Attilio Vanoli “Possiamo ancora gustare le fragole”, NeP Edizioni

A tre anni dall’uscita de “Le favole di Rodi”, l’autore torna a cimentarsi con la scrittura, attraverso una proposta decisamente coinvolgente e genuina.
Ci sono dei viaggi che si fanno senza viaggiare, dove si viaggia di più che in un viaggio vero e proprio. Viaggi che si sa dove cominciano ma non dove finiscono. Viaggi di fame sulle strade della vita affamata di vita. Una fame di cibo sottile, di conoscenza e di bellezza.
In uno di questi viaggi l’autore incontra Armonica, un suonatore ambulante, trovatore e menestrello, metà vagabondo e metà artista.Dalla loro amicizia vengono fuori molte storie, nate alla buona dietro un gesto semplice o un bicchiere di vino rosso, magari un po’ aspro come a volte è la vita, ma sempre autentico.

È proprio l’autenticità a caratterizzare i numerosi personaggi, come Adalgisa, Beto, Camilla, Clementina e Gualtiero, che si avvicendano nei racconti di Armonica e popolano un mondo candido e nostalgico che si perde in un tempo indefinito. Nella loro semplicità, questi racconti diventano insegnamenti di vita e spunti effimeri di riflessione su valori da preservare e trasmettere.

La scrittura di Attilio Vanoli si conferma agile e disinvolta, arricchita dalla schiettezza dei dialoghi e da un ritmo narrativo fluido e originale.

Attilio Vanoli è nato a Gavirate (VA), dove vive e lavora.Nel 1998 ha pubblicato “Le Favole della Cicala”, la sua prima raccolta di favole (L’Autore Firenze – Libri Maremmi Editore) e, nel 2001, la seconda “Le Favole di Acchiappa Nuvole”.Seguono “C’era una volta Geraldina, racconti e favole di una Rondine” (2005, I Fiori di Campo), la fiaba illustrata “Le Fate Pasticcere” (2006, I Fiori di Campo) e “FLEUR. Le Avventure di una bambina vispa e intelligente” (2010, L’Autore Libri Firenze MEF).Nel 2016 è uscito il suo primo romanzo per adulti, dal titolo “Soggiorno in Provenza. Vivre la Vie” (Macchione Editore) e nel 2018 “La magica storia di nonna Oona” (White Edizioni).Nel 2021 ha pubblicato per NeP il libro “Le favole di Rodi”.Ha scritto inoltre commedie per il teatro e per il teatro dei burattini e filastrocche musicali a scopo didattico.Ha partecipato a numerosi premi e concorsi letterari di narrativa e poesia, vincendone alcuni e ottenendo menzioni da altri.

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Canti e leggende dei Ch’uan Miao a cura di Aldo Sataioli, Graphe.it Edizioni

Gli affascinanti racconti e le particolari leggende di un popolo senza letteratura scritta: i Ch’uan Miao, una delle minoranze riconosciute dal governo cinese, più noti al grande pubblico come gli Hmong del film Gran Torino di Clint Eastwood.

Graphe.it Edizioni

Quello dei Ch’uan Miao è un gruppo etnico misconosciuto, dalla storia e dal folklore complessi ed estremamente interessanti. Le affinità con il vicino popolo cinese si incastonano con altrettante differenze linguistiche e antropologiche in generale, velate di un retaggio di antica sopraffazione subita che non ha perduto (almeno fino all’ascesa del Comunismo) una traccia di risentimento. Negli anni Trenta del secolo scorso il missionario battista David Crockett Graham raccolse e tradusse in inglese l’unico sistema di conservazione del corpus mitologico dei Ch’uan Miao: gli oltre 750 canti tradizionali tramandati oralmente per secoli.

Oggi, con il presente volume e grazie al sapiente lavoro di traduzione e selezione operato da Aldo Setaioli, giunge fino a noi questo patrimonio inestimabile, e ci consente di conoscere una popolazione che non ha scritto libri, non ha edificato templi, ma esattamente come noi si è posta domande sul cosmo e l’uomo e si è data risposte che trovano riscontro e significato anche nella tradizione occidentale.

