Paolo Maggioni “Una domenica senza fine”, presentazione

Ispirandosi alla vita vera dell’anarchico Laureano Cerrada Santos, Paolo Maggioni racconta di un piano inaudito in stile La casa di carta, esplora le mille vie di un sogno chiamato rivoluzione, distilla l’odio insopprimibile che ha diviso l’Italia repubblicana fino a oggi.(da SEM Libri)

Milano, domenica 29 aprile 1945, una domenica senza fine: un fiume di gente verso piazzale Loreto, l’Italia festeggia la caduta del regime.
In quella giornata memorabile tre personaggi: Carnera, la cui mole gli ha meritato il nomignolo, falsario tra i più abili d’Europa, cresciuto nella Barcellona dei primi anni venti, anarchico catalano che guarda alla situazione italiana con la segreta speranza che possa realizzarsi anche in Spagna  l’obiettivo di rovesciare il regime del generalissimo Francisco Franco, ma senza armi, approfittando  di quanto accade in quella Milano per compiere un’azione impensabile; il giornalista Daniele Colpani, speaker di Radio Marte, emittente legata al fascio, colluso con il regime e che cerca di svangarla ancora una volta da romano furbo; Marta Ripoldi, vedova, tranviera, staffetta partigiana, madre di due bambini, Anita e Zeno, e moglie di quell’italiano che Carnera va ricercando, tornato a casa dalla Spagna dove ha combattuto durante la Guerra Civile, con un documento falso fornito dal formidabile Carnera, ma che non è tornato dalla campagna di Russia: destini di singoli che si incontrano e si intrecciano dentro una Storia più grande, in un momento di esultanza per la libertà che pare riconquistata e costata tanto dolore.

Paolo Maggioni (1982) è milanese e interista. Giornalista alla Rai, è inviato di Rai News 24 e Forrest (Rai – Radio 1). Ha lavorato come conduttore e autore di Caterpillar (Rai – Radio 2) e Radio Popolare. Ha un mito, Beppe Viola, ed insegna al Master di Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano.

Nicolò Baretta “Il bambino del miracolo”, CN (Oligo)

La storia vera e riscoperta di un bambino sopravvissuto ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale.  Il resoconto di una vita tra ricostruzione, boom e storia d’Italia.

CN (Oligo)

Dal 25 luglio

Napoli 1943. I bombardamenti alleati feriscono il cuore della città. Nei sotterranei di un palazzo di via Salvator Rosa, in pochi sopravvivono alle ferite; tra di essi un bambino, padre dell’autore, il quale ne ripercorre la vita, in un crescendo di colpi di scena in cui vicissitudini familiari si intrecciano alla grande Storia del dopoguerra, tra boom economico e vita di provincia. Un monito accorato alle nuove generazioni e quanto mai attuale, per ricordare a gran voce gli orrori della guerra e la sicurezza della pace.

Napoli, gennaio 1943. Le strade del rione Materdei sono un miscuglio di polvere, macerie e disperazione. I bombardamenti hanno appena sventrato il quartiere e, tra i detriti del Palazzo Muscio-D’Avalos, la giovane Franca, con il viso sporco di cenere e le mani tremanti, incrocia per la prima volta lo sguardo di un vigile del fuoco che si fa strada tra i resti. L’uomo, di nome Michele, è concentrato nel suo lavoro, mentre cerca di liberare i corpi rimasti intrappolati sotto le macerie. «Dobbiamo agire in fretta, qui ci sono delle persone ancora vive! Muoviamoci!» Franca lo sta osservando con un sentimento di paura che si mescola a una strana sensazione di ammirazione per l’operato del ragazzo. Sua sorella Anna è rimasta intrappolata, le sue gambe sono schiacciate sotto un cumulo di macerie; Michele sembra intenzionato ad amputarle pur di salvarla celermente, stante il fatto che il muro sovrastante sta traballando pericolosamente.

Nicolò Barretta (Mantova, 1986) è laureato in Filologia Moderna, insegna materie letterarie nelle scuole superiori ed è docente a contratto di Glottologia e Linguistica nella sede di Mantova di Unicollege. Giornalista pubblicista, ha lavorato come redattore per produzioni televisive nazionali. Critico cinematografico, è giurato al Premio Letterario Nazionale Enrico Ratti e vicepresidente delle associazioni culturali “Arte dell’Assurdo” e “Oggi mi vedo d’essai”. Tra i suoi libri ricordiamo i saggi La signora della Tv. Fenomenologia di Maria De Filippi (Unicopli 2013), Un conduttore in cattedra. Il bullismo raccontato ai ragazzi (Unicopli 2016) e il romanzo per ragazzi La clinica dei misteri (Il Rio 2024, Targa Montefiore e Diploma di merito al Premio Città di Sarzana).

