Pennacchi ci porta con Will e la sua banda di compari, come aveva già fatto con Giulietta e Romeo in “Se la rosa non avesse il suo nome”, alle radici della letteratura, della fantasia e del thriller di William Shakespeare. Perché Pennacchi non racconta solo con la testa, ma con tutto il corpo: proprio come il Bardo, è drammaturgo e attore.(da Marsilio)
Dopo Se la rosa non avesse il suo nome, l’autore racconta in questo secondo rtomanzo la sua versione di come il Bardo possa aver scritto Il mercante di Venezia. Will, semplicemente, non ancora Shakespeare è a Venezia come giovane guantaio inglese bloccato in terra straniera e in questa terra ammaliato da quel gran bazar che è la Serenissima, non uomo d’azione ma d’immaginazione alle prese con la sua nascente arte e a riconoscere il suo talento, proprio in questa “enorme nave sulla laguna” con la sua banda di amici e per cercare di salvare la pelle. L’azione si apre nel 1588: una morte misteriosa, un mercante privo di cuore e due uomini del Ghetto che conoscono più di quanto dicono e Will, giovane guantaio forestiero, vive la genesi del Mercante di Venezia Se nel primo romanzo accanto a Will ci sono Romeo e Giulietta, in questoi secondo fa la sua comparsa l’usuraio ebreo Shylock e la ricca Porzia la cui “foresta di scimmie” dà il titolo al romanzo e altri personaggi realmente esistiti.
Andrea Pennacchi (Padova, 1969) è attore, drammaturgo, regista teatrale e scrittore. Oltre a Se la rosa non avesse il suo nome, il suo primo giallo, ha all’attivo diversi libri, tutti pubblicati da People.(da Marsilio)
Daniela Marra “Le spine del Rosa. Una storia di passione e d’arte nella Napoli del Seicento” , Colonnese Editore, 2025
Chi ama il romanzo storico amerà questo affresco, più che una biografia, di Daniela Marra che ha come protagonista e Salvator Rosa e la Napoli del ‘600. La vicenda si muove nella Napoli dall’eruzione del ’31 fino alla peste del 1656 ma anche a Roma e a Firenze e a Volterra. Il pittore, ma anche poeta e incisore, vive un periodo, il Seicento napoletano, sotto il pesante governo spagnolo e perseguitato dal Sant’Uffizio per i suoi legami affettivi, quello con Lucrezia Paolini, donna sposata dalla quale avrà due figli. L’Autrice, napoletana, antropologa e saggista, ha voluto raccontare l’uomo e non il pittore attraverso le sue opere, proprio perché colpita dalla sua personalità “straripante e contraddittoria”, come la definisce in una recente intervista di Brunella Schisa (Il venerdì (5 dicembre 2025). La ricerca e la documentazione si affiancano alla creatività narrativa, come in ogni romanzo storico: il protagonista è sempre alla ricerca di sé stesso, tra fughe, abbandoni e smarrimenti che “a mio avviso”, dichiara nella medesima intervista, l’autrice lo rendono “un personaggio contemporaneo, che si scaglia contro il potere ma in modo privato”. Un raccontato che sceglie e coglie solo alcuni momenti della sua vita, quelli “che sono come piccole spine che lo portano fino alla fine” e da cui non sa liberarsi e da cui il titolo del romanzo stesso.
