Charlotte Perkins Gilman “La carta da parati gialla e altri racconti”, Lorenzo de’ Medici Press

Conosciuta per il suo ruolo fondamentale nella letteratura femminista, Charlotte Perkins Gilman continua a ispirare con le sue opere che sfidano le convenzioni sociali e promuovono l’uguaglianza di genere. I temi trattati sono quanto mai attuali e risuonano con le continue battaglie per l’emancipazione femminile nel mondo moderno.La carta da parati gialla raccoglie una serie di racconti ( tra cui alcuni inediti in Italia) che sono una riflessione critica sulle aspettative di genere e sull’importanza dell’autodeterminazione, ma sono anche una vera e propria denuncia dei soprusi a cui le donne erano costrette. Il suo messaggio forte e diretto è di grandissima attualità. 

Traduzione di Kristi Veseli


Lorenzo de’ Medici Press

Nove racconti di una delle autrici più importanti nella storia dell’emancipazione femminile negli Stati Uniti. Partendo dalla propria dolorosa esperienza personale Charlotte Perkins Gilman seppe trasformarsi in una paladina dei diritti sociali e della liberazione dai soprusi cui le donne erano costrette all’epoca. Il suo messaggio, forte, diretto e acutissimo, è ancora oggi di scottante attualità e di grandissimo valore letterario. Costretta dal marito a curare nel modo sbagliato la depressione post partum, Perkins Gilman sollevò in tutti gli Stati Uniti una richiesta di umanità verso il mondo femminile che scardinava pregiudizi e sopraffazioni inaccettabili. Basti pensare che La carta da parati gialla uscì nel 1892 e solo nel 1908 venne abolita negli Stati Uniti la tratta delle donne. I racconti qui tradotti, alcuni per la prima volta, testimoniano una vena letteraria genuina, priva di vincoli retorici e sempre diretta a un messaggio morale che deve farci riflettere ancora oggi.

Dall’introduzione di Kristi Veseli

«Una casa isolata, una protagonista senza nome e una carta da parati sinistra. Sono questi gli elementi che caratterizzano La carta da parati gialla, racconto che trae ispirazione dalla vicenda personale della scrittrice e sociologa statunitense Charlotte Perkins Gilman. Con questo racconto – scritto in soli due giorni e pubblicato con non poche difficoltà nel 1892 – l’autrice tentò di rielaborare il periodo difficile che le aveva sconvolto la vita. A seguito della nascita della figlia Katherine, Charlotte, piegata dalla depressione post partum, venne portata da Silas Weir Mitchell, neurologo ideatore della Rest Cure, la cura del riposo. Secondo il medico, la maggior parte delle donne era affetta da nevrastenia, uno stato di debolezza nervosa. Per questo motivo la donna doveva essere isolata, spesso confinata in camera da letto. Questo periodo poteva durare diversi mesi, durante i quali nessuno poteva andare a fare visita alla paziente. Inoltre, perché la terapia avesse successo, era necessaria un’immobilità prolungata, una dieta ipernutriente e qualsiasi attività intellettuale era severamente vietata. Il mese passato in terapia lasciò non pochi traumi all’autrice, che nel 1890 scrisse La carta da parati gialla, un’evidente denuncia all’operato di Mitchell. La protagonista è una giovane donna in cura per quella che il marito medico – seguace delle teorie di Mitchell – definisce una «nevrastenia temporanea, una leggera tendenza all’isteria». La coppia, dunque, si trasferisce per un periodo in una casa isolata dal resto del paese, affinché la donna si riprenda. Ma isolata non è solo la casa, ma anche la stanza in cui lei deve riposare. Di lei, non sappiamo nulla, nemmeno il nome. Il marito preferisce piuttosto darle dei nomignoli come «piccola oca benedetta,» quasi a volerla riportare a uno stato infantile.»