Katia Lari Faccenda “Le tre domande dell’angelo”, CartaCanta Editore

Immagine di copertina di Giulia D’Agostini

La ragazzina cresce nella guerra; vede e tocca con mani consapevoli. Si chiama Giovanna, è stato un angelo a consegnarle il nome e la visione, a sospingerla. Decisa ad assumere la propria colpa generazionale e la responsabilità di un futuro da reinventare, la ragazzina Giovanna guida una marcia silenziosa di studenti. Giovanna è certa della sola voce che possa reclamare il diritto alla vita: il silenzio. Perché le voci sono molte, il silenzio è uno. Attraverso un paese stordito, spolpato da un tempo asciutto, giungeranno fino alla Capitale per avanzare la loro muta richiesta di ascolto.
Un romanzo sui generis che si ispira al passaggio emblematico di Jeanne d’Arc nella storia, la ragazzina che assunse la colpa di due generazioni e la tradusse in un atto volontario di responsabilità: volle agire un futuro ancora da immaginare. Le tolsero la vita. Era scandalo il suo essere ragazza in un tempo e luogo restrittivi per le donne, il suo divenire condottiera di uomini, erano scandalo le sue vittorie e i suoi abiti maschili. Scandalo la sua consapevolezza.
(La sinossi da CartaCantaEditore)

Stralci da una recente intervista all’Autrice

Disegna fumetti, lavora come restauratrice di pitture murarie, studia canto lirico, si esibisce… Come vive questa vita da artista a tutto tondo, e con quale di queste realtà sente un più forte legame?

La vivo come una concatenazione. Sono sempre stata curiosa della materia, da buona artigiana. Lavoro con le mani e costruisco, perciò ho appreso i mestieri – tutti i miei mestieri – praticando; in ogni espressione diversa ho trovato una continuità di percorso. Creare architetture di parole sarebbe stato impensabile per me senza conoscere il potere evocativo, elementare di una canzone popolare o le vibrazioni dei colori quando si uniscono e si contrastano. Comunque, per rispondere alla sua domanda, il legame che sento più forte è con l’uso della voce, il che comprende anche la voce scritta.

“Un salto al buio”, del 2018, è il suo primo romanzo. Qual è la genesi di questa storia che parla di sentimenti e fragilità umane?

In realtà scrivo da decenni. “Un salto al buio” è stato il primo lavoro che ho deciso di pubblicare. L’ho usato per aprire la strada, diciamo così: di facile fruizione, surreale e poetico, con una trama fitta di incontri e una teatralità corale molto organizzata. Voglio bene a questo “romanzino”, come lo chiamo affettuosamente. Nato non da una vera urgenza, ma da profonda empatia. Narra il dramma di due padri che si incontrano in circostanze molto particolari e si riconoscono nel reciproco dolore. Un lavoro pervaso di ironia e leggerezza, ma anche ricco di sostanza.

Con “Le tre domande dell’angelo”, invece, fa un nuovo salto “al buio”, per citare la sua stessa opera: si addentra nei meandri della Storia analizzando il personaggio di Jeanne D’Arc, Giovanna D’Arco. Cosa l’ha spinta ad assumere proprio la voce di questa ragazzina?

In questo caso ho davvero seguito una necessità. La presenza di Jeanne d’Arc è stata grande nel mio immaginario e nella mia coscienza. Ho scelto di narrare la sua parabola di vita in modo trasversale: la storia di una ragazzina nata e cresciuta nella guerra che decide di assumere la colpa di due generazioni e tradurla in un atto volontario di responsabilità, per agire un futuro ancora da immaginare. E lo fa guidando una marcia silenziosa di studenti verso la Capitale. Chi conosce storicamente Jeanne troverà ogni particolare biografico, ma gli accadimenti sono filtrati attraverso una diversa attualità e trasformati. La vicenda è narrata da un testimone e ha un luogo e un tempo imprecisati. Direi un medio oriente contemporaneo, comunque intriso di Medioevo e visionarietà. Nel libro l’io narrante dirà “Cantare un eroe è accorgersi della mancanza e tradurla in pienezza. È colmare un vuoto dei tempi con rimasugli appassionati, è innamorarsi della pochezza e dei limiti e renderli ispirazione, è disconoscere la storia. Cantare un eroe è quasi la verità. Ho tentato di “cantare” Jeanne””.

Altro elemento fondamentale è costituito dalla figura dell’angelo…

L’angelo è stato il mio modo per affrontare il rapporto che Jaenne d’Arc aveva con l’assoluto, con le proprie visioni. Nel romanzo è con Giovanna a ogni passo, come presenza che interroga e non insegna. L’angelo è una figura senza ambiguità, sta esattamente in ciò che dice e tace la sua potenza. E le domande che rivolge a Giovanna, ai suoi studenti, sono rivolte anche a ognuno di noi. Per questo lascio l’interpretazione dell’angelo e delle sue tre domande a chi legge.

