Amal Bouchareb “I boccioli del mandorlo. Rifiorire in Palestina”, Vallecchi

L’identità sefardita, le ferite della guerra e la cucina come atto di resistenza e memoria nel romanzo sociale ‘I boccioli del mandorlo. Rifiorire in Palestina’ di Amal Bouchareb

Copertina del romanzo "I boccioli del mandorlo". Rifiorire in Palestina" di Amal Bouchareb, Vallecchi Editore

Genere: romanzo sociale, Palestina, thriller, cucina

Vallecchi

Dal 10 aprile

Ambientato tra Israele e la memoria del MaghrebI boccioli del mandorlo intreccia la storia di una famiglia segnata dalla guerra con una riflessione profonda sull’identità, la perdita e la possibilità di riconciliazione.
Azriel Boniche, ebreo algerino sefardita e chef militare in una base vicino a Haifa, vive nel fragile equilibrio tra il suo passato diasporico e il presente israeliano. La moglie, Livia, ricercatrice e attivista, e il figlio Daniel, giovane artista rientrato da Gaza, rappresentano due generazioni in cerca di senso dopo un conflitto che ha lasciato cicatrici invisibili. Quando la tragedia entra nella loro casa, la vita di Azriel si frantuma. Inizia così un viaggio interiore che si svolge attraverso la cucina, la memoria e la colpa: ogni ricetta diventa un atto di resistenza, un tentativo di trasformare il dolore in significato.

Con una scrittura sensuale e precisa, Amal Bouchareb unisce la materialità del cibo alla densità emotiva del trauma. Il profumo dei dolci di mandorle, le spezie, la musica andalusa e i versi di antiche canzoni arabe formano la trama sensoriale del romanzo, in cui la cucina non è solo rifugio ma linguaggio universale di sopravvivenza. L’autrice costruisce una narrazione stratificata, che oscilla tra il presente in Israele e i ricordi di una Algeria perduta, tra la memoria sefardita e il desiderio di un’identità riconciliata.
Attorno ad Azriel si muovono figure ambigue e potenti: colleghi militari sospettosi, una moglie divisa tra ideali e fedeltà, un figlio la cui sensibilità artistica collide con la brutalità del servizio militare. In questa tensione si insinua il sospetto, la paranoia, la domanda su cosa significhi davvero tradire: la patria, la famiglia o se stessi?
La prosa di Bouchareb alterna il lirismo poetico alla tensione del romanzo d’indagine. I capitoli si muovono tra il realismo psicologico e il simbolismo delle immagini ricorrenti — il mandorlo, il canto Qum Tara, la cucina della nonna — che diventano emblemi di continuità e di speranza. L’autrice restituisce con finezza le contraddizioni dell’identità ebraico-orientale, sospesa fra Oriente e Occidente, memoria e modernità, e scava nel rapporto fra cultura, trauma e appartenenza.
Questo è un romanzo di sradicamento e riconciliazione, dove la storia intima di una famiglia diventa specchio di una frattura collettiva. Nel dolore privato di un padre si riflette l’eco di popoli interi, separati ma legati da una memoria condivisa. E come i boccioli del mandorlo che tornano a fiorire ogni primavera, la scrittura di Amal Bouchareb si apre alla speranza, restituendo al lettore la possibilità di immaginare una pace che non è mai soltanto politica, ma anche interiore, umana e necessaria.

L’ aria era pervasa dal profumo di fiori d’arancio e da un dolore invisibile. Azriel si trovava nella cucina fiocamente illuminata. L’ atmosfera densa sembrava quasi strangolarlo, le sue mani tremavano leggermente mentre cercava un vecchio libro rilegato in pelle. Le pagine, ingiallite dal tempo e macchiate di olio, custodivano i segreti della sua famiglia. Un’ eredità che si perdeva in una lunga tradizione di arte culinaria, coltivata e raffinata attraverso innumerevoli generazioni, come un albero secolare che si ergeva fiero nel tempo. Eppure, le pagine sembravano sfumare davanti ai suoi occhi, le ricette, si dissolvevano in un’intricata trama di sofferenze. Azriel si muoveva nella cucina, avvolto in un inebriante mix di spezie dolci e un dolore persistente che si trascinava dietro di lui a ogni passo.

Amal Bouchareb (Damasco, 1984) scrittrice, traduttrice e docente algerino-italiana, è editorialista per Alaraby Aljadeed e Aljazeera (pagina culturale). Ha curato il programma di scrittura creativa del Ministero della Cultura saudita e dirige la rivista Arabesque. Trame di letteratura e cultura araba (Puntoacapo). Autrice di romanzi, racconti e traduzioni dall’italiano all’arabo, ha ricevuto il Gran Premio della Letteratura Algerina Mohammed Dib (2022). È membro della Consulta Lingua-Mondo della Società Dante Alighieri.

