Virginia Woolf e Vita Sackville West

Dalla corrispondenza riunita in queste pagine, dove attimi di riflessione profonda si alternano a prese in giro, slanci sensuali e racconti di vicende ordinarie, emerge la voce più vitale e arguta di Virginia Woolf. Nelle lettere, selezionate fra le oltre cinquecento scambiate dal primo incontro alla morte di Virginia, è davvero possibile cogliere, citando il saggio introduttivo di Nadia Fusini, “come l’amore tra queste due donne non finisca mai. Si incontrano, si separano, si scrivono, smettono di scriversi, riprendono a scriversi, e sempre la tenerezza, l’amicizia, la nostalgia riemergono, e tornano la luce e l’incanto.”(da Feltrinelli Editore)

Sara De Simone e Nadia Fusini traduttrici, con un saggio introduttivo di Nadia Fusini

a cura di Elena Munafò

Due riedizioni che hanno per protagonista Virginia Woolf e come autrice di un romanzo e come corrispondente di Vita Sackville West.

Scrivi sempre a mezzanotte edito da Feltrinelli raccoglie un totale di 136 missive, parte inedite, precisamente 78 dalla Woolf a Vita e 58 viceversa. Lo scambio epistolare è introdotto da un interessante saggio della critica letteraria Nadia Fusini appassionata studiosa delle due autrici.

Un amore durato ben quindici anni scaturito per entrambe, così diverse, proprio dalle loro differenze e bisogni affettivi che il saggio della Fusini sa ben mettere in evidenza. Rapporto sicuramente amoroso che determinerà nella Woolf la necessità di trasfonderlo nel romanzo Orlando la cui genesi è possibile rintracciare in una missiva del nove ottobre del 1927 scritta da Virgina a Vita

“«Orlando. Una biografia». «Appena l’ho fatto – confessa ancora a Vita – il mio corpo è stato rapito in estasi e il mio cervello s’è riempito di idee… supponi che Orlando si riveli essere Vita e che sia tutto su di te e la lussuria della tua carne e la seduzione della tua mente… ti secca? Di’ sì o no». Orlando nasce così, come uno zampillo di gioia, come un regalo e insieme un guanto di sfida a un’amata troppo vivace (leggi infedele), che procede a grandi falcate nella selva dell’amore e del sesso. Consapevole di non poter gareggiare sullo stesso terreno, Woolf sposta la contesa sul proprio campo di gioco. Farà quello che nessuno ha fatto o potrà fare per Vita: scriverà un romanzo su di lei.”

così si legge nel commento di Sara De Simone, critica letteraria e traduttrice, nonché vicepresidente dell’Italian Virginia Woolf Society (su la Stampa del 5 gennaio 2024) e come la stessa Fusini che traduce Orlando spiega nell’Introduzione all’epistolario e al romanzo.

[…] In quello che potremmo definire il romanzo più gioioso di Woolf, «si celebra senza nessuna reticenza la donna, l’essere umano donna . E semmai, riconoscendone il brio ironico e ludico – questo è un divertissement, insiste Virginia Woolf – si dovrà notare che la mutazione che riguarda il personaggio è in realtà un progresso. Sì che potremmo interpretare così: la donna è la versione piú perfetta dell’essere umano; l’essere umano al suo meglio è donna» come scrive Nadia Fusini, che firma questa nuova traduzione.(da Neri Pozza)

Dovid Bergelson “Alla fine della storia”, presentazione

Traduzione di Alessandra Luise e Daniela Mantovan

Postfazione di Daniela Mantovan e la Nota “La notte dei poeti” di Wlodek Goldkorn

Come scrive Daniela Mantovan nella postfazione, Mirele è una figura in bilico tra un mondo scomparso e uno ancora in divenire. E la sua instabilità, il suo essere fuori da schemi e modelli tradizionali, il suo rifiuto dei compromessi, il suo essere disposta a tutto, fanno di lei una protagonista dei nostri tempi.Erede di una storia al tramonto, Mirele è – al pari di Madame Bovary e Anna Karenina – un’eroina incantevole, spigolosa, affascinante che ha segnato in modo indelebile la letteratura moderna.(da Marsilio Editori)

