Maria Attanasio “La rosa inversa”, presentazione

Copertina del romanzo storico "La rosa inversa" di Maria Attanasio, Sellerio

“In un vecchio palazzo nobiliare di Calacte, città della Sicilia Orientale, all’inizio del Novecento un uomo scopre una stanza segreta. Qui trova custoditi i classici dell’Illuminismo, […] accanto a simboli e insegne della massoneria. Ad attrarre la sua attenzione è un manoscritto, La Rosa Inversa (da Sellerio)

Ermanno Paccagnini nella sua presentazione (La Lettura del Corriere 1 marzo 2026) relativamente al tema:
“Torna al Secolo dei Lumi, come già coi racconti di Lo splendore del niente e altre storie, che si dipanavano dal 1693 al 1789, Maria Attanasio con La Rosa Inversa; e lo fa ponendo a protagoniste quelle idee di libertà e uguaglianza propugnate dalle logge massoniche, ora circuite e ora contrastate dal Potere, e sempre perseguite dalla Chiesa. Sono idee che nella parte centrale del romanzo s’incarnano, ma diversamente intese, in due dei protagonisti: il barone Ruggero Henares e l’amico d’infanzia Peppino Balsamo”

Una storia che parte dal Settecento e si svolge tra Ottocento e Novecento in Sicilia, precisamente a Calacte, città immaginaria dietro cui si cela Caltagirone.
 Prende le mosse da   un anonimo opuscolo settecentesco,  una “Relazione dell’enorme delitto e della seguita giustizia”, delitto  avvenuto a Calacte, il 2 aprile del 1790; “e quello della seguita giustizia, il successivo 25 maggio a Napoli. Anonimi l’autore e i protagonisti, designati come l’Amata, il Gentiluomo, la Vecchia, il Predicatore”.

Un opuscolo che un secolo più tardi capiterà nelle mani del cavaliere Giacomo Flerez, da anni impegnato nella stesura della Grande Opera sulla storia della  sua città, Calacte, ma i ritrovamenti fortunosi continuano: solitario e ottocentesco scriba, Flerez rinviene nel palazzo ereditato un  diario intimo, journal intime: è il racconto autobiografico del barone Ruggero Henares, l’antico proprietario

Man mano che analizzava mobili e oggetti la sua iniziale perplessità divenne disagio; nella libreria c’erano tutti i malpensanti del secolo ateo e libertino – D’Alembert, Diderot, Voltaire, il barone Helvetius, Montesquieu, persino il famigerato Cagliostro – in pregiate edizioni originali, che avrebbe potuto rivendere a qualche libreria antiquaria. Percepiva qualcosa di malato in quella stanza, pronto ad avvolgerlo tra le sue spire, che si materializzò quando nello stipo scoprì – avvolto in un drappo – un grembiule di pelle con i simboli e le insegne della tenebrosa setta: squadra, compasso, bussola e diplomi di affiliazione.
Li avrebbe portati giù, quegli orrendi apparati, e bruciati nel camino, il diario l’avrebbe letto con calma nella penombra del suo studio; sperava di trovarvi qualche notizia che potesse riempire i vuoti nella storia della città e della sua famiglia
.

Ma più che un diario sembrava un romanzo dal titolo “La rosa inversa” che raccontava una storia incredibile e rimasta a lungo nascosta: protagonisti il barone Ruggero Henares, nato nel 1743 ed educato nel Collegio gesuitico della città, e l’amico d’infanzia Peppino Balsamo, alchimista ed esoterista; lungo il percorso dei due  l’incontro scontro con il gesuita Saverio Crisafulli, diventato rettore del collegio, dotto e intransigente che Ruggero si troverà a perseguitare in uno scontro personale e ideologico eseguendo l’ordine di cacciare i gesuiti dal regno di Napoli nel 1767; avventure che riguaderanano Ruggero e Giuseppe Balsamo, più conosciuto come Alessandro conte di Cagliostro; il primo, tornato a Calacte fonda una propria loggia, La Rosa Inversa, dove si discute di uguaglianza e libertà.

Maria Attanasio (Caltagirone, 1943) collabora a riviste e giornali. Ha scritto poesie (Interni, 1979; Nero barocco nero, 1985; Eros e mente, 1996; Amnesia del movimento delle nuvole, 2003) e saggi. Con questa casa editrice ha pubblicato Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile (1994), Piccole cronache di un secolo (1997, con Domenico Amoroso), Di Concetta e le sue donne (1999) Il falsario di Caltagirone (2007), Il condominio di Via della Notte (2013), La ragazza di Marsiglia (2018), Lo splendore del niente e altre storie (2020) e La Rosa Inversa (2026).