Andrea Pamparana “La tragica notte di Sebastopoli”, Bibliotheka

Ispirato ad una storia vera, il romanzo fonde rigore storico e narrazione per ricostruire il disastro della corazzata sovietica Novorossiysk (1955), trasformando un oscuro episodio censurato della Guerra Fredda in una profonda riflessione sulla ricerca della verità.

Copertina del romanzo "La tragica notte di Sebastopoli" di Andrea Pamparana, Bibliotheka Editore

Bibliotheka

Dal 10 aprile

Il nuovo romanzo di Andrea Pamparana fonde una rigorosa ricostruzione storica alla libertà della narrazione letteraria per raccontare uno dei misteri più drammatici della Marina sovietica: l’improvviso affondamento della corazzata Novorossiysk, avvenuto nel 1955.
La vicenda prende le mosse dalla Seconda Guerra Mondiale, seguendo le vite di Nino, Carlo e Luca, giovani marinai italiani che a bordo del Giulio Cesare vivono i momenti convulsi dell’armistizio dell’8 settembre. La nave sarà poi ceduta all’Unione Sovietica come riparazione di guerra, diventando l’ammiraglia della flotta del Mar Nero.
Il volume esplora l’inquietante ipotesi di un sabotaggio segreto ordito da ex incursori della Xª Flottiglia MAS che, mossi da un senso di onore quasi sacrale, avrebbero deciso di distruggere l’unità piuttosto che vederla servire sotto una bandiera nemica durante la Guerra Fredda.
Il racconto si distingue per la sensibilità con cui affronta l’etica del mare, mettendo in luce una solidarietà fatta di gesti semplici e di un rispetto che superava divise e ideologie. La vera nobiltà del marinaio emerge qui nella capacità di mantenere vivi legami umani — come la condivisione di un pezzo di pane tra prigionieri — e nel dare priorità assoluta al salvataggio dei naufraghi, anche nel cuore del combattimento. Il libro si chiude con un’amara riflessione sul silenzio delle istituzioni, offrendo una meditazione universale sulla dignità dell’uomo di fronte agli oscuri ingranaggi della Storia.

Incipit:

Yurek si accese una Belmoralcanal, una papirosa con molto cartone e poco tabacco, con il disegno sul pacchetto che riproduceva la costruzione del Canale Mar Bianco-Mar Baltico. Aspirò con voluttà perché era l’ ultima sigaretta del suo giorno di libertà. A breve sarebbe risalito sulla nave dopo alcuni giorni di riposo nel porto di Sebastopoli, affacciato sul Mar Nero che bagna l’Ucraina. Yurek era un marinaio semplice, nato in Georgia e chiamato dalla Marina Militare Sovietica, dopo tre mesi di addestramento teorico e pratico, ad imbarcarsi sulla corazzata Novorossiysk. Yurek era un nome polacco; suo padre faceva l’autista per un pezzo grosso del Partito comunista a Varsavia, un importante funzionario della Marina che a tempo debito aveva aiutato il giovane ad arruolarsi. Era nato in Georgia al confine con l’Armenia, dopo i trasferimenti imposti da Stalin a molte famiglie ucraine e polacche per ripopolare quelle zone a bassa natalità ai confini orientali, come la Georgia, patria dello stesso Stalin, e l’Armenia, terra rocciosa senza sbocchi sul mare, ma ricca di miniere di ferro e bachelite.

Andrea Pamparana, giornalista, scrittore, sceneggiatore, conduttore radiofonico e televisivo, ha iniziato la carriera il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro e della strage di via Fani. Da allora si è occupato di cronaca giudiziaria, politica estera e politica interna. Inviato per il Tg5, già capo della redazione milanese del Tg, ha seguito dal Palazzo di Giustizia di Milano tutte le fasi salienti della vicenda di Tangentopoli. Vicedirettore del Tg5 dal 2000 al 2016. Ha scritto oltre trenta libri su temi di attualità nazionale e internazionale e diversi romanzi tra cui, con Bibliotheka, Un condominio (2023).

