Daniela Tagliafico ” Chi resta mentre il mondo scappa. Storie di confini e sopravvivenza” Vallecchi

Un romanzo tratto da storie realmente accadute. 

Copertina del romanzo di Daniela Tagliafico " Chi resta mentre il mondo scappa. Storie di confini e sopravvivenza" Vallecchi

 

Vallecchi

dal 29 maggio

Il nuovo romanzo di Daniela Tagliafico è ispirato a due storie realmente accadute ad una barista di Lampedusa e a un poliziotto romano. Entrambi, da prospettive diverse, affrontano il tema dell’immigrazione in cui si intrecciano solidarietà e paure, accoglienza e rifiuto.

Mara, la ragazza di Lampedusa, da anni vede consumarsi la tragedia degli sbarchi, col loro carico di morte e dolore. Vuole scappare da quel meraviglioso scoglio gettato nel Mediterraneo e diventare un vigile del fuoco. Ma la trattengono sull’isola radici e sicurezze. La vita di Sandro, il poliziotto romano abituato ad affrontare gli ultras del calcio, cambia quando conosce un vu cumprà senegalese. Nasce un’amicizia, un rapporto fatto di aiuti, fiducia e momenti di dubbio. 
Nel romanzo di Daniela Tagliafico corre sottotraccia il tema dell’accoglienza, accompagnato dalle diffidenze e dalle paure di chi si rapporta col “diverso”.

L’autrice ha scelto di puntare l’attenzione su storie di italiani: i poliziotti della scientifica che lavorano all’hotspot di Lampedusa, la proprietaria dell’agenzia di pompe funebri che deve preparare una bara bianca per un neonato morto in mare, nudo, e corre a casa a prendere la tutina di sua figlia per poterlo rivestire, il parroco di Ventimiglia che soccorre i clandestini che cercano di attraversare il Passo della Morte che porta in Francia.

Daniela Tagliafico ha trascorso un periodo in due luoghi simbolo dove il fenomeno immigrazione è drammatico: Ventimiglia col suo Passo della Morte dove si sfracellano molte vite di disperati e Lampedusa. L’autrice, a proposito della scelta di ambientare il romanzo nell’isola siciliana dichiara: “Lampedusa è il simbolo assoluto. Sul molo Favarolo, che ormai vediamo in tutte le immagini, si sono consumate polemiche politiche, retorica della solidarietà, speculazioni, ma anche tanta umanità. Purtroppo, però, come diceva Papa Francesco e come ripete Papa Leone che a luglio andrà a Lampedusa, siamo di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza. Sandro, il poliziotto romano del mio romanzo, cita sempre le parole del grande poeta senegalese Senghor: ‘La vera cultura è mettere radici e sradicarsi’ Vale per chi scappa, ma anche per chi resta.” Non è una storia sull’immigrazione. È una storia sull’attraversare i confini e le coscienze.

Daniela Tagliafico evita ogni retorica e racconta ciò che resta: i gesti minimi, le scelte che pesano, le vite che si sfiorano senza salvarsi davvero. Perché ci sono luoghi dove tutto arriva e niente se ne va intatto.

Il romanzo sarà presentato lunedì 15 giugno alle ore 18.00 presso il MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo (Sala Carlo Scarpa) con la partecipazione di: Card. Baldassare Reina, Vicario del Papa per la Diocesi di Roma, Roberto Massucci, Questore di Roma e Roberto Zaccaria, Costituzionalista e Presidente del Consiglio Italiano per i Rifugiati, intervistati dal Vaticanista Fabio Zavattaro.

Daniela Tagliafico laureata a Torino in Scienze Politiche, allieva di Norberto Bobbio e Luigi Firpo, è giornalista dal 1982. Ha lavorato molti anni con Enzo Biagi, collaborando con lui alle trasmissioni su Raiuno dove si è occupata di politica estera e interna. Del Tg1 è stata per molti anni vicedirettrice. Nel maggio 2006 ha assunto l’incarico di Direttrice di Rai Quirinale. Il presidente della Repubblica le ha conferito l’onorificenza prima di “Cavaliere” poi di “Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana”. Ha pubblicato il romanzo Le coniugazioni del Potere (Mazzanti Libri, 2020) e il saggio Re Giorgio. Dietro le quinte di una presidenza (Rai Libri, 2023). Partecipa come opinionista a trasmissioni televisive.