Charlotte Perkins Gilman (1860-1935) è stata una delle più importanti figure dei movimenti per l’emancipazione femminile negli Stati Uniti. Già in giovanissima età si interessò alle teorie che miravano a eliminare le ingiustizie sociali e divenne una figura di punta nei movimenti che sostenevano la necessità di liberare le donne dai ruoi subalterni. Si batté a fianco delle suffragette e lottò per l’abolizione delle leggi razziali. Autrice di numerosissimi articoli su riviste e quotidiani, pubblicò nel 1898 il saggio Women and Economics: A Study of the Economic Relation Between Men and Women as a Factor in Social Evolution. Altrettanto cospicua la sua opera di poetessa e narratrice: pubblicò oltre 190 racconti fra cui spicca La carta da parati gialla (1892) che è il suo più celebre successo.

Valentina Fortichiari “Il mare non aspetta. Viaggio emotivo in Norvegia”, Oligo Editore

DALL’AMORE PER L’ACQUA E IL MARE, LO SGUARDO DELLA LETTERATURA SUL GRANDE NORD

Con una nota di Francesco Permunian

dal 10 maggio in libreria

OLIGO

In questo nuovo racconto emozionante e poetico, ambientato in Norvegia, tra Oslo e le Isole Lofoten, Valentina Fortichiari torna a unire la predilezione per il grande Nord con la passione per l’elemento acquatico (l’autrice è stata agonista, insegnante di nuoto, e tuttora è nuotatrice). Con una scrittura sobria, suggestiva, la narrazione è centrata sul rapporto sentimentale tra padre e figlia, fatto di nuotate condivise, ricordi, momenti indimenticabili (la magia dell’aurora boreale). Sullo sfondo, il lavoro sulla scrittura e la frequentazione di personaggi (in parte riconoscibili), protagonisti della cultura degli ultimi anni, sono frutto dell’esperienza in parte autobiografica dell’autrice che al mondo delle case editrici ha dedicato e dedica gran parte della propria esistenza.

Il mare non aspetta. Viaggio emotivo in Norvegia di Valentina Fortichiari a prima vista si presenta come un racconto lungo, ma in realtà è un breve romanzo di formazione raccontato dalla voce narrante di una figlia – dapprima nelle vesti di una bambina di nome Arya precocemente abbandonata dalla madre e dalla migliore amica e quindi di donna adulta impegnata nell’editoria di Oslo – la quale sceglie di dialogare con l’amata figura paterna attraverso gli unici strumenti a lei più idonei, ossia il nuoto e la scrittura, due attività apparentemente dissimili, ma in realtà con molti punti in comune in quanto entrambe trovano la loro ragion d’essere ultima nel grande mare della vita e della letteratura.[…] Il tutto è raccontato con uno stile fluido e discorsivo che a prima vista può apparire fin troppo semplice o addirittura facile. Al contrario, esso è lo specchio della capacità dell’autrice di scivolare in perfetto equilibrio sopra il flusso tumultuoso delle parole – ovvero, sopra le onde sempre mobili della scrittura – simile in ciò a quell’abile nuotatrice che la Fortichiari è stata nella sua vita reale. Una dote stilistica, quest’ultima, alquanto rara sulla scena culturale italiana, ma che discende da quell’illustre matrice letteraria – comunemente etichettata come “stile dell’anatra” – felicemente rappresentata dalla prosa cristallina di Raffaele La Capria. (Francesco Permunian)

VALENTINA FORTICHIARI è nata a Milano e oggi vive a Vigevano. Ha sempre lavorato in editoria, dirigendo le relazioni esterne e l’ufficio stampa di Longanesi. Dalla passione per l’acqua e il nuoto è nato il suo romanzo d’esordio, Lezione di nuoto, Colette e Bertrand, estate 1920 (Guanda 2009, Solferino 2023; premi Rapallo, Grazia Deledda, Rhegium Julii) e la raccolta di racconti La cerimonia del nuoto (Bompiani 2018). Ha curato e cura opere di Cesare Zavattini per la Nave di Teseo e di Guido Morselli per Adelphi. Giornalista, saggista, collabora con varie testate periodiche. È docente a contratto in comunicazione e tecniche del racconto presso master universitari (Bologna con Umberto Eco, Milano Fondazione Mondadori, Pavia).