Della stessa autrice su tuttatoscanalibri

La ragazza di Marsiglia

Brevi note di Salvina Pizzuoli a “La ragazza di Marsiglia”

Lo splendore del niente e altre storie

Stefano Terra “Le porte di Ferro”, Gammarò (Oltre)


“Le Porte di Ferro”: torna in libreria il capolavoro di Stefano Terra, il grande romanzo dimenticato sulla nascita della Guerra Fredda

Copertina del romanzo di Stefano Terra "Le Porte di Ferro", Gammarò (Oltre)

Introduzione di Diego Zandel

Gammarò (Oltre)

Dal 10 marzo in libreria

Gammarò edizioni riporta alla luce “Le Porte di Ferro”, considerato dalla critica e da autori come Claudio Magris il miglior romanzo di Stefano Terra. Pubblicato originariamente nel 1979 e ora riproposto nella collana i Classici con un’introduzione di Diego Zandel, il libro è un potente intreccio di memorialistica, reportage e avventura che esplora le radici profonde dell’Europa contemporanea. La vicenda si apre nel 1946, sul treno che da Torino porta alla Conferenza di Pace di Parigi, dove le potenze vincitrici stanno ridisegnando cinicamente i confini del mondo. Il racconto vive dello sdoppiamento tra due protagonisti, entrambi alter ego dell’autore: il maturo giornalista Gerolamo Traversa, disilluso testimone dei grandi eventi storici, e il giovane Fioravanti, rivoluzionario trotzkista animato da un idealismo puro e pericoloso. Sullo sfondo di una Parigi affollata di delegati e agenti dei servizi segreti, il romanzo si muove tra gli intrighi diplomatici e lo spettro di guerriglie dimenticate — dai banderovisti ucraini ai ribelli delle Porte di Ferro sul Danubio — che si oppongono alla spartizione dell’Europa dettata dagli accordi di Yalta. Con una prosa lucida e incalzante, Terra racconta non solo la cronaca di un’epoca, ma anche il dramma delle popolazioni sacrificate alla ragion di Stato, come quelle della Venezia Giulia e dell’Istria. “Le Porte di Ferro” non è solo una preziosa testimonianza storica, ma una riflessione attuale sul potere, sul tradimento degli ideali e sulla “storia del cuore” che batte dietro i grandi mutamenti politici. Un’opera necessaria per combattere quello che Magris definisce “l’Alzheimer culturale” della nostra epoca.

Stefano Terra, giornalista e scrittore, nato a Torino l’11 agosto 1917, morto a Roma il 5 ottobre 1986. Antifascista del gruppo torinese di ”Giustizia e Libertà”, amico di L. Ginzburg e C. Pavese; costretto ad abbandonare l’Italia, proseguì l’attività clandestina in Egitto, al Cairo. Nel dopoguerra collaborò al Politecnico di E. Vittorini e diresse a Milano Il ’45. Inviato speciale per La Stampa e la RAI, si occupò delle vicende politiche dei Balcani e del Medio Oriente, risiedendo per lo più in Grecia.

«Sono nato nel 1917 a Torino, tra il rumore dei motori degli idrovolanti che provavano vicino al Po e le lettere dannunziane che mio padre mandava dal fronte a mia madre. Negli anni Trenta, la mia formazione è avvenuta tra i libri recuperati dai depositi per il macero e le biblioteche; eravamo un gruppo di “ragazzi avventurieri” che i più anziani e seri Cesare Pavese e Leone Ginzburg consideravano teste accese e pericolose. Tra lo studio irregolare e la passione per il cinema di Carné, abbiamo vissuto anni di cospirazione casta e ribelle: riunioni segrete, manifesti rivoluzionari e piccoli atti di sfida al regime, come quella bomba di carta fatta esplodere durante un’adunata oceanica. La guerra ci ha dispersi. Mobilitato per l’Albania, nel 1941 riuscii a raggiungere gli antifascisti al Cairo. In quegli anni turbolenti, mentre Rommel avanzava verso El Alamein, pubblicavo i miei primi racconti (Morte di Italiani) e il romanzo La generazione che non perdona. Nel dopoguerra, dopo la scomparsa di Enzo Sereni e la chiusura del Politecnico di Vittorini, scelsi la via dell’espatrio come giornalista. Per venticinque anni ho vissuto tra Parigi, i Balcani e il Levante, raccontando guerriglie, interviste e colpi di Stato. “Liquidavo ogni giorno la vita con un pezzo per il giornale”, finché, anni fa, ho deciso di abbandonare il mestiere per tornare alla letteratura pura. Sono nati così La fortezza del Kalimegdan e Calda come la colomba. Oggi vivo in una casa nell’Attica, tra vigne, eucalipti e il silenzio delle volpi all’imbrunire

