Gigi Di Fiore “Le borboniche. Le grandi regine delle Due Sicilie”, presentazione

Con il consueto piglio e l’abituale precisione, Gigi Di Fiore racconta le vicende del Regno attraverso le psicologie, i sentimenti, le emozioni delle donne che ne furono protagoniste. Un punto di vista nuovo, in una prospettiva ricca e complessa: dall’Illuminismo alla Rivoluzione francese, attraverso la Restaurazione e l’Impero napoleonico, per arrivare infine alle passioni romantiche e ideologiche del Risorgimento italiano che avrebbe cancellato la monarchia borbonica, l’ultimo capitolo della luminosa storia del Sud Italia(da Libri UTET)

Otto regine che hanno accompagnato come figure di primo piano i propri coniugi re regnanti durante  i 127 anni del Regno delle Due Sicilie, dal 1734 al 1861: due italiane, Maria Cristina di Savoia e Lucia Migliaccio, moglie morganatica di Ferdinando IV, cinque tedesche e una spagnola.
La prima fu Maria Amalia di Sassonia, che divenne regina a soli tredici anni, dopo una lunga trattativa come era uso a quel tempo nei regni settecenteschi in cui il matrimonio si inseriva in un gioco più ampio di potere fatto di alleanze strategiche e di tornaconti: nonostante gli intrighi di potere che ne determinarono la scelta, l’unione di coppia fu felice e la giovane regina ebbe un forte ascendente sul marito, Carlo III, contribuendo a trasformare la città in una delle più belle capitali del tempo in Europa, favorendone l’eccellenza in alcuni settori produttivi, come quello delle porcellane di Capodimonte e come pare abbia lasciato traccia di sé ancora oggi nella scelta dei napoletani di giocare sulle estrazioni del lotto, gioco e passatempo preferito dalla regina medesima.
Una narrazione che si apre con Maria Amalia e si chiude con Maria Sofia di Baviera, moglie di Francesco II di Borbone, l’ultima regina di Napoli, e che intreccia avvenimenti storici, cronaca, usi e costumi evidenziando un punto di vista nuovo con cui guardare alle sovrane che lungi dall’essere delle comparse accanto ai mariti regnanti, di fatto contribuirono alle trasformazioni del territorio e della società meridionale come donne  con un preciso carattere, con le proprie convinzioni fatte d’impegno ma anche di passioni personali.

GIGI DI FIORE, storico, già redattore al “Giornale” di Montanelli, è inviato del “Mattino” di Napoli (Premio Saint-Vincent per il giornalismo nel 2001; Premio Pedio per la ricerca storica; Premio Melfi per la saggistica; Premio Guido Dorso per gli studi sul Mezzogiorno; Premio Marcello Torre per l’impegno civile). Nelle sue pubblicazioni si occupa prevalentemente di criminalità organizzata e di Risorgimento in relazione ai problemi del Mezzogiorno. Tra le sue ultime opere: La camorra e le sue storie. La criminalità organizzata a Napoli dalle origini alle paranze dei bimbi (2005, 2016), Controstoria dell’unità d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento (2007, 2010), Gli ultimi giorni di Gaeta. L’assedio che condannò l’Italia all’unità (2010, 2015), La Nazione napoletana. Controstorie borboniche e identità suddista (2015), Briganti! Controstoria della guerra contadina nel Sud dei Gattopardi (2017), L’ultimo re di Napoli. L’esilio di Francesco II nell’Italia dei Savoia (2018), Napoletanità. Dai Borbone a Pino Daniele, viaggio nell’anima di un popolo (2019), Pandemia 1836. La guerra dei Borbone contro il colera (2020) e Storia del Napoli. Una squadra, una città, una fede (2021; nuova edizione 2023).

Pietro Nuzzo “Dream World”, NeP Edizioni

 Un horror surreale che racconta una lotta per la sopravvivenza

È la storia di Michael che lavora all’interno del popolare parco divertimenti “Dream World”, conducendo una routine apparentemente comune e ordinaria. Ben presto, tuttavia, una serie di singolari eventi lo induce a cambiare prospettiva. A destare i primi sospetti sono le strane regole cui deve attenersi il personale del parco, specie in caso di presunti “incidenti”, nonché un susseguirsi di eventi a dir poco inquietanti, come misteriose trance e sparizioni o attrazioni che seminano morte in maniera indisturbata.
La scoperta di un laboratorio segreto, in cui sono rinchiuse creature aberranti, segnerà il culmine di un’esperienza da incubo.

