Roberto Franchini “Magone. Declinazioni di uno stato d’animo”, Oligo Editore

STORIA, USI E DECLINAZIONI LETTERARIE DI UNA PAROLA

OLIGO EDITORE

Magone – quella tristezza che non va né su né giù e blocca il respiro – è una parola utilizzata soprattutto nel nord Italia che ha trovato ospitalità nei libri di Teofilo Folengo e Dario Fo, Giorgio Bassani e Alberto Bevilacqua, Antonio Delfini e Gianni Celati, Pier Vittorio Tondelli e Maurizio Cucchi. Si può accostare allo spleen cantato da Baudelaire, alla litost narrata da Milan Kundera, al fado di José Saramago e alla samba di Vinicius de Moraes, sentimenti che hanno a che fare con il viaggio e con la nostalgia di casa e affondano le radici nei viaggi coatti, per schiavitù o per miseria.

Una prima ricerca. Cominciamo dalla definizione. Vi offro le righe che sono apparse sullo schermo del mio computer dopo una veloce ricerca nel web. Al primo posto il sito Internazionale.it che offre la versione online (e in continua implementazione) del dizionario Nuovo De Mauro. Qui ho trovato una prima definizione, a dire il vero assai scarna. Dobbiamo poi ringraziare la Treccani, che da tempo ha affiancato ai maestosi e poco maneggevoli volumi cartacei un ampio deposito digitale di voci e di lemmi, sia enciclopedici che di vocabolario. Tuttavia, anche la Treccani non è stata prodiga di informazioni, ma dobbiamo accontentarci. Se andiamo a sfogliare l’edizione degli anni Sessanta del Novecento non troviamo la parola magone. Una disattenzione colpevole o, peggio, forse il disprezzo per un vocabolo poco nobile. Ancora oggi si trova solo nel vocabolario e nel volume dei sinonimi e dei contrari. Nei cinque dizionari storici dell’Accademia della Crusca – il primo vide la luce nel 1612 e l’ultimo fu aggiornato nel 1923 – la parola magone non esiste come lemma autonomo. Lo si trova invece nell’ottocentesco dizionario del Tommaseo, ma solo all’interno dell’ampia voce dedicata alla gola. Scelta giusta, ma un poco limitativa.  Perché questo scansare una parola conosciuta e utilizzata in molte parti d’Italia? Forse nei secoli passati non la utilizzava nessuno? O era ritenuta volgare e, ancora peggio, dialettale? Oggi, il dizionario Treccani scrive che è parola regionale, espressione ambigua, perché è vero che gli emiliani la considerano una parola del loro dizionario personale, sia in senso storico che geografico, ma non è affatto vero che sia conosciuta e usata solo in quel territorio. Quindi, di quale regione si tratta?

ROBERTO FRANCHINI, giornalista, scrittore e saggista, è stato direttore dell’Agenzia di informazione e comunicazione della Regione Emilia-Romagna, presidente della Fondazione Collegio San Carlo di Modena e del Festival filosofia. Di recente ha pubblicato Il secolo dell’orso (Bompiani), Prigioniero degli altipiani (La nave di Teseo) e L’Ultima nota. Musica e musicisti nei lager nazisti (Marietti 1820).

Giorgio Luciano Pani “Poesia, amata poesia”, NeP Edizioni


L’autore indaga nell’animo umano, riuscendo a condensare attraverso i suoi versi il significato più profondo della nostra esistenza, imprimendovi un’intensa forza emotiva e donando allo stesso tempo al lettore immagini di vita.
Protagonista assoluto di questo libro è l’amore, declinato in tutte le sue caratteristiche:
l’amore che supera tutto, che riempie la nostra vita, l’amore virtuale, l’amore che ci lega agli amici e ci aiuta ad affrontare le difficoltà di ogni giorno, l’amore passionale e quello fraterno, l’amore per i propri figli, che vince tutto e ci sopravviverà, l’amore per la propria terra d’origine, l’amore che illude e che consola, l’amore per i nostri cari che certo non muore con loro.