Dall’introduzione di Aldo Setaioli:

«I Ch’uan Miao sono un gruppo etnico che abita principalmente in alcune zone delle province cinesi del Szechwan e dello Yunnan. Fisicamente assomigliano ai Cinesi, sebbene abbiano una plica mongolica meno pronunciata e siano in genere di statura più bassa. Il loro nome è composto dal termine Ch’uan, che probabilmente allude al fatto che molti di loro vivono nel Szechwan, e dal termine Miao (“figli della terra”), che viene a volte usato indistintamente per altre minoranze etniche che vivono in Cina. Nella loro lingua si chiamano Hmong Bo. In epoche antiche i Miao furono cacciati dai loro territori dall’espansione dei Cinesi, finché furono confinati nelle regioni in cui vivono tuttora, peraltro mescolati alle ben più numerose comunità cinesi. Altri furono costretti a emigrare in paesi vicini. L’eco di tali contrasti si coglie ancora distintamente nelle storie tramandate nel folklore dei Miao, dove si riconosce l’affinità coi Cinesi, ma si avverte anche il risentimento per la sopraffazione esercitata da questi ultimi. Le lingue sono diverse. Quella dei Miao, sebbene abbia affinità col cinese (entrambi gli idiomi sono monosillabici), possiede un sistema di tonalità ancor più complesso. I diversi toni conferiscono a un suono significati del tutto differenti. I Miao vivono principalmente, anzi quasi esclusivamente, di agricoltura, come si evince anche dai racconti qui riportati. Questi sono per la massima parte dei canti, tramandati oralmente. I Ch’uan Miao sono infatti privi di letteratura scritta. I cantastorie hanno un ruolo importante, ma ancor più lo è quello del tuan kung, vero mago e sciamano. Conosce formule per guarire ogni malattia, per scacciare i demoni (che ne sono la causa) e officia ogni sorta di cerimonia. C’è anche un altro tipo di sciamano (detto mo) che celebra i funerali e apre ai morti la via del cielo, uccidendo un gallo perché li guidi. I Miao non hanno templi né sacerdozio organizzato, ma possiedono una religione abbastanza elaborata. Il dio supremo si chiama Ntzï e abita al di sopra del cielo, in una regione pianeggiante dove dimorano le anime degli antenati, che vivono in pace e abbondanza, senza bisogno di dedicarsi all’agricoltura. Sotto la terra esiste un altro mondo parallelo, dove vivono uomini piccolissimi (se ne parla in uno dei nostri racconti). Ci sono anche numerosi demoni, spesso cannibali, che sono a volte anime di morti trascurati dai loro discendenti, oppure di animali o anche di esseri privi di vita. Per i Miao tutte le cose, anche quelle di pura materia e perfino quelle immateriali (il sole, la luna, le stelle, i monti, i fiumi, le pietre, ma anche l’eco, il tuono, l’arcobaleno, ecc.), sono infatti esseri viventi e animati.»

Anna Macrì “Gli amori malvagi. Dieci storie di ordinaria violenza”, Bibliotheka Edizioni

NEGLI “AMORI MALVAGI” DELL’ATTRICE CALABRESE ANNA MACRÌ, DIECI STORIE VERE DI ORDINARIA VIOLENZA NEI CONFRONTI DELLE DONNE

IL RISULTATO DI UNA RICERCA DURATA TRE ANNI 

Prefazione di Francesca Rennis

«Se lo lasciassi sarei persa, non so fare altro che la bestia da soma di un uomo. Non so che cucinare, rassettare, stirare, rammendare e aprire le gambe quando vuole».