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Alessandra

La fortezza del Kalimegdan

Bianca Pitzorno “La sonnambula”, presentazione

Ispirandosi a un ritaglio di giornale di fine Ottocento, Bianca Pitzorno gioca con gli archetipi del romanzo d’avventura e d’amore, intinge la penna nel gotico e nel picaresco per scrivere un romanzo brulicante di vita, onirico, ironico e politico insieme. Abitata da visioni misteriose, la sonnambula è al tempo stesso aliena da ogni superstizione, capace di affrontare con dignità e coraggio il suo destino di donna sola in un mondo ostile. Attraverso la sua straordinaria avventura Bianca Pitzorno celebra il potere della mente umana e ci ricorda che grazie alla nostra forza d’animo, razionalità e fantasia siamo noi a scrivere le nostre vite.(da Bompiani)

La sonnambula, editato il 5 gennaio 2026 per Bompiani, come rivela l’autrice in una recente intervista di Cristina Taglietti (La Lettura 4 gennaio 2026), racconta  l’esistenza avventurosa di Ofelia Rossi, la protagonista, che da una città del Nord Italia raggiunge  Donora, una cittadina immaginaria della Sardegna che di fatto sottende la Sassari ottocentesca.
È fuggita da un matrimonio sbagliato e da un marito violento, per reinventarsi medium. A quel tempo, sottolinea l’autrice  il termine “sonnambula” infatti non indicava chi si muove nel sonno ma chi si dedica a pratiche particolari, sa prevedere il futuro, connettere i due mondi, in precise condizioni di trance: a cosa imputare la scelta di Ofelia? Sicuramente ad una infanzia in cui ha manifestato fin da bambina svenimenti improvvisi dai quali si risvegliava con il presagio di un evento. E così, per 5 lire, una cifra decisamente alta per i tempi, accoglie le  sue clienti, soprattutto donne, le ascolta, le sa ascoltare, studiandone le inquietudini, i desideri, le speranze. Simula quindi la trance, e scrive il responso.
Niente di inventato ma, come spiega l’autrice durante la sua intervista

.”Su una vecchia copia del giornale “L’Isola” del maggio 1894 ho trovato l’inserzione di una certa Elisa Morello, “rinomata sonnambula”. Mi sono chiesta: chi era questa signora? Chi andava a consultarla? Non è un nome sardo: quindi o era un nome d’arte, oppure veniva da fuori”

Nel romanzo quindi le storie che le clienti raccontavano ad Ofelia sono anch’esse tratte dalle cronache del tempo e comparse sui quotidiani di allora, ciò non toglie ovviamente, come sottolinea la scrittrice, che molte cose sono frutto di immaginazione  “ma ogni dettaglio è verificato: Ho cercato di essere storicamente credibile, anche con l’aiuto dell’archivista di Stato di Sassari a cui sottoponevo i miei quesiti. Ho sempre amato e utilizzato molto gli archivi: sono una devotissima della scuola francese di Les Annales che pone l’attenzione sulla vita quotidiana delle persone”.[…] “l’unica cosa che ho inventato di sana pianta è l’amore della sonnambula con l’ingegnere. È quello che mi diverte di più: infilare i personaggi nei pertugi della storia vera”.