“Poesia, amata poesia” è molto più di una semplice raccolta poetica, bensì un inno alla vita e al valore profondo di tutti i sentimenti che colmano l’animo umano e a tutti gli oggetti di questi sentimenti, che costituiscono l’unico valore reale per cui vale la pena vivere e soffrire.
Come per altri libri dell’autore, l’immagine di copertina è frutto del progetto “La pulce nel disegno” in ricordo di Roberta Repetto e di tutte le donne vittime di omicidio, a cura dell’associazione “La pulce nell’orecchio”, nata nel 2022 per una diffusione multicanale dei campanelli di allarme che devono suonare quando temiamo per l’incolumità di qualcuno di nostra conoscenza.

Giorgio Luciano Pani si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Sassari. Da sempre appassionato apprendista dell’arte della comunicazione, ha svolto attività formative e di ricerca in campo universitario, aziendale e sindacale. Ha scritto diversi libri di saggistica e poesia, con cui ha anche partecipato a concorsi letterari, ottenendo diversi riconoscimenti. Con NeP edizioni ha già pubblicato “Ritratti femminili tra realtà e mito” (2022) e “Sonetti tra le favole” (2023).

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Brunella Schisa “Il velo strappato”, presentazione

È il 1840, Enrichetta ha diciannove anni e ha da poco perso il padre, Don Fabio Caracciolo, maresciallo del Regno delle Due Sicilie a Reggio Calabria, ultimo figlio del Principe di Forino. Lei è giovane, nobile, innamorata di Domenico. Ma la famiglia di lui non approva l’unione. Sì, Enrichetta vanta ascendenze illustri, ma è priva di solidità economica e il matrimonio non s’ha da fare. Così sua madre, stanca del carattere ribelle della figlia e della sua propensione a scegliere uomini sbagliati, prende una decisione risolutiva: Enrichetta entrerà nel convento di San Gregorio Armeno, a Napoli, e vi resterà fino a quando la situazione finanziaria della famiglia non sarà risolta. A nulla servono le proteste della giovane: i mesi lì dentro diventano anni ed è costretta a prendere i voti.(da HarperCollins)

Brunella Schisa racconta i tormenti di una monaca napoletana, come recita il sottotitolo, non una qualsiasi ma le peripezie di Enrichetta Caracciolo, principessa dall’antico lignaggio ma senza dote e, come per tante fanciulle, l’unica prospettiva che le attende sono le porte del chiostro, ma da qui cambia tutto: non solo non accetta ma si ribella in una ostinata resistenza che la porterà ad abbracciare con  impegno rivoluzionario l’Unità d’Italia, in un intreccio tra la sua vicenda personale e la situazione socio politica.

“Alla soglia dei diciannove anni non aveva ancora le idee chiare, di una cosa era però certa:non si sarebbe fatta monaca […] la religiosa che le attendeva davanti al portone […] camminava con passi svelti forse per porre fine a quello strazio al più presto. Quante ne aveva viste di giovani rinchiuse contro la loro volontà”

Tra varie peripezie Enrichetta diverrà patriota e  autrice dei Misteri del chiostro napoletano ( pubblicato a Firenze nel 1864 raccoglie le memorie autobiografiche) che, oltre a raccontare le vicissitudini di una giovane donna costretta alla clausura, evidenzia la condizione della donna nell’Ottocento napoletano, racconto da cui la Schisa prende le mosse per il suo romanzo.

BRUNELLA SCHISA, napoletana trapiantata a Roma, giornalista e scrittrice, ha una rubrica di libri sul Venerdì di Repubblica. Ha scritto: La donna in nero (Garzanti, 2006, che ha vinto diversi riconoscimenti, tra i quali il Premio Rapallo Carige), Dopo ogni abbandono (Garzanti, 2009), La scelta di Giulia (Mondadori, 2013), La Nemica (Neri Pozza, 2017) e, con Antonio Forcellino, Lo Strappo (Fanucci, 2007). Per Giunti ha inaugurato la collana diretta da Lidia Ravera “Terzo Tempo” con Non essere ridicola (2019). È stata inoltre traduttrice e curatrice di Una strana Confessione (Einaudi, 1979) Raymond Roussel Teatro(Einaudi, 1982) e delle Lettere di una Monaca Portoghese (Marsilio, 1991).(da HarperCollins Autore)

Marina Marazza “Le due mogli di Manzoni”, presentazione

La voce di Teresa che racconta la sua storia è la voce di ogni donna che ama troppo e queste pagine, impeccabili nella ricostruzione storica, trasportano la sua vicenda nella dimensione universale dell’amore che esalta ma che può anche distruggere. Manzoni, svelato in una luce intima e nuova, scende dal piedistallo e ci appare umano, con le sue tenerezze e le sue miserie. Così che in questo romanzo si incontrano e si riconoscono, come in una vertigine, il tempo dei protagonisti e il nostro, la vita e la letteratura.(da Solferino Libri)

