
Come molti prodotti, alimentari e non, hanno conosciuto alterne vicende di gradevolezza o di rifiuto, così è accaduto anche per la frutta.
Non ci stupisce. Ancora oggi non occupa un posto preminente sulle nostre tavole, c’è chi la ama, chi la rifiuta, chi sceglie solo alcuni frutti, chi nessuno.
Anticamente è stato alterno il percorso di questo alimento che oggi subisce decisamente influenze e scelte legate ad un mercato molto allargato e generalizzato che vede molta frutta esotica diventare regina di molte tavole.
Giusta quindi l’idea di Bolognesi di dedicare pagine a questo alimento e alla sua storia.
Nel Rinascimento ad esempio “Mangiare frutta in quantità era pericolosissimo per la salute. Le mele potevano causare «ventosità» e cattiva digestione; i fichi portare sangue cattivo e pidocchi; l’uva, dolori a tutto il corpo; le pere, vermi e coliche gravissi-me; le ciliegie, danni allo stomaco; i melograni, forti emicranie; i datteri, problemi a fegato e reni; per non parlare dei mefitici meloni e delle more, adatte solo ai vermi. L’elenco di papi e imperatori deceduti proprio per tali consumi (soprattutto di meloni) ne era una conferma”.
Così Emanuela Scarpellini scrive nella sua presentazione al libro (La lettura 9 agosto 2026). Ma aggiunge più avanti che dimentichi dei consigli medici gli aristocratici la consumavano ugualmente e, tra alterne vicende, tra Cinque e Seicento ha inizio la ‘rivincita’ della frutta: il gusto prende il sopravvento sulle prescrizioni mediche e le scoperte scientifiche sulla nutrizione smantellano antiche paure.
Fino ad arrivare a coniare l’antico adagio che recita ‘una mela al giorno leva il medico di torno’.
Brevi note biografiche
Dante Bolognesi è autore di studi di storia economica e sociale, con particolare attenzione alla Romagna in età moderna, e ha coordinato opere collettanee di storia romagnola e del pensiero politico. Tra i suoi testi:
1512. La battaglia di Ravenna, l’Italia, l’Europa (a cura di, Longo Editore, 2014)