Attraverso un’oscura narrazione, il volume immerge il lettore in una realtà ambigua e perturbante, dove il confine tra realtà e visione si dissolve in una serie di eventi che sfidano la logica e la comprensione. In un susseguirsi di colpi di scena e tensione crescente, la trama si trasforma in un’intensa lotta per la sopravvivenza. Michael, suo malgrado, sarà coinvolto in un’indagine che lo vedrà alleato con altri personaggi, tutti spinti dalla necessità di svelare il terribile segreto che si cela dietro le mura di “Dream World”.
L’autore dimostra una sorprendente maestria nel mescolare il genere horror con una riflessione profonda sull’estetica nostalgica degli anni ‘80, dando vita a un racconto che, grazie alla sua abilità narrativa, riesce a tenere il lettore costantemente sull’orlo della suspense.
La scrittura è incisiva e carica di tensione, con un ritmo serrato che incolla il lettore alle pagine, facendolo immergere sempre di più in un mondo distorto, dove la realtà è solo un velo sottile, pronto a sgretolarsi.

Pietro Nuzzo (Mesagne, 1996) è programmatore di professione e scrittore per passione. Ha esordito nel 2024 con la sua prima raccolta, intitolata “Racconti disumanizzanti”. Inoltre, il suo racconto “Old Young Rocker” è stato pubblicato sulla rivista letteraria di genere “Psycho Killer” (www.psychokillermagazine.it).

Anteprima

Lamberto Salucco “L’arte delle fregature. Terza parte: “Datti una mossa”, presentazione

Edida

Terzo volume della quadrilogia sui bias cognitivi nel mondo del marketing, della disinformazione e della vita sentimentale.

“E iniziamo anche questo terzo volume sui bias cognitivi “L’arte delle fregature – 3: Datti una mossa!”. Ormai ho deciso che finirò la quadrilogia quindi (se Iddio mi conserva) dopo questo scriverò anche il quarto “Cosa mi dovevo ricordare?” e poi smetto: lo giuro.

Dopo un paio di mesi durante i quali ho lavorato alla preparazione dei contenuti (una sorta di pre-produzione) è arrivato il momento di iniziare a scrivere davvero. E, come da tradizione, sono in Scozia per potermi concentrare in santa pace.
Mamma mia, anche stavolta sono ben 53 bias da trattare: dovrò necessariamente ridurre il numero di pagine per singola distorsione. Inoltre, a differenza di ciò che ho fatto nei primi due libri (39 bias il primo, 57 il secondo), credo che in questo sarà opportuno accorpare qualche argomento.
Ammetto infatti che durante il lavoro di preparazione mi sono accorto che i bias di questo volume sono (se possibile) ancora più intricati e interconnessi di quelli che ho trattato in precedenza: le sfumature sono ancora più difficili da definire e la stesura degli esempi rischia di rendere i temi più ostici invece di semplificarli.
Intendiamoci bene: è ovvio che ci saranno ripetizioni, non è possibile evitarle perché lo scopo del libro è rendere questi argomenti più digeribili per l’utente medio e non è possibile scendere eccessivamente nei dettagli. Un problema ulteriore è dato dalla mole di bias di cui devo parlare: il primo libro era circa 150 pagine ma già il secondo è arrivato a oltre 210. È necessario riuscire a limitare la lunghezza di ogni sottocapitolo a tre pagine altrimenti diventa (come si dice a Firenze) l’Opera del Duomo e questo comporterà senza dubbio una serie di semplificazioni sia nell’esposizione sia negli esempi.
Comunque, la suddivisione dei bias cognitivi in categorie e sottocategorie è sempre quella ispirata al lavoro di Buster Benson e John Manoogian III. In questo terzo volume si prende in esame l’area “Need to act fast” ed ecco spiegato il sottotitolo “Datti una mossa!”, vediamo cosa riuscirò a fare”. (dalla Prefazione di Lamberto Salucco)

Il prossimo e ultimo volume sarà “Cosa mi dovevo ricordare?” (“What should we remember?”)