Tama Janowitz “Schiavi di New York”, presentazione

Il libro di Tama Janowitz si rivela ancora oggi attuale, innovativo e irresistibilmente comico.

Eleanor crea gioielli in gommalacca a forma di torte, Stash dipinge quadri con protagonisti Daffy Duck e Gatto Silvestro, Marley sogna di andare a Roma a realizzare una cappella a due passi dal Vaticano… Sono solo alcuni dei personaggi che abitano Schiavi di New York: una fauna stralunata, composta da artisti emergenti, stilisti in erba, aspiranti registi, prostitute occasionali, tutti apparentemente incapaci di trovare la realizzazione personale e la felicità, ma soprattutto costretti a ogni tipo di compromesso pur di non rinunciare al sogno che la città rappresenta per loro.(da Accento Edizioni)

Fu pubblicato negli States nel 1986, l’anno successivo in Italia per Bompiani.

Il testo ebbe un grande successo, divenuto anche un film, e ritorna in libreria per Accento Edizioni con la prefazione di Veronica Raimo, la nuova traduzione di Rosella Bernascone e la nuova copertina a firma Giovanni Cavalieri e tre racconti inediti; si compone di 24 in totale dei quali il secondo la titola.

Sono gli anni Ottanta, la città, come recita il titolo è New York, i protagonisti giovani squattrinati che di fatto non svolgono un vero lavoro, anche se vivono al di sopra delle loro possibilità e per farlo sono disposti a rinunciare all’amore, a scegliere un partner che possa ospitarli in appartamenti di lusso, a prostituirsi; sono attori, scrittori emergenti, artisti nell’ingegnarsi pur di non rinunciare ai loro sogni e a vivere la città: il ritratto di una gioventù in un periodo preciso, quel decennio particolare che furono gli anni Ottanta.
Tama Janowitz, insieme a Bret Easton Ellis e Jay McInerney, con il suo successo divenne membro del brat pack letterario (ovvero letteralmente “banda di monelli”) indicando con questo una nuova generazione di scrittori. Il successo del romanzo spinse  Andy Warhol ad acquistare  i diritti del libro e farne un film.  Alla sua morte, improvvisa, il progetto passò nelle mani del regista James Ivory che realizzò un lungometraggio nel 1989 con lo stesso titolo del libro .

La copertina dell’edizione Bompiani del 1887

” […]Questo libro è senza tempo, oppure splendidamente datato, perché è ambientato in un’era dello spirito: gli anni ’80 a New York. È un tempo che è stato cristallizzato e celebrato da chi l’ha vissuto, ma anche da chi l’ha solo sentito raccontare, come capita quando abbiamo a che fare con un presente strabordante: la Parigi anni ’20, la Roma anni ’60, la San Francisco anni ’70… Janowitz si è scelta il compito di rendere l’esperienza quotidiana di una città con una disinvolta mitopoiesi: racconti brevi, squinternati, comici, personaggi che si intrecciano, ritornano, si perdono, un esibito disinteresse per i sistemi narrativi, per le coerenze stilistiche, e soprattutto per il compiacimento del lettore.[…]”(dalla Prefazione di Veronica Raimo)

L’incipit da

Una santa moderna n. 271

Da quando mi ero messa a fare la puttana avevo dovuto vedermela con peni di ogni forma e dimensione. Certi grossi, altri raggrinziti e coi testicoli penduli. Certi venati di blu che puzzavano di stilton, altri avari. Peni bisbetici, fatati, cosparsi di perle come i grandi minareti del Taj Mahal, peni burloni, striati come la coda di un procione, ardenti, crestati, impossibili, profumati. Più passava il tempo e più ero contenta di non possedere una di quelle appendici. Naturalmente avevo un pappone, un tipo fuori dal comune, già candidato a due dottorati, uno in Filosofia e l’altro in Letteratura americana all’università del Massachusetts. Quando ci eravamo conosciuti faceva il tassista, ma dopo un po’ aveva scoperto che quel mestiere non gli lasciava il tempo di seguire la sua vera vocazione: quella di scrittore. Quando fu chiaro che non mi avrebbero dato quel posto di segretaria di produzione per un film tedesco da girare in Venezuela, ci rendemmo conto che si doveva trovare un altro modo per fare soldi in fretta.[…]