Katia Lari Faccendanata a Firenze nel Sessantadue, la casa dove vive trabocca di letteratura; il nonno fa il libraio. Esploratrice di parole, comincia a leggere molto presto, scrive e illustra le sue storie.  Artista e musicista: disegna fumetti, lavora come restauratrice di pitture murarie; studia canto lirico, e di tradizione orale, si esibisce su palcoscenico e in strada. Scrive da decenni: narrativa, teatro, canzoni. Il romanzo Un salto al buio è edito da CartaCanta nel 2018. Vive a Vinci, in collina, a pochi passi dalla casa natale di Leonardo.

Ethel Mannin “La strada per Be’er Sheva”, Agenzia Alcatraz

Tradotto in italiano il primo romanzo che nel 1963 ha raccontato la nakba, l’esodo forzato del 1948, dal punto di vista palestinese.

Traduzione di Stefania Renzetti

Postfazione di Tiffany Vecchietti

Alcatraz

È il 15 luglio 1948 e in Medio Oriente infuria il confliitto arabo-israeliano. Le truppe delle Forze di Difesa Israeliane occupano la città palestinese di Lidda e iniziano a uccidere o espellere la popolazione araba, causando l’esodo di un numero enorme di persone – in larga parte donne, anziani e bambini – costrette a camminare sotto un sole cocente sino alla città di Ramallah, in Cisgiordania.
In migliaia muoiono di insolazione, affaticamento e sete. Tra le persone che fuggono da Lidda c’è la famiglia di Butros Mansour, un proprietario terriero palestinese di fede cristiana, costretto a scappare insieme a sua moglie di origine inglese e al figlio di dodici anni, Anton.
Questa tremenda esperienza segna profondamente il ragazzo, che alla morte del padre, solo un anno più tardi, è costretto a trasferirsi in Inghilterra. Per Anton vivere in Inghilterra equivale a un vero e proprio esilio. Ma rimane in contatto con un’altra vittima della diaspora palestinese, un profugo musulmano a cui è molto legato, e nella sua mente prende vita una vera e propria ossessione: riuscire a tornare nella propria terra per infilltrarsi lungo la strada per la città di Be’er Sheva, anch’essa caduta in mano israeliana nel 1948, e unirsi alla resistenza. Per lui quella strada, che ora si trova nella Terra di Nessuno, finisce per incarnare il sogno di ogni palestinese – ritornare a casa. 
Scritto come reazione al celebre Exodus di Leon Uris (una sorta di narrazione epica della fondazione dello Stato di Israele) e pubblicato nel 1963, La strada per Be’er Sheva è stato il primo romanzo occidentale in assoluto a raccontare dal punto di vista palestinese la Nakba, la pulizia etnica operata dalle milizie sioniste nel 1948 e il conseguente esodo. Tradotto anche in lingua araba con grande successo, all’epoca della sua uscita è diventato un piccolo caso, tanto letterario quanto politico. Ma La strada per Be’er Sheva è prima di tutto un racconto emozionante, una vicenda umana scritta con grande maestria da un’autrice perfettamente a suo agio nel padroneggiare una materia che non ha mai smesso di essere scottante. E grazie alla passione umanitaria e al desiderio di giustizia che traspaiono dalle sue pagine, riesce a essere attuale ancora oggi, a più di sessant’anni dall’uscita, in questo momento terribile per il popolo palestinese.

La sincerità e l’empatia di Ethel Mannin guidano la narrazione. Non lo fanno attraverso il patetismo, o tramite gli strumenti del melodramma. La strada per Be’er Sheva sembra quasi trattenersi continuamente, situarsi in uno spazio ben de­finito, in equilibrio, con una certa dose di freddezza. Mannin sa che potrebbero accusarla dei crimini letterari qui sopraelencati. Ma non serve infondere di eccessiva emotività quello che ha raccolto tramite le interviste nei campi profughi o dai rifugiati che ha incontrato. La sua sincerità è talmente spiazzante, che compie tutto il lavoro. È la resistenza delle pietre scagliate contro chi ti schiaccia la gabbia toracica col carrarmato. Non serve aggiungere molto quando una fotogra­fia, un resoconto o un ­ filmato rivelano tutto. È la stasi che accompagna la polvere mentre si posa. (dalla postfazione di Tiffany Vecchietti)

Autrice estremamente prolifica, Ethel Mannin nasce a Londra nel 1900 e nel corso della propria vita scrive più di cento libri – oltre cinquanta romanzi, innumerevoli racconti, autobiografie e, diari di viaggio e saggi – senza mai preoccuparsi di seguire un determinato filone letterario, ma anzi muovendosi con notevole mestiere ed eleganza attraverso i generi. Esordisce nel 1923 e pressoché da subito si fa notare per il proprio impegno politico: è infatti sin da giovanissima un’attivista vicina a idee anarchiche e socialiste, fortemente anti-monarchica, femminista e antifascista, e queste inclinazioni non mancano di emergere, in maniera più o meno esplicita, in quasi tutto ciò che scrive. Viene a mancare nel dicembre del 1984, tenendo vivo sino all’ultimo istante lo spirito combattivo e anticonformista che l’ha sempre caratterizzata.
Nella collana Bizarre, Agenzia Alcatraz ha pubblicato il suo capolavoro gotico del 1944, Lucifero e la bambina.