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Horacio Quiroga “Un amore passato”, presentazione

Con la sua capacità di coinvolgere il lettore nelle vicende quotidiane dei suoi personaggi e di ricreare atmosfere uniche, Horacio Quiroga dà vita a un’opera di grande intensità dalla prosa limpida e struggente (da Orizzonte Milton)

Horacio Quiroga è vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento (nasce a Salto nel 1878), uruguaiano di nascita e argentino di adozione. Autore di racconti e di due romanzi, i primi, scritti tra il 1917 e il 1935, vennero pubblicati in Italia nel 2016 da Einaudi curati da Ernesto Franco: avevano per protagonisti “ex-uomini”, spesso incrocio “di provenienze diverse e di vite possibili, tutte bruciate” così scriveva Franco nella Prefazione, nati dalla sua esperienza nel Chaco e a San Ignacio Misiones, nel rapporto tra uomo e foresta, pezzi di vita che in maniera più o meno biografica e romanzata entrano nei suoi racconti e nei romanzi.
A Misiones, da lui stesso definito il paradiso infernale, condusse un’esistenza quasi leggendaria cercando di strappare terra da coltivare a un territorio selvaggio, costruendo con le proprie mani e la propria capacità inventiva ogni mezzo di sussistenza.
In “Un amore passato”, scritto nel 1929, tradotto in italiano da Carlo Alberto Montalto che ne ha curato la prefazione e la nota biografica,  racconta, su base autobiografica, di un uomo, vedovo da due anni, Maximo Moran, che in seguito al lutto abbandona la campagna per la città, ma per farvi ritorno e riallacciare i legami spezzati dal lutto recente; si riappropria quindi delle terre strappate a una natura indomita, dei paesaggi  e della compagnia dei suoi nuovi vicini ritrovando anche l’amore che pensava di aver perduto: Magdalena ed Alicia lo condurranno in un triangolo amoroso e ad un destino cui non sarà possibile sottrarsi.

Brevi note biografiche

Narratore uruguaiano (Ciudad del Salto 1878 – Misiones 1937), vissuto a lungo in Argentina, dove ebbe rinomanza come novelliere. Scrisse molti racconti dove ambientazioni e personaggi di stampo realistico convivono con elementi fantastici e dove le pagine dedicate alla descrizione della campagna risaltano per la prosa limpida. Fu autore di articoli letterarî sul genere del racconto. Opere principali, oltre a Cuentos de la selva (1918) e Anaconda (1921), il romanzo Historia de un amor turbio (1908) e le raccolte di racconti: El crimen del otro (1904); Los perseguidos (1905); Cuentos de amor, de locura y de muerte (1917); El selvaje (1924); El desierto (1924); Los desterrados (1926); Más allá (1935). Morì suicida (da Treccani)

Voland: novità in libreria dal 14 febbraio

Portofino è la miniatura di un sogno. Un luogo soltanto mentale. Un set messo su da un regista che non dice mai ‘Stop!’.”

Valerio Aiolli Portofino blues

dal 14 febbraioin libreria 

Lunedì 8 gennaio 2001, verso le sette di sera, nel giardino di Villa Altachiara a Portofino, scompariva la contessa Francesca Vacca Agusta, per anni protagonista del jet set italiano e internazionale. Prendeva il via quella sera un’indagine che avrebbe riempito le cronache di giornali e tv per settimane, mesi e anni, senza soluzione né requie neppure quando, una ventina di giorni più tardi, il cadavere venne ritrovato in mare, a pochi metri da una baia in Costa Azzurra. Come e perché cadde dalla rupe la contessa? Chi c’era con lei quella sera? Qualcuno la spinse o si trattò di una fatalità? Ricostruendo come in un puzzle questa vicenda intricata e mai chiarita fino in fondo di amori e disamori, di droghe ed eredità milionarie, di yacht da sogno e flussi di denaro da incubo, che spazia dalla Liguria alla Lombardia, dalla Svizzera alla Tunisia, da Miami ad Acapulco, Valerio Aiolli scrive un romanzo  inquietante come un noir e prova ad afferrare una risposta che sfugge, alternando il punto di vista dei principali personaggi coinvolti, le dichiarazioni rilasciate e gli articoli che hanno coperto la vicenda. In un serrato dentro e fuori da Villa Altachiara, rivive dunque non solo Francesca Vacca Agusta ma anche la storia industriale, politica e di costume del nostro paese.
L’autore VALERIO AIOLLI vive a Firenze dove è nato nel 1961. Ha scritto, tra gli altri, Io e mio fratello (Edizioni e/o 1999, vincitore del Premio Fiesole e candidato al Premio Strega), Fuori tempo (Rizzoli 2004),Il carteggio Bellosguardo (Italo Svevo Edizioni 2017), Radio Magia (minimum fax 2023), A Firenze con Vasco Pratolini (Giulio Perrone Editore 2023). Per Voland ha pubblicato i romanzi Lo stesso vento (2016) e Nero ananas (2019, candidato al Premio Strega).