Attilio Vanoli “Possiamo ancora gustare le fragole”, NeP Edizioni

A tre anni dall’uscita de “Le favole di Rodi”, l’autore torna a cimentarsi con la scrittura, attraverso una proposta decisamente coinvolgente e genuina.
Ci sono dei viaggi che si fanno senza viaggiare, dove si viaggia di più che in un viaggio vero e proprio. Viaggi che si sa dove cominciano ma non dove finiscono. Viaggi di fame sulle strade della vita affamata di vita. Una fame di cibo sottile, di conoscenza e di bellezza.
In uno di questi viaggi l’autore incontra Armonica, un suonatore ambulante, trovatore e menestrello, metà vagabondo e metà artista.Dalla loro amicizia vengono fuori molte storie, nate alla buona dietro un gesto semplice o un bicchiere di vino rosso, magari un po’ aspro come a volte è la vita, ma sempre autentico.

È proprio l’autenticità a caratterizzare i numerosi personaggi, come Adalgisa, Beto, Camilla, Clementina e Gualtiero, che si avvicendano nei racconti di Armonica e popolano un mondo candido e nostalgico che si perde in un tempo indefinito. Nella loro semplicità, questi racconti diventano insegnamenti di vita e spunti effimeri di riflessione su valori da preservare e trasmettere.

La scrittura di Attilio Vanoli si conferma agile e disinvolta, arricchita dalla schiettezza dei dialoghi e da un ritmo narrativo fluido e originale.

Attilio Vanoli è nato a Gavirate (VA), dove vive e lavora.Nel 1998 ha pubblicato “Le Favole della Cicala”, la sua prima raccolta di favole (L’Autore Firenze – Libri Maremmi Editore) e, nel 2001, la seconda “Le Favole di Acchiappa Nuvole”.Seguono “C’era una volta Geraldina, racconti e favole di una Rondine” (2005, I Fiori di Campo), la fiaba illustrata “Le Fate Pasticcere” (2006, I Fiori di Campo) e “FLEUR. Le Avventure di una bambina vispa e intelligente” (2010, L’Autore Libri Firenze MEF).Nel 2016 è uscito il suo primo romanzo per adulti, dal titolo “Soggiorno in Provenza. Vivre la Vie” (Macchione Editore) e nel 2018 “La magica storia di nonna Oona” (White Edizioni).Nel 2021 ha pubblicato per NeP il libro “Le favole di Rodi”.Ha scritto inoltre commedie per il teatro e per il teatro dei burattini e filastrocche musicali a scopo didattico.Ha partecipato a numerosi premi e concorsi letterari di narrativa e poesia, vincendone alcuni e ottenendo menzioni da altri.

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Canti e leggende dei Ch’uan Miao a cura di Aldo Sataioli, Graphe.it Edizioni

Gli affascinanti racconti e le particolari leggende di un popolo senza letteratura scritta: i Ch’uan Miao, una delle minoranze riconosciute dal governo cinese, più noti al grande pubblico come gli Hmong del film Gran Torino di Clint Eastwood.

Graphe.it Edizioni

Quello dei Ch’uan Miao è un gruppo etnico misconosciuto, dalla storia e dal folklore complessi ed estremamente interessanti. Le affinità con il vicino popolo cinese si incastonano con altrettante differenze linguistiche e antropologiche in generale, velate di un retaggio di antica sopraffazione subita che non ha perduto (almeno fino all’ascesa del Comunismo) una traccia di risentimento. Negli anni Trenta del secolo scorso il missionario battista David Crockett Graham raccolse e tradusse in inglese l’unico sistema di conservazione del corpus mitologico dei Ch’uan Miao: gli oltre 750 canti tradizionali tramandati oralmente per secoli.

