Roberto Celestre “SALADINO. Il sovrano cavaliere”, Graphe.it

Saladino, figura leggendaria del XII secolo, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia. Questo libro, scritto da Roberto Celestre e arricchito dalla traduzione della Cronaca di Ṣalāḥ al-Dīn di Ibn Khallikān, offre uno sguardo approfondito sulla sua vita e le sue imprese. Dalla riconquista di Gerusalemme allo scontro con Riccardo Cuor di Leone, Saladino continua a incarnare l’ideale del cavaliere perfetto. Una biografia che unisce passato e presente

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Salāh al-Dīn, noto come Saladino, è tra gli indiscussi protagonisti del XII secolo nello scacchiere mediorientale. La sua popolarità è ancor oggi senza eguali non soltanto nel mondo arabo, tanto da essere considerato vera incarnazione del cavaliere perfetto. Di origine curde, nacque a Tikrīt nel 1138. Si mise in mostra quando nel 1163 partecipò alla spedizione nell’Egitto fatimide al seguito dello zio Shīrkūh, comandante dell’esercito del sovrano zenjide Nūr al-Dīn, conclusasi nel 1169. Morto improvvisamente lo zio, Salāh al-Dīn divenne prima visir (primo ministro) d’Egitto, quindi nel 1171 pose fine al califfato fatimide del Cairo. Alla morte di Nūr al-Dīn (1174), seppe diventare l’unico fautore dell’unificazione dei territori musulmani ponendo Siria, Egitto, Yemen e Mesopotamia settentrionale sotto la propria autorità. Nel 1177 si dedicò alla riconquista dei territori di Siria e Palestina ancora in mano ai crociati, sbaragliando l’esercito il 4 luglio 1187 a Hattīn e riconquistando Gerusalemme il 2 ottobre. Nello scontro con Riccardo “Cuor di Leone”, alla guida della terza crociata, fu sconfitto ad Arsūf e siglò il trattato di pace il 2 settembre 1192. Pochi mesi dopo, il 4 marzo 1193, Salāh al-Dīn si spense nella sua amata Damasco.

Questa monografia si compone di un profilo biografico e della traduzione dall’arabo della Cronaca di Salāh al-Dīn tratta dal Wafayāt al-a’yān di Ibn Khallikān (m. 1282), proposta per la prima volta in lingua italiana.

ROBERTO CELESTRE è ricercatore indipendente laureato in Lingua e Letteratura Araba con indirizzo storico all’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Ha trascorso due anni al Cairo svolgendo corsi di specializzazione di storia islamica medievale in lingua araba alla Cairo University e ha frequentato le università di Ayn Shams (Cairo, Egitto) e Muhammad V (Rabat, Marocco). L’ambito di ricerca è la storia islamica medievale, con particolare attenzione alla storiografia araba contemporanea delle crociate e alla manualistica militare nell’Islam medievale. Relatore di Islamistica alla Facoltà Teologica “S. Bonaventura” (Roma) nel 2016, è socio dell’Istituto per l’Oriente “Carlo Alfonso Nallino” e di MESA (Middle East Studies Association). Ha curato e tradotto dall’arabo il trattato Consigli sugli stratagemmi di guerra (Il Melangolo, 2013) di al-Harawī, oltre ad aver pubblicato interventi su diverse pubblicazioni scientifiche del settore.

Paola Bonifacio “Alberto Martini. Ritratto segreto”, Graphe.it

Il romanzo verità sul grande artista che D’Annunzio chiamava “l’Alberto Martini dei Misteri”, visto attraverso gli occhi della donna che ne f u la più intima testimone, splendida modella e musa: la moglie Maria.

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Gabriele D’Annunzio, che ne ammirava le illustrazioni per la Divina Commedia e per i Racconti di Edgar Allan Poe, lo chiamava “Alberto Martini dei Misteri”. E misterioso, oltre che fascinosamente viveur, Martini lo era davvero. Nei ruggenti anni Venti, fu a lungo il ritrattista ufficiale della Marchesa Luisa Casati, l’indomita “opera d’arte vivente”, che ambiva a esibirsi nel Tetiteatro, sorprendente installazione sull’acqua inventata da Martini stesso. Quelli erano gli anni de La regina di Saba, dipinto che suggellava la scandalosa storia d’amore di Wally Toscanini ed Emanuele Castelbarco; e anche gli anni della tempestosa amicizia di Martini con Margherita Sarfatti, finita tra le incomprensioni, ma foriera di un nuovo, promettente inizio. 