Bianca Pitzorno (Sassari, 1942) vive e lavora a Milano. Ha pubblicato dal 1970 a oggi più di settanta opere tra saggi e romanzi, per bambini e adulti, che in Italia hanno superato i due milioni di copie vendute e sono stati tradotti in moltissimi Paesi. Ha tradotto a sua volta Tolkien, Sylvia Plath, David Grossman, Enrique Pérez Díaz, Tove Jansson, Soledad Cruz Guerra e Mariela Castro Espín. I suoi ultimi libri sono La vita sessuale dei nostri antenati (spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi) (Mondadori 2015), Il sogno della macchina da cucire (Bompiani 2018), Sortilegi (Bompiani 2021), Donna con libro (Salani 2022) oltre a due racconti in plaquette – Piante di via Romolo Gessi e Nata sotto un cavolo – con l’editore Henry Beyle (2021 e 2022).(da Bompiani)

Andrea Pennacchi “Una foresta di scimmie”, presentazione

Pennacchi ci porta con Will e la sua banda di compari, come aveva già fatto con Giulietta e Romeo in “Se la rosa non avesse il suo nome”, alle radici della letteratura, della fantasia e del thriller di William Shakespeare. Perché Pennacchi non racconta solo con la testa, ma con tutto il corpo: proprio come il Bardo, è drammaturgo e attore.(da Marsilio)

Dopo Se la rosa non avesse il suo nome, l’autore racconta in questo secondo rtomanzo la sua versione di come il Bardo possa aver scritto Il mercante di Venezia. Will, semplicemente, non ancora Shakespeare è a Venezia come giovane guantaio inglese bloccato in terra straniera e in questa terra ammaliato da quel gran bazar che è la Serenissima, non uomo d’azione ma d’immaginazione alle prese con la sua nascente arte e a riconoscere il suo talento, proprio in questa “enorme nave sulla laguna” con la sua banda di amici e per cercare di salvare la pelle. L’azione si apre nel 1588: una morte misteriosa, un mercante privo di cuore e due uomini del Ghetto che conoscono più di quanto dicono e Will, giovane guantaio forestiero, vive la genesi del Mercante di Venezia
Se nel primo romanzo accanto a Will ci sono Romeo e Giulietta, in questoi secondo fa la sua comparsa l’usuraio ebreo Shylock e la ricca Porzia la cui “foresta di scimmie” dà il titolo al romanzo e altri personaggi realmente esistiti.

Andrea Pennacchi (Padova, 1969) è attore, drammaturgo, regista teatrale e scrittore. Oltre a Se la rosa non avesse il suo nome, il suo primo giallo, ha all’attivo diversi libri, tutti pubblicati da People.(da Marsilio)

Daniela Marra “Le spine del Rosa”, presentazione

Daniela Marra “Le spine del Rosa. Una storia di passione e d’arte nella Napoli del Seicento” , Colonnese Editore, 2025

Chi ama il romanzo storico amerà questo affresco, più che una biografia, di Daniela Marra che ha come protagonista e Salvator Rosa e la Napoli del ‘600.
La vicenda si muove nella Napoli dall’eruzione del ’31 fino alla peste del 1656 ma anche a  Roma e a Firenze e a Volterra. Il pittore, ma anche poeta e incisore, vive un periodo, il Seicento napoletano, sotto il pesante governo spagnolo e perseguitato dal Sant’Uffizio per i suoi legami affettivi, quello con Lucrezia Paolini, donna sposata dalla quale avrà due figli.
L’Autrice, napoletana, antropologa e saggista, ha voluto raccontare l’uomo e non il pittore attraverso le sue opere, proprio perché colpita dalla sua personalità “straripante e contraddittoria”, come la definisce in una recente intervista di Brunella Schisa (Il venerdì (5 dicembre 2025).
La ricerca e la documentazione si affiancano alla creatività narrativa, come in ogni romanzo storico: il protagonista è sempre alla ricerca di sé stesso, tra fughe, abbandoni e smarrimenti che “a mio avviso”, dichiara nella medesima intervista, l’autrice lo rendono “un personaggio contemporaneo, che si scaglia contro il potere ma in modo privato”. Un raccontato che sceglie e coglie solo alcuni momenti della sua vita, quelli “che sono come piccole spine che lo portano fino alla fine” e da cui non sa liberarsi e da cui il titolo del romanzo stesso.