“Siamo a Kyoto e camminiamo. Non abbiamo bisogno d’altro.”

Amélie Nothomb L’impossibile ritorno 


dal 18 febbraioin libreria 

Amélie Nothomb torna nel paese amato, il Giappone, il luogo della sua infanzia e della disastrosa vergogna come impiegata (vedi Stupore e tremori). Questa volta è in compagnia dell’amica fotografa Pep Beni e durante i dieci giorni di viaggio sperimenta il kensho (una sorta di estasi contemplativa), abbandona lo champagne per i whisky giapponesi, si immerge con una nuova prospettiva nei luoghi della gioventù. E se alcune parole giapponesi sono ormai sbiadite nella memoria, le sensazioni che i suoni, gli odori e la luce le provocano si riaffacciano come se non avesse mai lasciato il Giappone. Questa avventura “à la Thelma & Louise” diventa così un’occasione non solo per elaborare il lutto del padre ma anche per capire la sé stessa di oggi.

L’autrice AMÉLIE NOTHOMB nata a Kobe (Giappone) nel 1967 ha esordito nel 1992 con Igiene dell’assassino e da allora pubblica un libro l’anno scalando ogni volta le classifiche di vendita. Innumerevoli gli adattamenti cinematografici e teatrali ispirati dai suoi romanzi e i premi letterari vinti, tra cui il Grand Prix du roman de l’Académie française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori, il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo, e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore. Con Sete è arrivata seconda al Prix Goncourt 2019, con Primo sangue si è aggiudicata il Prix Renaudot 2021 e il Premio Strega Europeo 2022, e con Psicopompo ha ricevuto il Premio Europeo Rapallo BperBanca 2024 per “la migliore scrittrice europea”. Per l’insieme della sua opera le è stato assegnato il Premio Hemingway per la Letteratura 2023.

Andrea Bajani “L’anniversario”, presentazione

L’anniversario è prima di tutto un romanzo di liberazione, che scardina e smaschera il totalitarismo della famiglia. Ci ferisce con la sua onestà, ci disarma con il suo candore, ci mette a nudo con la sua verità. È lo schiaffo ricevuto appena nati: grazie a quel dolore respiriamo.
(da Feltrinelli Editore)

“Tornerai a trovarci?” mi ha chiesto avanzando verso di me mentre io mi sfilavo da casa.[…] Di fronte a quella domanda, avevo quarantun anni. Ciò significa che erano ventun anni che compivo quel gesto di andarli a trovare con una cadenza che non potrebbe non apparire di routine. Non c’era quindi alcuna ragione per mettere in forse il fatto che, dopo quel giorno, si sarebbe ripetuto ancora e ancora e per sempre. Per di più io ero un figlio e loro le persone che mi avevano dato la vita, il che era condizione sufficiente per non nutrire alcun dubbio.[…] Eppure mia madre la fece, e fu per istinto. Dopo tanti anni passati a sottrarsi, a non esistere né per sé né per i figli, a pulire, servire, obbedire al marito in casa e nel letto, a eseguire il poco o niente che mio padre si aspettava o pretendeva da lei, finì con un gesto da madre. Sentì ciò che dentro suo figlio era già successo senza che lui lo sapesse.
Dieci anni fa, quel giorno, ho visto i miei genitori per l’ultima volta. Da allora ho cambiato numero di telefono, casa, continente, ho tirato su un muro inespugnabile, ho messo un oceano di mezzo. Sono stati i dieci anni migliori della mia vita”.

