Concita De Gregorio “In tempo di guerra” recensione di Simonetta Fiori da La Repubblica Cultura 12 novembre

Ricucire i fili strappati tra due generazioni

di Simonetta Fiori

Succede a un certo punto del cammino: non ci si volta più indietro, si smette di scrutare i giganti con cui ci si è confrontati per una vita, per guardare solo in avanti, verso chi un posto nella storia fatica a trovarselo. Che mondo lasciamo ai nostri figli, ai tanti soldati di una guerra invisibile condannati a eterna precarietà? Un mondo alla fine del mondo? Non è un bell’affare. Il merito del nuovo libro di Concita De Gregorio,

In tempo di guerra, è proprio questo: dare voce a una leva dimenticata, i trentenni del nuovo secolo, i nati nell’Italia ubriaca degli Ottanta che oggi sono espulsi dal lavoro, da una vita affettiva stabile, da un radicamento territoriale, talvolta perfino dalla verità sentimentale della propria lingua. È insieme a loro che bisogna guardare il film girato dalle generazioni precedenti. Lo spettacolo può risultare sconfortante, ma forse siamo ancora in tempo per riscriverne il finale. Marco Senese, il protagonista del libro, è la sintesi dei tanti trentenni che ogni giorno scrivono a Concita nella sua rubrica. Per raccontarle la loro guerra quotidiana, quella che ci ostiniamo a non vedere, la lotta per ottenere un posto nella storia famigliare: in quell’album dove i predecessori un posto bene o male sono riusciti a conquistarselo. E la lettera, la forma epistolare, è la struttura narrativa che sorregge il racconto, un incrocio di mail tra i vari personaggi che rappresentano le generazioni dell’ultimo mezzo secolo. Un nonno funzionario del Pci, l’altro nonno professore, accomunati entrambi nella fede nel progresso. I genitori sessantottini – i veri dissipatori dell’eredità – passati dall’ortodossia della rivoluzione a quella dei testimoni di Geova. E poi i figli, a cui sono state sottratte le chiavi per aprire il mondo. Al centro di questo scambio c’è l’autrice, che non ha formule certe da somministrare ma una personalissima costellazione di luci capaci di rendere meno oscuro il cammino. Il gioco del mondo di Cortázar e il talento invisibile di Carol Rama. La profezia di Alex Langer e l’imprevedibilità di Osvaldo Lamborghini, il poeta argentino che di sé diceva: «Non sono un grande lettore ma un magnifico sottolineatore» (epitaffio che merita il giallo dell’evidenziatore!). E ancora Roberto Bolaño e il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann. A mettere insieme materiali e stili diversi provvede la scrittura di Concita De Gregorio che ti prende per mano e ti conduce fino alla fine della storia senza mai farti perdere il filo della speranza.

Leggi anche l’anticipazione da La Repubblica Cultura

Camilla Läckberg “La gabbia dorata” recensione di Luca D’Andrea da La Repubblica Cultura del 24 aprile 2019

Il libro

La gabbia dorata di Camilla Läckberg (Marsilio, traduzione di Laura Cangemi, pagg. 410, euro 19,90)

 

Ma che delusione signora Läckberg…

 

di LUCA D’ANDREA

Perché non convince “La gabbia dorata”, l’ultimo libro della regina del noir

Camilla Läckberg è indubbiamente una scrittrice di successo.

Metaforicamente parlando, con milioni di copie vendute in tutto il mondo, ogni sua nuova uscita è un rigore a porta vuota. Con il suo nuovo La gabbia dorata (Marsilio, appena uscito e già nella top ten italiana), la scrittrice svedese però ha deciso di ritagliarsi uno spazio in quell’angolo di paradiso per gli scrittori che decidono di “fare il cucchiaio”. Quegli autori cioè che, ad un certo punto della loro carriera prendono il coraggio a due mani e decidono di spiazzare tutto e tutti.

….continua a leggere la recensione di Luca D’Andrea

dello stesso autore e sullo stesso tema:

“Donne che non perdonano”