Fabio Montella “Donne invisibili.La Resistenza femminile nella Bassa modenese”, Bibliotheka

LE DONNE INVISIBILI DELLA RESISTENZA IN UN’INDAGINE CHE INTRECCIA DOCUMENTI D’ARCHIVIO E TESTIMONIANZE IN PRESA DIRETTA

Copertina di Donne invisibili di Fabio Montella, Bibliotheka Edizioni, con un ricco apparato iconografico

Con un ricco apparato iconografico

Bibliotheka

Dal 3 aprile

Dopo la caduta di Mussolini, decine di donne della Bassa modenese aderiscono alla Resistenza e si mobilitano per aiutare disertori della Repubblica Sociale, renitenti alla leva, ebrei, soldati alleati in fuga dai campi di concentramento del regime.
Hanno età e istruzione diverse: sono braccianti e mondine, ma anche lavoratrici a mezzadria, maestre, studentesse, suore. Molte conoscono l’arresto, il carcere, le percosse, le torture. Sette perdono la vita, fucilate o uccise per rappresaglia. Anche se non mancano donne che prendono parte ad azioni armate, la partecipazione femminile alla Resistenza, pagina finora poco considerata dagli studi storici, consiste in gran parte nel procurare cibo, vestiti, scarpe, coperte, medicine. E, soprattutto, nel tenere i collegamenti tra i gruppi e con i comandi portando ordini, messaggi, armi, munizioni, esplosivi. L’attività di “staffetta” evoca compiti ancillari, ma è in realtà estremamente rischiosa. In genere le partigiane percorrono chilometri a piedi o in biciletta su strade accidentate, sentieri di campagna o lungo gli argini. Viaggiano con il freddo, il fango e la neve, a volte anche di notte, sempre con il rischio di essere fermate da repubblichini o tedeschi. Nascondono biglietti, stampe e volantini in mutandoni sotto la gonna, in pancere che simulano la gravidanza, nei reggiseni, nelle trecce dei capelli. 
Una Resistenza disarmata, ma efficace, rimasta per troppo tempo ai margini del discorso pubblico e delle ricostruzioni storiche che qui viene portata alla luce grazie a documenti d’archivio inediti e testimonianze in presa diretta. Fabio Montella non si è limitato a consultare documenti e materiali d’archivio, ma ha raccolto le storie dalla viva voce delle protagoniste o dei discendenti, incontrandoli nel corso di numerose occasioni

Fabio Montella, ricercatore indipendente e giornalista professionista, collabora con l’Istituto Storico di Modena ed è assegnista di ricerca (Research Grant Klaus Voigt) all’Istituto Storico Germanico di Roma. Fa parte del Consiglio d’Amministrazione della Fondazione Fossoli. Studioso della storia politica e sociale delle due guerre mondiali e del fascismo, da qualche anno gira l’Italia frequentando archivi, alla ricerca di nuove storie da narrare. Per le sue ricerche ha ottenuto il Premio “Cesare Mozzarelli” a Mantova, il premio “Ricerca di storia locale” dal Comune di Olgiate Molgora (Lecco), il Premio Premio Gen. De Cia e, per due volte, il premio letterario “Tralerighe Storia” a Lucca.

Maria Attanasio “La rosa inversa”, presentazione

Copertina del romanzo storico "La rosa inversa" di Maria Attanasio, Sellerio

“In un vecchio palazzo nobiliare di Calacte, città della Sicilia Orientale, all’inizio del Novecento un uomo scopre una stanza segreta. Qui trova custoditi i classici dell’Illuminismo, […] accanto a simboli e insegne della massoneria. Ad attrarre la sua attenzione è un manoscritto, La Rosa Inversa (da Sellerio)

Ermanno Paccagnini nella sua presentazione (La Lettura del Corriere 1 marzo 2026) relativamente al tema:
“Torna al Secolo dei Lumi, come già coi racconti di Lo splendore del niente e altre storie, che si dipanavano dal 1693 al 1789, Maria Attanasio con La Rosa Inversa; e lo fa ponendo a protagoniste quelle idee di libertà e uguaglianza propugnate dalle logge massoniche, ora circuite e ora contrastate dal Potere, e sempre perseguite dalla Chiesa. Sono idee che nella parte centrale del romanzo s’incarnano, ma diversamente intese, in due dei protagonisti: il barone Ruggero Henares e l’amico d’infanzia Peppino Balsamo”

Una storia che parte dal Settecento e si svolge tra Ottocento e Novecento in Sicilia, precisamente a Calacte, città immaginaria dietro cui si cela Caltagirone.
 Prende le mosse da   un anonimo opuscolo settecentesco,  una “Relazione dell’enorme delitto e della seguita giustizia”, delitto  avvenuto a Calacte, il 2 aprile del 1790; “e quello della seguita giustizia, il successivo 25 maggio a Napoli. Anonimi l’autore e i protagonisti, designati come l’Amata, il Gentiluomo, la Vecchia, il Predicatore”.