Valeria Ancione “L’amore brucia”, Vallecchi

Valeria Ancione racconta l’eterno equilibrismo tra caduta e salvezza. Un romanzo feroce sull’illusione del “per sempre” e sul coraggio di scegliere

Copertina del romanzo di Valeria Ancione "L'amore brucia", Vallecchi

Vallecchi

In libreria dal 29 maggio 2026

Non è una storia d’amore: è un incendio che non riesce a spegnersi.
Milo ha due vite, una che resta e una che brucia.
Flora è il suo eccesso, la crepa da cui entra luce e da cui esce tutto.
Dieci anni a sfidare il vuoto senza cadere, a rimandare la scelta che chiede un nome, una forma, un futuro. Ma il tempo non è neutrale: prende posizione, pretende. E quando l’amore diventa domanda “dove stiamo andando?” ogni risposta è una ferita.
Tra corpi che si cercano e promesse che si sottraggono, tra la sicurezza che consola e il desiderio che divora, Milo e Flora camminano sul bordo di un addio lungo una vita. Il loro è un amore fondato sull’addio 
Un romanzo feroce, carnale e intimo sull’illusione del “per sempre” e sul coraggio o la paura di scegliere. Perché certi amori bruciano ma non si consumano. Resta solo da capire se fa più male lasciarsi bruciare o allontanarsi da quel fuoco.

L’Autrice sceglie di far parlare Milo direttamente, permettendo al lettore di entrare nei suoi pensieri più intimi, nelle sue paure e nelle sue contraddizioni. È un uomo che si mette a nudo, mostrando non solo la sua forza (o il suo egoismo) nello sdoppiamento della sua esistenza, ma soprattutto estreme vulnerabilità e fragilità emotive. 
La Ancione riesce a creare un protagonista maschile credibile proprio perché gli attribuisce una complessità emotiva che spesso viene negata agli uomini nella narrativa tradizionale. 

Dichiara Valeria Ancione: “Dopo quattro romanzi al femminile ho scelto una voce maschile, e volutamente in prima persona, per esaltare forse il lato femminile che spesso si trova in un uomo. Il romanzo è una storia d’amore, ma anche di tradimenti, di vita doppia. Milo ha una moglie, due figli e una fidanzata. Questa è la sua non convenzionale decisione, che a Flora non sta bene perché vuole la propria famiglia tradizionale. Se avessi messo una donna che sceglie i figli, sceglie di non andarsene per loro sarebbe stato tutto regolare, corretto, mentre un uomo è uno stronzo egoista. Volevo ribaltare questo luogo comune, questo pregiudizio. E forse sperimentare emozioni diverse nei panni di un uomo”

Incipit: 

Scendo dallo sgabello, calpesto il parquet, cerco un rumore che rompa questo silenzio opaco. Faccio un giro su me stesso e sposto l’aria. Fuori piove, dentro pure. C’è la musica ma non la sento. Siamo scacchi fermi che aspettano la mossa: mia, sua, non importa di chi purché arrivi e sblocchi questo gioco infernale e liberi l’amore, incagliato com’è nell’amore stesso. Mi allontano dalla tavola scompigliata, dal suo naso che tira muco di lacrime, dai suoi occhi che sbirciano e si nascondono. Vorrei che la smettesse di piangere, provo una tenerezza dimenticata, quella che da dieci anni mi inchioda a lei, alla bambina di cui mi sono innamorato. «Se piangi ancora annega tutto in questo torrente di lacrime», le direi. «Mi abbracci», mi direbbe. E ricominceremmo. Dopo l’ennesimo equilibrismo sul vuoto che da sempre ci fa tentennare e tremare tra caduta e salvezza. Ci siamo creduti salvezza; e, potenti, quel vuoto abbiamo sfidato senza caderci dentro.

 Valeria Ancione (Palermo, 1966) cresciuta a Messina, con radici anche a Ragusa, si sente visceralmente e irrimediabilmente siciliana, nonostante viva a Roma dal 1989, dove è arrivata per completare gli studi di giornalismo e dove è rimasta per lavoro e poi per famiglia. Giornalista del Corriere dello Sport dal 1991, ha operato in tutti i settori del giornale, ma ha scritto prevalentemente di donne. Il calcio femminile è diventato dal 2013 la sua battaglia contro la discriminazione di genere. I ritratti di donne del calcio sono un appuntamento fisso sul mensile Il Guerin Sportivo. Parla di libri, soprattutto sportivi, sul sito del suo giornale. Ha esordito nella narrativa nel 2015 con La dittatura dell’inverno (Mondadori, 2015; ripubblicato dal Narratore 2024). Tra gli altri libri si ricordano Volevo essere Maradona (Mondadori, 2019), Il resto di Sara (Arkadia, 2022), E adesso dormi (Arkadia, 2023). Tutti i suoi titoli si possono ascoltare in audiolibro (Il Narratore e Piemme). In concomitanza con Vallecchi, il Narratore pubblica l’audiolibro de L’amore brucia. Ha curato un’antologia di racconti Effetti collaterali di bellezza (Il Narratore, 2025) il cui ricavato è per parte sua e degli autori devoluto all’Associazione Arcobaleno della Speranza ODV.