Daniela Marra, antropologa specializzata in museografia (collabora con il “Centro Caprense Ignazio Cerio”), si occupa principalmente di ricerca e di critica artistica. Ha scritto per la rivista danese “Il Ponte”, “Pressnews” e “Italiaore24”. Autrice per il cinema, è stata direttrice artistica di videoproduzioni di performance artistiche. Curatrice di diverse esposizioni italiane e internazionali, sostiene attivamente l’interscambio tra arte, storia e letteratura (collabora con “Ischia Film & Art Festival Luchino Visconti”). Tra i suoi scritti per il teatro, il musical Donne, Madonne e Lazzare. Alcuni suoi testi compaiono in varie antologie, ha curato i volumi Domenico Sepe. La materia e l’eterno (2021) e Giacomo Mancini. La scultura di Domenico Sepe (2023).( da Il Mattino)
The Circle of Days, titolo originale de Il cerchio dei giorni, è l’ultimo romanzo di Ken Follett che con le sue opere di narrativa di ambientazione storica ha portato il lettore in epoche lontane, a partire dall’eccezionale e decisamente impareggiabile I pilastri della terra, con pagine vivide e con personaggi perfettamente tracciati e vicende che hanno saputo costruire per gli appassionati lettori un mondo medievale fuori dai cliché, fornendo contemporaneamente una pagina di storia ben documentata, attendibile nonché indelebile. Con questo nuovo romanzo, ambizioso e ponderoso, ha voluto trasportarci in epoche non solo remote ma addirittura in qualche modo dentro uno degli enigmi più significativi ancora esistenti: Stonehenge e la società che lo ha edificato
Se I pilastri della Terra poggiava su fonti storiche e personaggi realistici, Il cerchio dei giorni si muove nel terreno della possibilità e del mito: i protagonisti sono figure archetipiche, più simboli che individui. Diversi nello stile e nell’ambientazione, i due romanzi condividono però la stessa idea di fondo: l’uomo che costruisce, la sua fatica, fede e genialità, forze eterne del bisogno umano di creare, capire e lasciare traccia.
Al lettore trarre le proprie considerazioni, mi soffermerò pertanto sui dati essenziali senza rivelare troppo.
Una società quella narrata ambientata circa 4500 anni fa, una società tribale. Tre le tibù umane che vi compaiono: i pastori, gli agricoltori, gli abitanti dei boschi. Gruppo a parte sono le sacerdotesse, donne che stanno con le donne, proprietarie di antiche conoscenze e sanno tramandarsele. A differenza di quanto tradizionalmente trasmesso saranno i pastori che con le loro precise caratteristiche e impostazioni mentali daranno vita a creazioni e a percorsi decisamente nuovi. Se gli appartenenti sono inclini a non risolvere le controversie in modo violento, se sanno accogliere le differenti scelte dei propri membri anche in ambito sessuale, il loro contrario sono gli agricoltori. E non solo. I tipi umani che ci caratterizzano ancora oggi, sono tutti rappresentati: violenti e concilianti, rozzi e cortesi, di bella presenza e decisamente no, arroganti e geniali, generosi e accaparratori, … Lotte e scontri caratterizzerenno i lunghi e occasionali periodi di convivenza tra i diversi gruppi umani, e vi si distingueranno due personaggi in modo particolare divenendo i protagonisti di un progetto temerario: Seft, un cavatore di pietra, particolarmente talentuoso e creatore di “macchine” e Joia, la sacerdotessa che spera e agogna di sostituire i cerchi di legno con pietre gigantesche, quelle del Monumento che è nato a gloria del sole e permette alle sacerdotesse di contare, conoscere i numeri, tramandare il “tempo”, onorando con canti e danze il sorgere del sole e i suoi movimenti. Una lotta tra progresso per tutti e il suo contrario, determinata a impedire la realizzazione per quanto ambiziosa del progetto, caratterizzeranno l’ultimo scorcio della narrazione. L’autore ha condotto ricerche approfondite, si è stabilito in antiche miniere e si è confrontato con archeologi per immaginare quel mondo lontano, senza dimenticare che la materia è in gran parte avvolta dal mistero e dai limiti delle fonti, come l’autore ammette chiaramente, spiegando che “si sa così poco che ho dovuto immaginare molto di più”. Un immaginario gradevole, ben articolato, che sa catturare nonostante la mole che lo caratterizza
Dalla scoperta di giganteschi giacimenti di petrolio ai crudeli giochi di potere tra inglesi, francesi e tedeschi, dalle trattative sotto le tende beduine alle sabbie di Baghdad, dove il destino di migliaia di persone è ogni giorno appeso a un filo: Olivier Guez recupera dal deserto la vita di una donna straordinaria, per raccontare l’epopea travolgente di una terra mitica e maledetta, la terra di Abramo, la terra del diluvio e di Babele, dei sogni infranti di Alessandro Magno: la Mesopotamia.(da La nave di Teseo)
La donna straordinaria è Gertrude Bell, non facilmente incasellabile, così la giudica lo scrittore in una recente intervista (La Lettura 14 settembre, a cura di Stefano Montefiori), inglese e quasi sconosciuta nonostante il suo ruolo in terra di Mesopotamia.