Protagonista è Teresa Borri, la seconda moglie di Alessandro Manzoni. In questa biografia romanzata è lei la voce narrante. Ha letto I promessi Sposi e attraverso la lettura ha immaginato l’uomo dietro lo scrittore e lo ha sentito vicino tanto da dichiare  in una lettera alla madre “quest’uomo è fatto proprio come il mio cuore vuole”. Lui è ancora sposato con Enrichetta Blondel, lei Teresa è vedova da cinque anni del conte Decio Stampa ed ha un figlio, lui da Enrichetta ne ha avuti quindici.

È il 1833 quando Enrichetta muore a soli trentadue anni, lei già fragile di costituzione, è consumata dalle numerose gravidanze. Alla veglia funebre i due si incontrano:

“Alto, magro, curvo, con i movimenti di un automa, l’uomo vestito di nero che in quel momento dimostrava molti più dei suoi quarantotto anni si staccò dallo stipite, riguadagnò una sorta di equilibrio e prese ad attraversare la stanza, diretto verso il letto dove era sdraiato il corpo di sua moglie […] Intanto il sonnambulo barcollante che rispondeva al nome Alessandro Manzoni aveva raggiunto il letto, era scivolato in ginocchio accanto a Enrichetta, si era preso il viso tra lemani e restava lì immobile, ripetendo il nome di lei, come la formula di un incantesimo da fiaba che l’avrebbe potuta risvegliare”

Un personaggio inedito quello tracciato dalla penna della Marazza per voce di Teresa: un matrtimonio con una situazione difficile legata al precedente, ai figli di lui in lutto, a un uomo, inconsolabile vedovo, di cui era innamorata, ambientato in una Milano in cui il lettore incontrerà personaggi di spicco come Massimo D’Azeglio o Honoré de Balzac, in un raccontato pieno di notizie documentate e tra pettolelezzi e curiosità di una città antiaustriaca e snob, come sottolinea Antonella Schisa nella sua intervista all’autrice (Il venerdì La Repubblica 13-1-2023)

MARINA MARAZZA è specializzata in tematiche di storia, di società e di costume. Collabora con diverse riviste tra cui «Io Donna» È autrice di romanzi, saggi e narrative non fiction, tra cui i più recenti titoli usciti con Solferino “L’ombra di Caterina” (2019), “Io sono la strega” (2020, vincitore del Premio Salgari, del Premio Asti e del Premio Selezione Bancarella 2021), “Miserere” (2020), “La moglie di Dante” (2021) e “Le due mogli di Manzoni” (2022, vincitore del Premio Acqui Storia).(da Soferino Autori)

Marilena Boccola “L’estate del primo bacio”, CN (Oligo Editore)

«Di colpo, nella testa mi esplode la voce di Giuni Russo in tutta la sua potenza vocale e sulle note di Un’estate al mare, inspiegabilmente, mi ritrovo catapultata nella lontana estate dell’Ottantadue, che ha segnato per sempre la mia vita».

Il ricordo emozionato di Maddalena che ripensa all’adolescenza ormai lontana. Così nasce un romanzo di formazione con, sullo sfondo, l’indimenticabile estate del 1982 e l’Italia campione del mondo. Ecco che nei suoi ricordi riaffiora Maddy: sedicenne appassionata di libri che, in vacanza a Jesolo Lido con la famiglia, si scopre alle prese con i primi turbamenti amorosi e il desiderio di ricevere il primo bacio. Un sogno che si realizzerà proprio nella notte della finale mundial, quando si troverà distesa sulla sabbia del lido, con la cortina di stelle a fare da contrappunto alla sua prima storia d’amore. Ma la realtà irromperà prepotente e sarà tardi anche solo per scambiarsi un indirizzo. Fanno da contorno la musica degli anni ’80 e oggetti allora di uso comune come il walkman, il jukebox, il motorino “Ciao”, il telefono a gettoni, le pubblicità e i tanti miti di un’epoca indimenticabile.

Prologo.