Marta Palazzesi “L’occhio di Gaudí”, Vallecchi

Una densa storia familiare sullo sfondo della Barcellona degli ultimi mesi di vita del suo architetto più famoso e sotto l’ombra della dittatura di Primo de Rivera.

Nel centenario della morte di Antoni Gaudí, un romanzo che svela il lato oscuro della Barcellona anni Venti.

Copertina del romanzo di Marta Palazzesi "L'occhio di Gaudì", Vallecchi

Vallecchi

Dall’8 maggio

Barcellona, 12 giugno 1926. Mentre la città è ferma per l’ultimo saluto ad Antoni Gaudí, tra la folla in lutto una giovane donna osserva il feretro con uno sguardo intriso di odio.
Cosa lega il genio dell’architettura a quel rancore silenzioso?  
Per rispondere, bisogna tornare indietro di sei mesi. Nel novembre del 1925, il ventiduenne Gabriel Fàbregas arriva a Barcellona da Valencia con una sacca in spalla e un segreto nel cuore. Figlio di un uomo morto tragicamente durante la Semana Trágica del 1909, Gabriel ha sfidato il volere materno per inseguire l’ossessione che aveva consumato suo padre: la bellezza ribelle dell’architettura modernista. In una città vibrante ma oppressa dalla dittatura di Primo de Rivera, Gabriel trova lavoro nel cantiere della Sagrada Familia. Qui, tra la polvere e la maestosità del trencadís, il ragazzo entra in contatto con l’universo di Gaudí, ma la sua ricerca della verità lo trascina presto in un labirinto di sparizioni e passioni proibite.
L’incontro con la misteriosa Irene e il legame con l’eccentrico professor Eusebio Camps y López lo porteranno a scoprire che dietro le facciate impeccabili del Paseo de Gracia si celano ombre inquietanti e segreti inconfessabili. 

Marta Palazzesi ricostruisce  l’atmosfera di un’epoca sospesa tra sfarzo e rivolta, dalle taverne di calle Sardenya ai salotti dell’alta borghesia. “L’occhio di Gaudí” è un viaggio emozionante nel cuore di una Barcellona che, nel momento in cui saluta il suo genio più grande, si scopre nuda davanti alle proprie contraddizioni. 

Dichiara l’autrice: 
“Quando una città ti parla attraverso le sue architetture, non puoi fare altro che ascoltarla. È quello che è successo a me con Barcellona durante il mio periodo di studi all’estero; molti anni dopo, ho capito di voler raccontare quella meraviglia attraverso la storia della famiglia Fàbregas.

Prologo. 
Barcellona, 12 giugno 1926 La folla vestita a lutto colava nelle strade come inchiostro da un calamaio. Uscivano dai portoni dei palazzi delle Ramblas; facevano capolino dalle botteghe a ridosso di plaza de San Jaime; si affacciavano dalle finestre della stretta calle Obispo. I più temerari attendevano abbarbicati ai lampioni, i volti arrossati dallo sforzo e le braccia contratte. Il feretro, a bordo di una carrozza trainata da due cavalli, era seguito da forze dell’ordine di Stato, poliziotti, rappresentanti di diverse società artistiche, studenti della facoltà di Architettura, operai della Sagrada Familia ed esponenti del clero dell’ospedale de la Santa Creu. Giunse davanti alla cattedrale alle sei meno un quarto e, quando gli studenti lo scaricarono dal carro funebre e lo condussero in spalla oltre la porta di Santa Lucia, un’ondata di commozione investì gli astanti. Tutti piangevano, dagli industriali facoltosi ai venditori di stracci. Tranne una donna. Era giovane, sulla ventina, con corti capelli scuri e grandi occhi castani, il fisico sottile e una bocca che le sarebbe valsa sospiri bramosi dagli uomini e occhiate contrite dalle donne, se non fosse stata distorta da una smorfia

MARTA PALAZZESI vive e lavora a Milano. A oggi ha pubblicato oltre quindici romanzi per ragazzi, vincendo nel 2020 il Premio Strega con Nebbia, ambientato nella Londra vittoriana. Le sue opere sono tradotte in tutto il mondo e la sua serie sul giovane Lupin è stata opzionata per l’adattamento cinematografico. Laureata in Architettura e appassionata di storia, ne L’occhio di Gaudí racconta una densa storia familiare sullo sfondo della Barcellona degli ultimi mesi di vita del suo architetto più famoso e sotto l’ombra della dittatura di Primo de Rivera. 

