Hans Tuzzi “Nessuno rivede Itaca” recensione di Salvina Pizzuoli

‘E ora mi dedico alla lettura dell’ultimo Tuzzi’, dico a me stessa, come anni fa dicevo ‘ora mi fumo una sigaretta’, quasi un premio a fine fatica, prima di affrontarne un’altra; una pausa, piacevole e ritemprante.

Sì, leggere Tuzzi è entrare in una pausa ritemprante perché la mente gioisce e si aprono tante nuove “finestre”. E se il Tuzzi giallista mi stuzzica molto, beh, non so proprio cosa dire di quest’ultimo lavoro che un giallo non è: rubo l’immagine a Flaminio Gualdoni, la trovo felice e molto vicina alla mia. La leggo nella striscia che cinge la copertina, una striscia gialla che non copre quanto si legge a sinistra del volto di ragazza dalla pettinatura cornuta: la sola vita che merita d’essere vissuta o è eretica o non è, chiarita poi nelle pagine finali del testo: la deviazione, lo scarto curioso, ozioso, inutile apparentemente gratuito […] Sì, il détour. La diversione. In greco, l’eresia.

Anche questa dicitura colpisce come la sua interpretazione; ma tornando all’espressione di Gualdoni: un ottovolante linguistico strepitoso, cui aggiungerei ‘e letterario’.

Sì, scritto con estrema maestria, così audace nelle descrizioni e così lirico, così profondo e così dissacrante, un testo da cui non si esce indenni, ha scritto Genovese, vero, ma impossessandosi di tante proposte di riflessione.

Una sciarada tra un giovane e il suo mentore, una confessione, un lascito, una lezione di vita, una lettura critica del passato e del presente. Un’idea narrativa che coniuga un bisogno di memoria, che si sente imperioso oggi, con la ricerca della memoria per leggere non solo il presente, ma il motivo del vivere, da rintracciare nella breve storia che è la vita di ciascuno di noi.

Bello il titolo, evocativo, che come il testo racconta un viaggio anzi, il viaggio, metafora del cammino dell’uomo, ricerca scandita da tappe di cui Itaca è la prima, seducente, sfolgorante e immemore: la giovinezza.

E chi sono i due protagonisti che si alternano in uno scambio tra ricordo e meditazione?

Massimo, lo scrittore, e Tommaso, il musicista: poco dopo il suo cinquantesimo compleanno quest’ultimo riceve una chiavetta e una scatola con foto e cartoline. Nella chiavetta lo scritto di Massimo, deceduto recentemente, che si muove tra le più varie argomentazioni, ricordi, riflessioni, viaggi, esperienze, diversità, domande e rammarichi, come quello di non aver scritto il libro che gli sarebbe piaciuto leggere e che di fatto costruisce attraverso la propria autobiografia, anche se nelle prime pagine egli stesso invita Tommaso a tenere presente l’osservazione di Todorov: per uno scrittore, parlare di sé stesso significa non essere più quel sé stesso perché io non riduce due a uno, ma di due fa tre. E si fa personaggio, come avviene a Massimo.

Una lettura interessante, impegnativa, che scombussola, come quando si sfreccia su un ottovolante.

Da domani 14 maggio in libreria

Dello stesso autore:

Hans Tuzzi, Il sesto Faraone

Hans Tuzzi “Il Trio dell’Arciduca”

Hans Tuzzi, “Al vento dell’Oceano”

Hans Tuzzi “La belva nel Labirinto”

Hans Tuzzi “La morte segue i magi”

Hans Tuzzi “La vita uccide in prosa”

Hans Tuzzi “Polvere d’agosto”

Hans Tuzzi “La notte di là dai vetri”

Hans Tuzzi, “zaff&rano e altre spezie”

Hans Tuzzi “Morte di un magnate americano”

Hans Tuzzi “Il mondo visto dai libri”

Hans Tuzzi “Trittico”

Hans Tuzzi “Vanagloria”

 

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