In Alberto Martini. Ritratto segreto, Paola Bonifacio ripercorre la vita e l’opera dell’enigmatico e misogino artista opitergino, attraverso i ricordi della sua musa, modella e più fedele ammiratrice: la moglie Maria Petringa.

«La vita», aveva concluso Alberto ispirato, sollevando lo sguardo verso un punto indefinito sopra di lui, «è un sogno a occhi aperti e il sonno un sogno a occhi chiusi falsato dall’incubo della realtà. Per fortuna possiamo sognare a occhi aperti, e in questo tutti si consolano e si riconciliano con la catastrofica realtà… Così, mentre i veri artisti, veggenti divini, rendono sensibile agli uomini il sogno della vita e quello eterno della morte, nelle infinite forme dell’arte della poesia e della musica, gli artisti inferiori rimangono schiavi delle reali apparenze. Chi vive nel sogno è un essere superiore, chi vive nella realtà, uno schiavo infelice».

PAOLA BONIFACIO, già Conservatrice della Pinacoteca Alberto Martini e referente dell’Archivio dell’artista, quindi Manager dei Musei Civici di Treviso, è specialista in archeologia e storia dell’arte. Autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici di soggetto storico-artistico per la RAI del Friuli Venezia Giulia, cura mostre e pubblicazioni d’arte moderna e contemporanea. È membro del Comitato Scientifico di Fondazione Oderzo Cultura.

Antonio Schlatter Navarro “Perché leggere Dostoevskij, Graphe.it

Leggere Dostoevskij è un atto rivoluzionario: un viaggio nel tempo e nell’ anima. Non possiamo leggere Dostoevskij in fretta; per questo, accettare la sfida sarà un’azione rivoluzionaria di cui mai potremmo pentirci.


a cura di Natale Fioretto
Prefazione di Valerio De Cesaris
in libreria dal 26 ottobre

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Perché dovremmo leggere oggi Dostoevskij? Questo volume non solo fornisce risposte, ma ci mette di fronte alle domande giuste, uscendo dalla retorica un po’ supponente secondo cui tutti avrebbero letto Dostoevskij o tutti dovrebbero farlo. La prospettiva del saggio – almeno in parte – muove da una visione cristiana, infatti, la relazione con il peccato e il divino è senza dubbio un filone centrale nella poetica del romanziere. Ciò che rende avvincente quella che Schlatter Navarro chiama “indagine” è però il carattere misterioso che permea la riflessione dello scrittore: per lui «i rapporti fra Dio e l’uomo, il peccato e il male, la coscienza e la libertà non sono problemi, ma misteri».

Dostoevskij sfida il nostro tempo troppo veloce. Per gli europei d’oggi, spaesati e spaventati di fronte a un mondo complesso che non dominano più come hanno fatto nei secoli passati, tutto scorre in fretta, mentre lo spazio della riflessione si restringe. Ogni notizia è divorata rapidamente e sostituita dalla successiva. Ci si dimentica e ci si abitua anche a quelle peggiori, come la guerra, che quasi non fa più notizia se non quando sembra che ci minacci direttamente. Tanta gente non legge più libri, illudendosi magari di capire la realtà del mondo scorrendo i post sui social, senza uno sforzo di approfondimento. I requisiti fondamentali del lettore ideale di Dostoevskij sono pazienza e attenzione, ci ricorda in questo bel saggio Antonio Schlatter Navarro. Ma chi è davvero attento al giorno d’oggi? Chi ha la pazienza di entrare in trame complicate, accettando d’incamminarsi in centinaia di pagine? Corriamo il rischio di non capire la realtà che ci circonda, le questioni fondamentali che riguardano l’umanità, semplicemente perché rinunciamo a fermarci, a leggere, a entrare nella complessità della vita. La letteratura ci aiuta, se le dedichiamo il tempo che merita. Il suo senso profondo è infatti quello di essere al servizio del lettore, per scuotere la sua coscienza e spingerlo a pensare, rimettendo in moto la mente e il cuore. (dalla Prefazione di Valerio De Cesaris)

ANTONIO SCHLATTER NAVARRO (Siviglia 1968) è un sacerdote della Prelatura dell’Opus Dei. Ha esercitato il ministero in diverse diocesi della Spagna: Murcia, Valencia e Saragozza e attualmente a Cordova. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Jaén, dove ha esercitato la professione di avvocato, ha conseguito la laurea in Teologia alla Pontificia Università della Santa Croce in Roma e il dottorato in Filosofia all’Università di Navarra.