Amal Bouchareb “I boccioli del mandorlo. Rifiorire in Palestina”, Vallecchi

L’identità sefardita, le ferite della guerra e la cucina come atto di resistenza e memoria nel romanzo sociale ‘I boccioli del mandorlo. Rifiorire in Palestina’ di Amal Bouchareb

Copertina del romanzo "I boccioli del mandorlo". Rifiorire in Palestina" di Amal Bouchareb, Vallecchi Editore

Genere: romanzo sociale, Palestina, thriller, cucina

Vallecchi

Dal 10 aprile

Ambientato tra Israele e la memoria del MaghrebI boccioli del mandorlo intreccia la storia di una famiglia segnata dalla guerra con una riflessione profonda sull’identità, la perdita e la possibilità di riconciliazione.
Azriel Boniche, ebreo algerino sefardita e chef militare in una base vicino a Haifa, vive nel fragile equilibrio tra il suo passato diasporico e il presente israeliano. La moglie, Livia, ricercatrice e attivista, e il figlio Daniel, giovane artista rientrato da Gaza, rappresentano due generazioni in cerca di senso dopo un conflitto che ha lasciato cicatrici invisibili. Quando la tragedia entra nella loro casa, la vita di Azriel si frantuma. Inizia così un viaggio interiore che si svolge attraverso la cucina, la memoria e la colpa: ogni ricetta diventa un atto di resistenza, un tentativo di trasformare il dolore in significato.

Con una scrittura sensuale e precisa, Amal Bouchareb unisce la materialità del cibo alla densità emotiva del trauma. Il profumo dei dolci di mandorle, le spezie, la musica andalusa e i versi di antiche canzoni arabe formano la trama sensoriale del romanzo, in cui la cucina non è solo rifugio ma linguaggio universale di sopravvivenza. L’autrice costruisce una narrazione stratificata, che oscilla tra il presente in Israele e i ricordi di una Algeria perduta, tra la memoria sefardita e il desiderio di un’identità riconciliata.
Attorno ad Azriel si muovono figure ambigue e potenti: colleghi militari sospettosi, una moglie divisa tra ideali e fedeltà, un figlio la cui sensibilità artistica collide con la brutalità del servizio militare. In questa tensione si insinua il sospetto, la paranoia, la domanda su cosa significhi davvero tradire: la patria, la famiglia o se stessi?
La prosa di Bouchareb alterna il lirismo poetico alla tensione del romanzo d’indagine. I capitoli si muovono tra il realismo psicologico e il simbolismo delle immagini ricorrenti — il mandorlo, il canto Qum Tara, la cucina della nonna — che diventano emblemi di continuità e di speranza. L’autrice restituisce con finezza le contraddizioni dell’identità ebraico-orientale, sospesa fra Oriente e Occidente, memoria e modernità, e scava nel rapporto fra cultura, trauma e appartenenza.
Questo è un romanzo di sradicamento e riconciliazione, dove la storia intima di una famiglia diventa specchio di una frattura collettiva. Nel dolore privato di un padre si riflette l’eco di popoli interi, separati ma legati da una memoria condivisa. E come i boccioli del mandorlo che tornano a fiorire ogni primavera, la scrittura di Amal Bouchareb si apre alla speranza, restituendo al lettore la possibilità di immaginare una pace che non è mai soltanto politica, ma anche interiore, umana e necessaria.

L’ aria era pervasa dal profumo di fiori d’arancio e da un dolore invisibile. Azriel si trovava nella cucina fiocamente illuminata. L’ atmosfera densa sembrava quasi strangolarlo, le sue mani tremavano leggermente mentre cercava un vecchio libro rilegato in pelle. Le pagine, ingiallite dal tempo e macchiate di olio, custodivano i segreti della sua famiglia. Un’ eredità che si perdeva in una lunga tradizione di arte culinaria, coltivata e raffinata attraverso innumerevoli generazioni, come un albero secolare che si ergeva fiero nel tempo. Eppure, le pagine sembravano sfumare davanti ai suoi occhi, le ricette, si dissolvevano in un’intricata trama di sofferenze. Azriel si muoveva nella cucina, avvolto in un inebriante mix di spezie dolci e un dolore persistente che si trascinava dietro di lui a ogni passo.

Amal Bouchareb (Damasco, 1984) scrittrice, traduttrice e docente algerino-italiana, è editorialista per Alaraby Aljadeed e Aljazeera (pagina culturale). Ha curato il programma di scrittura creativa del Ministero della Cultura saudita e dirige la rivista Arabesque. Trame di letteratura e cultura araba (Puntoacapo). Autrice di romanzi, racconti e traduzioni dall’italiano all’arabo, ha ricevuto il Gran Premio della Letteratura Algerina Mohammed Dib (2022). È membro della Consulta Lingua-Mondo della Società Dante Alighieri.

