André Aciman “Chiamami col tuo nome” e “Cercami” recensioni su mangialibri

 

 

La vede salire alla stazione di Firenze. Apre la porta scorrevole di vetro, entra nella carrozza e dopo essersi guardata intorno scaraventa lo zaino sul sedile vuoto accanto a quello di lui. Si leva il giubbotto di pelle, posa il libro che sta leggendo (un tascabile in inglese), mette una scatola bianca quadrata nella cappelliera e si accascia sulla poltrona di traverso rispetto a lui, che non può fare a meno di chiedersi come mai quella ragazza così bella abbia quell’aria così cupa.

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Metà degli anni ‘80, B. in Riviera. “L’ospite dell’estate. L’ennesima scocciatura”. Questo sta pensando Elio, diciassette anni, quando lo vede scendere dal taxi, “camicia svolazzante aperta sul davanti, occhiali da sole, cappello di paglia, pelle ovunque”. Lui è Oliver, ventiquattro anni, ebreo di New York arrivato in Italia per lavorare alla tesi del post dottorato, ospite del padre di Elio, un professore universitario che ogni anno nei mesi estivi offre alloggio nella sua bella villa sul mare a studenti stranieri, in cambio di un po’ di aiuto col suo lavoro e con la corrispondenza.

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L’ultima estate

Elena Ferrante “La vita bugiarda degli adulti” da domani nelle librerie. Recensione da Il Tirreno Culture

Giovedì arriva nelle librerie il nuovo romanzo della scrittrice misteriosa
L’incipit sembra confermare i sospetti sulla vera identità degli autori
Con “La vita bugiarda degli adulti”
Elena Ferrante riparte da Napoli
di Michela  Tamburrino
IL LIBRO
Dietro un nome misterioso e famosissimo c’è la penna da bestseller che infiamma il mondo. I libri di Elena Ferrante, che nonostante lo pseudonimo è stata giudicata dal settimanale Time tra le 100 donne più influenti del mondo, si aspettano come un dono raro. Grazie ai precedenti, al travolgente libro d’esordio, “L’amore molesto”, con cui s’impose all’interesse del pubblico anche cinematografico, e poi “L’amica geniale”, saga passata dai successi letterari a quelli televisivi. Oggi scatena di nuovo la curiosità col nuovo romanzo, “La vita bugiarda degli adulti” in libreria giovedì prossimo per E/O. Ed è proprio la casa editrice a darne l’annuncio con la simultanea diffusione della copertina del libro che ha già scatenato mille interpretazioni, con quelle le due mani femminili che si protendono come per prendere qualcosa. Sono passati cinque anni dall’ultimo atto della tetralogia che ha visto al centro le vicende di Lila e Lenù, colte bambine in una amicizia che attraverserà a fasi alterne la loro intera esistenza. La trasposizione televisiva firmata da Saverio Costanzo ha raccolto una media di 7 milioni di telespettatori e ora si sta girando “L’amica geniale 2”. Intanto E/O il mese scorso aveva già anticipato il primo brano dal quale si evince che la nuova storia è ambientata ancora una volta a Napoli e in un quartiere preciso. Si cita persino una strada, luogo frequentato, conosciuto e abitato da Domenico Starnone e dalla moglie Anita Raja, la coppia di scrittori che vengono indicati come coloro che si nascondono dietro il nom de plume di Elena Ferrante.
Così l’incipit: «Due anni prima di andarsene da casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto – gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole – è rimasto fermo. Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione».
Un inizio fulminante che accende l’immaginazione, come è una costante nei libri della Ferrante. –
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Paolo Di Paolo “Lontano dagli occhi” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno Culture

