Davide Chiolero “Vini, spezie, pastelli volativi e confetti di zucchero. Breve storia della cucina e dell’alimentazione nel Medioevo”, Graphe.it

Uno sguardo approfondito sulla cucina medievale come specchio di civiltà e identità. Il cibo, tra riti religiosi e influenze culturali, racconta la storia nascosta dietro ogni piatto

Graphe.it

In libreria dal 26 febbraio

Questo saggio approccia con metodo scientifico l’arte culinaria medievale.


Si parla del legame fra dieta e religione (a cominciare dai giorni di magro, su cui scopriamo curiosità sorprendenti) del diverso apporto della civiltà romana rispetto a quelle identificate come barbariche. Si racconta delle convinzioni mediche del tempo, in fatto di nutrizione. Sono descritte le esigenze delle dispense delle abbazie e di quelle dei signori, considerando anche la disponibilità locale degli ingredienti. D’altro canto, se la cucina popolare rimase relativamente simile nel corso degli anni, quella nobiliare fu sorprendentemente aperta alle novità e alle contaminazioni, includendo – oltre agli elementi autoctoni – spezie di Paesi lontani acquistate a caro prezzo.

La cucina medievale era caratterizzata da una certa forma di discriminazione sociale. Le principali distinzioni che si possono cogliere tra cucina povera – la cui ricostruzione è complicata dall’assenza di fonti dirette – e cucina ricca non sono tanto nella qualità quanto nella quantità. La dieta dei meno abbienti era basata, perlopiù, sul consumo di prodotti di origine vegetale come ortaggi, cipolle, porri, aglio e cereali. Quest’ultimi erano fondamentali per la realizzazione del pane, l’alimento più diffuso e consumato da contadini, cittadini e nobili, vero simbolo della civiltà occidentale e cristiana. Si deve, tuttavia, precisare che il pane consumato dai meno abbienti e dai contadini, scuro e realizzato con cereali minori, non era lo stesso che potevano permettersi le classi più agiate, che preferivano il pane bianco.

DAVIDE CHIOLERO (1991) laureato in Scienze Storiche all’Università degli Studi di Torino, è docente in un istituto di istruzione secondaria di primo grado dell’astigiano. È membro della redazione di “Arma Virumque”, rivista universitaria torinese di storia militare, per la quale ha pubblicato Elmi con le corna e asce bipenni: l’equipaggiamento del vero guerriero vichingo (2021). I suoi interessi principali riguardano la storia culturale e materiale – in particolare alimentazione e costume – del periodo medievale. È autore de I vichinghi e la morte. La ritualità funebre scandinava fra migrazione e stanzialità (sec. VIII-XI) Il bestiario del Trésor di Brunetto Latini, editi con Il Cerchio.

Carlos García Gual “Breve apologia del romanzo storico”, Graphe.it

Un’appassionata difesa del romanzo storico, che esplora il delicato equilibrio tra verità e finzione, offrendo una guida per comprendere e apprezzare questo genere letterario

Prefazione di Patrizia Debicke Van der Noot

Traduzione di Roberto Russo

Graphe.it

dal 26 gennaio in libreria

Quello del romanzo storico è un genere amato da molti, e che incuriosisce altri, spesso in cerca di consigli per un buontitolo. Come non è facile scriverne, infatti,altrettanto difficile può essere trovarne uno davvero buono: coinvolgente, accurato, che ci faccia viaggiare nel tempo con il giusto equilibrio fra verità e finzione.
Curiosamente, la critica si è dimostrata talvolta impietosa verso questo filone letterario, tanto da fargli meritare una apologia: in questo volume l’autore, con la “scusa” di dimostrare i punti di forza e d’interesse del romanzo storico, ce ne offre un’ampia prospettiva ripercorrendone le caratteristiche, i fondamenti strutturali e la strada percorsa sin dai suoi albori. In questa appassionata arringa in difesa si riflette sulla differenza fra il romanziere e il cronista, fra il realismo e la ricostruzione:una distanza più o meno sottile che ha ilpotere di avvicinarci in modi diversi allaStoria.