Gaetano Carlo Chelli “L’eredità Ferramonti”, Vallecchi

«Il più grande narratore italiano dell’Ot­tocento dopo Verga» (P. P. Pasolini)

Copertina del romanzo di Gaetano Carlo Chelli "L'eredità Ferramonti", Vallecchi

A cura di Irene Gualdo e Pietro Trifone

Collana: Italianistica diretta da Gualberto Alvino

Vallecchi

Dal 27 marzo 2026

Nella Roma umbertina, travolta dalla speculazione e dall’ascesa di una nuova borghesia senza scrupoli, la famiglia Ferramonti si lacera attorno all’eredità del patriarca Gregorio, ex garzone diventato ricco fornaio.
I figli, divorati da ambizione, rancore e avidità, si muovono in un mondo opaco di intrighi familiari, calcoli economici e compromessi morali.
Dominata dalla figura inquietante e ambigua di Irene, donna bellissima e spietata, la vicenda diventa un affresco impietoso della nascente Italia postunitaria.
Un grande romanzo realista che smaschera le radici profonde della corruzione moderna. Questa stampa propone un’edizione critica ampiamente corredata delle note di Trifone e Gualdo.

Proprio la perenne attualità della vicenda avrà contribuito a stimolare l’interesse del cinema per il libro, fino a promuoverne nel 1976 la trasposizione in un film di successo diretto dal regista Mauro Bolognini, con l’impiego di interpreti famosi nei ruoli dei sei personaggi principali (Antony Quinn e Dominique Sanda nei panni di Gregorio e Irene; Fabio Testi, Gigi Proietti, Adriana Asti e Paolo Bonacelli in quelli di Mario, Pippo, Teta e Paolo).

Gaetano Carlo Chelli è stato il primo narratore verista ad aver ambientato le sue storie nella capitale d’Italia, descrivendo le vicende derivanti dal tumultuoso e disordinato sviluppo nell’età umbertina. Le sue opere salirono alla ribalta nel Novecento grazie a Roberto Bigazzi, che curò la riedizione de L’eredità Ferramonti, capolavoro di Chelli. Da questo romanzo nel 1976 nacque l’omonimo film di successo.

Pietro Trifone insegna Storia della lingua ita­liana nell’Università di Roma Tor Vergata, di cui è professore emerito. Dal 1996 al 2004 è stato rettore dell’Università per Stranieri di Siena. È socio ordinario dell’Accademia della Crusca.

Irene Gualdo è assegnista presso la Sapienza Università di Roma. Nel 2018 ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze documentarie, linguistiche e letterarie, in cotutela con l’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Ha scritto Diventare insegnante (Utet, 2024).

Lavinia Fonzi “Per amore dell’antico. Il romanzo di Lord Elgin”, Vallecchi

Un ritratto umano e complesso di una figura storica al centro di accese dispute sul patrimonio artistico

Copertina del romanzo di Lavinia Fonzi "Per amore dell'antico. Il romanzo di lord Elgin", Vallecchi Editore

Vallecchi

Dal 20 marzo

Il romanzo ripercorre la vita di Thomas Bruce, settimo conte di Elgin, figura storica controversa, passata alla storia per essere stata al centro di una delle più accese dispute sulla tutela del patrimonio artistico.
La vicenda si apre nel 1841, a Parigi, dove Elgin muore in solitudine e quasi nell’indifferenza generale, mentre il suo nome continua a essere oggetto di polemiche. Da qui prende avvio un racconto che ne ricostruisce l’intero percorso umano e politico.
Divenuto conte in tenerissima età dopo una serie di lutti familiari, Thomas cresce gravato dal senso del dovere e da una formazione improntata al rigore morale. Educato tra Scozia e Inghilterra, sviluppa precocemente un forte interesse per la cultura classica e per il prestigio che l’arte antica conferisce alle nazioni moderne. Questo interesse trova compimento quando viene nominato ambasciatore britannico presso l’Impero Ottomano, incarico che segna una svolta decisiva nella sua vita.

Durante il soggiorno a Costantinopoli, Elgin promuove una vasta operazione di studio, documentazione e recupero delle antichità greche. È in questo contesto che diventa responsabile dello smontaggio delle metope e di numerosi rilievi del Partenone di Atene trasportati a Londra, dove sono tuttora conservati al British Museum. Convinto di agire per salvare quei capolavori dal degrado e dalla distruzione, Elgin si presenta come difensore dell’antico; ma la sua impresa suscita reazioni violentissime, accuse di saccheggio e un dibattito destinato a durare nei secoli. Travolto dagli scandali, dai debiti e dal discredito pubblico, Elgin vede sgretolarsi la propria carriera e la propria vita privata. 
Il romanzo ne restituisce il ritratto complesso e sfaccettato: non un semplice predatore culturale, ma un uomo animato da ideali, ambizioni e contraddizioni, simbolo di una modernità che, nel tentativo di salvare il passato, finisce per appropriarsene.