Sònia Lleonart Dormuà “Il segreto di Venere”, Piemme Edizioni

Edizioni Piemme

Tradotto dal catalano da Paola Olivieri

Uscita: 8 luglio 2025

L’ARTE DI BOTTICELLI CUSTODISCE UN SEGRETO SCONVOLGENTE CHE I MEDICI
HANNO TENTATO DI CANCELLARE E CHE POTREBBE TORNARE ALLA LUCE.

Un viaggio attraverso i secoli per scoprire ciò che non ha mai smesso di affascionarci: il mistero, la bellezza e la magia dell’arte

Firenze, 1510. Sandro Botticelli, giunto alla fine dei suoi giorni, affida al suo confessore un’ultima richiesta: consegnare un quadro segreto al figlio della sua musa, Simonetta Vespucci. Un’opera mai svelata, destinata a rimanere nell’ombra per oltre cinquecento anni. Oggi. Carla, restauratrice specializzata in arte rinascimentale, dal talento raffinato e dal cuore inquieto, accetta un incarico temporaneo per collaborare a una mostra su Botticelli agli Uffizi.
L’occasione la conduce a Firenze, città delle sue origini familiari. Ma un indizio inaspettato lacoinvolge nella ricerca di un dipinto perduto, scomparso tra archivi dimenticati e collezioni private. Guidata dalla passione per l’arte e dall’incontro con un conte italiano, Carla si addentra in una storia sospesa tra passato e presente, svelando segreti rimasti nascosti troppo a lungo. Il segreto di Venere intreccia mistero, storia e sentimento, sullo sfondo di una Firenzerinascimentale vibrante di passione e bellezza.
Un racconto che esplora il legame profondo tra chi crea e chi, secoli dopo, restituisce alla luce ciò che sembrava perduto.


L’AUTRICE
SÒNIA LLEONART DORMUÀ, nata a Mataró nel 1971, è imprenditrice nel settore del software sanitario e direttrice commerciale e marketing di una multinazionale. Laureata in Economia e Relazioni Pubbliche alla Queen’s University, ha scoperto la passione per la scrittura frequentando un corso presso l’Università di Barcellona. Il segreto di Venere è il suo romanzo d’esordio: un caso editoriale in Spagna, dove ha conquistato migliaia di lettrici e lettori ed è arrivato ai vertici delle classifiche.

Riccardo Polacci “Nato vichingo. Blót”, nella traduzione in italiano

Un viaggio sacro. Un’eredità sepolta nell’ombra, maledetta dagli uomini ma sacra agli
dèi. Un destino che chiama.

Traduzione di Alessia Floria

Ogni nove anni, i vichinghi si riuniscono a Uppsala, tra fuochi ardenti e canti rituali, per il blót, un’offerta di sangue e devozione agli dèi. Per Sigurd, giovane norvegese impulsivo e brillante, questo viaggio segnerà la fine dell’innocenza e l’inizio di una trasformazione brutale e inaspettata.
Nel cuore della celebrazione, scopre che suo padre, Eirik, un guerriero segnato da mille battaglie, ha guidato I Dodici, un gruppo di berserker devoti a Odino, ora considerati reietti e traditori. Ma mentre visioni mistiche e realtà si confondono, una rete di tradimento e cospirazione si stringe attorno a lui. Tradimento. Morte. Esilio. Solo e braccato, Sigurd lotta per sopravvivere mentre coloro che vogliono cancellare l’eredità di suo padre gli danno la caccia. Tra alleati inaspettati e il sussurro degli dèi, dovrà affrontare le insidie della realtà in cui vive non solo la brutalità della natura selvaggia, ma anche la feroce lotta per il potere, dove inganni e rivalità celate si rivelano più letali di qualsiasi predatore.
In questo romanzo, misticismo, thriller, romanzo di formazione e avventura si intrecciano per dare vita a un’epica saga vichinga. Con la sua anima da romanzo storico arricchita da un tocco di fantasy, questa storia trascina il lettore tra la realtà brutale dell’epoca e il mistero degli dèi e delle visioni mistiche. Se ti piacciono le atmosfere nordiche, i segreti degli antichi
guerrieri e le storie di crescita personale tra leggenda e realtà, questo libro fa per te.
“Nato Vichingo: Blót” è solo l’inizio di una saga che racconta l’evoluzione di Sigurd: dal bambino inesperto all’uomo forgiato dal destino e dalle prove che lo attendono, tra legami indissolubili e una società pronta a schiacciarlo… o a trasformarlo in ciò che mai avrebbe immaginato di essere.

Riccardo Polacci, esperto Senior Software Engineer, intreccia la sua passione per la cultura e la mitologia norrena in racconti coinvolgenti. Nel suo romanzo d’esordio, Born a Viking. Blót, dà vita a una saga epica che fonde antiche tradizioni vichinghe con la sua immaginazione, trascinando i lettori in un’avventura straordinaria. Oltre alla programmazione, le sue passioni, dalle arti marziali ai viaggi in ogni angolo del mondo,arricchiscono le sue storie con autenticità e dettagli affascinanti. Attraverso i suoi libri, invita i lettori a esplorare miti, battaglie e destini intrecciati, offrendo un nuovo modo di vivere la storia e la narrazione epica.

