Joseph Mitchell “La tomba di Mr Hunter” (Microgrammi Adelphi) recensione di Salvina Pizzuoli

Dal Risvolto:

La tomba di Mr Hunter è stato giudicato quasi all’unanimità il pezzo migliore mai uscito sul «New Yorker» – che in effetti alla scrittura di Mitchell deve una parte consistente del suo profilo stilistico.

Conosce la comunità nera che vive intorno a Bloomingdale?»[…] «Si chiama Sandy Ground, ed è quanto rimane dei vecchi allevamenti di ostriche di Staten Island. È stata fondata prima della guerra di Secessione, da un gruppo di schiavi appena liberati giunti fin qui dalla Eastern Shore del Maryland. È qui che vive George H. Hunter, il protagonista, presidente del comitato che si occupa della chiesa metodista africana. […] ottantasette anni, uno di quei vecchi forti, dritti, che non si vedono più. Ha lavorato duro, è andato in pensione da pochissimi anni, e ha messo da parte abbastanza.

Così Joseph Mitchell (1908 – 1996), scrittore e giornalista del New Yorker dal 1938 divenuto famoso per i suoi “ritratti” di personaggi eccentrici o che vivevano ai margini della società nei dintorni di New York City, costruisce il profilo di Hunter nel cui racconto rivive anche la storia dei periodi che si sono via via sovrapposti trasformando la comunità “un tempo fiorente, una specie di giardino” e in ultimo abbandonata, che viveva pescando ostriche: “dal 1800 tutt’intorno a Staten Island c’erano enormi letti di ostriche. Naturali, non allevate”.

Siamo a poca distanza da New York eppure pareva già allora di essere nel nulla, ma se risali un po’ Arthur Kill Road, poco prima di incrociare Arden Avenue, dietro una certa curva a volte spuntano le cime dei grattacieli di New York. Solo le cime, e solo di quelli più alti. Deve essere una giornata molto, molto tersa, e anche in quel caso un attimo li vedi e l’attimo dopo non li vedi più.

Sì, perché spesso si dimentica che New York è un grandioso porto aperto sull’Oceano: fiumi, baie, isole come Staten Island, non molto distante.

L’incontro tra il narratore, amante della flora selvatica, e il vecchio Hunter non è casuale ma programmato: visitare il vecchio cimitero, dove tra antiche tombe sepolte dalle erbe, Hunter ha già pronta la propria.

Un profilo delicato, una figura tratteggiata con tinte tenui proprio perché nel suo racconto si percorrono ricordi, sfumati dalla distanza e dal distacco, affetti, dolori, incontri, lavoro duro e una filosofia della vita che colpisce nella sua serena semplicità.

Non si buttava nulla a quei tempi. Rattoppavano, rammendavano, aggiustavano, tenevano puliti i giardini, bruciavano la spazzatura. E insegnavano ai ragazzi come ci si comporta. E sa una cosa? Giravano a testa alta: sapevano di valere esattamente quanto gli altri, in molti casi anche di più. E andavano d’accordo fra loro: conoscevano pregi e difetti di chi avevano di fronte, e si regolavano di conseguenza.

S.P.

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Robert Louis Stevenson “Will del Mulino” (Microgrammi Adelphi) recensione da @CasaLettori di Maria Anna Patti

Il segreto di questo racconto rimasto quasi segreto dev’essere lo stesso che protegge certi luoghi, o certi piaceri: chi li scopre ne è geloso, e preferisce tenerli per sé. Di sicuro, se Stevenson riesce sempre a ridurre al minimo la distanza fra la felicità della scrittura e quella della lettura, in queste pagine compie un piccolo e rarissimo miracolo: la abolisce.

I Microgrammi a 1,99

 

leggi  la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

Si apre con descrizione paesaggistica ben sottolineata e interpretata dalla intensa lettura di Maria Anna Patti nella sua recensione:

La pianura e le stelle

Il mulino in cui Will viveva con i genitori adottivi si trovava in una valle scoscesa, tra boschi di pini e grandi montagne. In alto le colline svettavano l’una dopo l’altra finché non riemergevano tutte dagli abissi dei legni più duri per stagliarsi nude nel cielo. Un po’ più in su un pendio boscoso, e quando il vento era propizio il suono delle camapane scendeva, fievole e argenteo, fino a Will. In basso, la valle era sempre più erta e, allo steso tempo, si allargava da ambo i lati; da una prominenza rocciosa accanto al mulino era possibile vederla in tutta la sua lunghezza e, oltre, lo sguardo spaziava sull’ampia pianura, dove il fiume, scintillante sotto il sole, formava un’ansa e muoveva di città in città nel suo viaggio verso il mare. Il caso aveva voluto che sopra la valle un passo conducesse nel regno confinante, così, sebbene tranquilla e agreste, la strada che fiancheggiava il fiume era un’importante via di comunicazione tra due società sfarzose e potenti. Per tutta l’estate le diligenze passavano davanti al mulino arrancando verso l’alto o tuffandosi di gran carriera verso il basso…