Gli amori malvagi. Dieci storie di ordinaria violenza dell’attrice calabrese Anna Macrì, in libreria il 16 febbraio per le edizioni Bibliotheka (96 pagine, 16 euro, edizione ebook a 4,99) è il risultato di una ricerca sul campo durata tre anni in vari centri antiviolenza. Il libro raccoglie dieci testimonianze (sulle oltre cento ascoltate) di donne violate da fidanzati, mariti, presunti amici. Le protagoniste si raccontano con onestà e crudezza, dopo percorsi spesso segnati da rassegnazione, istinto protettivo nei confronti dei figli, denuncia dei carnefici, sensi di colpa, timore del giudizio altrui e depressione.

Cristallizzato in un istante infinito di dolore, il racconto della violenza subita punta il dito sull’incapacità manifestata da molti uomini, e spesso in situazioni considerate normali e ordinarie, di costruire con le loro compagne rapporti maturi e di reciproco rispetto.

«L’ho scritto a mano, sotto gli ulivi della mia campagna o in riva al mare», spiega l’autrice. «E di notte, nel silenzio del mio studio, con la musica come compagna».

Attrice versatile, Anna Macrì ha ricoperto ruoli drammatici e brillanti, frequentando tragedia e commedia dell’arte, teatro danza e dell’assurdo. In nomination al David di Donatello per il cortometraggio Onora la Madre, vincitore Best Short 2018 di Matera, è stata nel cast del film di Volfango De Biasi Nessuno come noi. Per il teatro ha scritto e rappresentato Cria da Marè su Marielle Franco, politica, sociologa e attivista brasiliana assassinata nel 2018 (produzione Confine Incerto).

Luigia Veccia “Le vite di Sara”, NeP Edizioni

Una suggestiva raccolta di racconti introspettivi

Dopo il successo del romanzo “Il gazebo dei pini”, pubblicato lo scorso dicembre, Luigia Veccia torna in libreria con “Le vite di Sara”, una raccolta di racconti edita da NeP edizioni.

La protagonista è Sara, che accompagna il lettore nelle mille sfaccettature dell’evoluzione della sua esistenza. I racconti scandiscono gli aspetti delle sue numerose vite interiori, in un oscillare caleidoscopico tra emozioni e stati d’animo.

La donna matura che nel primo racconto, “L’altra faccia del gazebo dei pini”, è inseguita da fantasmi del passato in una sorta di sonnambulismo esistenziale, nel surrealismo de “Il Natale del geco”, si abbandona a iperboli simboliste e ad un fluente sussurro interiore.

“L’uomo della panchina” ci mostra la cinquantenne Sara vicina ad un capolinea esistenziale, tra pathos, musicalità della parola e vibranti emozioni che affiorano dalle pulsioni più segrete dei personaggi.

Ancora Sara, malinconica e invecchiata, ormai alle soglie della pensione, in “Salto nel vuoto”, ripercorre il suo itinerario esistenziale, e i suoi stati d’animo si fondono con la natura intorno a lei, che l’autrice descrive con intensa partecipazione emotiva.

In “Geremia”, il destino di Sara si intreccia quello di Andrea, un uomo infelicemente sposato, e alla narrazione viene impresso il tenore della cronaca famigliare, nella vicenda di amanti clandestini. Come in una vera e propria seduta psicoanalitica, essi sviscerano le sfumature più enigmatiche della loro vita interiore, dove si annidano tante domande destinate a rimanere senza risposta.

Il “Racconto delle amiche di sempre” conclude la traiettoria narrativa dell’autrice: sulla soglia della vecchiaia, le sue riflessioni si addensano in un malinconico struggimento crepuscolare, nel ricordo di un tempo ormai sfuggito.

I racconti di Luigia Veccia si contraddistinguono per la profondità dell’introspezione psicologica, di evidente impronta junghiana, e per la suggestione infusa nelle descrizioni ambientali, che rispecchiano gli stati d’animo dei personaggi.