David Bergelson (1884 – 1952) nasce a Okhrimovo, in Ucraina. Figlio della borghesia ebraico-russa si trasferisce in un primo momento a Berlino per poi stabilirsi, nel 1934, a Mosca in seguito alla salita al potere del nazismo. Nel 1913 pubblica “Alla fine della storia” in lingua yiddish. Protagonista è la bella Mirele donna affascinante che vive storie d’amore senza in effetti amare veramente nessuno, alla continua ricerca di una strada che le venga indicata per uscire dalla monotonia e dalla desolazione del villaggio ebraico in cui vive nell’Europa orientale a inizi Novecento. Insodisfatta della propria vita sente la propria esistenza come un fallimento ed è alla ricerca di una “vita vera”

Brevi note biografiche

Dovid Bergelson Figlio della borghesia ebraico-russa, con Alla fine della storia, pubblicato nel 1913, firma uno dei grandi capolavori della letteratura di lingua yiddish. Arrestato nel 1949, il 12 agosto 1952 – giorno del suo compleanno – viene fucilato dalla polizia stalinista in quella che passa alla storia come “la notte dei poeti assassinati”.

Katherine Mansfield (1888-1923)

Tutti i racconti

Adelphi Editore

Prefazione di Lucia Drudi Demby

Note introduttive di John Middleton Murry

Sceglie di essere solo quello che è. Di dire solo quello che conosce (che vede) e quello che ama. Ama il bello, il gentile, il buono. Ama il semplice, il chiaro, l’arreso, il tenero, lo scherzoso, il minuto. Li ama così convulsamente da sapere che non esistono. Per questo, attraverso una tecnica di spossessamento di tipo in apparenza impressionista e in realtà simbolista, li priva di spazio, li sparecchia di fiato, li recide nel momento stesso in cui, con incantevole grazia, li porta sulla soglia dell’apparire. Onestà-verità diventa scopo, norma, canone. Canone d’essenzialità.(dalla Prefazione di Lucia Drudi Demby)

Adelphi ripropone tutti i racconti della scrittrice neozelandese nel centenario della morte, nella seriazione stabilita da John Middleton Murry, il marito e  critico letterario.

È il racconto, che compare nella penultima sezione, a dare il titolo alla stessa e a tutta la raccolta, Something Childish But Very Natural (Qualcosa di infantile ma di molto naturale).

Katherine Mansfield (1888-1923) aveva studiato tre anni in Inghilterra, dove tornò due anni dopo, tra obiettivi, scelte e amori mutevoli, affermandosi con i suoi racconti, che dal 1906 firma con lo pseudonimo adottato dal nome della nonna materna, le cui protagoniste erano prevalentemente donne ma soprattutto, fossero brevi, breviossimi o lunghi,  trattavano momenti della vita nella quotidianità, la gioia, gli affetti, l’amore, il dolore “non mi vengono in mente racconti che durino più di qualche ora o, al massimo, di una giornata; e neppure racconti che si svolgano in più di tre ambienti; ma in genere è un solo ambiente, una casa, una casa, una casa”.

Katherine Mansfield è lo pseudonimo della scrittrice neozelandese Kathleen Beauchamp (Wellington, Nuova Zelanda, 1888 – Fointainebleau, Francia, 1923). Nel 1903 fu mandata a studiare in Inghilterra, dove rimase tre anni; rientrata in famiglia, ottenne, dopo due anni, di tornare a vivere a Londra. Sposò (1909) G. Bowden da cui si separò poco dopo. Esordì con In a german pension (1911), profili e impressioni che richiamarono l’attenzione del pubblico. Conobbe allora il critico J. M. Murry che sposò nel 1918. Affermata come scrittrice, ma minata da una malattia polmonare inguaribile,  si ritirò nel 1922 nella comunità di Guerdjeff presso Fontainebleau, dove morì. Le raccolte di racconti Bliss (1920) e The garden party (1922) sono le uniche pubblicate durante la sua vita. Seguirono: The dove’s nest (1923); Something childish and other stories (1924); Luck and other stories (1927). Apparvero poi il suo Journal (1927; ed. definitiva, 1954) e le Letters (1928), seguiti da The scrapbook of K. M. (1939) e da Letters to John Middleton Murry (1951).(le note biografiche sono tratte dalla Enciclopedia Treccani)