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Shirley Jackson “Pomeriggio d’estate” (MicrogrammiAdelphi)

Due racconti di Shirley Jackson “Invito a cena” e Pomeriggio d’estate” che dà il titolo al volumetto in formato digitale. Un breve assaggio e una piacevole scoperta. I due testi sono tratti da La luna di miele della signora Smith che raccoglierà, prossimamente sempre per Adelphi, i vari racconti inediti della scrittrice americana.

Il primo potremmo definirlo una favola lieta che, come tutte le favole, ha anche una morale in questo caso sintetizzabile con: giusta punizione per un maschio petulante e indelicato.

Gradevole nella struttura semplice e scorrevole, contiene quel pizzico di magico che dà un’impronta a tutta la composizione: ma Mallie chi è, cosa rappresenta? Un alter ego, forse, con la sua sicurezza ed efficienza e convinzioni, tutto quanto manca alla protagonista oppure la condizione della donna americana del periodo, sempre ai margini, e alla quale per farsi valere occorre una “presenza speciale” come è quella di Mallie?

Meno lieve il secondo con due bimbe alle prese con i loro giochi estivi, bambole fiori e biscotti, ma anche capaci di far rivivere chi non c’è nell’immaginario sapendo poi restare consapevoli del presente e del domani.

S.P.

Shirley Jackson (1916-1965), casalinga e scrittrice, ha esordito nel mondo delle lettere pubblicando nel 1948 sulle pagine del “The New Yorker” il racconto “La lotteria” che destò notevole scalpore per il suo contenuto dal finale raccapricciante e interpretato come una storia avvenuta realmente; divenne conosciuta per “L’incubo di Hill Hause”del 1959; apprezzata da Stephen King e ritenuta da Harol Bloom l’erede di Edgar Allan Poe rimase pur sempre nell’ombra.

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Jorge Luis Borges “L’Aleph” recensione di Salvina Pizzuoli

 

Essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte […] (da L’immortale)

Alla raccolta di diciassette racconti dà il titolo l’ultimo, L’Aleph, la prima lettera dell’alfabeto ebraico, ma anche qualcosa di più, “il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”, tempo e relatività.

Pubblicati nel 1949, come lo stesso autore indica nell’Epilogo, vengono da lui definiti “fantastici” al di fuori di Emma Zunz e Storia del guerriero e della prigioniera.

Difficile etichettare dentro un genere narrativo l’opera letteraria, soprattutto quando si tratta di racconti, ma trovo interessante quanto lo stesso Borges abbia voluto dire dei propri in cui ravviso una capacità istrionica di scrittura perché se i generi vi albergano, sfuggono ai limiti in cui la definizione vorrebbe stringerli.

De La casa di Asterione, tra i miei preferiti oltre L’immortale che apre la raccolta e che l’autore definisce “il più lavorato” per l’effetto che l’immortalità farebbe agli umani, scrive di essere stato ispirato dalla tela di Watts, il Minotauro; vi compare il tema del labirinto che ricorrerà in molti altri scritti come in I Due re e i due labirinti, brevissimo ma denso. Di Deutsches Requiem l’intento è esplicito quando precisa che “durante l’ultima guerra, nessuno poteva desiderare più di me che la Germania fosse sconfitta; nessuno poteva sentire più di me la tragedia del destino della Germania; Deutsches Requiem vuole capire quel destino” […].

La caratteristica che cattura il lettore è sicuramente, nella varietà dei temi fondamentali e universali, il percorso che li unifica, come in un viaggio le cui disparate esperienze conducano ad un unico obiettivo di “crescita”. Una lettura non semplice ma di atmosfera, metafisica e di sogno, in cui si viene trascinati: il fascino del mondo antico e orientale, le riflessioni sulla vita sulla morte sul dolore, il mistero, sono alcune delle tematiche che trovano splendida cornice nella lingua di Borges “ricca, diversa, sapiente, che si serve di parole e quasi di segni convenzionali; di simboli, di metafore, anche solo d’immagini o aggettivi” come sottolinea Francesco Tentori Montalto nella postfazione.