Daniela Marra, antropologa specializzata in museografia (collabora con il “Centro Caprense Ignazio Cerio”), si occupa principalmente di ricerca e di critica artistica. Ha scritto per la rivista danese “Il Ponte”, “Pressnews” e “Italiaore24”. Autrice per il cinema, è stata direttrice artistica di videoproduzioni di performance artistiche. Curatrice di diverse esposizioni italiane e internazionali, sostiene attivamente l’interscambio tra arte, storia e letteratura (collabora con “Ischia Film & Art Festival Luchino Visconti”). Tra i suoi scritti per il teatro, il musical Donne, Madonne e Lazzare. Alcuni suoi testi compaiono in varie antologie, ha curato i volumi Domenico Sepe. La materia e l’eterno (2021) e Giacomo Mancini. La scultura di Domenico Sepe (2023).( da Il Mattino)

Ken Follett “Il cerchio dei giorni”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Mondadori

The Circle of Days, titolo originale de Il cerchio dei giorni, è l’ultimo romanzo di Ken Follett che con le sue opere di narrativa di ambientazione storica ha portato il lettore in epoche lontane, a partire dall’eccezionale e decisamente impareggiabile I pilastri della terra, con pagine vivide e con personaggi perfettamente tracciati e vicende che hanno saputo costruire per gli appassionati lettori un mondo medievale fuori dai  cliché, fornendo contemporaneamente una pagina di storia ben documentata, attendibile nonché indelebile.
Con questo nuovo romanzo, ambizioso e ponderoso, ha voluto trasportarci in epoche non solo remote ma addirittura in qualche modo dentro uno degli enigmi più significativi ancora esistenti: Stonehenge e la società che lo ha edificato

Se I pilastri della Terra poggiava su fonti storiche e personaggi realistici, Il cerchio dei giorni si muove nel terreno della possibilità e del mito: i protagonisti sono figure archetipiche, più simboli che individui. Diversi nello stile e nell’ambientazione, i due romanzi condividono però la stessa idea di fondo: l’uomo che costruisce, la sua fatica, fede e genialità, forze eterne del bisogno umano di creare, capire e lasciare traccia.

Al lettore trarre le proprie considerazioni, mi soffermerò pertanto sui dati essenziali senza rivelare troppo.

Una società quella narrata ambientata circa 4500 anni fa, una società tribale.
Tre le tibù umane che vi compaiono: i pastori, gli agricoltori, gli abitanti dei boschi. Gruppo a parte sono le sacerdotesse, donne che stanno con le donne, proprietarie di antiche conoscenze e sanno tramandarsele.
A differenza di quanto tradizionalmente trasmesso saranno i pastori che con le loro precise caratteristiche e impostazioni mentali daranno vita a creazioni e a percorsi decisamente nuovi. Se gli appartenenti sono inclini a non risolvere le controversie in modo violento, se sanno accogliere le differenti scelte dei propri membri anche in ambito sessuale, il loro contrario sono gli agricoltori. E non solo.
I tipi umani che ci caratterizzano ancora oggi, sono tutti rappresentati: violenti e concilianti, rozzi e cortesi, di bella presenza e decisamente no, arroganti e geniali, generosi e accaparratori, …
Lotte e scontri caratterizzerenno i lunghi e occasionali periodi di convivenza tra i diversi gruppi umani, e vi si distingueranno due personaggi in modo particolare divenendo i protagonisti di un progetto temerario: Seft, un cavatore di pietra, particolarmente  talentuoso e creatore di “macchine” e Joia, la sacerdotessa che spera e agogna di sostituire i cerchi di legno con pietre gigantesche, quelle del Monumento che è nato a gloria del sole e permette alle sacerdotesse di contare, conoscere i numeri,  tramandare il “tempo”, onorando con canti e danze il sorgere del sole e i suoi movimenti.
Una lotta tra progresso per tutti e il suo contrario, determinata a impedire la realizzazione per quanto ambiziosa del progetto, caratterizzeranno l’ultimo scorcio della narrazione.
L’autore ha condotto ricerche approfondite, si è stabilito in antiche miniere e si è confrontato con archeologi per immaginare quel mondo lontano, senza dimenticare che la materia  è in gran parte avvolta dal mistero e dai limiti delle fonti, come  l’autore ammette chiaramente, spiegando che “si sa così poco che ho dovuto immaginare molto di più”.
Un immaginario gradevole, ben articolato, che sa catturare nonostante la mole che lo caratterizza

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I pilastri della terra

Fu sera e fu mattina

Le armi della luce

Olivier Guez “Mesopotamia”, presentazione

Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra.