Un genere, questo, che negli ultimi anni in Europa sembra godere di una rinascita e un’accelerazione, anche grazie a un rinnovato impegno degli scrittori, e il cui punto di forza sta nel poter allargare quasi all’infinito il numero di storie possibili: faccio ponte con il passato e scelgo quello che mi pare e quando mi pare. Possiamo quasi paragonare il romanzo storico a una macchina del tempo che ci consente di guardare indietro. La sua unica vera criticità sta nella implicita contraddizione che lo identifica: “romanzo” (componimento letterario che narra una vicenda in tutto o in parte immaginaria) e “storico” (della storia, ovverosia reinterpretazione di parte della storia e ricostruzione di un fatto realmente esistito). Categorie che dovrebbero fare a pugni tra loro? In un romanzo storico, invece, vengono tranquillamente mischiate. (dalla Prefazione di Patrizia Debicke Van der Noot).

CARLOS GARCÍA GUAL (Palma di Maiorca, 1943) è professore emerito di Filologia greca dell’Università Complutense di Madrid e specialista di antichità classica, mitologia, filosofia e letteratura. Insignito due volte del Premio nazionale di traduzione, ha pubblicato numerosi libri e collabora con diversi media. È membro della Real Academia Española.

Mariano Lamberti “Magia del tempo breve”, Graphe.it

Magia del tempo breve: un viaggio poetico alla scoperta dell’anima, tra la finitezza dell’uomo e l’infinito dell’esistenza. Un’esplorazione della condizione umana alla ricerca del senso profondo della vita, che invita a riscoprire la bellezza e la fragilità dell’esistenza.

Prefazione di Davide Rondoni

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La forma di poesia più umana possibile è quella che si rivolge al divino: si potrebbe sintetizzare con queste parole l’opera di Lamberti. Il buddhismo costituisce il riferimento principale della raccolta. Nelle intenzioni dichiarate dell’autore c’è infatti l’esigenza di restituire alla spiritualità buddhista un linguaggio che parli all’anima e consenta la percezione diretta del contenuto, spogliato dell’aura di misticismo che rischia di allontanare dal cuore del significato. Magia del tempo breve è «un testo poetico, laico e sacro insieme» che sistematizza le esperienze (anche dolorose), le pulsioni e le emozioni dell’essere umano, testimoniando lo sforzo universale della mente finita per comprendere e avvicinare l’infinito, senza tuttavia perdersi in esso.

Ci sono poeti che sono “poeti nonostante”. Intendo poeti nonostante se stessi, nonostante la precarietà del loro lavoro stilistico, nonostante le convenienze esteriori, e spesso nonostante gli sguardi che la maggior parte delle persone che hanno intorno rivolgono a loro. Sospetto che Mariano sia uno di questi. Ti verrebbe spesso da chiudere questo libro, vuoi di fronte a un uso tronco del verbo all’infinito (quasi una entrata in scena improvvisa di un foscoliano nel Duemila) o vuoi di fronte a immagini che non sai se ingenue o puerili. E però mentre sei lì che pensi queste cose, incroci pochi versi più sotto l’immagine di una «malattia/ che saliva le scale al buio». Cavolo, ecco un poeta! Nascosto a volte persino a se stesso. E poi il libro ha crescite prodigiose: «Vorrei legare il mondo ai tuoi occhi vagabondi/ per vedere il cielo che raddoppia nel mare». Dunque ci si immerge nuovamente in un libro che ha come grande tema il tempo e l’eterno. (Davide Rondoni)

MARIANO LAMBERTI, originario di Pompei, si è formato in filosofia e cinematografia a Roma e New York. La sua carriera poliedrica spazia dal cinema, con opere come Non con un bang e Good As You, al teatro, dove ha diretto Processo a Fellini e Razza sacra. Ha pubblicato romanzi e raccolte di poesie, tra cui Dopo il dolore e Magia del tempo breve. Lamberti si distingue per la sua sensibilità narrativa e visiva, toccando con profondità le corde dell’animo umano.