Entro in casa trafelata, boccheggiante per l’afa che da giorni grava sulla città e, rischiando di schiacciare le uova, poso pesantemente sul tavolo della cucina le borse della spesa che ho trascinato fin qui dall’ascensore. Lancio un’occhiata disperata all’orologio appeso alla parete: sono già le sette e mezza e devo ancora impostare la cena. Giovanni mi segue, silenzioso, portando il latte, poi, all’improvviso, torna all’attacco. «Perché non posso ricevere un cellulare per il mio compleanno?» Me lo chiede con insistenza da giorni. Sospiro e, per l’ennesima volta, rispondo stancamente: «Perché hai solo dieci anni. Non ti serve». Inizio affannosamente a riporre le cose in frigorifero, mentre lui se ne sta lì in piedi a fissarmi, offeso. Quando fa così, mi innervosisce terribilmente. Ammetto di essere un tantino spazientita quando mi chino quanto basta per mettermi all’altezza dei suoi occhi, in attesa di una replica che, infatti, non tarda ad arrivare. «Scusa, tu quanti anni avevi quando hai ricevuto il tuo primo telefonino?» Ci penso su un attimo, un cespo d’insalata in mano, gli occhi rivolti al soffitto come se la risposta mi dovesse arrivare dall’alto, ma in realtà sto freneticamente frugando nei cassetti della memoria.

MARILENA BOCCOLA vive a Mantova. Con HarperCollins Italia ha pubblicato in digitale diversi romanzi, poi usciti in edicola nella collana eLit Harmony. Con Dri Editore ha pubblicato romance storici. Nel 2022 con Oligo Editore esce Ricordo di una estate.

Giacomo Battista“Nettuno. Il gatto che sapeva di mare”, NeP Edizioni

Il romanzo secondo classificato al contest letterario nazionale “La mia storia di mare”

Nettuno è un gatto tanto amato da tutti. È stato salvato in una notte tempestosa da un pescatore nei pressi dello Scoglio del Frate a Polignano a Mare e, da allora, ha scelto di vivere sulla panchina del lungomare della cittadina, con lo sguardo sempre rivolto verso l’orizzonte.

Conosciuto da tutti, è diventato il confidente silenzioso delle storie di chi si avvicina a lui in cerca di conforto e serenità. Sulla sua panchina si intrecciano le vite di persone inquiete, desiderose di condividere il peso dei loro segreti e delle loro esperienze.

Accarezzando dolcemente il gatto, ognuno si apre al racconto della propria vita, delle scelte fatte e degli errori commessi. Si succedono così episodi fatti di gioie e dolori, di speranze e di rimpianti, ma soprattutto di consolazione per chiunque abbia bisogno di un ascolto empatico.Il felino dal cuore tenero diviene guardiano e custode dei segreti del mare o forse di quelli più profondi dell’animo umano e guida coloro che lo incrociano verso una nuova consapevolezza e una rinnovata speranza.

“Nettuno. Il gatto che sapeva di mare” è un libro che tocca il cuore e l’anima di chiunque si immerga nelle sue pagine. È un invito a credere nella forza del legame umano, nella capacità di guarigione che scaturisce dalle piccole gentilezze e nell’infinita speranza che risiede nel cuore di ogni essere vivente.

Attraverso la penna sensibile di Giacomo Battista, il lettore viene trasportato in un viaggio di scoperta e di rinascita. Le emozioni suscitate dal romanzo sono genuine e autentiche, perché riflettono la bellezza e la complessità della vita umana, con tutti i suoi alti e bassi.

L’opera si è classificata al secondo posto nella sezione prosa del primo contest letterario “La mia storia di mare”, organizzato da NeP edizioni. Dedicato alla memoria di Alessandro Cocco, editore e fondatore della casa editrice, scomparso prematuramente nel 2021, il contest si proponeva di raccontare storie legate al mare, che avessero il mare come tema fondante, protagonista o scenario delle vicende narrate. La proclamazione delle opere vincitrici, selezionate da una giuria di esperti presieduta da Giacomo Visconti, docente e noto scrittore e influencer, è avvenuta a Roma lo scorso dicembre, durante la Fiera Nazionale della Piccola e Media editoria “Più libri Più liberi”.

Giacomo Battista vive in provincia di Bari. Diplomato in Viola presso il Conservatorio di Musica “N. Piccinni” di Bari, da molti anni svolge un’intensa attività concertistica suonando con importanti nomi della musica classica e leggera.Insegna musica nella Scuola Primaria e la sua passione per la materia, unita all’amore per la lettura, lo ha portato a scrivere numerosi musical per ragazzi, vincendo diversi concorsi teatrali. Nel dicembre 2017 ha pubblicato una raccolta di nove racconti dal titolo “Notte di Natale”. Per NeP edizioni ha pubblicato nel 2020 il romanzo “A due cuori”.

