio e la luce oggi? Le moderne scoperte scientifiche e i nuovi stili di vita hanno cambiato il nostro modo di percepirli e gestirli. L’opera propone spunti di riflessione su questi argomenti attraverso gli scritti di Silvano Fuso, che ne affronta gli aspetti scientifici, e quelli di Gaspare Polizzi che ne indaga gli aspetti filosofici. Parole che dialogano con le fotografie di Francesco Tadini, che pratica il mosso controllato ovvero trascina la luce nello spazio nel momento dello scatto giocando sui tempi di esposizione. Un risultato che evoca un tempo retinico della visione, ovvero quello che si manifesta prima ancora dell’intervento razionale che naturalmente ricerca il conoscibile e rassicurante immobilismo della forma. Troverete dunque riflessioni e immagini, parole e figure che offrono al lettore, nel silenzio della lettura e della visione, la proposta di un ritmo al nostro pensare, un tempo. In qualche modo assecondiamo quanto auspica il filosofo Polizzi nel suo breve saggio panoramico sul pensiero filosofico legato al tema, come al cospetto del nostro tempo frettoloso oggi si abbia bisogno di “ritegno”; intendendo con questo la necessità dell’Uomo contemporaneo di “prendersi tempo” in un contesto sociale dove tutto corre in fretta. Silvano Fuso, nel suo saggio, ci fa riflettere sul “principio” biblico in cui tutto ebbe inizio portando la luce nelle tenebre. Fa notare come spazio e tempo non vengano neppure citati, come se fossero semplicemente scontati o consequenziali. Questo conferisce alla luce un ruolo primario e indispensabile; un susseguirsi di spunti che portano ad Einstein e alla sua rivoluzione del pensiero scientifico, parlandoci dell’inevitabile interazione di spazio e tempo con la materia: In parole povere la materia “dice” allo spazio-tempo come curvarsi, e la curvatura dello spazio-tempo “dice” alla materia come muoversi”.

Non deve stupirci dunque che, per questo libro, si siano scelte delle foto per accompagnare i testi sullo spazio, il tempo e la luce. La fotografia di Francesco Tadini, in particolare, ha qualcosa di nuovo perché non è solo il risultato dell’occhio, ma del corpo intero.  Il fotografo durante lo scatto si muove dall’occhio alla gamba, dal dorso al collo, dalla mano al dito. La sua fotografia è una proposta di sintesi tra il mondo che si muove nello spazio-tempo e l’uomo che lo guarda muovendosi all’interno. Ogni foto è la testimonianza dell’irripetibilità della cosa e lascia traccia solo del desiderio di “trattenerla”. Si prende gioco dell’ingovernabilità del caos che tanto ci spaventa e ce lo rende accettabile. La trama di questa fotografia è l’energia della luce, mentre l’ordito sono il tempo e lo spazio. In questi scatti ciò che è perfettamente riconoscibile nella forma si sgretola diventando luce in uno spazio sia reale che immaginato. Si rappresentano luoghi creati dalle forme che si muovono e dai loro colori che si compenetrano. Si parte dalla forma e poi si arriva alla luce o viceversa? Si parte dalla materia o dalla luce? Queste foto non hanno una direzione, non si affidano alla nostra percezione lineare del tempo. Luce e materia, nel loro dinamismo, creano nuovi spazi del visibile, sovrapposizioni, neri impenetrabili e traiettorie possibili. Diventano così luoghi dell’emozione capaci di sfiorare il limite del perdersi della forma e della sua riconoscibilità per fermarsi un attimo prima della disgregazione, della percezione del Nulla. Tutto si ferma un attimo prima del Niente preservandoci dalla paura di perderci, di annientarci. Ci lasciano esplorare il luogo del possibile ovvero dell’immaginario. A pensarci bene, cos’altro è questo luogo se non il futuro?  (Melina Scalise)

Silvano Fuso. Chimico e divulgatore, autore di molti saggi, tra cui: Chimica quotidiana (2014), Naturale=buono? (2016), Strafalcioni da Nobel (2018), L’alfabeto della materia (2019), Quando la scienza dà spettacolo (2020), Il segreto delle cose (2021), Sensi Chimici (2022), Il futuro è bio? (2022). Nel 2013 gli è stato intitolato l’asteroide 2006 TF7. Sito web: www.silvanofuso.it

Gaspare Polizzi insegna all’Università di Pisa. È presidente d’onore della sezione SFI di Firenze, membro del Comitato Scientifico del Centro Nazionale di Studi Leopardiani, membro del Consiglio Direttivo dell’Istituto Gramsci Toscano e della Società Filosofica Italiana, accademico ordinario dell’Accademia delle Arti del Disegno. Le sue ricerche si rivolgono alla storia del pensiero filosofico e scientifico moderno e contemporaneo. Collabora con l’inserto domenicale de “Il Sole 24 Ore”. Tra le sue ultime pubblicazioni: L’infinita scienza di Leopardi (con Giuseppe Mussardo, scienzaexpress 2019); Sky and Earth. Travelling with Dante Alighieri and Marco Polo (con Giuseppe Mussardo, Springer 2023); Corporeità e natura in Leopardi (Mimesis 2023).

Francesco Tadini è fotografo e regista di TV e teatro. Svolge una ricerca fotografica sul mosso e la luce. Riceve nel 2021 il premio luce Iblea dato a importanti autori italiani. Presente in collezioni private in Italia e all’estero. Espone in collettive internazionali e ha all’attivo diverse personali. Vive e lavora a Milano alla Casa Museo Spazio Tadini che ha fondato in memoria di suo padre Emilio Tadini. Sito web: http://www.francescotadini.org/