Roberto Celestre “SALADINO. Il sovrano cavaliere”, Graphe.it

Saladino, figura leggendaria del XII secolo, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia. Questo libro, scritto da Roberto Celestre e arricchito dalla traduzione della Cronaca di Ṣalāḥ al-Dīn di Ibn Khallikān, offre uno sguardo approfondito sulla sua vita e le sue imprese. Dalla riconquista di Gerusalemme allo scontro con Riccardo Cuor di Leone, Saladino continua a incarnare l’ideale del cavaliere perfetto. Una biografia che unisce passato e presente

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Salāh al-Dīn, noto come Saladino, è tra gli indiscussi protagonisti del XII secolo nello scacchiere mediorientale. La sua popolarità è ancor oggi senza eguali non soltanto nel mondo arabo, tanto da essere considerato vera incarnazione del cavaliere perfetto. Di origine curde, nacque a Tikrīt nel 1138. Si mise in mostra quando nel 1163 partecipò alla spedizione nell’Egitto fatimide al seguito dello zio Shīrkūh, comandante dell’esercito del sovrano zenjide Nūr al-Dīn, conclusasi nel 1169. Morto improvvisamente lo zio, Salāh al-Dīn divenne prima visir (primo ministro) d’Egitto, quindi nel 1171 pose fine al califfato fatimide del Cairo. Alla morte di Nūr al-Dīn (1174), seppe diventare l’unico fautore dell’unificazione dei territori musulmani ponendo Siria, Egitto, Yemen e Mesopotamia settentrionale sotto la propria autorità. Nel 1177 si dedicò alla riconquista dei territori di Siria e Palestina ancora in mano ai crociati, sbaragliando l’esercito il 4 luglio 1187 a Hattīn e riconquistando Gerusalemme il 2 ottobre. Nello scontro con Riccardo “Cuor di Leone”, alla guida della terza crociata, fu sconfitto ad Arsūf e siglò il trattato di pace il 2 settembre 1192. Pochi mesi dopo, il 4 marzo 1193, Salāh al-Dīn si spense nella sua amata Damasco.

Questa monografia si compone di un profilo biografico e della traduzione dall’arabo della Cronaca di Salāh al-Dīn tratta dal Wafayāt al-a’yān di Ibn Khallikān (m. 1282), proposta per la prima volta in lingua italiana.

ROBERTO CELESTRE è ricercatore indipendente laureato in Lingua e Letteratura Araba con indirizzo storico all’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Ha trascorso due anni al Cairo svolgendo corsi di specializzazione di storia islamica medievale in lingua araba alla Cairo University e ha frequentato le università di Ayn Shams (Cairo, Egitto) e Muhammad V (Rabat, Marocco). L’ambito di ricerca è la storia islamica medievale, con particolare attenzione alla storiografia araba contemporanea delle crociate e alla manualistica militare nell’Islam medievale. Relatore di Islamistica alla Facoltà Teologica “S. Bonaventura” (Roma) nel 2016, è socio dell’Istituto per l’Oriente “Carlo Alfonso Nallino” e di MESA (Middle East Studies Association). Ha curato e tradotto dall’arabo il trattato Consigli sugli stratagemmi di guerra (Il Melangolo, 2013) di al-Harawī, oltre ad aver pubblicato interventi su diverse pubblicazioni scientifiche del settore.

Paola Bonifacio “Alberto Martini. Ritratto segreto”, Graphe.it

Il romanzo verità sul grande artista che D’Annunzio chiamava “l’Alberto Martini dei Misteri”, visto attraverso gli occhi della donna che ne f u la più intima testimone, splendida modella e musa: la moglie Maria.