La Serie in inglese

Giuseppe Aragno “Il romanzo della resurrezione”, presentazione

La Valle del Tempo Editore

Dall’intreccio tra vicende personali ed eventi storici, nasce un romanzo che racconta un tempo della nostra storia e la società che l’ha vissuto. Un inno alla vita e alla storia, che della vita è parte essenziale perché, scrive l’autore, «chi non ha storia può essere ingannato e dominato molto più facilmente di chi conserva e difende la memoria di ciò che è stato».

Giuseppe Aragno, scrittore e storico del movimento operaio e dell’antifascismo, offre ai lettori il suo primo romanzo.

Il romanzo della resurrezione, ha un filo conduttore: la memoria. Un patrimonio di ricordi che non è più proprietà personale di chi l’ha vissuto, ma parte di una rappresentazione collettiva che supera i confini temporali della vita del protagonista.
Nell’ultimo giorno della sua vita, infatti, Giuseppe Greco, nipote di Giovanni, un socialista ucciso dai fascisti, strappa ad Atropo, signora della morte una sorta di patto non scritto, ripercorre la storia sua e dei suoi familiari, inserendola nella vicenda collettiva dell’Italia in cui ha vissuto e porta a termine il suo progetto: scrivere il romanzo della resurrezione, un riscatto dalla sofferenza, a partire soprattutto da quella inflitta alla sua famiglia dalla repressione fascista. Pagina dopo pagina, attraverso le vicende personali di tre generazioni, il racconto riporta così in vita anni cruciali della nostra storia del Novecento, dal tradimento e dall’ascesa dell’amico del nonno, il socialista Mussolini, alla guerra, alla resistenza, alla repubblica, al terrorismo e agli anni di piombo”.(da Anna Di Fresco “Dallo scaffale al web”)

La sinossi dal Risvolto

“Quando la Storia più atroce diventa teatro di microcosmi, assume un volto ancora più dolente. Nel lessico famigliare di Giuseppe Aragno si ritrova la lotta antifascista, declinata dal dopoguerra ad oggi, all’alba di una Napoli che faticosamente si rialza dalle sofferenze della dittatura[…]Nell’epopea napoletana di Aragno sono molti di più i vinti che i vincitori, e il desiderio di verità, contro ogni ingiustizia, non si spegne mai” (dalla recensione di Ilaria Urbani, Napoli Libri La Repubblica 3 febbraio 2025)

Brevi note biografiche

Giuseppe Aragno, napoletano, nato nell’ormai lontano 1946 è scrittore e storico del movimento operaio e dell’antifascismo. È stato per anni redattore della rivista on line Fuoriregistro, ha collaborato a lungo con “il Manifesto”, scrive per l’edizione napoletana di “Repubblica” e insegna presso la Fondazione Humaniter. Nel 1996 ha vinto il Premio Laterza con il saggio Un giacimento in fondo allo stivale. Ha curato gli Scritti di Storia e Politica di Gaetano Arfè, in occasione degli 80 anni del grande storico e ha scritto tra l’altro Antifascismo popolare. I volti e le storie (2009),Antifascismo e Potere, Storia di Storie (2012) e Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti (2017). Ha pubblicato inoltre il libro di poesie E però scrive (2003) e la raccolta di racconti Parole d’uomini e sassi (2021). È  coautore del lavorio teatrale Radio Libertà, andato in scena a Barcellona, e autore dell’atto unico Due vite, che sarà rappresentato nel prossimo autunno.

Elena Ana Boata “La strada per Erfurt”, Casa Editrice Kimerik

L’autrice conduce i lettori nella Germania del XVI secolo nel racconto del giovane Klaus: prende vita una storia interessante intorno all’evoluzione del personaggio e all’importanza dei legami autentici. Un omicidio getta un’ombra inquietante, rendendo il finale non solo inaspettato, ma anche ricco di rivelazioni. Una lettura avvincente che invita a una riflessione profonda sulla complessità delle relazioni umane


Una storia di trasformazione che invita a riflettere sul coraggio di scegliere, sull’importanza delle relazioni e sul potere della speranza. Protagonista del romanzo storico La strada per Erfurt è Klaus, un giovane proveniente da un paesino e trasferitosi nella città universitaria, con tutti i suoi sogni, tutte le sue paure e le sue ambizioni. Siamo nel cuore tumultuoso della Germania del XVI secolo, è questo il contesto in cui ci trasporta il nuovo libro di Elena Ana Boata edito dalla Casa Editrice Kimerik, in cui prende vita pagina dopo pagina una storia avvincente, dove ogni colpo di scena rivela la potenza di un amore che resiste e si evolve, in un mondo che cambia.