Un opuscolo che un secolo più tardi capiterà nelle mani del cavaliere Giacomo Flerez, da anni impegnato nella stesura della Grande Opera sulla storia della  sua città, Calacte, ma i ritrovamenti fortunosi continuano: solitario e ottocentesco scriba, Flerez rinviene nel palazzo ereditato un  diario intimo, journal intime: è il racconto autobiografico del barone Ruggero Henares, l’antico proprietario

Man mano che analizzava mobili e oggetti la sua iniziale perplessità divenne disagio; nella libreria c’erano tutti i malpensanti del secolo ateo e libertino – D’Alembert, Diderot, Voltaire, il barone Helvetius, Montesquieu, persino il famigerato Cagliostro – in pregiate edizioni originali, che avrebbe potuto rivendere a qualche libreria antiquaria. Percepiva qualcosa di malato in quella stanza, pronto ad avvolgerlo tra le sue spire, che si materializzò quando nello stipo scoprì – avvolto in un drappo – un grembiule di pelle con i simboli e le insegne della tenebrosa setta: squadra, compasso, bussola e diplomi di affiliazione.
Li avrebbe portati giù, quegli orrendi apparati, e bruciati nel camino, il diario l’avrebbe letto con calma nella penombra del suo studio; sperava di trovarvi qualche notizia che potesse riempire i vuoti nella storia della città e della sua famiglia
.

Ma più che un diario sembrava un romanzo dal titolo “La rosa inversa” che raccontava una storia incredibile e rimasta a lungo nascosta: protagonisti il barone Ruggero Henares, nato nel 1743 ed educato nel Collegio gesuitico della città, e l’amico d’infanzia Peppino Balsamo, alchimista ed esoterista; lungo il percorso dei due  l’incontro scontro con il gesuita Saverio Crisafulli, diventato rettore del collegio, dotto e intransigente che Ruggero si troverà a perseguitare in uno scontro personale e ideologico eseguendo l’ordine di cacciare i gesuiti dal regno di Napoli nel 1767; avventure che riguaderanano Ruggero e Giuseppe Balsamo, più conosciuto come Alessandro conte di Cagliostro; il primo, tornato a Calacte fonda una propria loggia, La Rosa Inversa, dove si discute di uguaglianza e libertà.

Maria Attanasio (Caltagirone, 1943) collabora a riviste e giornali. Ha scritto poesie (Interni, 1979; Nero barocco nero, 1985; Eros e mente, 1996; Amnesia del movimento delle nuvole, 2003) e saggi. Con questa casa editrice ha pubblicato Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile (1994), Piccole cronache di un secolo (1997, con Domenico Amoroso), Di Concetta e le sue donne (1999) Il falsario di Caltagirone (2007), Il condominio di Via della Notte (2013), La ragazza di Marsiglia (2018), Lo splendore del niente e altre storie (2020) e La Rosa Inversa (2026).

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La ragazza di Marsiglia

Brevi note di Salvina Pizzuoli a “La ragazza di Marsiglia”

Lo splendore del niente e altre storie

Stefano Terra “Le porte di Ferro”, Gammarò (Oltre)


“Le Porte di Ferro”: torna in libreria il capolavoro di Stefano Terra, il grande romanzo dimenticato sulla nascita della Guerra Fredda

Copertina del romanzo di Stefano Terra "Le Porte di Ferro", Gammarò (Oltre)

Introduzione di Diego Zandel

Gammarò (Oltre)

Dal 10 marzo in libreria

Gammarò edizioni riporta alla luce “Le Porte di Ferro”, considerato dalla critica e da autori come Claudio Magris il miglior romanzo di Stefano Terra. Pubblicato originariamente nel 1979 e ora riproposto nella collana i Classici con un’introduzione di Diego Zandel, il libro è un potente intreccio di memorialistica, reportage e avventura che esplora le radici profonde dell’Europa contemporanea. La vicenda si apre nel 1946, sul treno che da Torino porta alla Conferenza di Pace di Parigi, dove le potenze vincitrici stanno ridisegnando cinicamente i confini del mondo. Il racconto vive dello sdoppiamento tra due protagonisti, entrambi alter ego dell’autore: il maturo giornalista Gerolamo Traversa, disilluso testimone dei grandi eventi storici, e il giovane Fioravanti, rivoluzionario trotzkista animato da un idealismo puro e pericoloso. Sullo sfondo di una Parigi affollata di delegati e agenti dei servizi segreti, il romanzo si muove tra gli intrighi diplomatici e lo spettro di guerriglie dimenticate — dai banderovisti ucraini ai ribelli delle Porte di Ferro sul Danubio — che si oppongono alla spartizione dell’Europa dettata dagli accordi di Yalta. Con una prosa lucida e incalzante, Terra racconta non solo la cronaca di un’epoca, ma anche il dramma delle popolazioni sacrificate alla ragion di Stato, come quelle della Venezia Giulia e dell’Istria. “Le Porte di Ferro” non è solo una preziosa testimonianza storica, ma una riflessione attuale sul potere, sul tradimento degli ideali e sulla “storia del cuore” che batte dietro i grandi mutamenti politici. Un’opera necessaria per combattere quello che Magris definisce “l’Alzheimer culturale” della nostra epoca.