Oggi, con il presente volume e grazie al sapiente lavoro di traduzione e selezione operato da Aldo Setaioli, giunge fino a noi questo patrimonio inestimabile, e ci consente di conoscere una popolazione che non ha scritto libri, non ha edificato templi, ma esattamente come noi si è posta domande sul cosmo e l’uomo e si è data risposte che trovano riscontro e significato anche nella tradizione occidentale.

Dall’introduzione di Aldo Setaioli:

«I Ch’uan Miao sono un gruppo etnico che abita principalmente in alcune zone delle province cinesi del Szechwan e dello Yunnan. Fisicamente assomigliano ai Cinesi, sebbene abbiano una plica mongolica meno pronunciata e siano in genere di statura più bassa. Il loro nome è composto dal termine Ch’uan, che probabilmente allude al fatto che molti di loro vivono nel Szechwan, e dal termine Miao (“figli della terra”), che viene a volte usato indistintamente per altre minoranze etniche che vivono in Cina. Nella loro lingua si chiamano Hmong Bo. In epoche antiche i Miao furono cacciati dai loro territori dall’espansione dei Cinesi, finché furono confinati nelle regioni in cui vivono tuttora, peraltro mescolati alle ben più numerose comunità cinesi. Altri furono costretti a emigrare in paesi vicini. L’eco di tali contrasti si coglie ancora distintamente nelle storie tramandate nel folklore dei Miao, dove si riconosce l’affinità coi Cinesi, ma si avverte anche il risentimento per la sopraffazione esercitata da questi ultimi. Le lingue sono diverse. Quella dei Miao, sebbene abbia affinità col cinese (entrambi gli idiomi sono monosillabici), possiede un sistema di tonalità ancor più complesso. I diversi toni conferiscono a un suono significati del tutto differenti. I Miao vivono principalmente, anzi quasi esclusivamente, di agricoltura, come si evince anche dai racconti qui riportati. Questi sono per la massima parte dei canti, tramandati oralmente. I Ch’uan Miao sono infatti privi di letteratura scritta. I cantastorie hanno un ruolo importante, ma ancor più lo è quello del tuan kung, vero mago e sciamano. Conosce formule per guarire ogni malattia, per scacciare i demoni (che ne sono la causa) e officia ogni sorta di cerimonia. C’è anche un altro tipo di sciamano (detto mo) che celebra i funerali e apre ai morti la via del cielo, uccidendo un gallo perché li guidi. I Miao non hanno templi né sacerdozio organizzato, ma possiedono una religione abbastanza elaborata. Il dio supremo si chiama Ntzï e abita al di sopra del cielo, in una regione pianeggiante dove dimorano le anime degli antenati, che vivono in pace e abbondanza, senza bisogno di dedicarsi all’agricoltura. Sotto la terra esiste un altro mondo parallelo, dove vivono uomini piccolissimi (se ne parla in uno dei nostri racconti). Ci sono anche numerosi demoni, spesso cannibali, che sono a volte anime di morti trascurati dai loro discendenti, oppure di animali o anche di esseri privi di vita. Per i Miao tutte le cose, anche quelle di pura materia e perfino quelle immateriali (il sole, la luna, le stelle, i monti, i fiumi, le pietre, ma anche l’eco, il tuono, l’arcobaleno, ecc.), sono infatti esseri viventi e animati.»

Anna Macrì “Gli amori malvagi. Dieci storie di ordinaria violenza”, Bibliotheka Edizioni

NEGLI “AMORI MALVAGI” DELL’ATTRICE CALABRESE ANNA MACRÌ, DIECI STORIE VERE DI ORDINARIA VIOLENZA NEI CONFRONTI DELLE DONNE

IL RISULTATO DI UNA RICERCA DURATA TRE ANNI 

Prefazione di Francesca Rennis

«Se lo lasciassi sarei persa, non so fare altro che la bestia da soma di un uomo. Non so che cucinare, rassettare, stirare, rammendare e aprire le gambe quando vuole».