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Gabriele D’Annunzio, che ne ammirava le illustrazioni per la Divina Commedia e per i Racconti di Edgar Allan Poe, lo chiamava “Alberto Martini dei Misteri”. E misterioso, oltre che fascinosamente viveur, Martini lo era davvero. Nei ruggenti anni Venti, fu a lungo il ritrattista ufficiale della Marchesa Luisa Casati, l’indomita “opera d’arte vivente”, che ambiva a esibirsi nel Tetiteatro, sorprendente installazione sull’acqua inventata da Martini stesso. Quelli erano gli anni de La regina di Saba, dipinto che suggellava la scandalosa storia d’amore di Wally Toscanini ed Emanuele Castelbarco; e anche gli anni della tempestosa amicizia di Martini con Margherita Sarfatti, finita tra le incomprensioni, ma foriera di un nuovo, promettente inizio. 

In Alberto Martini. Ritratto segreto, Paola Bonifacio ripercorre la vita e l’opera dell’enigmatico e misogino artista opitergino, attraverso i ricordi della sua musa, modella e più fedele ammiratrice: la moglie Maria Petringa.

«La vita», aveva concluso Alberto ispirato, sollevando lo sguardo verso un punto indefinito sopra di lui, «è un sogno a occhi aperti e il sonno un sogno a occhi chiusi falsato dall’incubo della realtà. Per fortuna possiamo sognare a occhi aperti, e in questo tutti si consolano e si riconciliano con la catastrofica realtà… Così, mentre i veri artisti, veggenti divini, rendono sensibile agli uomini il sogno della vita e quello eterno della morte, nelle infinite forme dell’arte della poesia e della musica, gli artisti inferiori rimangono schiavi delle reali apparenze. Chi vive nel sogno è un essere superiore, chi vive nella realtà, uno schiavo infelice».

PAOLA BONIFACIO, già Conservatrice della Pinacoteca Alberto Martini e referente dell’Archivio dell’artista, quindi Manager dei Musei Civici di Treviso, è specialista in archeologia e storia dell’arte. Autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici di soggetto storico-artistico per la RAI del Friuli Venezia Giulia, cura mostre e pubblicazioni d’arte moderna e contemporanea. È membro del Comitato Scientifico di Fondazione Oderzo Cultura.

Antonio Schlatter Navarro “Perché leggere Dostoevskij, Graphe.it

Leggere Dostoevskij è un atto rivoluzionario: un viaggio nel tempo e nell’ anima. Non possiamo leggere Dostoevskij in fretta; per questo, accettare la sfida sarà un’azione rivoluzionaria di cui mai potremmo pentirci.


a cura di Natale Fioretto
Prefazione di Valerio De Cesaris
in libreria dal 26 ottobre

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Perché dovremmo leggere oggi Dostoevskij? Questo volume non solo fornisce risposte, ma ci mette di fronte alle domande giuste, uscendo dalla retorica un po’ supponente secondo cui tutti avrebbero letto Dostoevskij o tutti dovrebbero farlo. La prospettiva del saggio – almeno in parte – muove da una visione cristiana, infatti, la relazione con il peccato e il divino è senza dubbio un filone centrale nella poetica del romanziere. Ciò che rende avvincente quella che Schlatter Navarro chiama “indagine” è però il carattere misterioso che permea la riflessione dello scrittore: per lui «i rapporti fra Dio e l’uomo, il peccato e il male, la coscienza e la libertà non sono problemi, ma misteri».