Alla domanda: Ha compiuto molte ricerche? Olivier Guez ha risposto che ci sono voluti sei anni per scrivere questo libro, perché le letture rischiavano di non finire mai. E poi entrare nella testa d’una spia vittoriana ha richiesto un po’ di adattamento. Ecco un’ altra delle caratteristiche che contraddistinguono il personaggio Bell, eclettica e nello stesso tempo conservatrice, avventuriera e nello stesso tempo diplomatica, spia in grado di parlare arabo e persiano, diventa alla fine della prima guerra mondiale la donna più potente dell’impero coloniale britannico, protagonista nella creazione del moderno stato dell’Iraq, contribuendo a tracciarne i confini, eppure rimasta sconosciuta anche rispetto a Lawrence d’Arabia, al quale l’accomunavano varie caratteristiche, e divenuto famoso grazie al film che lo immortalò con Peter O’Toole del ’62; anche alla Bell è stato dedicato un film di Werner Herzog con Nicole Kidman (Queen of the Desert, 2015,), che non ebbe però alcun successo, lasciandone la storia sconosciuta ai più, nonostante i due fossero molto simili, avendo entrambi una visione romantica dell’esistenza, essendo molto conservatori, con la stessa passione per l’antichità, per l’archeologia, ed entrambi spie.
Un’intervista interessante quella di Montefiori perché permette di cogliere le caratteristiche principali della protagonista e nello stesso tempo del romanzo che sa condurre non solo alla scoperta della Bell ma anche inquadrare storicamente e in modo puntuale un territorio travagliato e senza pace.
“Olivier Guez porta il lettore nel Medio Oriente di inizio Novecento, quando una regione più o meno dimenticata, per secoli, dagli occidentali si ritrova all’improvviso, a causa del petrolio, al centro delle mire degli imperi rivali. Mesopotamia è un grande e ambizioso romanzo, appassionante perché non si riduce all’aspetto geopolitico. Il grande gioco delle potenze, con gli inevitabili rimandi alle vicende di oggi, viene percorso con fedeltà storica e allo stesso tempo minuzia psicologica perché Guez si è calato nell’anima di Gertrude Bell, la donna inglese, finora semisconosciuta, che ha disegnato la mappa delle terre tra il Tigri e l’Eufrate”.
Ispirandosi alla vita vera dell’anarchico Laureano Cerrada Santos, Paolo Maggioni racconta di un piano inaudito in stile La casa di carta, esplora le mille vie di un sogno chiamato rivoluzione, distilla l’odio insopprimibile che ha diviso l’Italia repubblicana fino a oggi.(da SEM Libri)
Milano, domenica 29 aprile 1945, una domenica senza fine: un fiume di gente verso piazzale Loreto, l’Italia festeggia la caduta del regime. In quella giornata memorabile tre personaggi: Carnera, la cui mole gli ha meritato il nomignolo, falsario tra i più abili d’Europa, cresciuto nella Barcellona dei primi anni venti, anarchico catalano che guarda alla situazione italiana con la segreta speranza che possa realizzarsi anche in Spagna l’obiettivo di rovesciare il regime del generalissimo Francisco Franco, ma senza armi, approfittando di quanto accade in quella Milano per compiere un’azione impensabile; il giornalista Daniele Colpani, speaker di Radio Marte, emittente legata al fascio, colluso con il regime e che cerca di svangarla ancora una volta da romano furbo; Marta Ripoldi, vedova, tranviera, staffetta partigiana, madre di due bambini, Anita e Zeno, e moglie di quell’italiano che Carnera va ricercando, tornato a casa dalla Spagna dove ha combattuto durante la Guerra Civile, con un documento falso fornito dal formidabile Carnera, ma che non è tornato dalla campagna di Russia: destini di singoli che si incontrano e si intrecciano dentro una Storia più grande, in un momento di esultanza per la libertà che pare riconquistata e costata tanto dolore.
Paolo Maggioni (1982) è milanese e interista. Giornalista alla Rai, è inviato di Rai News 24 e Forrest (Rai – Radio 1). Ha lavorato come conduttore e autore di Caterpillar (Rai – Radio 2) e Radio Popolare. Ha un mito, Beppe Viola, ed insegna al Master di Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano.