Valentino Ronchi “Ma tu l’hai letto “Il giovane Holden”?, Graphe.it

Frammenti di vita in versi ipnotici: Milano, periferie urbane e dell’animo umano si mescolano in una geografia dello spirito poetica e profonda.

Collana Le Mancuspie diretta da Antonio Bux

in libreria dal 26 settembre

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(L’appostamento)

Struggente e irripetibile andare
per il paese io e te sotto i portici
(fa freddo, ne manca alle rondini)
in cerca del tuo innamorato,
il sabato, il pomeriggio dei bambini.
È lui? Mi pare di vederlo. Forse sì,
forse no. Aspetta, sì, eccolo,
dai, andiamo. E stringi più forte
la mano.

Valentino Ronchi, già autore di romanzi e sillogi poetiche di rara eleganza, torna con una raccolta di versi che cattura l’attenzione per la sua capacità di frammentare la vita in sequenze ipnotiche di senso. Un caleidoscopio di incontri, situazioni e paesaggi cesellati tra le pagine, dove l’Hinterland di Milano si fonde con altre periferie più distanti, anche quelle dell’animo umano. Lingua semplice legata al dialogo che porta alla luce epifanie del quotidiano, mentre il risvolto civile, quasi mai di denuncia ma più un’espressione di un sentimento laico, è uno degli architravi della poetica dell’autore lombardo. Versificare tagliente, ironico e irriverente che lega l’incontro tra il dettato lirico e un atteggiamento di tendenza narrativa. Un’opera da non perdere per gli amanti della poesia contemporanea.

VALENTINO RONCHI (Milano 1976) ha pubblicato i libri di poesia L’epoca d’oro del cineromanzo (nottetempo 2016), Primo e parziale resoconto di una storia d’amore (nottetempo 2017), Buongiorno ragazzi (Fazi 2019) e i romanzi Riviera (Fazi 2021) e Quasi niente (fve 2024).

Enrique Gallud Jardiel “Breve storia umoristica del libro”, Graphe.it

Tra gaffe e capolavori: la storia del libro come non l’hai mai letta! Un viaggio umoristico per bibliofili e amanti della cultura.

Illustrazioni di Marco De Angelis.

Traduzione di Fabiana Errico

in libreria dal 26 settembre

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Il libro è un oggetto amato ma ambivalente: il risultato che produce è soggetto talvolta al caso, spesso alla stoltezza dell’uomo che lo maneggia. Sapienti di tutte le epoche si sono (insospettabilmente) espressi contro il libro e contro il lettore e hanno manifestato la propria frustrazione per l’eventuale e irrimediabile fraintendimento dei contenuti (per non parlare dell’affidabilità degli storici!). 

Questo volume, dissacrante e spassoso, ripercorre con leggerezza la storia della trasmissione scritta della conoscenza, affiancando nozioni filologicamente impeccabili a riflessioni facete e curiosità poco note.

Per esempio, sapevate che gli scribi egizi («quel popolo dal girovita così sottile») usavano un inchiostro apposito per le parolacce?

La comparsa e l’uso degli alfabeti e della scrittura sono stati tra i primi segnali che “umanità” e “raziocinio” non fossero termini completamente antitetici, come poteva sembrare. Tuttavia, i tanti millenni impiegati dall’Homo Sapiens per svilupparli non depongono proprio a suo favore. Potremmo dire che chiunque è d’accordo con il fatto che i libri rappresentano qualcosa di meraviglioso, ma non è così: non tutti lo pensano (e vedremo poi chi sono i dissidenti). Ma, nel bene e nel male, i libri hanno una storia appassionante e impegnativa con la quale speriamo di tenervi occupati catturando il vostro interesse (geniale quest’ultima frase, non vi pare?). Alcuni testi hanno giovato molto al mondo, altri per niente, spesso perché si è capito più male che bene quel che di positivo c’era, e quelli che non hanno capito bene se la sono presa a male, il che non va bene, ma male. (Dall’introduzione)

ENRIQUE GALLUD JARDIEL (Valencia, 1958) è figlio d’arte, nipote del grande umorista spagnolo Enrique Jardiel Poncela. Ha conseguito un dottorato di ricerca in filologia ispanica e ha al suo attivo più di duecento libri. Attualmente si dedica alla satira e alla parodia.