Luigia Veccia è nata il 2 dicembre 1952 a Caserta, dove ha sempre vissuto insieme ai suoi cari. La sua è un’esistenza come tante.Da sempre appassionata di letteratura, ha letto numerosi libri ma solo recentemente ha deciso di girarsi dall’altra parte del tavolo e di incominciare a scrivere. Sempre con NeP edizioni, ha pubblicato nel dicembre 2023 il romanzo “Il gazebo dei pini”.

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Un lungo capodanno in noir, presentazione

Dieci autori per dieci racconti ambientati a Capodanno: dieci scrittori italiani, Biondillo – Cerone- Crovi- De Cataldo- De Franchi – De Silva – Fazioli – Fois- Gori e Vichi, per elencarli in ordine alfabetico ma non nell’ ordine dei racconti.

Storie di misteri e di indagini: Weekend lungo a Barcellona di Gianni Biondillo, Il mistero del condominio.La prima indagine di Marisa Bonacina di Andrea Cerone, Odio il Capodanno di  Luca Crovi, ’O Zuzzuso di Giancarlo De Cataldo, Il Dono di Marco De Franchi, Gli accidentali di  Diego De Silva, Il custode dell’abisso di  Andrea Fazioli, Ho qualcosa da dirti di Marcello Fois, Due Capodanni di Leonardo Gori,Il bosco di Marco Vichi.

“Tra un brindisi e uno scambio di auguri, incontriamo alcuni fra i personaggi più amati del noir italiano, come l’ispettore Ferraro, l’investigatore Elia Contini, il commissario De Vincenzi e il colonnello Bruno Arcieri. E viaggiamo per l’Italia: dalla Roma corrotta e violenta degli anni Settanta fino a quella insanguinata dei giorni nostri; dalla Firenze del 1944, teatro di una doppia storia d’amore messa a dura prova dalla guerra, alla campagna toscana con la vicenda attuale di due fratellini sulle tracce di un uomo nel bosco: dove starà andando? E poi Milano, con i suoi quartieri e la sua gente; Milano che negli anni Venti ospitava Antonio Gramsci a San Vittore, uno che il Capodanno lo odiava proprio. E ancora un borgo del centro Italia, all’apparenza tranquillo, che nasconde una realtà sanguinosa. Fuori dai confini nazionali, marito e moglie fanno un viaggio a Barcellona che avrà un esito imprevisto; mentre in Svizzera, paese sempre all’avanguardia, pare che persino le intelligenze artificiali possano uccidere” (da Guanda)

Katherine Mansfield (1888-1923)

Tutti i racconti

Adelphi Editore

Prefazione di Lucia Drudi Demby

Note introduttive di John Middleton Murry

Sceglie di essere solo quello che è. Di dire solo quello che conosce (che vede) e quello che ama. Ama il bello, il gentile, il buono. Ama il semplice, il chiaro, l’arreso, il tenero, lo scherzoso, il minuto. Li ama così convulsamente da sapere che non esistono. Per questo, attraverso una tecnica di spossessamento di tipo in apparenza impressionista e in realtà simbolista, li priva di spazio, li sparecchia di fiato, li recide nel momento stesso in cui, con incantevole grazia, li porta sulla soglia dell’apparire. Onestà-verità diventa scopo, norma, canone. Canone d’essenzialità.(dalla Prefazione di Lucia Drudi Demby)

Adelphi ripropone tutti i racconti della scrittrice neozelandese nel centenario della morte, nella seriazione stabilita da John Middleton Murry, il marito e  critico letterario.

È il racconto, che compare nella penultima sezione, a dare il titolo alla stessa e a tutta la raccolta, Something Childish But Very Natural (Qualcosa di infantile ma di molto naturale).