La storia vera e riscoperta di un bambino sopravvissuto ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Il resoconto di una vita tra ricostruzione, boom e storia d’Italia.
CN (Oligo)
Dal 25 luglio
Napoli 1943. I bombardamenti alleati feriscono il cuore della città. Nei sotterranei di un palazzo di via Salvator Rosa, in pochi sopravvivono alle ferite; tra di essi un bambino, padre dell’autore, il quale ne ripercorre la vita, in un crescendo di colpi di scena in cui vicissitudini familiari si intrecciano alla grande Storia del dopoguerra, tra boom economico e vita di provincia. Un monito accorato alle nuove generazioni e quanto mai attuale, per ricordare a gran voce gli orrori della guerra e la sicurezza della pace.
Napoli, gennaio 1943. Le strade del rione Materdei sono un miscuglio di polvere, macerie e disperazione. I bombardamenti hanno appena sventrato il quartiere e, tra i detriti del Palazzo Muscio-D’Avalos, la giovane Franca, con il viso sporco di cenere e le mani tremanti, incrocia per la prima volta lo sguardo di un vigile del fuoco che si fa strada tra i resti. L’uomo, di nome Michele, è concentrato nel suo lavoro, mentre cerca di liberare i corpi rimasti intrappolati sotto le macerie. «Dobbiamo agire in fretta, qui ci sono delle persone ancora vive! Muoviamoci!» Franca lo sta osservando con un sentimento di paura che si mescola a una strana sensazione di ammirazione per l’operato del ragazzo. Sua sorella Anna è rimasta intrappolata, le sue gambe sono schiacciate sotto un cumulo di macerie; Michele sembra intenzionato ad amputarle pur di salvarla celermente, stante il fatto che il muro sovrastante sta traballando pericolosamente.
Nicolò Barretta (Mantova, 1986) è laureato in Filologia Moderna, insegna materie letterarie nelle scuole superiori ed è docente a contratto di Glottologia e Linguistica nella sede di Mantova di Unicollege. Giornalista pubblicista, ha lavorato come redattore per produzioni televisive nazionali. Critico cinematografico, è giurato al Premio Letterario Nazionale Enrico Ratti e vicepresidente delle associazioni culturali “Arte dell’Assurdo” e “Oggi mi vedo d’essai”. Tra i suoi libri ricordiamo i saggi La signora della Tv. Fenomenologia di Maria De Filippi (Unicopli 2013), Un conduttore in cattedra. Il bullismo raccontato ai ragazzi (Unicopli 2016) e il romanzo per ragazzi La clinica dei misteri (Il Rio 2024, Targa Montefiore e Diploma di merito al Premio Città di Sarzana).
La ragazzina cresce nella guerra; vede e tocca con mani consapevoli. Si chiama Giovanna, è stato un angelo a consegnarle il nome e la visione, a sospingerla. Decisa ad assumere la propria colpa generazionale e la responsabilità di un futuro da reinventare, la ragazzina Giovanna guida una marcia silenziosa di studenti. Giovanna è certa della sola voce che possa reclamare il diritto alla vita: il silenzio. Perché le voci sono molte, il silenzio è uno. Attraverso un paese stordito, spolpato da un tempo asciutto, giungeranno fino alla Capitale per avanzare la loro muta richiesta di ascolto. Un romanzo sui generis che si ispira al passaggio emblematico di Jeanne d’Arc nella storia, la ragazzina che assunse la colpa di due generazioni e la tradusse in un atto volontario di responsabilità: volle agire un futuro ancora da immaginare. Le tolsero la vita. Era scandalo il suo essere ragazza in un tempo e luogo restrittivi per le donne, il suo divenire condottiera di uomini, erano scandalo le sue vittorie e i suoi abiti maschili. Scandalo la sua consapevolezza.(La sinossi da CartaCantaEditore)
Stralci da una recente intervista all’Autrice
Disegna fumetti, lavora come restauratrice di pitture murarie, studia canto lirico, si esibisce… Come vive questa vita da artista a tutto tondo, e con quale di queste realtà sente un più forte legame?