Dichiara l’autrice: “Ho scritto questo romanzo per raccontare, oltre al destino di opere immortali, la sorte di un uomo che ha perso tutto per un sogno. Il romanzo ne restituisce infatti il ritratto umano, le motivazioni, la personalità e le disavventure, cercando, sulla base di un’ampia documentazione, di mostrare l’uomo oltre il simbolo a cui troppo spesso viene ridotto”.

Nella verde campagna scozzese, oltre le colline lussureggianti e le acque azzurre del Firth of Forth, sorgeva la maestosa tenuta di Broomhall House. Ettari ed ettari di terreno si estendevano a perdita d’occhio, diramandosi attorno a un’elegante dimora in stile georgiano. La proprietà apparteneva alla nobile famiglia dei Bruce, un’antica casata che annoverava tra i suoi antenati persino il leggendario guerriero Robert the Bruce, che nel Medioevo aveva riportato la celebre vittoria di Bannockburn contro gli inglesi. Glorie antiche, dunque; ma anche quelle recenti non mancavano: da appena un secolo i Bruce avevano ottenuto il titolo di conti di Elgin e, a inizio Settecento, avevano iniziato la costruzione della grande tenuta di famiglia. Di questa illustre ascendenza, il piccolo Thomas era appena consapevole; certo, sapeva di appartenere a un antico casato, e suo padre gli aveva mostrato innumerevoli volte la leggendaria spada di Robert the Bruce, ma in quel momento, mentre scorrazzava nell’ampio giardino, pensava solo a nascondersi dalla governante che voleva riportarlo dentro casa.

Lavinia Fonzi è nata a Roma e cresciuta a Milano. Si occupa di divulgazione sulla pagina Instagram @lestoriedilavinia dove condivide curiosità culturali e l’amore per la ricerca storica. Lavora come educatrice museale e passa tutto il tempo che può in Inghilterra.

Assunta Sànzari Panza “La visionaria”, Vallecchi

Copertina della raccolta di testi poetici di Assunta Sanzari Panza "La visionaria", Vallecchi Editore

Prefazione: Davide Rondoni

In libreria il 27 febbraio

Vallecchi

Ed è così che la volontà di scrittura, l’energia di composizione, la lotta tra scrittura e morte che qui vanno in scena trovano la conferma della loro verità e il fiore più estremo del loro cuore in versi delicati e sospesi. Dove la vita, nel tumulto di parole e metafore, si sorprende, quasi sostando.

Dalla prefazione di Davide Rondoni: «Scrivere significa costruire il linguaggio, non spiegarlo», frase tratta da Max Bense: per la scrittrice il linguaggio è esito e campo di una “costruzione” e non di una spiegazione. Ma quel che il linguaggio costruisce – e lei lo sa bene – non è linguaggio ma vita. Ed ecco la scrittrice gettarsi tra queste pagine, sonore, impetuose, delicate, gettarsi nel linguaggio per costruire una propria biografia profonda (divisa per capitoli che sono indicazioni esistenziali prima che stilistiche). E in questa tensione che quasi stordisce il lettore per gli accumuli di metafore, per la proteiforme capacità verbale, Sànzari Panza vive il suo “meraviglioso fallimento”. Che è il medesimo meraviglioso fallimento dell’arte intera quando, protesa ad afferrar la vita, ne deve riconoscere la maggiore vastità e la imprendibile sperdutezza.

Dichiara l’Autrice: Essere visionari significa vedere oltre il reale con la stessa nitidezza della realtà. Il mio approccio privilegia il sentimento autentico rispetto al sentimentalismo, eliminando l’io lirico per commuovere senza artifici verbali. Fondamentale è poi il rigore della forma: un rifiuto categorico del già visto a favore di una costante ricerca dell’inaudito

Assunta Sànzari Panza, nata a Castelvenere (Benevento), vive in provincia di Avellino, dove svolge la professione di docente. Ha pubblicato testi poetici nell’antologia Chiamata contro le armi, a cura di Nadia Cavalera, su riviste cartacee e in diversi siti letterari, poi raccolti nel volume Lux. Nova et vetera (Robin Editore, 2022) premiato dalla giuria del concorso internazionale «Città di Montevarchi». Della sua opera si sono occupati tra gli altri, Gualberto Alvino e Fiorenzo Toso per «Treccani», Maurizio Soldini, Giuseppe Manfridi e Francesco Tarquini. Di imminente pubblicazione il romanzo dal titolo La bambina si sposò a cinque anni.