Katherine Mansfield (1888-1923) aveva studiato tre anni in Inghilterra, dove tornò due anni dopo, tra obiettivi, scelte e amori mutevoli, affermandosi con i suoi racconti, che dal 1906 firma con lo pseudonimo adottato dal nome della nonna materna, le cui protagoniste erano prevalentemente donne ma soprattutto, fossero brevi, breviossimi o lunghi,  trattavano momenti della vita nella quotidianità, la gioia, gli affetti, l’amore, il dolore “non mi vengono in mente racconti che durino più di qualche ora o, al massimo, di una giornata; e neppure racconti che si svolgano in più di tre ambienti; ma in genere è un solo ambiente, una casa, una casa, una casa”.

Katherine Mansfield è lo pseudonimo della scrittrice neozelandese Kathleen Beauchamp (Wellington, Nuova Zelanda, 1888 – Fointainebleau, Francia, 1923). Nel 1903 fu mandata a studiare in Inghilterra, dove rimase tre anni; rientrata in famiglia, ottenne, dopo due anni, di tornare a vivere a Londra. Sposò (1909) G. Bowden da cui si separò poco dopo. Esordì con In a german pension (1911), profili e impressioni che richiamarono l’attenzione del pubblico. Conobbe allora il critico J. M. Murry che sposò nel 1918. Affermata come scrittrice, ma minata da una malattia polmonare inguaribile,  si ritirò nel 1922 nella comunità di Guerdjeff presso Fontainebleau, dove morì. Le raccolte di racconti Bliss (1920) e The garden party (1922) sono le uniche pubblicate durante la sua vita. Seguirono: The dove’s nest (1923); Something childish and other stories (1924); Luck and other stories (1927). Apparvero poi il suo Journal (1927; ed. definitiva, 1954) e le Letters (1928), seguiti da The scrapbook of K. M. (1939) e da Letters to John Middleton Murry (1951).(le note biografiche sono tratte dalla Enciclopedia Treccani)

Omaggio a Katherine Mansfield

Maurizio Persiani “Una notte di primavera” NeP Edizioni

NeP Edizioni

La raccolta di racconti “Una notte di primavera” è solo l’ultimo lavoro di una penna particolarmente prolifica.
Sei storie, tratte da fatti realmente accaduti, raccontate con un pizzico di fantasia, da leggere in treno, in aereo, in auto o comodamente seduti in poltrona a casa.
Il titolo della raccolta è preso dall’ultimo dei racconti che la compongono, a cui si accompagnano “Il cipresso che non c’è più”, “La chiave inglese”, “Lo zio d’America”, “Ofelia” e “Uno spunto al salone”.
Un modo di evadere dalla routine quotidiana per trovarsi in un mondo talmente prossimo da sentirsi immedesimati nei personaggi e nei fatti narrati.
Una scrittura, quella di Maurizio Persiani, che rivela padronanza, abilità descrittiva e sapiente utilizzo della tecnica narrativa.
Incisiva e mai banale, è capace di tessere trame sorprendenti, imprimere efficacia ai dialoghi e delineare con minuzia i tratti psicologici dei suoi personaggi.
Persiani, che ci ha abituati alle avventure poliziesche del commissario Fosco Reggiani in una fortunata sequenza di romanzi gialli, continua a dimostrare versatilità in molteplici generi narrativi.

Maurizio Persiani è nato a Roma, dove vive e lavora. È giornalista professionista ed è il primo autore di NeP edizioni.
Ha scritto diversi racconti, alcuni dei quali pubblicati nelle raccolte di novelle contemporanee: “Racconti di tenebra” (1987, Newton Compton Editori) e “Racconti d’incubo” (1988, Newton Compton Editori) a cura di Gabriele La Porta.
Con Piero Bernacchi ha scritto il romanzo “La porta grigia” (Edizioni Era Incontro). La sua “Hoama, i segreti di Ostia” (2008) è la prima opera in assoluto edita da NeP edizioni.
Segue un lungo e fortunato sodalizio, che vede la pubblicazione di numerosi altri titoli: “Maga” (2009), “Anime sparse” (2009), “Anime sparse due” (2010), “Il colpo del coniglio” (2010), “Es la historia de un amor…” (2011), “Il Greco” (2011), “O Curandeiro” (2012), “Me” (2013), “Le campane di Mücheln” (2013), “Ciao, chi sei?” (2014) “Amore, scendo alla prossima” (2015). Inoltre, “La Tessera mancante” (2016), “Il bandolo della matassa” (2017), “L’aroma del caffè” (2018), “Il Senso del Serpente” (2018), “Anche le masche amano il sole” (2019), “Il sole che non c’è” (2020), “La prova” (2021), “La Malia di Alice” (2021), “Il Geco” (2021) “Il caso NN” (2022).