Klaus è un giovane appena arrivato a Efurt per studiare, alla ricerca di una nuova vita e di un futuro che sembri finalmente a portata di mano. Si confronta con le paure e le ambizioni tipiche della sua età, che ancor più emergono in un ambiente diverso dal suo abituale: lui viene dalla provincia, è un po’ impacciato, timido, ma ha tanti sogni, prima di tutto quello di realizzarsi negli studi.Fulcro del testo è l’evoluzione personale del protagonista, personaggio molto dinamico che affronta – insieme a un compagno di viaggio che diventa il suo faro nella tempesta – le sfide di un’epoca rivoluzionaria, scoprendo che la vera forza risiede nella vulnerabilità e nella pazienza necessaria per costruire un legame autentico.
In questo affascinante romanzo è l’ambientazione storica a rendere il testo molto efficace: sono i tempi della Riforma protestante, uno scossone per la Chiesa di allora, segnata dalla corruzione e bisognosa di un vero e proprio cambiamento. Tale movimento è incarnato da Martino, figura speculare a quella di Klaus che vede nell’amico rivoluzionario e appassionato un modello da imitare; la loro amicizia sarà messa alla prova proprio quando lui prenderà la coraggiosa decisione di “voler cambiare la storia”.Klaus, quando si presenta il flagello inevitabile della peste, riflette sulla sua situazione e sulle sue possibilità di salvezza, per cui l’isolamento e la mancanza di risorse lo rendono quasi impotente di fronte alla malattia; tuttavia, arrivato a uno stato di estremo affaticamento e debolezza, dimostrerà ugualmente una forte determinazione a sopravvivere, pur nel contrasto dell’ambiente disastrato che lo circonda. Ciò lo porta anche a riflettere sulla vera natura di un castigo divino come quello della pestilenza: è più da buon cristiano accettarlo e sperare nella Provvidenza o combattere?
Questi interrogativi contribuiscono al processo evolutivo del giovane studente.
Il racconto è avvolto dall’umanità e dalla sapiente cura dei sentimenti che caratterizzano da sempre la scrittrice Elena Ana Boata. Nel meraviglioso intreccio di questo libro, la profonda e appassionante storia d’amore tra Ania e Klaus si sviluppa sullo sfondo di un viaggio di crescita personale che abbraccia tutte le sfaccettature dell’esistenza, trasformando Klaus in un uomo nuovo. La sua relazione con l’amico Martino emerge come un pilastro fondamentale, un legame che offre sostegno e saggezza nei momenti di crisi. Attraverso le sfide e i colpi di scena che caratterizzano il loro percorso, il romanzo esplora temi profondi come la pazienza, il coraggio, l’umiltà e la fede, riflettendo sulla potenza incommensurabile dell’amore in tutte le sue forme. 
Nel racconto si cela un omicidio, che getta un’ombra inquietante, rendendo il finale non solo inaspettato, ma anche ricco di rivelazioni che mettono in discussione le certezze dei personaggi e dei lettori, invitando a una riflessione profonda sulla complessità delle relazioni umane.Si scoprirà come la pazienza, la speranza e il coraggio possano autenticamente trasformare il dolore in rinascita. Elena Ana Boata si conferma un’autrice poliedrica capace di sorprendere, di suscitare emozioni e riflessioni profonde e di arrivare dritto al cuore di chi legge. La strada per Erfurt è disponibile nelle librerie e negli store online anche in versione eBook.( da Ufficio StampaNewsCast Srl – Francesca Berton)

Della stessa autrice su tuttatoscanalibri

Storie di ragazzi alla scoperta del nostro paese

Linda Di Martino “La donna d’oro”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Editrice Laurum

Un romanzo datato 2003 di una scrittrice non molto conosciuta ma che merita, a mio avviso, di essere sottratta all’oblio e vado a spiegarne le diverse motivazioni.

Il romanzo mi è stato segnalato dall’amico Lamberto Salucco, appassionato e curioso della Firenze scomparsa, che ha dedicato alla ricerca e alla riscoperta tempo, impegno e scritti, nonché tratto la soddisfazione di conoscerne e di averne riscoperto, anche se in parte, i luoghi spariti proprio perché nascosti e ormai invisibili dentro le ricostruzioni e le molte demolizioni al tempo della breve parentesi che vide Firenze capitale.

La donna d’oro propone nelle proprie pagine, sotto forma di romanzo, la descrizione, nata dalla ricerca documentata, di un quartiere del centro storico della città, protagonista anch’esso e sul cui sfondo si sviluppa una storia noir
Il fascino del luogo si lega a molti scritti e a molte opere d’arte, immagini e foto, che ne hanno fermato nel tempo i colori e la bizzarria: il Ghetto.