Dello stesso autore “Finzioni”

Maria Attanasio “Lo splendore del niente e altre storie” recensione di Salvina Pizzuoli

Otto storie, otto donne, vissute tra la fine del Seicento e il Settecento. Storie d’archivio, prevalentemente l’archivio storico di Caltagirone, rese intense e nitide dalla vivacità narrativa con la quale l’autrice sa restituirle al lettore: chi legge le vede emergere dalle pagine, agire e muoversi nel loro mondo e nel loro tempo con una determinazione che ne cancella i limiti perché, siano esse contadine o dame, hanno saputo affermare la propria autonomia nel decidere del proprio destino.

Ricostruendo, tra immaginario storico e tracce documentali, il pensare e l’operare di Catarina, Francisca, Annarcangela, Ignazia, ma anche delle protagoniste degli altri racconti, la mia vita si è fusa con la loro in una sorta di transfert, di autobiografia traslata nel tempo dell’esclusione dal linguaggio che ha caratterizzato l’identità di genere; dove però è possibile ritrovare sorprendenti storie di coraggio e di resistenza alla discriminazione e all’ingiustizia. Cosi precisa l’autrice nella Nota introduttiva.

Sì, proprio questo colpisce nella narrazione, il riportare alla luce vite di cui si sarebbe perduta la traccia, con l’utilizzo di lingue e linguaggi che ne ripropongono perfettamente l’identità storica, con una partecipazione al raccontare che mescola sapientemente e l’amore per la ricerca, che ha permesso di ritrovarle, e la volontà di restituirle esemplarmente senza snaturarne la veridicità.
Conosciamo così la vicenda incredibile di Francisca, uomo-femmina, “masculu fora e fimmina intra” che saprà salvarsi con la semplicità delle proprie motivazioni e ragioni dal tribunale dell’Inquisizione. Ma anche di Catarina che si immolerà per amore o volontà incrollabili di libere scelte come quella di Ignazia o la storia di una badessa che si oppone ai desideri astrusi di un re che per salvare i suoi fagiani lasciava divorare i suoi sudditi dai topi, solo per indicarne qualcuna senza far torto a nessuna delle superbe figure di donna che la Attanasio ha saputo raffigurare. Racconti brevi ma con lo spessore del romanzo tanto è pregnante il loro contenuto che rimanda ad un’altra bella figura femminile tratteggiata mirabilmente nelle pagine de La ragazza di Marsiglia.

Dello stesso autore:

Brevi note di Salvina Pizzuoli a “La ragazza di Marsiglia”

Maria Attanasio “La ragazza di Marsiglia” (Dalla recensione di CRISTINA TAGLIETTI da La Lettura, Il Corriere)

Madeleine Thien “Ricette semplici” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

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e anche su mangialibri

Dalla presentazione:

Padri e madri, figli e sorelle, mogli e mariti, rapporti che si rinsaldano e più spesso si disgregano, in sette ricette tratteggiate con delicatezza per descrivere gli invalicabili confini che ci separano da coloro che amiamo… continua a leggere

dello stesso autore:

“Non dite che non abbiamo niente”

 

Georges Simenon “Un delitto in Gabon” recensione di Maria Anna Patti CasaLettori

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Dalla Quarta di copertina:

Le opere di Georges Simenon (Liegi, 1903-Losanna, 1989) sono in corso di pubblicazione presso Adelphi sin dal 1985. Scritti a La Rochelle nel 1938, i cinque «racconti esotici» che riuniremo nel volume La linea del deserto apparvero in fascicoli settimanali nella collana «Police-Roman» tra il 1938 e il 1939, per essere poi raccolti, insieme a tre inchieste di Maigret, nel 1944 in Signé Picpus. Qui ne anticipiamo due: Un delitto in Gabon e La linea del deserto.

e anche:

G. Simenon “Le persiane verdi”

 

Giorgio Ghiotti “Gli occhi vuoti dei santi” recensione di Maria Anna Patti CasaLettori da Robinson La Repubblica

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e su Il Libraio  il racconto “Erbacce” dalla raccolta “Gli occhi vuoti dei santi”

“I racconti delle donne” a cura di Annalena Benini, da CasaLettori di Maria Anna Patti

“I racconti delle donne”, pubblicato da Einaudi. Mancava una antologia letteraria capace di raccogliere il meglio della narrativa mondiale.

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“I racconti delle tenebre” a cura di F. Genovesi recensione da Casalettori di Maria Anna Patti

“Nebbiose paludi britanniche, magioni abbandonate nello smisurato orizzonte americano, stradine buie dell’Oriente, scure foreste slave e castelli diroccati che dominano cimiteri celtici.
Ma anche un treno che sferraglia tra i monti dell’Appennino.
Perché l’orrore non ha nazionalità e non ha confini”.

 

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