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Erri De Luca ” A schiovere. Vocabolario napoletano di effetti personali”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Feltrinelli

Una serie di vocaboli e di espressioni in napoletano, per l’autore una serie di “effetti personali” raccontati come tali e illustrati da Andrea Serio.

E, come spiega nella Prefazione, è linguaggio appreso da voci vicine e affettive, legato a ricordi, a letture, ad avvenimenti, fatto di raffigurazioni, espressioni personalizzate  “Le parole qui raccolte sono effetti personali, calli che hanno resistito sotto il guanto dell’italiano” e continua precisando “Il napoletano è un utensile impugnato a mano nuda. Non sta sulla punta della lingua ma nel palmo. Lo maneggio con me stesso, lo canto, mi dico versi e proverbi, lo adopero da sprone e da scoraggiamento, per una collera, per un complimento”.

Centouno vocaboli “estratti dal mio giacimento napoletano”, scrive in chiusura e relativamente all’espressione “a schiovere” che dà il titolo a tutta la raccolta “È la maniera con cui mi vengono le storie, sbucate alla rinfusa da un guizzo di ricordo. Anche le circostanze della mia stessa vita stanno sotto la sigla a schiovere, dove niente è accaduto per progetto, invece sotto impulso di avvenimenti vari. Concludo questi centouno vocaboli estratti dal mio giacimento napoletano. Ringrazio chi mi chiede di proseguire, ma rispondo che da ospite devo lasciare la tavola finché ancora gradito. Qui termina il mio vocabolario a schiovere”

Anche per me che amo i dialetti è stata una scoperta; a parte alcune espressioni che riconosco e che so interpretare, la maggior parte mi sono davvero sconosciute e celano sotto la superficie significati nascosti: oltre agli effetti personali dell’autore, c’è tutta la storia e la filosofia di vita di una terra di grande cultura che li esprime attraverso la lingua che le è propria e dove affonda le proprie radici.

E spigolando e stralciando, per far capire di quel che vi si tratta, ma senza esagerare, perché levando troppo  dal contesto se ne perde l’efficacia

A Napoli era difficile cadere in mezzo alla folla che gremiva le strade. Ci si poteva sempre appoggiare a qualcuno, e in caso di sconocchiamento, cioè di cedimento degli arti inferiori, si veniva subito sorretti. Ora in città c’è meno densità abitativa. Se uno cade si deve alzare da solo. Si uno car’, s’adda aiza’ isso sulo

Nei momenti di tensione e affanno mi esce, puntuale e pronto, il napoletano. Mi protegge.È il mio arricietto (Ndr ovvero rifugio, in tempo di guerra è una parola d’ordine.Si scappava al suono lugubre della sirena di allarme per trovare un arricietto nei rifugi antiaerei)

Un proverbio locale, di genere consolatorio, afferma: “Pure nu càucio arèto è nu pass’ annanz’”. Pure una pedata nel sedere è un passo in avanti. Chi ne ha presi molti non è tanto convinto di essere avanzato gran che, ma i detti popolari hanno spesso ragione.

Zallo fa radice per “’o ’nzallanuto”, il rimbambito. Per mia nonna era sentenza grave e peggiore insulto. Perché non si poteva essere ’nzallanuti a Napoli. Ne andava della vita stessa, oltre che della reputazione. A volte coincidono: per evitare il rischio di passare per tale, si accetta di correre un serio pericolo.