Nato nel 1571 confinava con il Mercato Vecchio, oggi piazza della Repubblica, ed era delimitato dall’attuale via Roma, via de’ Pecori e via Brunelleschi: un quartiere della città nel quale si accedeva per tre porte. Dal 1750 ne iniziò la chiusura e le famiglie degli ebrei trovarono nuove sistemazioni ad eccezione di quelle più disagiate, ma il quartiere divenne progressivamente dimora della popolazione più povera e ricettacolo di malviventi. La vera ristrutturazione complessiva e profonda avverrà a partire dal 1880.

Breve cronistoria, proprio per risalire al contenuto del romanzo.

Scritto e pubblicato nel 2003 nasce come romanzo storico a trama gialla, opera della giallista Linda Di Martino che aveva pubblicato per il Giallo Mondadori nel 1987 “Troppo bella per vivere” con lo pseudonimo di Drinna Domizia, esordio seguito da altri scritti tra i quali La donna d’oro che nel saggio di Elisabetta Bacchereti *(2015) trova ampia documentazione, l’analisi del contenuto e la novità e l’originalità.

“Il romanzo della Di Martino, con il suo ibridismo postmoderno di modelli narrativi (romanzo storico, noir, Bildungsroman), e il gioco intertestuale e citazionale tra immagini e documenti, se restituisce in una dimensione finzionale i termini della questione fiorentina, tuttavia trascende la contingenza e le circostanze storiche per rappresentare il conflitto insanabile tra esigenze di sviluppo e di modernità, spesso solo mascherati interessi speculativi, e salvaguardia di un patrimonio culturale e storico, difesa o conservazione di un ecosistema naturale o antropico, o urbano. D’altro canto conferma la vocazione della “giallista” fiorentina, del tutto ignorata dalla letteratura critica e dalla storiografia letteraria relative sia al romanzo neostorico sia alla narrativa di genere e di gender, a raccontare il crimine “non come esplosione di follia idiota o crimine organizzato o violenza brutale”, bensì come “manifestazione abnorme della passione dell’animo o della mente”.

La protagonista è una diciassettenne, Lucilla Compagni, e sta per diplomarsi come maestra. È nata e cresciuta nel Ghetto: il padre è mosaicista presso il Regio Opificio delle Pietre Dure, la madre cuce di fino. Per andare a scuola e per le commissioni quotidiane ne attraversa l’intricata topografia e incontra quelli che ne sono gli abituali abitanti: l’ebrea cieca Naomi, la figlia di lei  Ruth sua coetanea ed amica, l’orafo Mastrogiudeo, per il quale posa per l’angelo della pala d’altare che sta realizzando, Don Matteo il parroco della Chiesa di San Tommaso, dove Lucilla insegna Catechismo ai bambini cristiani e aiuta quelli ebrei nei compiti scolastici, fino a Carmignate che gestisce  lo sfruttamento della prostituzione e la criminalità organizzata dentro e fuori del Ghetto garantendone anche  l’ordine interno; solo per citarne alcuni.
È il 1884 e, in base al Progetto di riordino del Rimediotti, è iniziato l’esproprio e l’evacuazione più o meno forzosa degli abitanti in altre zone della città. Anche la famiglia di Lucilla dovrà andarsene entro la fine dell’anno: sono gli articoli del giornalista de La Nazione, che si firma Jarro, che la indurranno a svolgere una vera e propria indagine a confronto tra la realtà e quanto scritto dal giornalista che così tanto scalpore ha suscitato in città. Una verità storica:  il giornalista e scrittore Giulio Piccini (1848-1915)  aveva pubblicato su La Nazione nel 1881 una serie di otto articoli, che successivamente (1998) saranno raccolti in volume col titolo Firenze sotterranea, divenendo propugnatore del Progetto di Riordino del centro storico di Firenze cui si dimostrarono accesi avversari molti intellettuali e scrittori, fiorentini e soprattutto inglesi, per quello sventramento negativo nel bilancio tra memoria storica e modernizzazione.

Come si legge in uno stralcio dal testo del romanzo in cui l’autrice fa citare Jarro dalla voce della stessa protagonista.

“Io, nata alla fine del 1867, nel cuore di Firenze Capitale, un cuore antico e non vecchio (così dice il babbo) ora che il Ghetto viene minacciato da ogni parte e condannato comunque a non esistere com’era, io ne scopro la singolarità, ne temo la rovina, ne prevedo la nostalgia. Merito o colpa di uno che si firma Jarro”.

Ma la storia si amplia e si tinge di nero.

Mastrogiudeo, diventa personaggio chiave del romanzo: è un giovane orafo cristiano perso d’amore per una giovane zingara ebrea, al punto da abbandonare casa, famiglia e religione, per trasferirsi con lei nel Ghetto. Per dieci anni era vissuta con Mastrogiudeo, che le faceva indossare i più preziosi gioielli destinati alle dame più ricche. Lei, soprannominata la Sunamite che, come si legge nel Libro dei Re, era una vergine di assoluta bellezza,  è la “donna d’oro”. Poi nell’inverno terribile del 1834, l’anno del colera, l’aveva perduta per sempre ma, dalla scomparsa di lei, aveva preso con maggiore impegno a operare per il Ghetto e i suoi abitanti e durante l’epidemia e poi durante l’alluvione del 1844, quando l’acqua aveva messo in serio pericolo la stabilità degli edifici. In quella circostanza l’orafo era diventato l’eroe del quartiere, essendo riuscito a far saltare, con l’aiuto di don Matteo, alcune pareti sotterranee e a far defluire l’acqua.