Omaggio a Katherine Mansfield

Peter Handke “Infelicità senza desideri”, presentazione

Di fronte a questo suicidio, appreso dai giornali, il giovane scrittore austriaco sente la necessità di ricomporre con le parole quell’esistenza mancata, quella vitalità offesa e ridotta a meccanismo biologico e coatto.(da Garzanti Libri)

Garzanti propone per la traduzione di Bruna Bianchi un breve testo scritto nel  1972, dedicato dall’autore alla madre suicida a 51 anni nel novembre del  1971 e nel farlo ne evidenzia l’unicità della storia, non di una donna nata povera con un destino già scritto, e il desiderio di  sottrarla ad un ancestrale anonimato, come sottolinea Trevi nella sua bella presentazione (La Lettura del Corriere 7ottobre 2023) “L’anonimato è un attributo classico della povertà, così come il sentimento di un destino decretato fin dalla nascita e impossibile da modificare. Ma è la condizione femminile quella che più incatena a una vita sottomessa, taciturna, uniforme”

E Handke la racconta come quasi dentro una parabola discendente: i giovani anni in cui va via di casa e lavora come cuoca, ha solo 16 anni. Vive i periodi bui, dall’affermazione nazista alla seconda Guerra mondiale, e le tristi condizioni della guerra, ma per lei è il periodo della crescita: innamorata di un uomo sposato nel 1941 resta incinta del figlio Peter al quale decide di dare comunque un padre; seguirà così  un sottufficiale della Wehrmacht e si trasferirà  con lui a Berlino. A questo periodo caratterizzato dal desiderio di uscire dall’anonimato, da un destino già decretato e similare a quello di molte altre donne, segue, alla fine della guerra, il ritorno in Austria, al paese d’origine dove, nonostante l’accostarsi alla letteratura, non riesce a trovare per se stessa un posto in quel mondo avaro di sogni che l’ha circondata fino a quel momento e decide di abbandonarlo.

“Apparso in lingua tedesca nel 1972, Infelicità senza desideri diviene subito un imprevisto bestseller e resta forse, ancora oggi, il libro più amato di Peter Handke. Un libro che, complice lo straordinario equilibrio tra scrittura e ineffabilità, la critica non ha esitato a elevare al rango immortale di classico”(da Garzanti Libri)

Peter Handke, nato a Griffen (Austria), nel 1942, è romanziere, drammaturgo e poeta. La casa editrice Guanda ha pubblicato Storie del dormiveglia, Falso movimento, Il peso del mondo, La storia della matita, Pomeriggio di uno scrittore, Epopea del baleno, Saggio sul luogo tranquillo, Saggio sul cercatore di funghi, Prima del calcio di rigore, L’ambulante, I giorni e le opere e I calabroni. Nel 2009 gli è stato conferito il premio Franz Kafka e nel 2014 ­l’International Ibsen Award. Ha collaborato in varie occasioni con il regista Wim Wenders, fino a Il cielo sopra Berlino. Nel 2019 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura per “la sua opera influente che ha esplorato con ingegnosità linguistica la periferia e la specificità dell’esperienza umana”.(da Garzanti Autori)

Le novità di Voland, in libreria dal 1 settembre 2023

Durante una premiazione letteraria l’affabile Guy Courtois, venditore di incipit che, a suo dire, ha fatto le fortune di Thomas Mann, Franz Kafka, Albert Camus e molti altri, lascia il biglietto da visita a uno scrittore in crisi. Fra i due s’instaura allora una fitta corrispondenza e prendono il via varie storie che procedono parallele o si intersecano. Bizzarri personaggi, apparentemente scollegati tra loro, si rincorrono in questo romanzo vertiginoso dal singolare fascino.

Matei Vișniec , nato nel 1956 a Rădăuţi, vive a Parigi dal 1987, è il secondo drammaturgo romeno dopo Ionescu a essersi imposto nel panorama europeo. Dopo Sindrome da panico nella città dei lumi (Voland 2021), torna in Italia con Il venditore di incipit per romanzi , vincitore del Premio per la letteratura europea Jean Monnet nel 2016. 

A partire dal 1959 giunsero clandestinamente in Occidente alcuni testi d’impianto fantastico e grottesco firmati da Abram Terc. Quando venne appurato che dietro il misterioso Terc si nascondeva l’intellettuale moscovita Andrej Sinjavskij, le autorità politiche diedero avvio, nel 1956, a un processo che ebbe enorme risonanza dentro e fuori il paese, al termine del quale lo scrittore fu condannato a sette anni di gulag per attività antisovietiche.