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“Primadonna. Novelle per Eleonora Duse”, a cura di Maria Pia Pagani, Bibliotheka Edizioni

QUANDO LA DIVA ELEONORA DUSE ISPIRAVA NOVELLE AI GRANDI SCRITTORI

Nel centenario della morte dell’attrice, un libro di Bibliotheka raccoglie per la prima volta scritti di D’Annunzio, Panzini, Ojetti, Gozzano e Moretti

Postfazione di Toni Iermano

Bibliotheka Edizioni

Diva, icona, musa ispiratrice e superba attrice di teatro, Eleonora Duse, di cui quest’anno si celebra il centenario della morte, era arrivata al successo nonostante una lunga gavetta che le aveva fatto conoscere la fame, la mancanza di una stabilità domestica e pesanti delusioni affettive.

La sua immagine si è radicata nell’immaginario collettivo anche grazie alle novelle di vari autori italiani che – per la prima volta – vengono presentate nel libro Primadonna. Novelle per Eleonora Duse, in uscita il 5 aprile per le edizioni Biblotheka (252 pagine, euro 18,00, ebook a 4,99). Il libro è a cura di Maria Pia Pagani, ricercatrice all’Università di Napoli Federico II, socio del Pen Club, collaboratrice della Fondazione “Il Vittoriale degli Italiani” e membro del Comitato nazionale per le celebrazioni della morte dell’attrice.

La galleria testuale restituisce la vita dell’attrice, nata a Vigevano, in provincia di Pavia, attraverso lo sguardo attento dei suoi contemporanei: tutti scrittori e scrittrici più o meno noti al grande pubblico, e appassionati di teatro. Una galleria che abbraccia un arco temporale che va dal 1887 al 1925, ovvero da quando la diva comincia a brillare come primadonna a livello internazionale, a un anno dopo la sua morte. Autore d’eccezione è il Duca Minimo, pseudonimo con il quale si firmava il cronista mondano Gabriele d’Annunzio, senza dimenticare Alfredo Panzini e Ugo Ojetti, Guido Gozzano e Marino Moretti. Tra i vari aspetti, affiora anche una geografia che tocca le principali città italiane in cui la primadonna riscosse i maggiori successi: Roma, Torino, Napoli, Venezia, Firenze, Milano e Trieste.

Per tutti la Duse è la sirena delle profondità marine che dona fascino e raffinatezza alla narrazione: la sua celebrità serve a elevare la vicenda, sia quando è menzionata esplicitamente, sia quando e soltanto allusa. Il suo e il richiamo stellare in mezzo a tanti protagonisti sconosciuti e schiacciati dal grigiore della quotidianità”, spiega nella postfazione Toni Iermano, ordinario di Letteratura italiana e presidente dei Corsi di studio in Lettere all’Università di Cassino.

Quando la primadonna diviene anche la protagonista di una novella, “la narrazione si tinge di mitologia e la protagonista appare ai suoi contemporanei avvolta in una vita fiabesca e olimpica”, prosegue Iermano. È quel dettaglio che insegue le tendenze e le mode dominanti e alza le tirature del “prodotto”: gli autori del tempo lo sapevano, e ciascuno, a suo modo, provava a dialogare con le attese entusiastiche del pubblico dei lettori.

Per Eleonora Duse essere primadonna era uno status che andava ben oltre il sistema dei ruoli imperante nella scena italiana. Era infatti una condizione pressoché naturale, per un’anima come la sua. In quanto “figlia d’arte”, sapeva bene che nel mondo del teatro esistevano delle gerarchie, ma era intenzionata a starci dentro a modo suo: si era perciò costruita un cammino contraddistinto da scelte di repertorio non convenzionali per la sua epoca, aveva affrontato molte tournée internazionali, suscitava con la gestione della sua impresa teatrale e della sua immagine divistica l’attenzione di critici e giornalisti, nonché di pittori e fotografi.[…] Va detto che il rapporto di Eleonora con il pubblico e stato spesso conflittuale e assimilato a una forma di martirio bianco, ma la sua scalata al successo e andata indiscutibilmente di pari passo con la conquista della celebrità mondana. Per molto tempo ella ha considerato la massa degli spettatori come una belva famelica da domare, oppure un mostro munito di tanti occhi da cui doversi difendere. Soltanto nella vecchiaia, dopo i lunghi anni del suo silenzio artistico, e giunta a una sorta di riappacificazione che l’ha portata a considerare la sua arte come un dono da offrire agli spettatori. (dall’introduzione di Maria Pia Pagani )