Ho incontrato la parola nella canzone “’O Guarracino”, composta nel 1700. Si racconta di un pesce che si agghinda per cercarsi una fidanzata: “Tutto pósema e steratiello, ieva facenno lo sbafantiello”. Tutto in posa e tirato/stirato a nuovo, andava facendo lo sbafantiello, che è un insieme di azzimato, vanesio, esibizionista. Il diminutivo in -iello ridimensiona la pretesa esponendo al ridicolo.

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Le regole dello Schangai

Spizzichi e bocconi

Francis Scott Fitzgerald “I racconti dell'”Esquire”

Traduzione e prefazione di Silvia Rotondo

Lorenzo de’ Medici Press

Per la prima volta in un unico volume tutti i racconti scritti da Fitzgerald dal 1936 al 1940 e pubblicati sulla rivista «Esquire».

La rivista richiedeva scritti di breve durata e Fitzgerald, in quei veloci lampi di narrativa, dimostra ancora una volta tutta la sua straordinaria capacità di creare situazioni e personaggi che sono, al tempo stesso, avventura e indagine psicologica, mordente satira e lucida introspezione.

Sulle pagine di «Esquire» Fitzgerald pubblicò alcuni fra i suoi migliori racconti degli anni Trenta: Tre atti musicali (maggio 1936), La lunga attesa (settembre 1937), Un caso di alcolismo (febbraio 1937), Teneri amanti (ottobre 1937) e Finanziare Finnegan (gennaio 1938).

Dalla prefazione:

«Considerato uno degli scrittori di maggior influenza dell’‘Età del Jazz’ e di tutto il Novecento statunitense, Francis Scott Fitzgerald viene quasi sempre ricordato per i grandi classici come Il Grande Gatsby, Tenera è la notte, o Il curioso caso di Benjamin Button. In realtà, negli anni Trenta, Fitzgerald era più conosciuto per i racconti che per i romanzi. In vent’anni di carriera come scrittore, Fitzgerald dovette mantenersi economicamente scrivendo racconti – in genere abbastanza brevi – per riviste popolari, in modo da poter avere un reddito e, a suo dire, tempo sufficiente per scrivere e consegnare romanzi di qualità, nonché per pagare le cure psichiatriche della moglie Zelda. In effetti, la maggior parte del denaro che Fitzgerald guadagnò scrivendo, prima di andare a Hollywood nel 1937, venne guadagnato vendendo racconti alle riviste: pubblicò un totale di 164 racconti. Ed è in questo contesto che, nella primavera del 1934, entra in scena «Esquire», una rivista di intrattenimento per uomini, stampata a colori su carta lucida e in formato oversize. Originariamente prevista come trimestrale, «Esquire» doveva essere venduta o regalata nei negozi di abbigliamento maschile, nelle tabaccherie e nelle edicole. Il primo numero della rivista, uscito nell’autunno del 1933, fu un successo immediato e si decise di trasformare la rivista in un mensile. Basti pensare che, quando Fitzgerald iniziò a pubblicare su «Esquire» nel 1934, i lettori erano circa 130.000; alla sua morte, nel 1940, la tiratura era aumentata fino a quasi 470.000 copie. Fitzgerald pubblicò alcuni importanti racconti sulla rivista, soprattutto durante il suo primo periodo come collaboratore, che terminò nell’estate del 1937 quando lasciò Asheville, nella Carolina del Nord (dove si era trasferito da Baltimora), per andare a Hollywood a lavorare come sceneggiatore per la Metro Goldwyn Mayer. Durante questo primo periodo, «Esquire» pubblicò alcuni suoi migliori racconti degli anni Trenta, Three Acts of Music (maggio 1936), The Long Way Out (settembre 1937), An Alcoholic Case (febbraio 1937), The Guest in Room Nineteen (ottobre 1937) e Financing Finnegan (gennaio 1938)».