Andrej Sinjavskij , nato a Mosca nel 1925, si affermò come uno degli intellettuali più acuti della sua generazione, dedicandosi in segreto anche alla scrittura di testi corrosivi e aspramente critici. Tu ed io e altri racconti raccoglie sei racconti dell’autore russo di cui uno inedito in Italia.

Ricarda Huch “Il caso Deruga. Romanzo di un processo”, presentazione

Modellando un protagonista dal carattere ambiguo, umorale e affascinante, descritto dalle voci di chi lo accusa e di chi lo difende nel corso del dibattimento, Il caso Deruga chiama alla sbarra personaggi spesso mossi da pregiudizi e da segreti interessi, per raccontare con garbo e ironia la tenacia dei vecchi amori e le insidie delle verità troppo semplici, giungendo a sollevare questioni etiche vaste e sorprendentemente attuali. Con questo appassionante romanzo, nel 1917 la grande storica e intellettuale Ricarda Huch si concesse una divertita incursione nel giallo dando alle stampe, anni prima di Perry Mason, uno dei primissimi legal thriller della storia.( da L’Orma Editore)

Scritto nel 1917, e riproposto da L’orma Editore per la traduzione di Eusebio Trabucchi, da una raffinata conoscitrice e saggista della storia e della letteratura dell’Ottocento, nonché poetessa e narratrice, unica donna a essere ammessa all’Accademia prussiana delle Arti: con Il caso Deruga anticipò il genere legal thriller ma soprattutto propose un tema ancora attuale, relativo alla mentalità tedesca del tempo nei confronti degli “stranieri”, soprattutto italiani, dei quali l’autrice aveva avuto per altro diretta conoscenza avendo sposato il dentista Ermanno Ceconi con cui visse per qualche anno a Trieste e che fu ispiratore di alcune pagine del romanzo.

Ambientato in un’aula di tribunale di Monaco di Baviera  vede  sul banco degli imputati un medico, Sigismondo Enea Derugadett o Dodo: l’ex moglie è stata trovata morta in un elegante appartamento di Monaco; se inizialmente si accoglie come causa della morte la malattia di cui soffriva, l’apertura del testamento che vede unico erede dell’ingente patrimonio il marito medico da cui era divorziata con l’esclusione di tutti gli altri parenti, indurrà una cugina a chiedere la riesumazione del corpo: la morte si rivelerà così causata  da un terribile veleno. Il cammino verso la verità si farà strada tra testimonianze contraddittorie, pregiudizi, mentre il rapporto matrimoniale complesso tra i due, verrà sviscerato tra amore, rancore, morte, ma una giacca ritrovata per caso segnerà una svolta nelle indagini. Interessante e attuale, tra i vari temi quello dell’eutanasia

Ricarda Huch (1864-1947) è stata una poetessa, narratrice, storica e critica letteraria tedesca. Tra le prime donne a ottenere un dottorato di ricerca, abbandonò l’Accademia delle arti prussiana all’avvento del nazismo. Dedicò importanti saggi al Romanticismo, al Risorgimento italiano e alla Guerra dei trent’anni, e compose una monumentale storia della Germania. Tradotti in molte lingue, i suoi romanzi hanno resistito all’usura del tempo e intrattengono ancora oggi i lettori di tutta Europa. Il tormentato matrimonio con il medico italiano Ermanno Ceconi ispirò diverse pagine de Il caso Deruga.(da L’Orma Editore)

Julien Green “Parigi”, presentazione

Traduzione di Marina Karam

Nato nel XVII arrondissement da genitori originari del Sud degli Stati Uniti, in bilico fra due lingue e due culture, Julien Green ha fatto di Parigi la sola vera patria, oggetto di una amorosa contemplazione e di una stupefatta tenerezza. Nessuno meglio di lui poteva dunque non già raccontarci le eclatanti( (da libro Adelphi)

Julien Green (1900 – 1998)  dedicò a Parigi questo suo scritto quando fuggito all’occupazione nazista fece ritorno nella città dove era nato da genitori americani. Fu al termine della guerra che decise di dedicare il suo scritto alla città che aveva scoperto di amare e di prediligere proprio durante il forzato abbandono.