Florence Macleod Harper “Addio Russia!Una testimone della rivoluzione del 1917” Lorenzo De’ Medici Press

Il racconto della Rivoluzione russa dalla voce di una delle prime giornaliste straniere inviate sul campo

Traduzione di Mariana Tudorache

Lorenzo de’ Medici Press

Per la prima volta in traduzione italiana il racconto della rivoluzione russa del 1917 attraverso le parole della giornalista canadese Florence Macleod Harper. Inviata a San Pietroburgo nel dicembre del 1916 dal settimanale «Leslie’s Weekly», Harper fu testimone diretta e cronista dello scoppio della rivoluzione e di ciò che accadde fino alla presa del potere dei bolscevichi. Nel suo resoconto si mescolano le impressioni di una giovane inviata speciale al confronto con uno dei più drammatici rivolgimenti della storia e tutto il sapore di una scrittura sempre freschissima e ironica, veritiera e intensamente partecipata. Il suo resoconto è una delle pochissime testimonianze di una donna di quanto accadde in quei mesi, fra cortei, scioperi, scontri a fuoco, carestie e tragedie al fronte. Rimasto quasi dimenticato per decenni, riporta oggi alla lettura tutto il sapore di un periodo storico che avrebbe cambiato la storia.

Introduzione

Sono stata fortunata ad arrivare in Russia durante il vecchio regime, trovarmi lì durante l’inizio di quello nuovo. Ho detto che sono stata fortunata. Non era fortuna; era solo un semplice «presentimento» scozzese. Quando salpai da Vancouver nel dicembre del 1916, c’erano molti altri posti più interessanti della Russia dal punto di vista delle «notizie» ma il mio «presentimento» era troppo forte. Convinsi il «Leslie’s Weekly» del mio punto di vista, e così, chiudendo le credenziali nella mia vecchia sacca, iniziai questo viaggio interessantissimo. Le mie istruzioni erano di lavorare con Donald C. Thompson, il fotografo di guerra dello staff del «Leslie’s». Di conseguenza, rimasi con lui durante molte sommosse e combattimenti di strada, nonché durante le visite al fronte. Durante i nove mesi in cui mi trovai in Russia, le condizioni furono pessime per tutto il tempo. Il cibo era scarso e di qualità mediocre e dovetti sopportare molte cose sgradevoli. Ma ne valse la pena. Dimenticammo tutti i disagi nell’osservare la tremenda, pietosa tragedia che si rappresentava davanti ai nostri occhi. Per tre anni l’esercito russo combatté in condizioni inimmaginabili per il popolo americano […] Non c’erano ambulanze per portare i feriti agli ospedali. Erano meno di seimila su un fronte di milleduecento miglia, mentre in Francia c’erano sessantamila ambulanze su un fronte lungo un quarto. Quando gli uomini arrivavano agli ospedali si verificava una pietosa mancanza di rifornimenti, che causava morti e amputazioni inutili. I vagoni merci usati come treni-ambulanza rendevano impossibile assistere gli uomini lungo il percorso. La storia dei tre anni di lotta della Russia è una storia di un paziente eroismo contro un tradimento della peggior specie (F.M.H).

Florence Macleod Harper (1886-1946) era una giornalista e inviata speciale di appena 27 anni al momento del suo viaggio in Russia. Fu una delle pochissime donne presenti ai fatti. Inviò articoli di cronaca per il proprio settimanale e descrisse solo quanto poteva osservare direttamente con i propri occhi. Non si conoscono molti altri dettagli della sua vita dopo il rientro in Canada e solo la ricerca storica più recente ne ha riscoperto il libro come una delle fonti più autentiche e attendibili sulla rivoluzione russa e forse anche l’unica ad aver testimoniato anche quanto accadde, in quei mesi, sui campi di battaglia del fronte orientale.