Stefano Terra, giornalista e scrittore, nato a Torino l’11 agosto 1917, morto a Roma il 5 ottobre 1986. Antifascista del gruppo torinese di ”Giustizia e Libertà”, amico di L. Ginzburg e C. Pavese; costretto ad abbandonare l’Italia, proseguì l’attività clandestina in Egitto, al Cairo. Nel dopoguerra collaborò al Politecnico di E. Vittorini e diresse a Milano Il ’45. Inviato speciale per La Stampa e la RAI, si occupò delle vicende politiche dei Balcani e del Medio Oriente, risiedendo per lo più in Grecia.

«Sono nato nel 1917 a Torino, tra il rumore dei motori degli idrovolanti che provavano vicino al Po e le lettere dannunziane che mio padre mandava dal fronte a mia madre. Negli anni Trenta, la mia formazione è avvenuta tra i libri recuperati dai depositi per il macero e le biblioteche; eravamo un gruppo di “ragazzi avventurieri” che i più anziani e seri Cesare Pavese e Leone Ginzburg consideravano teste accese e pericolose. Tra lo studio irregolare e la passione per il cinema di Carné, abbiamo vissuto anni di cospirazione casta e ribelle: riunioni segrete, manifesti rivoluzionari e piccoli atti di sfida al regime, come quella bomba di carta fatta esplodere durante un’adunata oceanica. La guerra ci ha dispersi. Mobilitato per l’Albania, nel 1941 riuscii a raggiungere gli antifascisti al Cairo. In quegli anni turbolenti, mentre Rommel avanzava verso El Alamein, pubblicavo i miei primi racconti (Morte di Italiani) e il romanzo La generazione che non perdona. Nel dopoguerra, dopo la scomparsa di Enzo Sereni e la chiusura del Politecnico di Vittorini, scelsi la via dell’espatrio come giornalista. Per venticinque anni ho vissuto tra Parigi, i Balcani e il Levante, raccontando guerriglie, interviste e colpi di Stato. “Liquidavo ogni giorno la vita con un pezzo per il giornale”, finché, anni fa, ho deciso di abbandonare il mestiere per tornare alla letteratura pura. Sono nati così La fortezza del Kalimegdan e Calda come la colomba. Oggi vivo in una casa nell’Attica, tra vigne, eucalipti e il silenzio delle volpi all’imbrunire

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Alessandra

La fortezza del Kalimegdan

Bianca Pitzorno “La sonnambula”, presentazione

Ispirandosi a un ritaglio di giornale di fine Ottocento, Bianca Pitzorno gioca con gli archetipi del romanzo d’avventura e d’amore, intinge la penna nel gotico e nel picaresco per scrivere un romanzo brulicante di vita, onirico, ironico e politico insieme. Abitata da visioni misteriose, la sonnambula è al tempo stesso aliena da ogni superstizione, capace di affrontare con dignità e coraggio il suo destino di donna sola in un mondo ostile. Attraverso la sua straordinaria avventura Bianca Pitzorno celebra il potere della mente umana e ci ricorda che grazie alla nostra forza d’animo, razionalità e fantasia siamo noi a scrivere le nostre vite.(da Bompiani)

La sonnambula, editato il 5 gennaio 2026 per Bompiani, come rivela l’autrice in una recente intervista di Cristina Taglietti (La Lettura 4 gennaio 2026), racconta  l’esistenza avventurosa di Ofelia Rossi, la protagonista, che da una città del Nord Italia raggiunge  Donora, una cittadina immaginaria della Sardegna che di fatto sottende la Sassari ottocentesca.
È fuggita da un matrimonio sbagliato e da un marito violento, per reinventarsi medium. A quel tempo, sottolinea l’autrice  il termine “sonnambula” infatti non indicava chi si muove nel sonno ma chi si dedica a pratiche particolari, sa prevedere il futuro, connettere i due mondi, in precise condizioni di trance: a cosa imputare la scelta di Ofelia? Sicuramente ad una infanzia in cui ha manifestato fin da bambina svenimenti improvvisi dai quali si risvegliava con il presagio di un evento. E così, per 5 lire, una cifra decisamente alta per i tempi, accoglie le  sue clienti, soprattutto donne, le ascolta, le sa ascoltare, studiandone le inquietudini, i desideri, le speranze. Simula quindi la trance, e scrive il responso.
Niente di inventato ma, come spiega l’autrice durante la sua intervista