Dalla scoperta di giganteschi giacimenti di petrolio ai crudeli giochi di potere tra inglesi, francesi e tedeschi, dalle trattative sotto le tende beduine alle sabbie di Baghdad, dove il destino di migliaia di persone è ogni giorno appeso a un filo: Olivier Guez recupera dal deserto la vita di una donna straordinaria, per raccontare l’epopea travolgente di una terra mitica e maledetta, la terra di Abramo, la terra del diluvio e di Babele, dei sogni infranti di Alessandro Magno: la Mesopotamia.(da La nave di Teseo)

La donna straordinaria è Gertrude Bell, non facilmente incasellabile, così la giudica lo scrittore in una recente intervista (La Lettura 14 settembre, a cura di Stefano Montefiori), inglese e quasi sconosciuta nonostante il suo ruolo in terra di Mesopotamia.

Alla domanda: Ha compiuto molte ricerche? Olivier Guez ha risposto che ci sono voluti sei anni per scrivere questo libro, perché le letture rischiavano di non finire mai. E poi entrare nella testa d’una spia vittoriana ha richiesto un po’ di adattamento.
Ecco un’ altra delle caratteristiche che contraddistinguono il personaggio Bell, eclettica e nello stesso tempo conservatrice, avventuriera e nello stesso tempo diplomatica, spia in grado di parlare arabo e persiano, diventa alla fine della prima guerra mondiale la donna più potente dell’impero coloniale britannico, protagonista nella creazione del moderno stato dell’Iraq, contribuendo  a tracciarne i confini, eppure rimasta sconosciuta anche rispetto a Lawrence d’Arabia, al quale l’accomunavano varie caratteristiche, e divenuto famoso grazie al film che lo immortalò con Peter O’Toole del ’62; anche alla Bell è stato dedicato un film di Werner Herzog con Nicole Kidman (Queen of the Desert, 2015,), che non ebbe però alcun successo, lasciandone la storia sconosciuta ai più, nonostante i due fossero molto simili, avendo entrambi una visione romantica dell’esistenza, essendo molto conservatori, con la stessa passione per l’antichità, per l’archeologia, ed entrambi spie.

Un’intervista interessante quella di Montefiori perché permette di cogliere le caratteristiche principali della protagonista e nello stesso tempo del romanzo che sa condurre non solo alla scoperta della Bell ma anche inquadrare storicamente e in modo puntuale un territorio travagliato e senza pace.

“Olivier Guez porta il lettore nel Medio Oriente di inizio Novecento, quando una regione più o meno dimenticata, per secoli, dagli occidentali si ritrova all’improvviso, a causa del petrolio, al centro delle mire degli imperi rivali. Mesopotamia è un grande e ambizioso romanzo, appassionante perché non si riduce all’aspetto geopolitico. Il grande gioco delle potenze, con gli inevitabili rimandi alle vicende di oggi, viene percorso con fedeltà storica e allo stesso tempo minuzia psicologica perché Guez si è calato nell’anima di Gertrude Bell, la donna inglese, finora semisconosciuta, che ha disegnato la mappa delle terre tra il Tigri e l’Eufrate”.

Paolo Maggioni “Una domenica senza fine”, presentazione

Ispirandosi alla vita vera dell’anarchico Laureano Cerrada Santos, Paolo Maggioni racconta di un piano inaudito in stile La casa di carta, esplora le mille vie di un sogno chiamato rivoluzione, distilla l’odio insopprimibile che ha diviso l’Italia repubblicana fino a oggi.(da SEM Libri)

Milano, domenica 29 aprile 1945, una domenica senza fine: un fiume di gente verso piazzale Loreto, l’Italia festeggia la caduta del regime.
In quella giornata memorabile tre personaggi: Carnera, la cui mole gli ha meritato il nomignolo, falsario tra i più abili d’Europa, cresciuto nella Barcellona dei primi anni venti, anarchico catalano che guarda alla situazione italiana con la segreta speranza che possa realizzarsi anche in Spagna  l’obiettivo di rovesciare il regime del generalissimo Francisco Franco, ma senza armi, approfittando  di quanto accade in quella Milano per compiere un’azione impensabile; il giornalista Daniele Colpani, speaker di Radio Marte, emittente legata al fascio, colluso con il regime e che cerca di svangarla ancora una volta da romano furbo; Marta Ripoldi, vedova, tranviera, staffetta partigiana, madre di due bambini, Anita e Zeno, e moglie di quell’italiano che Carnera va ricercando, tornato a casa dalla Spagna dove ha combattuto durante la Guerra Civile, con un documento falso fornito dal formidabile Carnera, ma che non è tornato dalla campagna di Russia: destini di singoli che si incontrano e si intrecciano dentro una Storia più grande, in un momento di esultanza per la libertà che pare riconquistata e costata tanto dolore.