Giancarlo Governi “Chiedi chi erano. I grandi dello spettacolo italiano”, Vallecchi

Copertina: Giancarlo Governi "Chiedi chi erano. I grandi dello spettacolo italiano", Vallecchi

Vallecchi

Dal 6 febbraio 2026

C’è stato un tempo in cui il Paese si riconosceva in una voce, in un gesto, in una battuta detta al momento giusto. Un tempo in cui il cinema, il teatro e la canzone non erano solo intrattenimento, ma un modo per capire chi eravamo, per ridere di noi stessi, per sopravvivere ai cambiamenti.
In queste pagine riaffiora quell’Italia viva e contraddittoria, raccontata attraverso i suoi protagonisti più autentici. Non icone immobili, ma donne e uomini in movimento, alle prese con il successo, la paura, la fame, la gloria e la caduta. C’è Totò, che con una smorfia riesce a dire più di un discorso politico, e c’è Sordi, che mette a nudo vizi e debolezze di un Paese intero senza mai alzare la voce. Attorno a loro scorre un mondo fatto di palcoscenici improvvisati, set affollati, notti insonni, applausi e silenzi improvvisi. Un mondo in cui l’arte nasceva dal contatto diretto con la vita.
Questo non è un libro celebrativo, né una galleria di ricordi. È un racconto che attraversa persone, epoche e caratteri per restituire il senso di una stagione irripetibile, quando la cultura popolare sapeva essere profonda senza diventare astratta, e popolare senza essere superficiale. Un racconto che nasce anche dall’urgenza di trasmettere quella memoria a chi non l’ha vissuta, perché continui a far parte dell’immaginario collettivo e non si perda nel rumore del presente. A guidare il lettore è Giancarlo Governi, testimone diretto di quel tempo, che racconta con la precisione di chi c’era e la libertà di chi sa ricordare.

La maggior parte dei ventun personaggi che passano in questo libro hanno lo stesso comune denominatore: appartengono all’Italia del dopoguerra e del miracolo economico, quell’Italia che seppe ricostruirsi moralmente e materialmente e seppe proiettarsi nel futuro, e che sono entrati nell’immaginario collettivo nazionale (Giancarlo Governi)

Giancarlo Governi giornalista, scrittore, sceneggiatore e autore televisivo, bandiera della Rai e tra i fondatori di RaiDue, autore conduttore di trasmissioni di grande successo (Supergulp!, Storia di un italiano, Il pianeta Totò, Ritratti, I Grandi Protagonisti), ha pubblicato oltre trenta libri, tra i quali Alberto Sordi. Storia di un italiano (Fandango, 2020), Nannarella (Fazi, 2023), Totò. Vita opere e miracoli (Fazi, 2017) e con Leoncarlo Settimelli Mister Volare (Vallecchi, 2024). Ha collaborato con le principali testate italiane, come Il Corriere della Sera, Il Messaggero, Il Mattino, l’Avanti, l’Unità, Tempo Illustrato, Il Mondo.

Giorgio Ghiotti “Due paradisi”, Vallecchi

Collana: Vallecchi Poesia diretta da Isabella Leardini

Vallecchi

Dal 19 dicembre 2025

Come un ventaglio di bellissima fattura, pagi­na dopo pagina Giorgio Ghiotti apre piccoli universi di fronte agli occhi del lettore. Due paradisi è un bestiario della mente popolato di creature reali e simboliche, vive o appuntate a una teca, «inchiodate per sempre al loro volo»; presenze animali e umane, tutte segnate dalla medesima mortale perfezione colta in un atti­mo di intravista eternità.

I due regni attraversati in questo libro sono spazi liminari: terrazzi, cantine, vialetti, e sono regni del tempo che tornano a coincidere, la giovinezza e le sue città, l’infanzia e i luoghi in lei trasfigurati, le vite altrui come eredità rima­ste nelle stanze, età riflesse in un presente che a se stesso non fa sconti. Questa voce, che in appena trent’anni ha già un’opera solida e varia tra poesia e narrativa, nei versi risplende di una dimensione sempre dupli­ce, fanciullesca e dura, limpida e intransigente, classica ma quotidiana.
Giorgio Ghiotti è forse l’ultimo custode di un mondo novecentesco a cui appartiene ancora interamente, per cantabi­lità e forma mentis. Innato, ma coltivato nella fe­deltà alla letteratura, possiede il dono raro della sprezzatura, in cui la naturalezza è anche distan­za. Io per metà già fossile – si definisce – provvi­soriamente nel mezzo di una scena, di straforo. È da questa vicinanza incrinata di nostalgia che la vita potenziale può essere guardata, esige di esse­re detta con esattezza e passione, a patto di non essere del tutto toccata, come un’ala di farfalla o di falena. Nella sua partitura gioiosa ed esatta, è davvero come il volo o il canto degli uccelli questa poesia, una forma inevitabile di armonia. «Sono creature fatte di solo canto / se preferiscono mo­strarsi al loro meglio / cioè senza mostrarsi – farsi nuda voce».