.”Su una vecchia copia del giornale “L’Isola” del maggio 1894 ho trovato l’inserzione di una certa Elisa Morello, “rinomata sonnambula”. Mi sono chiesta: chi era questa signora? Chi andava a consultarla? Non è un nome sardo: quindi o era un nome d’arte, oppure veniva da fuori”

Nel romanzo quindi le storie che le clienti raccontavano ad Ofelia sono anch’esse tratte dalle cronache del tempo e comparse sui quotidiani di allora, ciò non toglie ovviamente, come sottolinea la scrittrice, che molte cose sono frutto di immaginazione  “ma ogni dettaglio è verificato: Ho cercato di essere storicamente credibile, anche con l’aiuto dell’archivista di Stato di Sassari a cui sottoponevo i miei quesiti. Ho sempre amato e utilizzato molto gli archivi: sono una devotissima della scuola francese di Les Annales che pone l’attenzione sulla vita quotidiana delle persone”.[…] “l’unica cosa che ho inventato di sana pianta è l’amore della sonnambula con l’ingegnere. È quello che mi diverte di più: infilare i personaggi nei pertugi della storia vera”.

Bianca Pitzorno (Sassari, 1942) vive e lavora a Milano. Ha pubblicato dal 1970 a oggi più di settanta opere tra saggi e romanzi, per bambini e adulti, che in Italia hanno superato i due milioni di copie vendute e sono stati tradotti in moltissimi Paesi. Ha tradotto a sua volta Tolkien, Sylvia Plath, David Grossman, Enrique Pérez Díaz, Tove Jansson, Soledad Cruz Guerra e Mariela Castro Espín. I suoi ultimi libri sono La vita sessuale dei nostri antenati (spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi) (Mondadori 2015), Il sogno della macchina da cucire (Bompiani 2018), Sortilegi (Bompiani 2021), Donna con libro (Salani 2022) oltre a due racconti in plaquette – Piante di via Romolo Gessi e Nata sotto un cavolo – con l’editore Henry Beyle (2021 e 2022).(da Bompiani)

Andrea Pennacchi “Una foresta di scimmie”, presentazione

Pennacchi ci porta con Will e la sua banda di compari, come aveva già fatto con Giulietta e Romeo in “Se la rosa non avesse il suo nome”, alle radici della letteratura, della fantasia e del thriller di William Shakespeare. Perché Pennacchi non racconta solo con la testa, ma con tutto il corpo: proprio come il Bardo, è drammaturgo e attore.(da Marsilio)

Dopo Se la rosa non avesse il suo nome, l’autore racconta in questo secondo rtomanzo la sua versione di come il Bardo possa aver scritto Il mercante di Venezia. Will, semplicemente, non ancora Shakespeare è a Venezia come giovane guantaio inglese bloccato in terra straniera e in questa terra ammaliato da quel gran bazar che è la Serenissima, non uomo d’azione ma d’immaginazione alle prese con la sua nascente arte e a riconoscere il suo talento, proprio in questa “enorme nave sulla laguna” con la sua banda di amici e per cercare di salvare la pelle. L’azione si apre nel 1588: una morte misteriosa, un mercante privo di cuore e due uomini del Ghetto che conoscono più di quanto dicono e Will, giovane guantaio forestiero, vive la genesi del Mercante di Venezia
Se nel primo romanzo accanto a Will ci sono Romeo e Giulietta, in questoi secondo fa la sua comparsa l’usuraio ebreo Shylock e la ricca Porzia la cui “foresta di scimmie” dà il titolo al romanzo e altri personaggi realmente esistiti.