Paolo Maggioni (1982) è milanese e interista. Giornalista alla Rai, è inviato di Rai News 24 e Forrest (Rai – Radio 1). Ha lavorato come conduttore e autore di Caterpillar (Rai – Radio 2) e Radio Popolare. Ha un mito, Beppe Viola, ed insegna al Master di Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano.

Nicolò Baretta “Il bambino del miracolo”, CN (Oligo)

La storia vera e riscoperta di un bambino sopravvissuto ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale.  Il resoconto di una vita tra ricostruzione, boom e storia d’Italia.

CN (Oligo)

Dal 25 luglio

Napoli 1943. I bombardamenti alleati feriscono il cuore della città. Nei sotterranei di un palazzo di via Salvator Rosa, in pochi sopravvivono alle ferite; tra di essi un bambino, padre dell’autore, il quale ne ripercorre la vita, in un crescendo di colpi di scena in cui vicissitudini familiari si intrecciano alla grande Storia del dopoguerra, tra boom economico e vita di provincia. Un monito accorato alle nuove generazioni e quanto mai attuale, per ricordare a gran voce gli orrori della guerra e la sicurezza della pace.

Napoli, gennaio 1943. Le strade del rione Materdei sono un miscuglio di polvere, macerie e disperazione. I bombardamenti hanno appena sventrato il quartiere e, tra i detriti del Palazzo Muscio-D’Avalos, la giovane Franca, con il viso sporco di cenere e le mani tremanti, incrocia per la prima volta lo sguardo di un vigile del fuoco che si fa strada tra i resti. L’uomo, di nome Michele, è concentrato nel suo lavoro, mentre cerca di liberare i corpi rimasti intrappolati sotto le macerie. «Dobbiamo agire in fretta, qui ci sono delle persone ancora vive! Muoviamoci!» Franca lo sta osservando con un sentimento di paura che si mescola a una strana sensazione di ammirazione per l’operato del ragazzo. Sua sorella Anna è rimasta intrappolata, le sue gambe sono schiacciate sotto un cumulo di macerie; Michele sembra intenzionato ad amputarle pur di salvarla celermente, stante il fatto che il muro sovrastante sta traballando pericolosamente.

Nicolò Barretta (Mantova, 1986) è laureato in Filologia Moderna, insegna materie letterarie nelle scuole superiori ed è docente a contratto di Glottologia e Linguistica nella sede di Mantova di Unicollege. Giornalista pubblicista, ha lavorato come redattore per produzioni televisive nazionali. Critico cinematografico, è giurato al Premio Letterario Nazionale Enrico Ratti e vicepresidente delle associazioni culturali “Arte dell’Assurdo” e “Oggi mi vedo d’essai”. Tra i suoi libri ricordiamo i saggi La signora della Tv. Fenomenologia di Maria De Filippi (Unicopli 2013), Un conduttore in cattedra. Il bullismo raccontato ai ragazzi (Unicopli 2016) e il romanzo per ragazzi La clinica dei misteri (Il Rio 2024, Targa Montefiore e Diploma di merito al Premio Città di Sarzana).

Katia Lari Faccenda “Le tre domande dell’angelo”, CartaCanta Editore

Immagine di copertina di Giulia D’Agostini

La ragazzina cresce nella guerra; vede e tocca con mani consapevoli. Si chiama Giovanna, è stato un angelo a consegnarle il nome e la visione, a sospingerla. Decisa ad assumere la propria colpa generazionale e la responsabilità di un futuro da reinventare, la ragazzina Giovanna guida una marcia silenziosa di studenti. Giovanna è certa della sola voce che possa reclamare il diritto alla vita: il silenzio. Perché le voci sono molte, il silenzio è uno. Attraverso un paese stordito, spolpato da un tempo asciutto, giungeranno fino alla Capitale per avanzare la loro muta richiesta di ascolto.
Un romanzo sui generis che si ispira al passaggio emblematico di Jeanne d’Arc nella storia, la ragazzina che assunse la colpa di due generazioni e la tradusse in un atto volontario di responsabilità: volle agire un futuro ancora da immaginare. Le tolsero la vita. Era scandalo il suo essere ragazza in un tempo e luogo restrittivi per le donne, il suo divenire condottiera di uomini, erano scandalo le sue vittorie e i suoi abiti maschili. Scandalo la sua consapevolezza.
(La sinossi da CartaCantaEditore)

Stralci da una recente intervista all’Autrice

Disegna fumetti, lavora come restauratrice di pitture murarie, studia canto lirico, si esibisce… Come vive questa vita da artista a tutto tondo, e con quale di queste realtà sente un più forte legame?