I racconti: La mattinata di Shaggy – Tre atti musicali – Le formiche di Princeton – Non sono andato al fronte – Durante le feste – L’ospite nella stanza – Un caso di alcolismo – L’onore della Tonta – La lunga attesa – Finanziare Finnegan – Modello in gesso – Il decennio perduto – La ragazza del 21 – Tre ore fra un aereo e l’altro – Sull’onda dell’oceano – Teneri amanti – Appendice – Un giorno libero dall’amore – Un saluto a Lucy ed Elsie.

Francis Scott Fitzgerald (1896-1940) definito «Il primo passo in avanti della narrativa americana dopo Henry James.» da T.S. Eliot, è stato uno dei maggiori scrittori in prosa degli Stati Uniti. La fama lo consacrò giovanissimo dopo l’uscita del primo romanzo Di qua dal Paradiso (1920). In breve Fitzgerald divenne lo scrittore di riferimento della cosiddetta “età del jazz”, e la sua stessa breve quanto travagliata esistenza parve incarnarne atmosfere, simboli e destino. I successivi romanzi, da Belli e dannati (1922) al Grande Gatsby (1925), fino a Tenera è la notte (1934) lo imposero come un maestro indiscusso della prosa del Novecento. Durante la propria carriera, oltre ai romanzi, scrisse anche 164 racconti, testi per il teatro e numerose sceneggiature per il cinema di Hollywood.

Paolo Cognetti “Giù nella valle”, presentazione

Paolo Cognetti scende dai ghiacciai del Rosa per ascoltare gli urti della vita nel fondovalle. La sua voce canta le esistenze fragili, perse dietro la rabbia, l’alcol e una forza misteriosa che le trascina sempre piú giú, travolgendo ogni cosa. Lungo la Sesia come in tutto il mondo, a subire il dolore dell’uomo restano in silenzio gli animali e gli alberi.(dal Catalogo Einaudi)

Sei racconti, legati e nello stesso tempo indipendenti. Cognetti torna alla sua montagna, anzi, come ci tiene a sottolineare nella recente intervista di Laura Pezzino (Tuttolibri 21 ottobre 2023) “non è un libro di montagna, ma di bosco, di fiume, potrebbe essere ambientato anche sull’Appennino”.

È ambientato nel 1994 a Fontana Fredda, come già in La felicità del lupo,  “per la nostalgia per il paesaggio in cui sono cresciuto, senza i cellulari, con le cabine del telefono, i bar in cui si fuma

Racconta di due fratelli, Luigi, il primogenito alla cui nascita il padre aveva piantato un larice; il secondo è Alfredo alla cui nascita il padre ha piantato un abete, due fratelli ma diversi come gli alberi che li caratterizzano: uno buono, Luigi, da sempre nella valle, il secondo il cattivo, è Alfredo che alla morte del padre torna nella valle da cui si è allontanato emigrando in Canada, lontano per non fare altri guai, dopo il carcere. E poi c’è Betta, la moglie di Luigi, in attesa della loro bambina.

«Un buono che, forse, è più furbo e meno onesto del cattivo. E un cattivo che, forse, è più puro e coerente. La differenza non è per niente netta» come sottolinea Cognetti nell’intervista.

[…]” Alfredo e Luigi in comune hanno due cose. La prima sta in un bicchiere: bere senza sosta per giorni, crollare addormentati e riprendere il mattino dopo, un bianco, una birra, un whisky e avanti ancora un altro giro, bere al bancone dove si scommette se l’animale che uccide i cani lungo gli argini sia un lupo, un cane impazzito o chissà cosa. Oltre all’alcol però c’è la casa davanti a quei due alberi. Adesso che il padre se n’è andato, Alfredo è tornato in valle per liberarsi dei legami rimasti”[…](dal Catalogo Einaudi)

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Le otto montagne

La felicità del lupo

L’Antonia. Poesie lettere e fotografie di Antonia Pozzi scelte e raccontate da Paolo Cognetti