Andrea Pennacchi (Padova, 1969) è attore, drammaturgo, regista teatrale e scrittore. Oltre a Se la rosa non avesse il suo nome, il suo primo giallo, ha all’attivo diversi libri, tutti pubblicati da People.(da Marsilio)

Daniela Marra “Le spine del Rosa”, presentazione

Daniela Marra “Le spine del Rosa. Una storia di passione e d’arte nella Napoli del Seicento” , Colonnese Editore, 2025

Chi ama il romanzo storico amerà questo affresco, più che una biografia, di Daniela Marra che ha come protagonista e Salvator Rosa e la Napoli del ‘600.
La vicenda si muove nella Napoli dall’eruzione del ’31 fino alla peste del 1656 ma anche a  Roma e a Firenze e a Volterra. Il pittore, ma anche poeta e incisore, vive un periodo, il Seicento napoletano, sotto il pesante governo spagnolo e perseguitato dal Sant’Uffizio per i suoi legami affettivi, quello con Lucrezia Paolini, donna sposata dalla quale avrà due figli.
L’Autrice, napoletana, antropologa e saggista, ha voluto raccontare l’uomo e non il pittore attraverso le sue opere, proprio perché colpita dalla sua personalità “straripante e contraddittoria”, come la definisce in una recente intervista di Brunella Schisa (Il venerdì (5 dicembre 2025).
La ricerca e la documentazione si affiancano alla creatività narrativa, come in ogni romanzo storico: il protagonista è sempre alla ricerca di sé stesso, tra fughe, abbandoni e smarrimenti che “a mio avviso”, dichiara nella medesima intervista, l’autrice lo rendono “un personaggio contemporaneo, che si scaglia contro il potere ma in modo privato”. Un raccontato che sceglie e coglie solo alcuni momenti della sua vita, quelli “che sono come piccole spine che lo portano fino alla fine” e da cui non sa liberarsi e da cui il titolo del romanzo stesso.

Daniela Marra, antropologa specializzata in museografia (collabora con il “Centro Caprense Ignazio Cerio”), si occupa principalmente di ricerca e di critica artistica. Ha scritto per la rivista danese “Il Ponte”, “Pressnews” e “Italiaore24”. Autrice per il cinema, è stata direttrice artistica di videoproduzioni di performance artistiche. Curatrice di diverse esposizioni italiane e internazionali, sostiene attivamente l’interscambio tra arte, storia e letteratura (collabora con “Ischia Film & Art Festival Luchino Visconti”). Tra i suoi scritti per il teatro, il musical Donne, Madonne e Lazzare. Alcuni suoi testi compaiono in varie antologie, ha curato i volumi Domenico Sepe. La materia e l’eterno (2021) e Giacomo Mancini. La scultura di Domenico Sepe (2023).( da Il Mattino)

Ken Follett “Il cerchio dei giorni”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Mondadori

The Circle of Days, titolo originale de Il cerchio dei giorni, è l’ultimo romanzo di Ken Follett che con le sue opere di narrativa di ambientazione storica ha portato il lettore in epoche lontane, a partire dall’eccezionale e decisamente impareggiabile I pilastri della terra, con pagine vivide e con personaggi perfettamente tracciati e vicende che hanno saputo costruire per gli appassionati lettori un mondo medievale fuori dai  cliché, fornendo contemporaneamente una pagina di storia ben documentata, attendibile nonché indelebile.
Con questo nuovo romanzo, ambizioso e ponderoso, ha voluto trasportarci in epoche non solo remote ma addirittura in qualche modo dentro uno degli enigmi più significativi ancora esistenti: Stonehenge e la società che lo ha edificato

Se I pilastri della Terra poggiava su fonti storiche e personaggi realistici, Il cerchio dei giorni si muove nel terreno della possibilità e del mito: i protagonisti sono figure archetipiche, più simboli che individui. Diversi nello stile e nell’ambientazione, i due romanzi condividono però la stessa idea di fondo: l’uomo che costruisce, la sua fatica, fede e genialità, forze eterne del bisogno umano di creare, capire e lasciare traccia.

Al lettore trarre le proprie considerazioni, mi soffermerò pertanto sui dati essenziali senza rivelare troppo.