Carlo Lapucci “Uniamoci, amiamoci.Blasoni e complimenti verbiali tra popoli italici”, Graphe.it

Si deve andar d’accordo a costo di litigare! Una scorribanda nella storia e nella geografia di questo mondo sorprendente, indefinibile, contraddittorio che è l’Italia, un paese che, nonostante tutto, è ancora unito.

dal 26 maggio in libreria

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Questa ricerca è uno studio, con un repertorio esemplificativo di un settore dei proverbi che nel tempo non ha avuto molta attenzione, classificato come tipologia generica di utilità pratica. Il blasone proverbiale serve più a marcare le differenze, le distanze, le particolarità, usando preferibilmente i difetti altrui. I riflessi antropologici segnalati da questo studio sono notevoli, profondi e anche divertenti, dal momento che scoprono un lato singolare del carattere tipico d’una popolazione che ha più elementi in comune di quanti non vorrebbe avere, tenendo a distanziarsi, smarcarsi, definirsi, mantenendo il proprio stigma, fino all’ultimo paesello della montagna più sperduta.

Blasoni popolari sarebbero da intendere, secondo logica e propriamente, soltanto quelli che gli abitanti d’una località e d’un territorio dànno a se stessi, o alla loro comunità storica, e sono volti, come il blasone nobiliare, a esaltare qualità, imprese, meriti e quanto altro di positivo, in modo da distinguersi, qualificarsi e anche primeggiare su altre società umane, soprattutto sulle popolazioni confinanti e più vicine. Gli studiosi sono passati sopra al fatto che i motti di autoesaltazione di paesi e città, generati dal compiacimento e dalla vanagloria, sono stati l’occasione di dare forma a una critica di altre popolazioni vicine e lontane in infinite parodie coniando detti, spesso molto azzeccati, volti a deridere i difetti, le presunzioni, le malefatte altrui. Molti sono divertenti, pungenti, graziosi, a volte giustamente un po’ graffianti ma non lontani dalla benevolenza; altri castigant ridendo mores, non pochi sono infondati, ingiusti, volti decisamente ad avvilire i destinatari, prevalere su di loro, deriderli, provocarli, moderare il loro valore, i loro meriti, esaltando implicitamente se stessi. Questo è l’aspetto che travalica il gioco innocente e pone il problema del collegamento a fenomeni passati a modalità diverse, ma che sembrano fatte della stessa sostanza.

CARLO LAPUCCI vive a Firenze, dove ha insegnato per molti anni. I suoi interessi si muovono nel campo della letteratura, della linguistica e delle tradizioni popolari, incentrati sull’individuazione delle radici profonde della cultura italiana. Con Graphe.it edizioni ha pubblicato: La Vecchia dei camini. Vita pubblica e segreta della Befana (2018), L’arte di fare il cattivo. Ovvero origine, epifanie e metamorfosi dell’Orco (2019) e Gesù bambino nasce. Poesia popolare del Natale (2019). In questa stessa collana hanno visto la luce i saggi Magia e poesia e L’arca di Noè (entrambi del 2022).

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

L’arca di Noè. Bestiario popolare

Magia e poesia

Massimo Gatta “Breve storia di delitti in libreria”, presentazione


[…]Massimo Gatta, […] bibliografo erudito, costringe deliziosamente il lettore a concentrarsi per non confondere il reale con la fantasia, distinguere i luoghi di carta da quelli che hanno un vero indirizzo, e separare i personaggi dai loro creatori. Il gioco riesce così bene che perfino la prefazione è a firma di un celebre personaggio bidimensionale di gialli, primo dirigente della Questura di Milano, il quale di questo saggio ha scritto che «è, a ben vedere, una scorribanda tanto dotta quanto ammiccante fra delitti, librerie e biblioteche bidimensionali per investigatori bidimensionali».(da Scheda libro di Graphe.it)

Massimo Gatta, bibliotecario dell’Università degli Studi del Molise e studioso di editoria del Novecento, bibliografia, storia della bibliofilia e di quanto concerne il libro, come contenuto e quanto lo racchiude, ha pubblicato per Graphe.it Brave storia di delitti in libreria. Un testo smilzo, 60 pagine, risultato di due anni di ricerche, costruendo una guida ragionata ad un sottogenere del “giallo”: il bibliomistery.