Dostoevskij sfida il nostro tempo troppo veloce. Per gli europei d’oggi, spaesati e spaventati di fronte a un mondo complesso che non dominano più come hanno fatto nei secoli passati, tutto scorre in fretta, mentre lo spazio della riflessione si restringe. Ogni notizia è divorata rapidamente e sostituita dalla successiva. Ci si dimentica e ci si abitua anche a quelle peggiori, come la guerra, che quasi non fa più notizia se non quando sembra che ci minacci direttamente. Tanta gente non legge più libri, illudendosi magari di capire la realtà del mondo scorrendo i post sui social, senza uno sforzo di approfondimento. I requisiti fondamentali del lettore ideale di Dostoevskij sono pazienza e attenzione, ci ricorda in questo bel saggio Antonio Schlatter Navarro. Ma chi è davvero attento al giorno d’oggi? Chi ha la pazienza di entrare in trame complicate, accettando d’incamminarsi in centinaia di pagine? Corriamo il rischio di non capire la realtà che ci circonda, le questioni fondamentali che riguardano l’umanità, semplicemente perché rinunciamo a fermarci, a leggere, a entrare nella complessità della vita. La letteratura ci aiuta, se le dedichiamo il tempo che merita. Il suo senso profondo è infatti quello di essere al servizio del lettore, per scuotere la sua coscienza e spingerlo a pensare, rimettendo in moto la mente e il cuore. (dalla Prefazione di Valerio De Cesaris)

ANTONIO SCHLATTER NAVARRO (Siviglia 1968) è un sacerdote della Prelatura dell’Opus Dei. Ha esercitato il ministero in diverse diocesi della Spagna: Murcia, Valencia e Saragozza e attualmente a Cordova. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Jaén, dove ha esercitato la professione di avvocato, ha conseguito la laurea in Teologia alla Pontificia Università della Santa Croce in Roma e il dottorato in Filosofia all’Università di Navarra.

Valentino Ronchi “Ma tu l’hai letto “Il giovane Holden”?, Graphe.it

Frammenti di vita in versi ipnotici: Milano, periferie urbane e dell’animo umano si mescolano in una geografia dello spirito poetica e profonda.

Collana Le Mancuspie diretta da Antonio Bux

in libreria dal 26 settembre

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(L’appostamento)

Struggente e irripetibile andare
per il paese io e te sotto i portici
(fa freddo, ne manca alle rondini)
in cerca del tuo innamorato,
il sabato, il pomeriggio dei bambini.
È lui? Mi pare di vederlo. Forse sì,
forse no. Aspetta, sì, eccolo,
dai, andiamo. E stringi più forte
la mano.

Valentino Ronchi, già autore di romanzi e sillogi poetiche di rara eleganza, torna con una raccolta di versi che cattura l’attenzione per la sua capacità di frammentare la vita in sequenze ipnotiche di senso. Un caleidoscopio di incontri, situazioni e paesaggi cesellati tra le pagine, dove l’Hinterland di Milano si fonde con altre periferie più distanti, anche quelle dell’animo umano. Lingua semplice legata al dialogo che porta alla luce epifanie del quotidiano, mentre il risvolto civile, quasi mai di denuncia ma più un’espressione di un sentimento laico, è uno degli architravi della poetica dell’autore lombardo. Versificare tagliente, ironico e irriverente che lega l’incontro tra il dettato lirico e un atteggiamento di tendenza narrativa. Un’opera da non perdere per gli amanti della poesia contemporanea.

VALENTINO RONCHI (Milano 1976) ha pubblicato i libri di poesia L’epoca d’oro del cineromanzo (nottetempo 2016), Primo e parziale resoconto di una storia d’amore (nottetempo 2017), Buongiorno ragazzi (Fazi 2019) e i romanzi Riviera (Fazi 2021) e Quasi niente (fve 2024).

Enrique Gallud Jardiel “Breve storia umoristica del libro”, Graphe.it

Tra gaffe e capolavori: la storia del libro come non l’hai mai letta! Un viaggio umoristico per bibliofili e amanti della cultura.

Illustrazioni di Marco De Angelis.

Traduzione di Fabiana Errico

in libreria dal 26 settembre

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Il libro è un oggetto amato ma ambivalente: il risultato che produce è soggetto talvolta al caso, spesso alla stoltezza dell’uomo che lo maneggia. Sapienti di tutte le epoche si sono (insospettabilmente) espressi contro il libro e contro il lettore e hanno manifestato la propria frustrazione per l’eventuale e irrimediabile fraintendimento dei contenuti (per non parlare dell’affidabilità degli storici!). 