Pochi stralci dal primo capitolo servono proprio per introdurre quella decisione, dopo ben quarantuno anni, di chiudere con la propria famiglia, di cui è spia il titolo, L’anniversario, perché  è il decennale di quella decisione decisiva, di non sottomettersi più, di non accettare ogni predominio della volontà paterna anche nelle più piccole e insignificanti scelte familiari. Una decisione che il protagonista di fatto non affronta, ma svicola, di fatto si sottrae alla discussione e al contrasto diretto come fa al contrario la sorella maggiore.
Figura centrale del’indagine dell’io protagonista è la madre, come già lo era stata ne Il libro delle case, sebbene in misura minore. Una madre che solo in fondo si mostra diversa perché fino a quel momento è stata come assente, forse volutamente incapace di porre o di porsi come freno e schermo a quanto il padre, come tale, imponeva a lei e a tutti i membri della famiglia e soprattutto a quel figlio maschio che ha vissuto per quarantuno anni, sebbene lontano da casa, quella sudditanza come una vera prigionia.

Andrea Bajani è nato a Roma nel 1975. È autore, fra gli altri, dei romanzi Cordiali saluti (Einaudi 2005), Se consideri le colpe (Einaudi 2007, Feltrinelli UE 2021; premi Super Mondello, Brancati, Recanati e Lo Straniero), Ogni promessa (Einaudi 2010, Feltrinelli UE 2021; premio Bagutta), Mi riconosci (2013), La gentile clientela (2013) e Il libro delle case (2021, finalista al premio Strega e al premio Campiello). È inoltre autore dei volumi di poesie Promemoria (Einaudi 2017), Dimora naturale (Einaudi 2020) e L’amore viene prima (Feltrinelli, 2022). I suoi libri sono tradotti in 17 Paesi. È writer in residence presso la Rice University di Houston, in Texas.(da Feltrinelli Autori)

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La cinquina dello Strega

I vincitori del premio Viareggio Repaci

Jean Potts “Due brave sorelle”, Edizioni le Assassine

Per la prima volta in italiano, Jean Potts : una casa e due sorelle intrappolate in un incubo. Un thriller che esplora le dinamiche familiari più oscure.

Traduzione di Paola De Camillis Thomas

Prefazione di Letizia Vicidomini

Edizioni le Assassine

Marcia e Lucy sono due sorelle. Vivono con un padre egoista e tirannico, un medico che ha il suo studio al pianterreno di un edificio di New York di proprietà della famiglia. Sebbene non abbiano una vita che si possa dire allegra, hanno però una tranquillità economica data proprio da quella casa, dove sono nate e dove hanno sempre vissuto.
Un tardo pomeriggio si ritrovano a origliare i discorsi del padre, che sta progettando di sposare al più presto Pam, la sua infermiera, mentre il destino delle figlie sembra essere l’ultimo dei suoi pensieri. Marcia e Lucy stanno così per perdere l’unica sicurezza che possiedono: la loro casa. Marcia che ha un lavoro pare più in grado di affrontare la situazione, mentre Lucy, che è sempre rimasta a casa a prendersi cura del padre, sembra ricevere il colpo maggiore. Quasi subito nasce in loro l’idea di commettere un omicidio. Prima pensano di eliminare Pam, ma poi la soluzione più efficiente risulta quella di uccidere il padre. Non c’è tempo. Dopo una serie di goffi progetti, quando alla fine sono pronte per farlo, il piano va a monte, perché il destino interviene a loro favore.
Tutto risolto? No. In un crescendo di ossessioni, stupidi errori, sospetti e paure ingiustificate la storia precipita. Le sorelle si espongono al punto da essere ricattate. Eppure, non hanno ucciso nessuno, hanno solo pensato di farlo.

 Dalla prefazione di Letizia Vicidomini:

«Appena chiuso questo romanzo sono corsa a cercare qualche immagine dell’autrice, per l’esigenza fortissima di darle un volto, dopo essere stata stretta nelle spire della sua scrittura. Come sempre capita non ho trovato nessuna corrispondenza tra la serena normalità e il sorriso tenue di una pacata signora nata in Nebraska nei primi anni del secolo scorso, e l’entomologa impegnata a sezionare come insetti le due protagoniste della storia. Il loro animo, intendo, i moti vorticosi del desiderio che può diventare letale anche quando non soddisfatto. Forse soprattutto in quei casi, in risposta al motto che predica “attento a ciò che desideri, perché potrebbe realizzarsi” e – aggiungo io – questo potrebbe non piacerti. Le due sorelle Marcia e Lucy sono donne già fatte eppure rimaste figlie, incatenate a un padre incombente come un’ombra lunga e solida che le schiaccia al suolo. La Potts mette per primo lui sotto una lente impietosa, attualissima e critica. È un uomo che domina e nello stesso tempo blandisce, un despota (Marcia lo chiama Sua Altezza) che però sbava davanti alle moine di una infermiera giovane e procace. È un affascinante esemplare di insetto maschio con mandibole forti, che spezzano regolarmente i sogni delle figlie. Loro, invece, sono rispettivamente un insipido bruco, che diventerà farfalla a modo suo nell’evolversi della vicenda, e un attraente ragno pavone che danza spavaldo davanti alle sue vittime, però nascondendo una fragilità tacitata solo da drink terapeutici.»