La storia del genere bibliomistery raccoglie esempi datati e illustri dove la libreria non costituisce solo l’ambientazione ma la scena del crimine e dove ogni indizio tende a depistare, tanto che la Premessa al saggio è scritta a nome Norberto Melis. Chi conosce e legge i gialli di Tuzzi sa bene di chi si tratta: un personaggio ben riuscito, amato dai lettori e protagonista di ben 16 opere in giallo di cui è primo dirigente, precedentemente vice questore e commissario, ad indagare con la sua squadra nella Milano degli anni ’80. Un personaggio di carta che svolge un compito, scrivendo la Premessa ad un saggio, e ponendo immediatamente alla ribalta per il lettore la necessità di muoversi e saper distinguere  tra pagine d’autore, personaggi di carta, di fantasia e la realtà. L’ho trovato curiosamente interessante anche per essere conoscitrice ed estimatrice di tutti i romanzi di cui il Melis è attento  e capace investigatore.

Un genere il bibliomistery che fa la sua prima comparsa nel 1836 ad opera di Gustave Flaubert e che in Italia ha avuto in De Angelis, nel 1936, il primo ad utilizzare la libreria come scena del crimine;  e ancora, che dopo di lui il genere ha trovato molti seguaci e molti esempi che, per conoscerli tutti, basterà leggere l’interessante saggio di Gatta.

Da sottolineare che il volume si completa di un poster con le copertine delle edizioni originali delle opere citate.

Brevi note biografiche

È autore di circa cinquecento pubblicazioni, tra le ultime: L’Aldo degli scrittori. La figura e l’opera di Aldo Manuzio nell’immaginario narrativo (secoli XVI-XXI), (Biblohaus, 2018), Metallibri. Latta, ferraglia & bulloni nell’editoria futurista (Biblohaus, 2018), Segnalibro (Babbomorto editore 2018) e Librai, librerie et amicorum. Appunti per una bibliografia (Biblohaus, 2018), Come e perché mantenere in perfetto disordine i propri libri (FuocoFuochino, 2019).(da Graphe.it)

Susanna Trossero “Il male d’amore”, Graphe.it

Le pene d’amore del giovane Werther appaiono ridicole ai giorni nostri? Ci siamo affrancati da tali sofferenze? Un libro-antidoto al male d’amore, perché non succede mai che si sia pronti insieme, a ricominciare da soli.

Illustrazioni di Emiliano Billai e Marti Menta

con interventi di:  Emma Chioccia, psicologa, Omar Soddu, maestro di danza sportiva,Eleonora Carta, giallista, sr Anastasia di Gerusalemme, monaca di clausura

Graphe.it edizioni

A nessuno è estraneo ciò che chiamiamo mal d’amore: se hai la fortuna di non averlo mai provato, di certo conosci qualcuno che ti ha parlato del proprio. È parte della vita, potenziale rovescio di ogni medaglia sentimentale, quale che sia la forma e la maturità della relazione che lo ha prodotto. Questo volume è un buon antidoto: sul tema dell’amor perduto troverai in queste pagine testimonianze reali, pareri di esperti, citazioni letterarie, aforismi, ma anche suggestioni da canzoni, poesie, immagini: l’autrice attinge a tutto ciò che può aiutarti a comprendere e affrontare la sofferenza amorosa e riflettere (come recita il sottotitolo) sul perché capiti così di rado che i componenti di una coppia siano contemporaneamente pronti ad affrontare il futuro separati.