La vivo come una concatenazione. Sono sempre stata curiosa della materia, da buona artigiana. Lavoro con le mani e costruisco, perciò ho appreso i mestieri – tutti i miei mestieri – praticando; in ogni espressione diversa ho trovato una continuità di percorso. Creare architetture di parole sarebbe stato impensabile per me senza conoscere il potere evocativo, elementare di una canzone popolare o le vibrazioni dei colori quando si uniscono e si contrastano. Comunque, per rispondere alla sua domanda, il legame che sento più forte è con l’uso della voce, il che comprende anche la voce scritta.
“Un salto al buio”, del 2018, è il suo primo romanzo. Qual è la genesi di questa storia che parla di sentimenti e fragilità umane?
In realtà scrivo da decenni. “Un salto al buio” è stato il primo lavoro che ho deciso di pubblicare. L’ho usato per aprire la strada, diciamo così: di facile fruizione, surreale e poetico, con una trama fitta di incontri e una teatralità corale molto organizzata. Voglio bene a questo “romanzino”, come lo chiamo affettuosamente. Nato non da una vera urgenza, ma da profonda empatia. Narra il dramma di due padri che si incontrano in circostanze molto particolari e si riconoscono nel reciproco dolore. Un lavoro pervaso di ironia e leggerezza, ma anche ricco di sostanza.
Con “Le tre domande dell’angelo”, invece, fa un nuovo salto “al buio”, per citare la sua stessa opera: si addentra nei meandri della Storia analizzando il personaggio di Jeanne D’Arc, Giovanna D’Arco. Cosa l’ha spinta ad assumere proprio la voce di questa ragazzina?
In questo caso ho davvero seguito una necessità. La presenza di Jeanne d’Arc è stata grande nel mio immaginario e nella mia coscienza. Ho scelto di narrare la sua parabola di vita in modo trasversale: la storia di una ragazzina nata e cresciuta nella guerra che decide di assumere la colpa di due generazioni e tradurla in un atto volontario di responsabilità, per agire un futuro ancora da immaginare. E lo fa guidando una marcia silenziosa di studenti verso la Capitale. Chi conosce storicamente Jeanne troverà ogni particolare biografico, ma gli accadimenti sono filtrati attraverso una diversa attualità e trasformati. La vicenda è narrata da un testimone e ha un luogo e un tempo imprecisati. Direi un medio oriente contemporaneo, comunque intriso di Medioevo e visionarietà.Nel libro l’io narrante dirà “Cantare un eroe è accorgersi della mancanza e tradurla in pienezza. È colmare un vuoto dei tempi con rimasugli appassionati, è innamorarsi della pochezza e dei limiti e renderli ispirazione, è disconoscere la storia. Cantare un eroe è quasi la verità. Ho tentato di “cantare” Jeanne””.
Altro elemento fondamentale è costituito dalla figura dell’angelo…
L’angelo è stato il mio modo per affrontare il rapporto che Jaenne d’Arc aveva con l’assoluto, con le proprie visioni. Nel romanzo è con Giovanna a ogni passo, come presenza che interroga e non insegna. L’angelo è una figura senza ambiguità, sta esattamente in ciò che dice e tace la sua potenza. E le domande che rivolge a Giovanna, ai suoi studenti, sono rivolte anche a ognuno di noi. Per questo lascio l’interpretazione dell’angelo e delle sue tre domande a chi legge.
Katia Lari Faccenda, nata a Firenze nel Sessantadue, la casa dove vive trabocca di letteratura; il nonno fa il libraio. Esploratrice di parole, comincia a leggere molto presto, scrive e illustra le sue storie. Artista e musicista: disegna fumetti, lavora come restauratrice di pitture murarie; studia canto lirico, e di tradizione orale, si esibisce su palcoscenico e in strada. Scrive da decenni: narrativa, teatro, canzoni. Il romanzo Un salto al buio è edito da CartaCanta nel 2018. Vive a Vinci, in collina, a pochi passi dalla casa natale di Leonardo.