Gli amori malvagi. Dieci storie di ordinaria violenza dell’attrice calabrese Anna Macrì, in libreria il 16 febbraio per le edizioni Bibliotheka (96 pagine, 16 euro, edizione ebook a 4,99) è il risultato di una ricerca sul campo durata tre anni in vari centri antiviolenza. Il libro raccoglie dieci testimonianze (sulle oltre cento ascoltate) di donne violate da fidanzati, mariti, presunti amici. Le protagoniste si raccontano con onestà e crudezza, dopo percorsi spesso segnati da rassegnazione, istinto protettivo nei confronti dei figli, denuncia dei carnefici, sensi di colpa, timore del giudizio altrui e depressione.

Cristallizzato in un istante infinito di dolore, il racconto della violenza subita punta il dito sull’incapacità manifestata da molti uomini, e spesso in situazioni considerate normali e ordinarie, di costruire con le loro compagne rapporti maturi e di reciproco rispetto.

«L’ho scritto a mano, sotto gli ulivi della mia campagna o in riva al mare», spiega l’autrice. «E di notte, nel silenzio del mio studio, con la musica come compagna».

Attrice versatile, Anna Macrì ha ricoperto ruoli drammatici e brillanti, frequentando tragedia e commedia dell’arte, teatro danza e dell’assurdo. In nomination al David di Donatello per il cortometraggio Onora la Madre, vincitore Best Short 2018 di Matera, è stata nel cast del film di Volfango De Biasi Nessuno come noi. Per il teatro ha scritto e rappresentato Cria da Marè su Marielle Franco, politica, sociologa e attivista brasiliana assassinata nel 2018 (produzione Confine Incerto).

Luigia Veccia “Le vite di Sara”, NeP Edizioni

Una suggestiva raccolta di racconti introspettivi

Dopo il successo del romanzo “Il gazebo dei pini”, pubblicato lo scorso dicembre, Luigia Veccia torna in libreria con “Le vite di Sara”, una raccolta di racconti edita da NeP edizioni.

La protagonista è Sara, che accompagna il lettore nelle mille sfaccettature dell’evoluzione della sua esistenza. I racconti scandiscono gli aspetti delle sue numerose vite interiori, in un oscillare caleidoscopico tra emozioni e stati d’animo.

La donna matura che nel primo racconto, “L’altra faccia del gazebo dei pini”, è inseguita da fantasmi del passato in una sorta di sonnambulismo esistenziale, nel surrealismo de “Il Natale del geco”, si abbandona a iperboli simboliste e ad un fluente sussurro interiore.

“L’uomo della panchina” ci mostra la cinquantenne Sara vicina ad un capolinea esistenziale, tra pathos, musicalità della parola e vibranti emozioni che affiorano dalle pulsioni più segrete dei personaggi.

Ancora Sara, malinconica e invecchiata, ormai alle soglie della pensione, in “Salto nel vuoto”, ripercorre il suo itinerario esistenziale, e i suoi stati d’animo si fondono con la natura intorno a lei, che l’autrice descrive con intensa partecipazione emotiva.

In “Geremia”, il destino di Sara si intreccia quello di Andrea, un uomo infelicemente sposato, e alla narrazione viene impresso il tenore della cronaca famigliare, nella vicenda di amanti clandestini. Come in una vera e propria seduta psicoanalitica, essi sviscerano le sfumature più enigmatiche della loro vita interiore, dove si annidano tante domande destinate a rimanere senza risposta.

Il “Racconto delle amiche di sempre” conclude la traiettoria narrativa dell’autrice: sulla soglia della vecchiaia, le sue riflessioni si addensano in un malinconico struggimento crepuscolare, nel ricordo di un tempo ormai sfuggito.

I racconti di Luigia Veccia si contraddistinguono per la profondità dell’introspezione psicologica, di evidente impronta junghiana, e per la suggestione infusa nelle descrizioni ambientali, che rispecchiano gli stati d’animo dei personaggi.

Luigia Veccia è nata il 2 dicembre 1952 a Caserta, dove ha sempre vissuto insieme ai suoi cari. La sua è un’esistenza come tante.Da sempre appassionata di letteratura, ha letto numerosi libri ma solo recentemente ha deciso di girarsi dall’altra parte del tavolo e di incominciare a scrivere. Sempre con NeP edizioni, ha pubblicato nel dicembre 2023 il romanzo “Il gazebo dei pini”.