Porzioni segrete di vite con Paolo Di Paolo
di Flavia Piccinni
«Un uomo che sta per diventare padre non lo riconosci da niente. Nessuno gli cede il posto, nessuno gli fa largo, nessuno suppone di doverlo proteggere o compatire». E invece, forse, un uomo che aspetta un figlio – e che spesso è più immaturo, impreparato, insensibile – andrebbe molto compatito. Almeno leggendo l’intenso “Lontano dagli occhi” (Feltrinelli, pp. 190) di Paolo Di Paolo, già fortunato autore di “Mandami tanta vita”. Con una scrittura attenta e senza sbavature, Di Paolo si inerpica nelle vite di tre coppie quando «il secolo sta consumando il suo ultimo quarto. Resta misterioso essere vivi proprio adesso, caduti nel tempo in modo da trovarsi ad avere chi ventinove, chi dicotto, chi ventisei anni nel 1983» (anno di nascita dell’autore). E sono queste le età dei protagonisti, che si muovono in una Roma di primavera e d’estate nella quale il narratore si fa segugio e drone: «Se ti sollevi da terra, se cerchi di stare dietro alle loro traiettore osservandoli dall’alto, come da un terrazzo che domina un quartiere, a un certo punto, comunque li perdi». Li perdi perché «c’è, per ogni giornata, una porzione ampia di minuti preclusa a chiunque e nota solo a noi, spesso del tutto irrilevante, in ogni caso segreta». E in quella porzione segreta viene in fondo custodita la realtà di chi siamo che nel caso di Di Paolo e dei suoi sei protagonisti coincide con l’attimo prima della maternità e della paternità, l’attimo in cui una «semplice firma su un foglio di carta può permettere di rilanciare i dadi, e rimettere in moto la fantasia del destino». —
e anche:
Paolo Di Paolo “Lontano dagli occhi” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

Paolo Di Paolo “Lontano dagli occhi” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

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Veronica Raimo e Marco Rossari “Le bambinacce” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

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Valentina Farinaccio “Quel giorno. Racconti dell’attimo che ha cambiato tutto” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno 14 ottobre

I giorni che cambiarono i destini delle star
di Flavia Piccinni
«Si nasce per stare al mondo, dice la poesia, ci si incontra per fare miracoli». Scrive a un certo punto così Valentina Farinaccio – scrittrice di Campobasso, esordiente con “La strada del ritorno è sempre più corta” (Mondadori, 2016) già vincitore del Premio Rapallo Opera Prima e Premio Kihlgren. Scrive così raccontando dell’incontro storico fra John Lennon e Paul McCartney il 6 luglio 1957: l’inizio dei The Beatles. E forse sta proprio tutta qui la storia dell’ultimo libro dell’autrice, “Quel giorno – racconti dell’attimo che ha cambiato tutto”, pubblicato qualche settimana fa da Utet (pp. 147, EUR 12). Un libro agevole e scritto con cura. Racconta di incontri incredibili che hanno scombinato le esistenze dei loro protagonisti – come l’appuntamento con il destino fra Massimo Troisi e Anna Pavignano, o quello fra Steve Jobs e i suoi genitori adottivi -, ma soprattutto indaga le mancanze che sono nel cuore di uomini e di donne che hanno inciso la storia. Esattamente come Marilyn Monroe che un giorno del 1955 chiama il proprietario del Mocambo, ad Hollywood, per parlargli di una donna dalla voce incredibile: Ella Fitzgerald. Se l’avesse invitata, «sublime ricatto da star, lei avrebbe prenotato un tavolo, quello che stava proprio davanti al palco: ogni sera. (…) E così Marylin restò seduta ai suoi piedi… per un mese, assorta nella meraviglia della musica, e di quella voce che andava offerta al mondo, come fosse cibo». Le istantanee sono quasi tutte riuscite e il libro ha il grande pregio di diventare un gioco per scoprire le vite altrui, e illudersi che forse basterebbe poco per cambiare anche la propria. —

Mattia Signorini “Stelle minori”recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

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Chiara Valerio “Il cuore non si vede” recensione di Susanna Nirenstein da La Repubblica cultura 22 settembre