Questo volume, dissacrante e spassoso, ripercorre con leggerezza la storia della trasmissione scritta della conoscenza, affiancando nozioni filologicamente impeccabili a riflessioni facete e curiosità poco note.

Per esempio, sapevate che gli scribi egizi («quel popolo dal girovita così sottile») usavano un inchiostro apposito per le parolacce?

La comparsa e l’uso degli alfabeti e della scrittura sono stati tra i primi segnali che “umanità” e “raziocinio” non fossero termini completamente antitetici, come poteva sembrare. Tuttavia, i tanti millenni impiegati dall’Homo Sapiens per svilupparli non depongono proprio a suo favore. Potremmo dire che chiunque è d’accordo con il fatto che i libri rappresentano qualcosa di meraviglioso, ma non è così: non tutti lo pensano (e vedremo poi chi sono i dissidenti). Ma, nel bene e nel male, i libri hanno una storia appassionante e impegnativa con la quale speriamo di tenervi occupati catturando il vostro interesse (geniale quest’ultima frase, non vi pare?). Alcuni testi hanno giovato molto al mondo, altri per niente, spesso perché si è capito più male che bene quel che di positivo c’era, e quelli che non hanno capito bene se la sono presa a male, il che non va bene, ma male. (Dall’introduzione)

ENRIQUE GALLUD JARDIEL (Valencia, 1958) è figlio d’arte, nipote del grande umorista spagnolo Enrique Jardiel Poncela. Ha conseguito un dottorato di ricerca in filologia ispanica e ha al suo attivo più di duecento libri. Attualmente si dedica alla satira e alla parodia.

Carlo Lapucci “Uniamoci, amiamoci.Blasoni e complimenti verbiali tra popoli italici”, Graphe.it

Si deve andar d’accordo a costo di litigare! Una scorribanda nella storia e nella geografia di questo mondo sorprendente, indefinibile, contraddittorio che è l’Italia, un paese che, nonostante tutto, è ancora unito.

dal 26 maggio in libreria

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Questa ricerca è uno studio, con un repertorio esemplificativo di un settore dei proverbi che nel tempo non ha avuto molta attenzione, classificato come tipologia generica di utilità pratica. Il blasone proverbiale serve più a marcare le differenze, le distanze, le particolarità, usando preferibilmente i difetti altrui. I riflessi antropologici segnalati da questo studio sono notevoli, profondi e anche divertenti, dal momento che scoprono un lato singolare del carattere tipico d’una popolazione che ha più elementi in comune di quanti non vorrebbe avere, tenendo a distanziarsi, smarcarsi, definirsi, mantenendo il proprio stigma, fino all’ultimo paesello della montagna più sperduta.

Blasoni popolari sarebbero da intendere, secondo logica e propriamente, soltanto quelli che gli abitanti d’una località e d’un territorio dànno a se stessi, o alla loro comunità storica, e sono volti, come il blasone nobiliare, a esaltare qualità, imprese, meriti e quanto altro di positivo, in modo da distinguersi, qualificarsi e anche primeggiare su altre società umane, soprattutto sulle popolazioni confinanti e più vicine. Gli studiosi sono passati sopra al fatto che i motti di autoesaltazione di paesi e città, generati dal compiacimento e dalla vanagloria, sono stati l’occasione di dare forma a una critica di altre popolazioni vicine e lontane in infinite parodie coniando detti, spesso molto azzeccati, volti a deridere i difetti, le presunzioni, le malefatte altrui. Molti sono divertenti, pungenti, graziosi, a volte giustamente un po’ graffianti ma non lontani dalla benevolenza; altri castigant ridendo mores, non pochi sono infondati, ingiusti, volti decisamente ad avvilire i destinatari, prevalere su di loro, deriderli, provocarli, moderare il loro valore, i loro meriti, esaltando implicitamente se stessi. Questo è l’aspetto che travalica il gioco innocente e pone il problema del collegamento a fenomeni passati a modalità diverse, ma che sembrano fatte della stessa sostanza.