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Un lungo capodanno in noir, presentazione

Dieci autori per dieci racconti ambientati a Capodanno: dieci scrittori italiani, Biondillo – Cerone- Crovi- De Cataldo- De Franchi – De Silva – Fazioli – Fois- Gori e Vichi, per elencarli in ordine alfabetico ma non nell’ ordine dei racconti.

Storie di misteri e di indagini: Weekend lungo a Barcellona di Gianni Biondillo, Il mistero del condominio.La prima indagine di Marisa Bonacina di Andrea Cerone, Odio il Capodanno di  Luca Crovi, ’O Zuzzuso di Giancarlo De Cataldo, Il Dono di Marco De Franchi, Gli accidentali di  Diego De Silva, Il custode dell’abisso di  Andrea Fazioli, Ho qualcosa da dirti di Marcello Fois, Due Capodanni di Leonardo Gori,Il bosco di Marco Vichi.

“Tra un brindisi e uno scambio di auguri, incontriamo alcuni fra i personaggi più amati del noir italiano, come l’ispettore Ferraro, l’investigatore Elia Contini, il commissario De Vincenzi e il colonnello Bruno Arcieri. E viaggiamo per l’Italia: dalla Roma corrotta e violenta degli anni Settanta fino a quella insanguinata dei giorni nostri; dalla Firenze del 1944, teatro di una doppia storia d’amore messa a dura prova dalla guerra, alla campagna toscana con la vicenda attuale di due fratellini sulle tracce di un uomo nel bosco: dove starà andando? E poi Milano, con i suoi quartieri e la sua gente; Milano che negli anni Venti ospitava Antonio Gramsci a San Vittore, uno che il Capodanno lo odiava proprio. E ancora un borgo del centro Italia, all’apparenza tranquillo, che nasconde una realtà sanguinosa. Fuori dai confini nazionali, marito e moglie fanno un viaggio a Barcellona che avrà un esito imprevisto; mentre in Svizzera, paese sempre all’avanguardia, pare che persino le intelligenze artificiali possano uccidere” (da Guanda)

Katherine Mansfield (1888-1923)

Tutti i racconti

Adelphi Editore

Prefazione di Lucia Drudi Demby

Note introduttive di John Middleton Murry

Sceglie di essere solo quello che è. Di dire solo quello che conosce (che vede) e quello che ama. Ama il bello, il gentile, il buono. Ama il semplice, il chiaro, l’arreso, il tenero, lo scherzoso, il minuto. Li ama così convulsamente da sapere che non esistono. Per questo, attraverso una tecnica di spossessamento di tipo in apparenza impressionista e in realtà simbolista, li priva di spazio, li sparecchia di fiato, li recide nel momento stesso in cui, con incantevole grazia, li porta sulla soglia dell’apparire. Onestà-verità diventa scopo, norma, canone. Canone d’essenzialità.(dalla Prefazione di Lucia Drudi Demby)

Adelphi ripropone tutti i racconti della scrittrice neozelandese nel centenario della morte, nella seriazione stabilita da John Middleton Murry, il marito e  critico letterario.

È il racconto, che compare nella penultima sezione, a dare il titolo alla stessa e a tutta la raccolta, Something Childish But Very Natural (Qualcosa di infantile ma di molto naturale).

Katherine Mansfield (1888-1923) aveva studiato tre anni in Inghilterra, dove tornò due anni dopo, tra obiettivi, scelte e amori mutevoli, affermandosi con i suoi racconti, che dal 1906 firma con lo pseudonimo adottato dal nome della nonna materna, le cui protagoniste erano prevalentemente donne ma soprattutto, fossero brevi, breviossimi o lunghi,  trattavano momenti della vita nella quotidianità, la gioia, gli affetti, l’amore, il dolore “non mi vengono in mente racconti che durino più di qualche ora o, al massimo, di una giornata; e neppure racconti che si svolgano in più di tre ambienti; ma in genere è un solo ambiente, una casa, una casa, una casa”.