Il nuovo romanzo di Chiara Valerio

Le metamorfosi di Andrea uomo senza cuore

da Susanna Nirenstein

«Una mattina, dopo sogni inquieti, Andrea Dileva si era svegliato nel suo letto, senza il cuore». Non vi sbagliate, l’incipit è identico a quello de La metamorfosi di Kafka: per chi avesse dei dubbi, eccolo qui: «Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati (ma alcuni traduttori li definiscono inquieti), si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo». In una letterata come Chiara Valerio, la citazione non può essere casuale, è la descrizione realistica di una realtà assurda, di un uomo che si trova a dover affrontare, trasformato, menomato, un nuovo capitolo della vita, breve o lungo che sia. E d’altra parte la fascinazione per Kafka per una quarantenne che dei libri ha fatto la sua passione primaria, è cosa certa: non può essere altrimenti in un’autrice di numerosi romanzi, saggi, soggetti cinematografici, testi teatrali, responsabile della narrativa italiana della casa editrice Marsilio, editor per anni a Nottetempo, direttrice culturale della prima edizione di “Tempo di libri”, la nuova fiera di Milano, e chissà quali altre miriadi di attività di Chiara Valerio ci scordiamo.  Dunque Kafka. Ma le somiglianze tra il capolavoro del maestro boemo e Il cuore non si vede, appena uscito per i tipi di Einaudi, della nostra Valerio, si fermano qui? A prima vista sì. […]

 

Francesco Savio “La sottovita” ovvero la “traduzione” dei risvolti di copertina da Robinson La Repubblica

Non credete all’editore questo non è un romanzo ma un diario

I risvolti di copertina come sono e come dovrebbero essere per sapere cosa c’è davvero in un libro

di Piergiorgio Paterlini 

Originale

In una domenica piovosa di agosto tra le montagne dell’Alto Adige, un uomo viene travolto da una vacca delle Highlands. Disteso a terra in attesa di soccorsi, ricorda un giorno di ottobre di qualche anno prima, trascorso tra il desiderio di iniziare a scrivere un saggio sull’opera di uno scrittore norvegese e la ricerca di un equilibrio necessario a sopravvivere fra i ritmi del lavoro quotidiano e il mestiere di padre. Cosa l’aveva spinto a trasferirsi dalla provincia a Milano, quindici anni prima, come un Luciano Bianciardi fuori tempo massimo? Dove lo porterà questa specie di luminosa sottovita? Venditore di elettrodomestici, libraio, incerto ma assiduo lavoratore, il protagonista di questa storia si muove fra occupazioni quotidiane (la piccola e smagliante vita da padre), immaginazioni letterarie, concretezze incuneate fra la morbidezza della provincia e lo scatto nevrotico della città. La sottovita è un romanzo dei giorni nostri, una registrazione di eventi “letterale” che accende ironia e grovigli filosofici. Dove bisogna “stare” per “essere”, o per essere un po’ di meno e non farsi male?

Traduzione

Un diario in cui lo scrittore — che si sente un po’ Bianciardi, un po’ Martin Eden, un po’ Walser — si mostra quale è, senza autocensure. Ed è uno che ce l’ha con un bel po’ di mondo. Con gli (altri) scrittori, «straripanti immodestia, talvolta impegnati nel sociale, ma sempre impegnati a sgomitare per ottenere il miglior posto al sole per la loro grande opera» ma che sederini di figli non ne hanno mai puliti, come invece tocca fare a lui, «meglio la merda allora». Con le scrittrici femministe, «tornate con prepotenza alla moda» tutte concentrate sulle battaglie per i diritti delle donne anziché sporcarsi le mani (letteralmente), anche loro, a pulire culetti. Savio ce l’ha con i tour promozionali («assurdi»). Con i festival letterari («noiosi»). Con «gli editori più grandi che non sono quasi mai grandi editori» perché rubano gli autori alle piccole case editrici (e se non lo sa lui, che ha pubblicato quattro libri con piccoli editori e quello che avete in mano con Mondadori). Ma la metafora per eccellenza sono i centri commerciali. E allora, contro Prodi e Berlusconi, indistinguibili perché d’accordo nel «non spendere una parola in merito alla disgrazia culturale e sociale delle aperture degli esercizi commerciali nel giorno che aveva sempre rappresentato il riposo, fisico e spirituale». Contro gli intellettuali, tutti uguali e servi. Contro Corriere e Repubblica, che sono «tutto sommato la stessa cosa». E così via. Verso la fine del libro, ricordando una scena cruciale dei suoi 9 anni, l’Autore scrive: «Un bravo romanziere avrebbe creato il personaggio di quell’attesa, ma questo non è un romanzo e io non sono un romanziere». Il lettore creda a questa affermazione. Sulla fiducia. O, alla peggio, per non farlo arrabbiare.

Mariana Leky “Quel che si vede da qui” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

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e anche su:

Il mestiere di leggere, blog di Pina Bertoli