Giorgio Ghiotti (Roma, 1994) è poeta e scrittore. In poesia ha esordito con Estinzio­ne dell’uomo bambino, cui sono seguiti, tra gli altri, La via semplice (Premio Prestigia­como), Ipotesi del vero (Premio Notari) e I perduti amori. Tra i suoi romanzi più recenti, Casa che eri L’avvenire

Maurizio Zaccaro “Bellissima dea.La storia di Clara Calamai”, Vallecchi

Dal successo travolgente di Ossessione all’ombra del silenzio: la parabola di un mito.

«Clara Calamai fu una vera e propria invenzione di Visconti. Credo non ci fosse allora nel cinema italiano una figura femminile che avesse la possibilità di diventare sullo schermo sesso e simbolo come fece Clara.»  Giuseppe De Santis

Prefazione di Emanuela Martini

Vallecchi

Dal 5 dicembre 2025

Clara Calamai è stata il primo scandalo del cinema italiano. Bellissima, sensuale, altera come una diva francese, nel 1942 osò ciò che nessuna attrice aveva mai fatto prima: apparire a seno nudo ne La cena delle beffe, sca­tenando lo scandalo e la fascinazione di un intero Paese sotto dittatura. Un anno dopo, con Ossessione di Luchino Viscon­ti, rinunciò agli abiti eleganti e al trucco, prestando il volto e il corpo a Giovanna, la bottegaia frustrata che inaugurò il ne­orealismo. Da quel momento divenne il simbolo di una generazione: l’immagine che i soldati italiani portavano al fronte nel portafogli, la donna proibita che incarnava il desiderio e il peccato. Ma Clara Calamai non fu solo la diva con­turbante degli anni Quaranta. Fu anche una donna inquieta, fragile, piena di pas­sioni e paure, che scelse a un certo punto di abbandonare le luci del set per insegui­re affetti e normalità. Un ritiro improvviso che la rese ancora più leggendaria, come una Greta Garbo italiana. Poi, quando sembrava ormai dimenticata, la chiamata inattesa: Dario Argento la volle in Profon­do rosso, restituendole una nuova, inquie­tante immortalità. Bellissima dea è il romanzo di una diva che bruciò di scandalo e desiderio, e che pagò con il silenzio e l’ombra il prezzo della sua unicità.

Scrive l’Autore nella Postfazione: 

Ci sono voluti più di due anni per completare questo libro ma devo dire che sono stati ben spesi, alternando la scrittura alla ricerca delle fonti, alla visione dei suoi innumerevoli film, almeno quelli che ancora si trovano (altri purtroppo sono considerati perduti come “L’adultera” – 1946 – di Duilio Coletti , “Pietro Micca” – 1938 – di Aldo Vergano, o difficilmente reperibili come “Amanti senza amore” – 1948 – di Gianni Franciolini) e soprattutto agli incontri con chi Clara Calamai l’ha conosciuta e frequentata per motivi familiari o professionali. Ora che questa straordinaria macchina del tempo si è fermata e il lavoro è compiuto posso dire che Clara mi mancherà parecchio. Restano queste pagine, è vero, resta la sua voce sottile nella mia memoria, il suo sguardo “orientale”, la sua eleganza “francese” e infine restano le sue parole, a volte allegre, altre velate da una malinconia insanabile: “L’ho sempre presa sbagliata questa vita mia. Ho sempre pensato che non si può essere felici, con il padre e la madre che devono morire, con tutti questi animali che devono essere uccisi, con tutto questo dolore che si vede nel mondo.”

Maurizio Zaccaro è regista e sceneggiatore. Fra i suoi film ricordiamo Dove comincia la notte (1991), David di Donatello come miglior regista esordiente, L’Articolo 2 (1993), premio Solinas per la sceneggiatura, Il carniere Un uomo perbene, Nour (2019). Dal 2000 a oggi ha diretto inoltre numerosi docu­mentari, sceneggiati e film per RaiUno e Mediaset, fra i quali Fernanda. Ha pubblicato Bleu (Maggioli, 2017), La scelta. L’amicizia, il cinema, gli anni con Ermanno Olmi (Vallecchi, 2020) e Sotto il sole. Racconti di uomini animali e ombre (Vallecchi, 2022).