Adrián N. Bravi “Adelaida” presentazione

Una donna, un’artista, una madre. Adelaida Gigli è stata una delle figure femminili più sorprendenti dell’Argentina del secolo scorso. Pronta a nascondere armi e dissidenti nella sua casa, a ridere in faccia al potere, a ribellarsi alle convenzioni, a mostrarsi esuberante e dissacrante, Adelaida ha espresso sempre sé stessa fino in fondo e ha dovuto pagare sulla propria pelle l’orrore della censura, della dittatura e della perdita. Il ritratto che ne fa Adrián N. Bravi è appassionato e vivo, irrinunciabile.(da Nutrimenti libri)

Ricostruzione tra biografia e romanzo della vita di un’artista recanatese nata nel 1927 e trasferitasi con la famiglia in Argentina. Figlia del pittore Lorenzo Gigli, lascia l’Italia nel 1931. Alla fine degli anni Quaranta insieme al marito David Viñas, scrittore e sceneggiatore, fonda insieme ad altri intellettuali la rivista Contorno. Nel 1960, dopo un viaggio in Venezuela, si dedica alla ceramica diventando in breve una grande artista.

Da queste poche note si evince una donna poliedrica, scrittrice, poetessa e quindi ceramista nonché intellettuale schierata politicamente contro il regime dittatoriale argentino. Una vita da quel momento caratterizzata dal dolore per la perdita dei due figli, entrambi desaparecidos, e per il ritorno a Recanati dove si spegnerà nel 2010,  periodo quello recanatese in cui l’Autore l’ha conosciuta e frequentata tracciandone e ricostruendone la biografia in parte romanzata in parte autobiografica.

“Un libro – scrive Benedetta Marietti (Il Venerdì La Repubblica  22 marzo 2024)- che è insieme memoir, storia della letteratura argentina, racconto dell’impegno politico, testimonianza vivida contro ogni tentativo di oblio”.

Adrián N. Bravi è nato a Buenos Aires, ha vissuto in Argentina fino all’età di 25 anni, poi si è trasferito in Italia per proseguire i suoi studi di filosofia. Vive a Recanati e fa il bibliotecario. Nel 1999  ha pubblicato il suo primo romanzo in lingua spagnola e dal 2000 ha iniziato a scrivere in italiano. I  suoi libri pubblicati: Restituiscimi il cappotto (2004),La pelusa (2007), Sud 1982 (2008), Il riporto (Nottetempo 2011), L’albero e la vacca (2013), L’inondazione (2015); Variazioni straniere (2015);  La gelosia delle lingue (2017). Nel 2010 ha pubblicato un libro per bambini, The thirsty  tree (2015), e poi, L’idioma di Casilda Moreira (2019), Il levitatore (2020). Con Nutrimenti ha pubblicato Verde Eldorado (2022) con cui è finalista al Premio internazionale Semeria Casinò di Sanremo, e al Premio ‘Libri a 180°’ Città di Sant’Elpidio a mare.

Demetrio Salvi “Un tipo elettrosensibile”, Oltre Edizioni

Un tipo elettrosensibile è una storia vera che descrive mirabilmente una condizione di malattia ambientale che può stravolgere completamente lo stile e la  qualità di vita sino, in extrema ratio, costringere al ritiro sociale: l’elettrosensibilità.

Prefazione Diego Zandel. Postfazione Paolo Orio

OLTRE EDIZIONI

Piano. Piano. Inspira. Con calma. Lascia lavorare il diaframma. Il dolore è al centro del petto. Il cuore batte solo più forte. Espira. Perché ho risposto al cellulare? Se solo avesse funzionato il cordless. Il cellulare è cattivo, il cordless è buono. Il cordless non fa male. Almeno non fa molto male. Respiro. Il cellulare era sulla scrivania. L’ho visto prendere vita. Si è illuminato. Vibrava e squillava con quel suono odioso che ritrovo in infiniti altri cellulari simili. Ho spinto l’icona e, quella, è scivolata leggera fino alla fine. Ma nel momento preciso in cui la connessione è stata stabilita è scoppiato come una bomba, un muro invisibile mi ha colpito, mi ha spinto di lato, due metri più dietro. Un dolore profondo al petto. Il fiato spezzato. Niente più aria nei polmoni. Una paura che veniva da dentro e che si è impadronita del corpo. Nient’altro. Vuoto. Buio. Cosa stavo vivendo? Cosa aveva scatenato il malessere? Che c’entrava il cellulare? Perché qualunque cosa emettesse energia elettromagnetica assorbiva le mie forze e mi levava il fiato? Non lo sapevo.