È il 15 luglio 1948 e in Medio Oriente infuria il confliitto arabo-israeliano. Le truppe delle Forze di Difesa Israeliane occupano la città palestinese di Lidda e iniziano a uccidere o espellere la popolazione araba, causando l’esodo di un numero enorme di persone – in larga parte donne, anziani e bambini – costrette a camminare sotto un sole cocente sino alla città di Ramallah, in Cisgiordania. In migliaia muoiono di insolazione, affaticamento e sete. Tra le persone che fuggono da Lidda c’è la famiglia di Butros Mansour, un proprietario terriero palestinese di fede cristiana, costretto a scappare insieme a sua moglie di origine inglese e al figlio di dodici anni, Anton. Questa tremenda esperienza segna profondamente il ragazzo, che alla morte del padre, solo un anno più tardi, è costretto a trasferirsi in Inghilterra. Per Anton vivere in Inghilterra equivale a un vero e proprio esilio. Ma rimane in contatto con un’altra vittima della diaspora palestinese, un profugo musulmano a cui è molto legato, e nella sua mente prende vita una vera e propria ossessione: riuscire a tornare nella propria terra per infilltrarsi lungo la strada per la città di Be’er Sheva, anch’essa caduta in mano israeliana nel 1948, e unirsi alla resistenza. Per lui quella strada, che ora si trova nella Terra di Nessuno, finisce per incarnare il sogno di ogni palestinese – ritornare a casa. Scritto come reazione al celebre Exodus di Leon Uris (una sorta di narrazione epica della fondazione dello Stato di Israele) e pubblicato nel 1963, La strada per Be’er Sheva è stato il primo romanzo occidentale in assoluto a raccontare dal punto di vista palestinese la Nakba, la pulizia etnica operata dalle milizie sioniste nel 1948 e il conseguente esodo. Tradotto anche in lingua araba con grande successo, all’epoca della sua uscita è diventato un piccolo caso, tanto letterario quanto politico. Ma La strada per Be’er Sheva è prima di tutto un racconto emozionante, una vicenda umana scritta con grande maestria da un’autrice perfettamente a suo agio nel padroneggiare una materia che non ha mai smesso di essere scottante. E grazie alla passione umanitaria e al desiderio di giustizia che traspaiono dalle sue pagine, riesce a essere attuale ancora oggi, a più di sessant’anni dall’uscita, in questo momento terribile per il popolo palestinese.
La sincerità e l’empatia di Ethel Mannin guidano la narrazione. Non lo fanno attraverso il patetismo, o tramite gli strumenti del melodramma. La strada per Be’er Sheva sembra quasi trattenersi continuamente, situarsi in uno spazio ben definito, in equilibrio, con una certa dose di freddezza. Mannin sa che potrebbero accusarla dei crimini letterari qui sopraelencati. Ma non serve infondere di eccessiva emotività quello che ha raccolto tramite le interviste nei campi profughi o dai rifugiati che ha incontrato. La sua sincerità è talmente spiazzante, che compie tutto il lavoro. È la resistenza delle pietre scagliate contro chi ti schiaccia la gabbia toracica col carrarmato. Non serve aggiungere molto quando una fotografia, un resoconto o un filmato rivelano tutto. È la stasi che accompagna la polvere mentre si posa. (dalla postfazione di Tiffany Vecchietti)
Autrice estremamente prolifica, Ethel Mannin nasce a Londra nel 1900 e nel corso della propria vita scrive più di cento libri – oltre cinquanta romanzi, innumerevoli racconti, autobiografie e, diari di viaggio e saggi – senza mai preoccuparsi di seguire un determinato filone letterario, ma anzi muovendosi con notevole mestiere ed eleganza attraverso i generi. Esordisce nel 1923 e pressoché da subito si fa notare per il proprio impegno politico: è infatti sin da giovanissima un’attivista vicina a idee anarchiche e socialiste, fortemente anti-monarchica, femminista e antifascista, e queste inclinazioni non mancano di emergere, in maniera più o meno esplicita, in quasi tutto ciò che scrive. Viene a mancare nel dicembre del 1984, tenendo vivo sino all’ultimo istante lo spirito combattivo e anticonformista che l’ha sempre caratterizzata. Nella collana Bizarre, Agenzia Alcatraz ha pubblicato il suo capolavoro gotico del 1944, Lucifero e la bambina.
L’ARTE DI BOTTICELLI CUSTODISCE UN SEGRETO SCONVOLGENTE CHE I MEDICI HANNO TENTATO DI CANCELLARE E CHE POTREBBE TORNARE ALLA LUCE.