La vivo come una concatenazione. Sono sempre stata curiosa della materia, da buona artigiana. Lavoro con le mani e costruisco, perciò ho appreso i mestieri – tutti i miei mestieri – praticando; in ogni espressione diversa ho trovato una continuità di percorso. Creare architetture di parole sarebbe stato impensabile per me senza conoscere il potere evocativo, elementare di una canzone popolare o le vibrazioni dei colori quando si uniscono e si contrastano. Comunque, per rispondere alla sua domanda, il legame che sento più forte è con l’uso della voce, il che comprende anche la voce scritta.

“Un salto al buio”, del 2018, è il suo primo romanzo. Qual è la genesi di questa storia che parla di sentimenti e fragilità umane?

In realtà scrivo da decenni. “Un salto al buio” è stato il primo lavoro che ho deciso di pubblicare. L’ho usato per aprire la strada, diciamo così: di facile fruizione, surreale e poetico, con una trama fitta di incontri e una teatralità corale molto organizzata. Voglio bene a questo “romanzino”, come lo chiamo affettuosamente. Nato non da una vera urgenza, ma da profonda empatia. Narra il dramma di due padri che si incontrano in circostanze molto particolari e si riconoscono nel reciproco dolore. Un lavoro pervaso di ironia e leggerezza, ma anche ricco di sostanza.

Con “Le tre domande dell’angelo”, invece, fa un nuovo salto “al buio”, per citare la sua stessa opera: si addentra nei meandri della Storia analizzando il personaggio di Jeanne D’Arc, Giovanna D’Arco. Cosa l’ha spinta ad assumere proprio la voce di questa ragazzina?

In questo caso ho davvero seguito una necessità. La presenza di Jeanne d’Arc è stata grande nel mio immaginario e nella mia coscienza. Ho scelto di narrare la sua parabola di vita in modo trasversale: la storia di una ragazzina nata e cresciuta nella guerra che decide di assumere la colpa di due generazioni e tradurla in un atto volontario di responsabilità, per agire un futuro ancora da immaginare. E lo fa guidando una marcia silenziosa di studenti verso la Capitale. Chi conosce storicamente Jeanne troverà ogni particolare biografico, ma gli accadimenti sono filtrati attraverso una diversa attualità e trasformati. La vicenda è narrata da un testimone e ha un luogo e un tempo imprecisati. Direi un medio oriente contemporaneo, comunque intriso di Medioevo e visionarietà. Nel libro l’io narrante dirà “Cantare un eroe è accorgersi della mancanza e tradurla in pienezza. È colmare un vuoto dei tempi con rimasugli appassionati, è innamorarsi della pochezza e dei limiti e renderli ispirazione, è disconoscere la storia. Cantare un eroe è quasi la verità. Ho tentato di “cantare” Jeanne””.

Altro elemento fondamentale è costituito dalla figura dell’angelo…

L’angelo è stato il mio modo per affrontare il rapporto che Jaenne d’Arc aveva con l’assoluto, con le proprie visioni. Nel romanzo è con Giovanna a ogni passo, come presenza che interroga e non insegna. L’angelo è una figura senza ambiguità, sta esattamente in ciò che dice e tace la sua potenza. E le domande che rivolge a Giovanna, ai suoi studenti, sono rivolte anche a ognuno di noi. Per questo lascio l’interpretazione dell’angelo e delle sue tre domande a chi legge.

Katia Lari Faccendanata a Firenze nel Sessantadue, la casa dove vive trabocca di letteratura; il nonno fa il libraio. Esploratrice di parole, comincia a leggere molto presto, scrive e illustra le sue storie.  Artista e musicista: disegna fumetti, lavora come restauratrice di pitture murarie; studia canto lirico, e di tradizione orale, si esibisce su palcoscenico e in strada. Scrive da decenni: narrativa, teatro, canzoni. Il romanzo Un salto al buio è edito da CartaCanta nel 2018. Vive a Vinci, in collina, a pochi passi dalla casa natale di Leonardo.