Questi sono gli appunti di un viaggio che avrebbe perversamente cambiato la mia vita: avrei navigato spesso su mari in tempesta e avrei imparato che, come l’Araba Fenice, per rinascere bisogna necessariamente e dolorosamente morire.

Dalla Prefazione di Diego Zandel. 

Lo scorso 15 aprile dovevo venire a Napoli per presentare a Napoli Libri il mio ultimo romanzo “Eredità colpevole”, edito da Voland, e avevo chiesto a Demetrio Salvi, che era stato mio docente alla scuola di cinema Sentieri Selvaggi, di essere lui il mio presentatore/relatore. Lo risentivo dopo anni […] Naturalmente, la mia richiesta servì a riaprire la vecchia famigliarità che si era creata tra noi […] E non senza turbamento lessi quanto segue: “Carissimo Diego, ero lì, sul tuo messaggio di qualche tempo fa, e non riuscivo a mettere assieme le idee giuste per raccontarti questa mia incredibile storia (e, ora, a pensarci, magari già te l’ho raccontata, non so…) Sono, insomma, diventato elettrosensibile: i cellulari (soprattutto), i televisori, i computer, i videoproiettori… tutto mi fa impazzire. Sono sofferenze difficili da definire e che finiscono, in genere, col provocarmi una spiacevolissima sensazione di soffocamento (inutile dirti che i medici, puntualmente, lo confondono con un attacco di panico). Per avere uno straccio di diagnosi sono dovuto andare a Varese, dove c’è una dottoressa (elettrosensibile!) che riesce a mettere assieme riferimenti e quant’altro per una patologia che, per lo Stato italiano, non esiste! E ci credo! Chi lo va a dire a quelli della Apple, della Samsung, della Microsoft che i loro strumenti fanno male? … e non è solo il cancro… Prendere un treno è per me impossibile – così come prendere un aereo o una nave. Ho smesso con Roma, quindi, e con Sentieri selvaggi. Intendiamoci: mi do da fare come un matto e continuo a progettare, ci mancherebbe. La fase acuta è passata, mi sono in parte abituato a questa strana allergia e mi difendo indossando, come i supereroi, magliette con fibra d’argento (non scherzo!) Ma, insomma, poi, quando sarai qui, ne parleremo…  Un abbraccio forte. Demetrio”. Poi, a Napoli, quando ci siamo visti mi ha raccontato questa sua sensibilità, anzi elettrosensibilità, ed è scattata in me la proposta di chiedergli un libro che raccontasse la sua storia [..]. Una storia che credo interessi tutti, sapendo l’elettricità che oggi più che mai attraversa l’aria e i nostri corpi[..]. Demetrio Salvi ha accettato il mio invito, ed ora ecco qui, di seguito, la sua storia, scritta con la capacità che gli è propria dell’uomo di cinema. Mi è sembrato poi giusto, affinché non si pensi a quello di Demetrio come a un caso isolato, posporre anche una postfazione del presidente dell’Associazione Italiana Elettrosensibili, Paolo Orio.

Demetrio Salvi è nato a Napoli nel 1961. Ha coniugato la sua attività di docente con quella di regista, sceneggiatore, scrittore, critico per il cinema e la televisione: ha realizzato documentari (tra gli altri: Il Matrimonio degli Alberi di Accettura; La festa dei Morti a San Demetrio Corone; Nel Regno di Pulcinella; A Mozzarella Nigga) e sceneggiature per il cinema (Mai per sempre, per la regia di Fabio Massa). È stato direttore ai programmi per una nota emittente televisiva super regionale (Canale21). Ha fondato, nel 1999, assieme a Federico Chiacchiari, la Scuola di Cinema Sentieri selvaggi e ha diretto i corsi di Regia e Sceneggiatura. Ha scritto testi per l’Enciclopedia del Cinema Treccani, per riviste specializzate (Cineforum) e per una collana su autori del cinema contemporaneo edita da Sorbini. Ha tenuto corsi per l’IRRE Campania. È autore di alcuni manuali (Scrivere e girare un cortometraggio, Sul dialogo, Prontuario di sceneggiatura) e ha pubblicato il suo primo romanzo, I giornaletti sporchi, per le edizioni Città del Sole, nel 2006.