Una società quella narrata ambientata circa 4500 anni fa, una società tribale.
Tre le tibù umane che vi compaiono: i pastori, gli agricoltori, gli abitanti dei boschi. Gruppo a parte sono le sacerdotesse, donne che stanno con le donne, proprietarie di antiche conoscenze e sanno tramandarsele.
A differenza di quanto tradizionalmente trasmesso saranno i pastori che con le loro precise caratteristiche e impostazioni mentali daranno vita a creazioni e a percorsi decisamente nuovi. Se gli appartenenti sono inclini a non risolvere le controversie in modo violento, se sanno accogliere le differenti scelte dei propri membri anche in ambito sessuale, il loro contrario sono gli agricoltori. E non solo.
I tipi umani che ci caratterizzano ancora oggi, sono tutti rappresentati: violenti e concilianti, rozzi e cortesi, di bella presenza e decisamente no, arroganti e geniali, generosi e accaparratori, …
Lotte e scontri caratterizzerenno i lunghi e occasionali periodi di convivenza tra i diversi gruppi umani, e vi si distingueranno due personaggi in modo particolare divenendo i protagonisti di un progetto temerario: Seft, un cavatore di pietra, particolarmente  talentuoso e creatore di “macchine” e Joia, la sacerdotessa che spera e agogna di sostituire i cerchi di legno con pietre gigantesche, quelle del Monumento che è nato a gloria del sole e permette alle sacerdotesse di contare, conoscere i numeri,  tramandare il “tempo”, onorando con canti e danze il sorgere del sole e i suoi movimenti.
Una lotta tra progresso per tutti e il suo contrario, determinata a impedire la realizzazione per quanto ambiziosa del progetto, caratterizzeranno l’ultimo scorcio della narrazione.
L’autore ha condotto ricerche approfondite, si è stabilito in antiche miniere e si è confrontato con archeologi per immaginare quel mondo lontano, senza dimenticare che la materia  è in gran parte avvolta dal mistero e dai limiti delle fonti, come  l’autore ammette chiaramente, spiegando che “si sa così poco che ho dovuto immaginare molto di più”.
Un immaginario gradevole, ben articolato, che sa catturare nonostante la mole che lo caratterizza

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I pilastri della terra

Fu sera e fu mattina

Le armi della luce

Olivier Guez “Mesopotamia”, presentazione

Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra.

Dalla scoperta di giganteschi giacimenti di petrolio ai crudeli giochi di potere tra inglesi, francesi e tedeschi, dalle trattative sotto le tende beduine alle sabbie di Baghdad, dove il destino di migliaia di persone è ogni giorno appeso a un filo: Olivier Guez recupera dal deserto la vita di una donna straordinaria, per raccontare l’epopea travolgente di una terra mitica e maledetta, la terra di Abramo, la terra del diluvio e di Babele, dei sogni infranti di Alessandro Magno: la Mesopotamia.(da La nave di Teseo)

La donna straordinaria è Gertrude Bell, non facilmente incasellabile, così la giudica lo scrittore in una recente intervista (La Lettura 14 settembre, a cura di Stefano Montefiori), inglese e quasi sconosciuta nonostante il suo ruolo in terra di Mesopotamia.

Alla domanda: Ha compiuto molte ricerche? Olivier Guez ha risposto che ci sono voluti sei anni per scrivere questo libro, perché le letture rischiavano di non finire mai. E poi entrare nella testa d’una spia vittoriana ha richiesto un po’ di adattamento.
Ecco un’ altra delle caratteristiche che contraddistinguono il personaggio Bell, eclettica e nello stesso tempo conservatrice, avventuriera e nello stesso tempo diplomatica, spia in grado di parlare arabo e persiano, diventa alla fine della prima guerra mondiale la donna più potente dell’impero coloniale britannico, protagonista nella creazione del moderno stato dell’Iraq, contribuendo  a tracciarne i confini, eppure rimasta sconosciuta anche rispetto a Lawrence d’Arabia, al quale l’accomunavano varie caratteristiche, e divenuto famoso grazie al film che lo immortalò con Peter O’Toole del ’62; anche alla Bell è stato dedicato un film di Werner Herzog con Nicole Kidman (Queen of the Desert, 2015,), che non ebbe però alcun successo, lasciandone la storia sconosciuta ai più, nonostante i due fossero molto simili, avendo entrambi una visione romantica dell’esistenza, essendo molto conservatori, con la stessa passione per l’antichità, per l’archeologia, ed entrambi spie.

Un’intervista interessante quella di Montefiori perché permette di cogliere le caratteristiche principali della protagonista e nello stesso tempo del romanzo che sa condurre non solo alla scoperta della Bell ma anche inquadrare storicamente e in modo puntuale un territorio travagliato e senza pace.

“Olivier Guez porta il lettore nel Medio Oriente di inizio Novecento, quando una regione più o meno dimenticata, per secoli, dagli occidentali si ritrova all’improvviso, a causa del petrolio, al centro delle mire degli imperi rivali. Mesopotamia è un grande e ambizioso romanzo, appassionante perché non si riduce all’aspetto geopolitico. Il grande gioco delle potenze, con gli inevitabili rimandi alle vicende di oggi, viene percorso con fedeltà storica e allo stesso tempo minuzia psicologica perché Guez si è calato nell’anima di Gertrude Bell, la donna inglese, finora semisconosciuta, che ha disegnato la mappa delle terre tra il Tigri e l’Eufrate”.