Un viaggio attraverso i secoli per scoprire ciò che non ha mai smesso di affascionarci: il mistero, la bellezza e la magia dell’arte
Firenze, 1510. Sandro Botticelli, giunto alla fine dei suoi giorni, affida al suo confessore un’ultima richiesta: consegnare un quadro segreto al figlio della sua musa, Simonetta Vespucci. Un’opera mai svelata, destinata a rimanere nell’ombra per oltre cinquecento anni. Oggi. Carla, restauratrice specializzata in arte rinascimentale, dal talento raffinato e dal cuore inquieto, accetta un incarico temporaneo per collaborare a una mostra su Botticelli agli Uffizi. L’occasione la conduce a Firenze, città delle sue origini familiari. Ma un indizio inaspettato lacoinvolge nella ricerca di un dipinto perduto, scomparso tra archivi dimenticati e collezioni private. Guidata dalla passione per l’arte e dall’incontro con un conte italiano, Carla si addentra in una storia sospesa tra passato e presente, svelando segreti rimasti nascosti troppo a lungo. Il segreto di Venere intreccia mistero, storia e sentimento, sullo sfondo di una Firenzerinascimentale vibrante di passione e bellezza. Un racconto che esplora il legame profondo tra chi crea e chi, secoli dopo, restituisce alla luce ciò che sembrava perduto.
L’AUTRICE SÒNIA LLEONART DORMUÀ, nata a Mataró nel 1971, è imprenditrice nel settore del software sanitario e direttrice commerciale e marketing di una multinazionale. Laureata in Economia e Relazioni Pubbliche alla Queen’s University, ha scoperto la passione per la scrittura frequentando un corso presso l’Università di Barcellona. Il segreto di Venere è il suo romanzo d’esordio: un caso editoriale in Spagna, dove ha conquistato migliaia di lettrici e lettori ed è arrivato ai vertici delle classifiche.
Ogni nove anni, i vichinghi si riuniscono a Uppsala, tra fuochi ardenti e canti rituali, per il blót, un’offerta di sangue e devozione agli dèi. Per Sigurd, giovane norvegese impulsivo e brillante, questo viaggio segnerà la fine dell’innocenza e l’inizio di una trasformazione brutale e inaspettata. Nel cuore della celebrazione, scopre che suo padre, Eirik, un guerriero segnato da mille battaglie, ha guidato I Dodici, un gruppo di berserker devoti a Odino, ora considerati reietti e traditori. Ma mentre visioni mistiche e realtà si confondono, una rete di tradimento e cospirazione si stringe attorno a lui. Tradimento. Morte. Esilio. Solo e braccato, Sigurd lotta per sopravvivere mentre coloro che vogliono cancellare l’eredità di suo padre gli danno la caccia. Tra alleati inaspettati e il sussurro degli dèi, dovrà affrontare le insidie della realtà in cui vive non solo la brutalità della natura selvaggia, ma anche la feroce lotta per il potere, dove inganni e rivalità celate si rivelano più letali di qualsiasi predatore. In questo romanzo, misticismo, thriller, romanzo di formazione e avventura si intrecciano per dare vita a un’epica saga vichinga. Con la sua anima da romanzo storico arricchita da un tocco di fantasy, questa storia trascina il lettore tra la realtà brutale dell’epoca e il mistero degli dèi e delle visioni mistiche. Se ti piacciono le atmosfere nordiche, i segreti degli antichi guerrieri e le storie di crescita personale tra leggenda e realtà, questo libro fa per te. “Nato Vichingo: Blót” è solo l’inizio di una saga che racconta l’evoluzione di Sigurd: dal bambino inesperto all’uomo forgiato dal destino e dalle prove che lo attendono, tra legami indissolubili e una società pronta a schiacciarlo… o a trasformarlo in ciò che mai avrebbe immaginato di essere.
Riccardo Polacci, esperto Senior Software Engineer, intreccia la sua passione per la cultura e la mitologia norrena in racconti coinvolgenti. Nel suo romanzo d’esordio, Born a Viking. Blót, dà vita a una saga epica che fonde antiche tradizioni vichinghe con la sua immaginazione, trascinando i lettori in un’avventura straordinaria. Oltre alla programmazione, le sue passioni, dalle arti marziali ai viaggi in ogni angolo del mondo,arricchiscono le sue storie con autenticità e dettagli affascinanti. Attraverso i suoi libri, invita i lettori a esplorare miti, battaglie e destini intrecciati, offrendo un nuovo modo di vivere la storia e la narrazione epica.