CARLO LAPUCCI vive a Firenze, dove ha insegnato per molti anni. I suoi interessi si muovono nel campo della letteratura, della linguistica e delle tradizioni popolari, incentrati sull’individuazione delle radici profonde della cultura italiana. Con Graphe.it edizioni ha pubblicato: La Vecchia dei camini. Vita pubblica e segreta della Befana (2018), L’arte di fare il cattivo. Ovvero origine, epifanie e metamorfosi dell’Orco (2019) e Gesù bambino nasce. Poesia popolare del Natale (2019). In questa stessa collana hanno visto la luce i saggi Magia e poesia e L’arca di Noè (entrambi del 2022).

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

L’arca di Noè. Bestiario popolare

Magia e poesia

Massimo Gatta “Breve storia di delitti in libreria”, presentazione


[…]Massimo Gatta, […] bibliografo erudito, costringe deliziosamente il lettore a concentrarsi per non confondere il reale con la fantasia, distinguere i luoghi di carta da quelli che hanno un vero indirizzo, e separare i personaggi dai loro creatori. Il gioco riesce così bene che perfino la prefazione è a firma di un celebre personaggio bidimensionale di gialli, primo dirigente della Questura di Milano, il quale di questo saggio ha scritto che «è, a ben vedere, una scorribanda tanto dotta quanto ammiccante fra delitti, librerie e biblioteche bidimensionali per investigatori bidimensionali».(da Scheda libro di Graphe.it)

Massimo Gatta, bibliotecario dell’Università degli Studi del Molise e studioso di editoria del Novecento, bibliografia, storia della bibliofilia e di quanto concerne il libro, come contenuto e quanto lo racchiude, ha pubblicato per Graphe.it Brave storia di delitti in libreria. Un testo smilzo, 60 pagine, risultato di due anni di ricerche, costruendo una guida ragionata ad un sottogenere del “giallo”: il bibliomistery.

La storia del genere bibliomistery raccoglie esempi datati e illustri dove la libreria non costituisce solo l’ambientazione ma la scena del crimine e dove ogni indizio tende a depistare, tanto che la Premessa al saggio è scritta a nome Norberto Melis. Chi conosce e legge i gialli di Tuzzi sa bene di chi si tratta: un personaggio ben riuscito, amato dai lettori e protagonista di ben 16 opere in giallo di cui è primo dirigente, precedentemente vice questore e commissario, ad indagare con la sua squadra nella Milano degli anni ’80. Un personaggio di carta che svolge un compito, scrivendo la Premessa ad un saggio, e ponendo immediatamente alla ribalta per il lettore la necessità di muoversi e saper distinguere  tra pagine d’autore, personaggi di carta, di fantasia e la realtà. L’ho trovato curiosamente interessante anche per essere conoscitrice ed estimatrice di tutti i romanzi di cui il Melis è attento  e capace investigatore.

Un genere il bibliomistery che fa la sua prima comparsa nel 1836 ad opera di Gustave Flaubert e che in Italia ha avuto in De Angelis, nel 1936, il primo ad utilizzare la libreria come scena del crimine;  e ancora, che dopo di lui il genere ha trovato molti seguaci e molti esempi che, per conoscerli tutti, basterà leggere l’interessante saggio di Gatta.

Da sottolineare che il volume si completa di un poster con le copertine delle edizioni originali delle opere citate.

Brevi note biografiche

È autore di circa cinquecento pubblicazioni, tra le ultime: L’Aldo degli scrittori. La figura e l’opera di Aldo Manuzio nell’immaginario narrativo (secoli XVI-XXI), (Biblohaus, 2018), Metallibri. Latta, ferraglia & bulloni nell’editoria futurista (Biblohaus, 2018), Segnalibro (Babbomorto editore 2018) e Librai, librerie et amicorum. Appunti per una bibliografia (Biblohaus, 2018), Come e perché mantenere in perfetto disordine i propri libri (FuocoFuochino, 2019).(da Graphe.it)