Sarà la nostra protagonista a scoprire le vere ragioni di tanta prodiga generosità che noi non sveliamo per evidenti motivi.

 Non ci resta che seguire Lucilla e riscoprire attraverso i suoi occhi di protagonista una parte della Firenze scomparsa in nome di quel “decoro”, come si legge nella targa in alto nell’Arcone di trionfo che affaccia su piazza della Repubblica L’ANTICO CENTRO DELLA CITTÀ DA SECOLARE SQUALLORE A VITA NUOVA RESTITUITO MDCCCXCV (1895) fino alla conclusione inattesa.


*Elisabetta Bacchereti Università degli Studi di Firenze “Linda Di Martino, La Donna d’Oro. Miserie e nobiltà della Firenze perduta”

Stefano Ferri “Due vite. Una ricompensa”, Mursia

Un romanzo storico che celebra la resilienza, l’amore e il destino. E racconta la vera storia del risotto alla milanese. 


Mursia
In libreria dal 26 settembre

«Era la voce del cardinale che proclamava: “Un giorno tutto il mondo farà così”.»

Anno Mille. In uno sperduto feudo del Regno di Lombardia la routine del contadino Guglielmo viene funestata dall’improvvisa – e gravissima – malattia della giovane moglie Rosa. Deciso a non rassegnarsi all’idea di perderla, mentre sacrifica tutto il raccolto a un viaggio della speranza allo “Spedale” di Milano, si inventa un modo per non togliere il cibo di bocca ai suoi bambini: una pietanza sconosciuta chiamata riso, insaporita col contenuto dell’osso grande del bue.

Milano, 1573. Nel cantiere del Duomo il giovane pittore Filippo, dipendente di Valerio Perfundavalle di Lovanio, s’innamora della figlia di questi, Alessandra, che è promessa al nobile Galeazzo Soligo e ne rifiuta le avances. Filippo cerca di superare la delusione buttandosi sul lavoro e si specializza in una tecnica di colorazione da lui stesso inventata a base di zafferano, spezia che il cardinale arcivescovo Carlo Borromeo gli fa arrivare addirittura dalla Persia. Intanto Alessandra si sposa, e Filippo, invitato al matrimonio, decide di vendicarsi dell’antico rifiuto con uno scherzo che il cuoco di corte, l’amico Pierandrea, finge di accettare come tale avendone però capito la portata rivoluzionaria: “macchia” di zafferano il tradizionale risotto con il midollo di bue, servito come pietanza principale al pranzo di nozze. Ne esce un piatto favoloso, che conquista immediatamente la platea, la città e l’intero Ducato, arrivando persino a superarne i confini! Il riso, simbolo di abbondanza, non solo rappresenta la cultura milanese, ma diventa anche un atto di festa e di speranza dopo un periodo di grande sofferenza. 

Due vite una ricompensa è un romanzo storico. È una storia emozionante. Una narrazione che si intreccia tra realtà storica e finzione, la trama racconta le asperità e le disuguaglianze della vita. L’amore e il caos o destino che poi alla fine in qualche modo sistema tutto. L’Autore presenta ai lettori una vicenda – originale, tragica, multiforme e meravigliosa – che da una tragedia individuale ha condotto all’usanza capace di unire nello spazio e nel tempo gli esseri umani: lanciare sugli sposi il riso crudo. È un rito derivato proprio dall’amore dei milanesi per il loro risotto, divenuto simbolo di gusto e abbondanza in spirito liberatorio dopo l’incubo della Peste del 1576. La scelta di basare parte della trama su eventi storici come la Peste, e l’introduzione di un rito tradizionale come il lancio del riso sugli sposi, conferisce al romanzo una dimensione culturale significativa, legando il destino dei protagonisti alle usanze che hanno plasmato una comunità.

Stefano Ferri dichiara: «“Due vite una ricompensa” intende mostrare una delle più profonde e amare regolarità dell’esistenza umana: che se da un lato non è vero in assoluto che chi la dura la vince, dall’altro è sempre vero che un sacrificio onesto e amorevole lascia un segno, per quanto eventualmente diverso dall’intento originario, come un seme che porta frutto ai posteri e non a chi lo ha piantato».

Stefano Ferri (Milano 1966) vive a Milano. Nel 2004 ha ricevuto il Premio Hilton per il giornalismo in turismo d’affari e nel 2006 il Premio Italia for Events per la stampa di settore. Nel 2022 gli è stata assegnata la menzione al TTG Star Award e nel 2023 è stato inserito fra i cento personaggi più influenti della meeting industry mondiale. Con Mursia ha pubblicato Crossdresser. Stefano e Stefania, le due parti di me (2021).