Katherine Mansfield è lo pseudonimo della scrittrice neozelandese Kathleen Beauchamp (Wellington, Nuova Zelanda, 1888 – Fointainebleau, Francia, 1923). Nel 1903 fu mandata a studiare in Inghilterra, dove rimase tre anni; rientrata in famiglia, ottenne, dopo due anni, di tornare a vivere a Londra. Sposò (1909) G. Bowden da cui si separò poco dopo. Esordì con In a german pension (1911), profili e impressioni che richiamarono l’attenzione del pubblico. Conobbe allora il critico J. M. Murry che sposò nel 1918. Affermata come scrittrice, ma minata da una malattia polmonare inguaribile,  si ritirò nel 1922 nella comunità di Guerdjeff presso Fontainebleau, dove morì. Le raccolte di racconti Bliss (1920) e The garden party (1922) sono le uniche pubblicate durante la sua vita. Seguirono: The dove’s nest (1923); Something childish and other stories (1924); Luck and other stories (1927). Apparvero poi il suo Journal (1927; ed. definitiva, 1954) e le Letters (1928), seguiti da The scrapbook of K. M. (1939) e da Letters to John Middleton Murry (1951).(le note biografiche sono tratte dalla Enciclopedia Treccani)

Omaggio a Katherine Mansfield

Maurizio Persiani “Una notte di primavera” NeP Edizioni

NeP Edizioni

La raccolta di racconti “Una notte di primavera” è solo l’ultimo lavoro di una penna particolarmente prolifica.
Sei storie, tratte da fatti realmente accaduti, raccontate con un pizzico di fantasia, da leggere in treno, in aereo, in auto o comodamente seduti in poltrona a casa.
Il titolo della raccolta è preso dall’ultimo dei racconti che la compongono, a cui si accompagnano “Il cipresso che non c’è più”, “La chiave inglese”, “Lo zio d’America”, “Ofelia” e “Uno spunto al salone”.
Un modo di evadere dalla routine quotidiana per trovarsi in un mondo talmente prossimo da sentirsi immedesimati nei personaggi e nei fatti narrati.
Una scrittura, quella di Maurizio Persiani, che rivela padronanza, abilità descrittiva e sapiente utilizzo della tecnica narrativa.
Incisiva e mai banale, è capace di tessere trame sorprendenti, imprimere efficacia ai dialoghi e delineare con minuzia i tratti psicologici dei suoi personaggi.
Persiani, che ci ha abituati alle avventure poliziesche del commissario Fosco Reggiani in una fortunata sequenza di romanzi gialli, continua a dimostrare versatilità in molteplici generi narrativi.

Maurizio Persiani è nato a Roma, dove vive e lavora. È giornalista professionista ed è il primo autore di NeP edizioni.
Ha scritto diversi racconti, alcuni dei quali pubblicati nelle raccolte di novelle contemporanee: “Racconti di tenebra” (1987, Newton Compton Editori) e “Racconti d’incubo” (1988, Newton Compton Editori) a cura di Gabriele La Porta.
Con Piero Bernacchi ha scritto il romanzo “La porta grigia” (Edizioni Era Incontro). La sua “Hoama, i segreti di Ostia” (2008) è la prima opera in assoluto edita da NeP edizioni.
Segue un lungo e fortunato sodalizio, che vede la pubblicazione di numerosi altri titoli: “Maga” (2009), “Anime sparse” (2009), “Anime sparse due” (2010), “Il colpo del coniglio” (2010), “Es la historia de un amor…” (2011), “Il Greco” (2011), “O Curandeiro” (2012), “Me” (2013), “Le campane di Mücheln” (2013), “Ciao, chi sei?” (2014) “Amore, scendo alla prossima” (2015). Inoltre, “La Tessera mancante” (2016), “Il bandolo della matassa” (2017), “L’aroma del caffè” (2018), “Il Senso del Serpente” (2018), “Anche le masche amano il sole” (2019), “Il sole che non c’è” (2020), “La prova” (2021), “La Malia di Alice” (2021), “Il Geco” (2021) “Il caso NN” (2022).

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