Ho incontrato anime afflitte o nostalgiche, malinconiche o speranzose. Uomini e donne, ragazzi e persone mature, che hanno aderito con slancio a ciò che avevo in mente, dimostrando che ancora oggi – che sia facile o no – si può parlare dello struggimento che un sentimento ci riversa addosso, in bene e in male. E che parlarne, scriverne, regala sollievo. In questa raccolta di storie, vibrante di vita vissuta, io accosto le testimonianze d’oggi sul male d’amore a brani del passato, scritti dai più grandi autori classici. E provo a mostrare quanto si continui a parlare la loro stessa lingua in barba ai grandi cambiamenti. Non dobbiamo sentirci sciocchi, bensì umani. Ed è una vittoria constatare che proprio la nostra umanità, è rimasta intatta.

SUSANNA TROSSERO è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti (di cui è appassionata), romanzi e sta lavorando ad altri progetti. Insegna scrittura narrativa. Attualmente è presente nel catalogo di Graphe.it edizioni con un romanzo (Adele, a quattro mani con Francesco Tassiello, 2013), dei racconti (Un lunedì senza ombrello, 2014; Tutti gli Alfredo del mondo, 2021) e il libro Il pane carasau. Storie e ricette di un’antica tradizione isolana (2019 – seconda edizione) scritto insieme ad Antonella Serrenti.

Guillermo Busutil “Papiroflessia. Di libri e letture”, Graphe.it

Postille di Antonio Castronuovo e Massimo Gatta

Brevissime meditazioni tutte dedicate alla lettura e all’amore per la parola scritta.

«In piena luce,

all’aria aperta, non temere:

apri un libro»

Graphe.it

La “papiroflessia” è l’arte di piegare la carta per ottenerne forme tridimensionali. Non c’è titolo più adatto di quello scelto da Guillermo Busutil per descrivere il contenuto, altrimenti difficile da etichettare, di questo volumetto. Fra le pagine abitano brevissime meditazioni tutte dedicate alla lettura e all’amore per la parola scritta; non veri e propri aforismi, non versi poetici, forse le due cose insieme. O forse, invece, più che di frasi si tratta in qualche modo di oggetti, che hanno una funzione in sé ma che flessi, ripiegati su loro stessi più e più volte, restituiscono all’occhio di chi legge una realtà concreta, sfaccettata, le cui tre (o più?) dimensioni stimolano l’intelletto a cercare nuove prospettive.

Amici lettori – o, forse, meglio “amici”, senza “lettori” – se avete deciso per qualche arcano motivo, per scelta o per vocazione, vendetta o altro, di non leggere più libri, di non leggere affatto o di non possedere alcun libro, allora tenetevi ben lontani da questa biblioraccolta di Guillermo Busutil. Perché? Beh, perché questo non è un libro, così come la pipa di Magritte non è una pipa. Ma come? direte. Come è possibile che questo libro di Busutil, fatto di carta, caratteri, copertina, aforismi (li ho contati, sono 737), inchiostro e prezzo di copertina non sia un libro? Come dovrebbe essere allora un libro? Avete ragione. Infatti questo libro di Guillermo Busutil è un libro e nello stesso tempo non lo è. Le cose si complicano perché, alla fine e forse da sempre, la lettura è difficile, così come la bellezza di cui parlava il poeta americano Ezra Pound. (dalla postfazione di Massimo Gatta)

Impossibile scorrere queste pagine con la consueta strategia di lettura, quando ci ritagliamo un tempo di pace interiore, apriamo un libro con l’intento di leggere almeno dieci facciate e ci accovacciamo in poltrona; oppure ci incamminiamo con passo distratto, quello gravato – per intenderci – dal rischio d’inciampo in sporgente radice. Impossibile agire così, e per una semplice ragione: l’opera è formata da circa ottocento libri, quante sono le tarsie che compongono questo mosaico di prose brevi, anzi brevissime. Ogni tessera attira lo sguardo, ogni frammento si staglia sulla pagina a disdegno dei circostanti. Ognuno degli ottocento libri esercita il peso specifico di più pagine: reclama quiete, pretende una pigra sosta di raccoglimento. (dalla postfazione di Antonio Castronuovo)

Opinionista e critico letterario per La Opinión de Málaga, GUILLERMO BUSUTIL scrive anche per La Vanguardia in qualità di critico d’arte, per il quotidiano El País e per Crónica Global. Presente in varie antologie, è autore di numerosi libri, come anche di cataloghi di mostre. Nel 2021 ha ricevuto il Premio nazionale di giornalismo culturale da parte del Ministero della cultura spagnolo.