“Ho sognato tante volte di scrivere un libro su Parigi che fosse come una lunga passeggiata senza meta, nel corso della quale non si trovano le cose che si cercano ma molte altre che non si stavano cercando. Anzi, è solo così che mi sento in grado di affrontare un argomento che mi scoraggia non meno di quanto mi attragga. Innanzitutto credo che non farò parola dei grandi monumenti e di tutti i luoghi per i quali ci si aspetterebbe una descrizione in piena regola.[…] Ai miei occhi Parigi resterà lo scenario di un romanzo che nessuno scriverà mai. Quante volte sono tornato da lunghi vagabondaggi attraverso vecchie strade con il cuore gonfio di tutto ciò che d’inesprimibile avevo visto! Si tratta forse di un’illusione? Non credo. Mi capita spesso di fermarmi all’improvviso davanti a una grande finestra addobbata di finti merletti, in fondo a un vecchio quartiere, e di fantasticare all’infinito sugli ignoti destini che si dipanano al riparo di quei vetri bui.(dal capitolo di apertura Ho sognato tante volte)”

per cui i monumenti famosi vengono tralasciati per fare spazio all’anima della città cercata e trovata magari nelle cassette dei libri malconci dei bouquinistes o sugli ippocastani al Trocadero, nei venditori di bambole al Palais Royal o nelle tante scalinate, immaginando storie, presenze di una città segreta con un fascino tutto da evocare e sentire.

Brevi note biografiche

Julien Green (1900 – 1998) nacque a Parigi da genitori americani. La madre era figlia del senatore democratico della Georgia Julian Hartridge (1829-1879), da cui aveva ereditato il nome ; è stato uno scrittore e drammaturgo e trascorse gran parte della sua vita in Francia.

Italo Calvino “Palomar”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Pubblicato per la prima volta nel 1983, due anni prima della morte del suo autore, raccoglie una serie di racconti che hanno come protagonista il signor Palomar nel quale molti hanno rivisto lo stesso Calvino.

I racconti, sebbene separati, costituiscono un corpus e pertanto sono raccolti come romanzo. In una presentazione scritta dall’autore nello stesso anno, ma pubblicata successivamente, si esplicitano particolari legati alla gestazione e alla realizzazione di questo volume: alcuni dei racconti sono stati pubblicati sulla Terza pagina del Corriere della sera, testata per la quale Calvino al tempo era redattore, e precisamente scritti tra gli anni 1975 e 1977, alcuni soltanto però, proprio perché dovevano costituire un volume unico. Nella medesima presentazione l’autore definisce il protagonista “personaggio in cerca d’una’armonia in mezzo a un mondo tutto dilaniamenti e stridori”

Ma chi è Palomar?

Nella Quarta di copertina della prima edizione nella Collana Super Coralli, si legge “ Potremo mai trovarci in pace con l’universo? E con noi stessi? Il signor Palomar è tutt’altro che sicuro di riuscirci, ma, se non altro, continua a cercare una strada”.

Copertina della prima Edizione Einaudi Super Coralli

E sempre nella presentazione di cui sopra, Calvino scriveva che rileggendo il tutto la storia di Palomar potesse essere riassunta in poche frasi: “Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo passo, la saggezza. Non è ancora arrivato”.

Possono queste poche indicazioni chiarire al lettore il contenuto del testo?

No di certo, sarà quanto raccontato nelle pagine, il procedere dei racconti, articolati per aree tematiche, esperienze visive, elementi antropologici e culturali, speculazioni, l’ironia sottile e un certo pessimismo che accompagna le “osservazioni” del protagonista sulla possibilità di poter rispondere alle proprie domande, che ne delineano di nuove non sempre con risposte esaustive, nell’eterna ricerca di un linguaggio che possa avvicinarsi il più possibile a descrivere il reale, a far sentire il protagonista capace del compito, a non precipitarlo, come spesso gli capita, nell’angoscia di scoprire il contrario, scegliendo il silenzio.