Chiara Ricci “Anna Magnani. Racconto d’attrice”, Graphe.it

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In libreria dal 26 agosto

Più che una biografia, questo libro è un’analisi intuitiva, critica e psico-emotiva di Anna Magnani. L’autrice mette il proprio rigoroso approccio di ricerca al servizio di un racconto non convenzionale. Superfluo e improduttivo, infatti, sarebbe stato ripercorrere meccanicamente nomi, date, luoghi, titoli (che pure ci sono): si guarda qui alla storia dell’attrice attraverso una prospettiva inedita che permette uno sguardo diretto e nuovo. Il legame fra la Magnani e il teatro – la «migliore scuola» che le fece «spuntare le ali» – è intimo, più viscerale forse di quello con il cinema: è lì che la magnifica attrice riceve il suo primo vero applauso, il primo “brava”, l’inizio di un nutrimento tanto atteso per uno spirito così difficile da “sfamare”. 

Questa sarà la chiave di lettura dalla quale guardare a tutta la carriera dell’attrice romana. Uno sguardo diretto, nuovo e per certi versi inedito su Nannarella, come era affettuosamente chiamata: il legame tra Anna Magnani e il teatro è, infatti, la principale chiave di lettura dalla quale guardare tutta la sua brillante carriera.

«Quello che mi atterrisce è di sparire da un momento all’altro, improvvisamente, senza sapere chi era veramente la Magnani o, meglio, chi era la piccola Anna. Ma lo so chi era. Una piccola bugiarda che viveva nel sogno per non dover affrontare la realtà. Senza madre, senza padre, mi sono trasformata in formica. Ho recitato la parte dell’aggressiva, ma non lo ero. Di qui le mie collere. Ho recitato la parte della pavida quando invece ero un leone. Di qui le mie collere. Ho recitato la parte della coraggiosa quando invece ero un agnello. Di qui, ancora, le mie collere. Povera pazza! Se oggi dovessi morire, sappiate che muoio ricca perché ho capito tutto questo. Sappiate che le mie collere erano solo rivolte contro di me. Ho anche capito che non ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza in meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa per quella lacrima, ho implorato quella carezza… Ma io non so nemmeno se lo sono, un’attrice…

Cosa vuol dire essere un’attrice? Io una sera sono in un modo, una sera sono in un altro. Un’attrice dovrebbe essere tutte le sere uguale. Ma io non so giudicarmi. Confesso francamente che se mi chiedessero di dare un’opinione su me stessa, non la saprei dare. La lascerei dare agli altri.

Non mi curo mai di quello che sembro, di come gli altri mi vedono. Sono così come la mia vita, le mie esperienze, le mie delusioni, le mie gioie e le mie infelicità mi hanno fatta. Lo sono senza riserve e senza ipocrisie. Donna io, credo di avere dei pregi. Adesso mi faccio un po’ di complimenti. Sono profondamente umana e, anche se non si vede, sento di avere molta poesia dentro, sono molto leale, molto. Basta, no? Pare che basti

Scrive l’Autrice «“Anna Magnani. Racconto d’attrice” nasce dal mio desiderio di rendere omaggio al talento e alla forza di una donna che ha saputo fare della sua essenza e delle sue fragilità una pura energia vitale. Questo libro, forse più egoisticamente, vuole essere anche il coronamento di un sogno che mi accompagna sin da bambina: quello di «dedicare qualcosa di mio» a questa meravigliosa creatura divenuta attrice che, strano a dirsi, affianca la mia vita sin da quando ho memoria. Credo di poter definire il mio rapporto con Anna Magnani assai insolito».

CHIARA RICCI è laureata in DAMS. Ha conseguito con lode la Laurea Magistrale in “Cinema, televisione e produzione multimediale” presso l’Università degli Studi “Roma Tre” che le conferisce la nomina di “Cultore della materia Storia del cinema e di filmologia”. Autrice di saggi di inchiesta e monografici dedicati a figure chiave del cinema e del teatro italiano. È Presidente dell’Associazione Culturale “Piazza Navona”, creatrice della Rubrica online “Piazza Navona”(www.riccichiara.com), ideatrice e organizzatrice del Premio Letterario Nazionale EquiLibri. Tiene lezioni e conferenze dedicate alla Storia del cinema e del teatro.