Il titolo e il nome Palomar si ispira all’Osservatorio astronomico del monte omonimo (USA) dove è collocato il telescopio Hale per guardare lontano, scrutare l’universo dalla propria piccolezza…

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Fruttero e Lucentini “Enigma in luogo di mare”

Alberto Riva “Ultima estate a Roccamare”

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Fruttero e Lucentini “Enigma in luogo di mare”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Un giallo del 1991, datato, prezioso perché come tutte le cose preziose è esemplare e unico. Per oggi forse troppo lento, ma con tanti aspetti positivi che controbilanciano: orchestrato e studiato  anche nei particolari, impeccabile e creativo nell’uso della lingua.

Una carrellata, spesso ironica e sferzante, di tipi umani, tutti protagonisti, raffigurati all’ “interno” di un luogo particolare, quella pineta nel testo denominata della Gualdana, nei pressi di Castiglione della Pescaia, con i suoi 18300 pini piantati nel lontano Settecento per volontà delle studioso Ximenes a protezione del litorale dal vento e dalla salsedine: a Roccamare , alla vigilia di Natale.

Pennellati nella loro quotidianità di vizi e di virtù. Si apre con una situazione che potrebbe diventare essa stessa “gialla” ma che al contrario si risolve per dilatarsi nel tempo e nei luoghi all’interno e nei dintorni, lentamente, ma in modo gustoso, dove il periodare e la lingua, precisa, di piacevole scorrevolezza, immaginifica ed evocativa sa catturare l’attenzione del lettore che ad un certo punto si muove come uno di loro, tra amici e conoscenti, simpatici e antipatici.

Una riscoperta, grazie al volume di Alberto Riva “Ultima estate a Roccamare” un saggio che mi ha trasportato nel tempo alla ricerca di quelle lontane letture e convinto a ripresentarle e tra queste anche Palomar di Calvino di prossima pubblicazione

La copertina della prima edizione

Yann Andréa “Questo amore”, presentazione

Nel memoir che tenete fra le mani, Yann Andréa tenta di riallacciare il silenzio che precede l’incontro con Duras all’abisso sordo in cui è precipitato dopo la sua scomparsa e, con grande malinconia, sopravvivere così al vuoto che lo attanaglia. È una danza sentimentale nell’immaginario e nella scrittura dell’autrice, nonché l’omaggio più onesto e commovente alla persona e all’opera di Marguerite Duras.(da Fve Editori)

Viene rieditato per Fve Edizioni il memoir scritto nel  1999, tre anni dopo la morte di Marguerite Durat, dal compagno degli ultimi sedici anni di vita della scrittrice, Yann Andrèa, per la traduzione di Lamberto Santuccio e la prefazione di Sandra Petrignani. Sedici anni di un amore fuori dalla norma, lui trentenne, lei sessantaseienne: ma non solo l’età lo rende tale.

Lui è stato di tutto per lei, il segretario, l’autista, l’amante, lui studente di Filosofia e omosessuale che le darà sempre del voi, lei affermata scrittrice e donna fatale; diversi. Un amore che lei indagherà e rivelerà in due scritti uno della maturità e nell’ultimo.

Un legame lungo e travagliato ma imprescidibile per lui come per lei, che ha inizio nel 1975 quando alla presentazione di India Song , pellicola diretta dalla Durat, lui le chiede l’indirizzo per poterle inviare delle lettere. E da quel giorno le scriverà tutti i giorni per cinque lunghi anni senza avere da lei alcuna risposta. È al suo silenzio e solo allora che lei lo inviterà a Deauville. Era il 1980. Le sarà vicino fino alla morte di lei.

“Per sedici anni si insultano, provano a separarsi, incassano sfuriate e incomprensioni, diventano i preferiti l’uno dell’altra, lei gli detta le pagine de L’Amant e lui cerca di annegare le sue ossessioni nei bar delle stazioni. Fino alla morte di Duras, una domenica di marzo del ’96”.(da Fve Editori)

Yann Andréa (il cui vero nome è Yann Lemée; Guingamp, 1952 – Parigi, 2014) è stato attore e scrittore. Nel 1983 esordì con M.D., racconto su un ricovero ospedaliero di Marguerite Duras, della quale fu esecutore testamentario, erede letterario e ultimo adorato, conflittuale compagno di vita. Questo amore, uscito in Francia nel 1999, è il ricordo dei sedici anni passati insieme alla grande autrice di capolavori quali Moderato Cantabile, L’Amante, Il dolore.(da Fve Editori)