Jean Potts è nata nel 1910 ed è morta nel 1999. Dopo aver lavorato come insegnante e giornalista, si trasferisce dal Nebraska a New York, dove scopre la sua vocazione di scrittrice. Pubblica racconti per diverse riviste, tra cui Collier’s, McCall’s, Cosmopolitan, Redbook, Ellery Queen’s Mystery Magazine, Alfred Hitchcock’s Magazine e Women’s Day. Con un suo romanzo vince il prestigioso Edgard Award nel 1954. Pubblica in tutto 14 romanzi che sono stati tradotti in diverse lingue.  

Fabrizio Guarducci “Il richiamo del sentimento”, Lorenzo de’ Medici Press

Elvira, una studiosa, inizia una complessa ricerca sul movimento religioso dei Catari e sull’attualità del loro messaggio spirituale con l’intento di scrivere un nuovo libro sull’argomento.

La verità nascosta nel cuore dei Catari: un viaggio avventuroso alla scoperta del passato

Lorenzo de’ Medici Press

Il suo percorso procede attraverso la ricerca di importanti testi antichissimi, partendo dalle pagine del trattato gnostico Kephalaia. Tra i molti codici antichi, un raro e dimenticato vangelo gnostico – la Pistis Sophia – in cui Gesù spiega agli apostoli cosa accade all’uomo dopo la morte e che cosa c’è nell’aldilà. 
Elvira decide, quindi, che la prossima inevitabile tappa doveva essere la Francia dove avrebbe trovano archivi imprescindibili per la sua ricerca e studiosi in grado di aiutarla. Aveva infatti sentito parlare di documenti inediti, testimonianze nascoste nei polverosi archivi delle biblioteche e nei manoscritti dimenticati di vecchie abbazie. Ma soprattutto, c’era il misterioso Vangelo di Giovanni l’apostolo, un testo che, se esisteva davvero, poteva gettare nuova luce sulla spiritualità dei Catari. 
Il viaggio di Elvira diventa, al tempo stesso, anche un viaggio dentro se stessa. E sarà un incontro inatteso a trasportarla verso un modo completamente diverso di considerare il sentimento, l’animo umano e la ricerca del vero significato della vita. La sua indagine si trasforma in qualcosa di più profondo e personale, rendendo il suo libro non solo una semplice opera accademica, ma un punto di arrivo per una nuova scoperta del sentimento e della spiritualità.
Elvira si rende conto che la vera ricerca non è solo nei testi antichi, ma anche nel dialogo con se stessa e con il mondo che la circonda.

«Il treno scivolava veloce lungo i binari, e quel movimento regolare le infondeva una calma inattesa. Elvira non aveva fretta. Sapeva che il viaggio sarebbe stato lungo, e questo non la disturbava. Al contrario, la piaceva quel tempo sospeso tra partenza e arrivo, un tempo che le permetteva di ripensare con ordine a tutto ciò che era accaduto nelle ultime settimane. L’incontro con il giovane era stato l’inizio di qualcosa. Non una rottura drammatica con il passato, ma una sorta di disvelamento interiore, come se un velo si fosse sollevato e ciò che giaceva confuso nella sua mente avesse finalmente trovato chiarezza. Non c’era più ansia di arrivare a una risposta definitiva, né bisogno di afferrare qualcosa con forza. C’era solo la quieta consapevolezza che tutto sarebbe venuto da sé, al momento giusto

Fabrizio Guarducci si è formato nella concezione sociale e umana di Giorgio La Pira. Dopo aver vissuto il movimento Underground alla fine degli anni Sessanta negli Stati Uniti e aver conosciuto Guy Debord in Francia, ha aderito convintamente al Situazionismo. Ha fondato il Dipartimento di Antropologia culturale dell’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici di Firenze. Ha insegnato Mistica, Estetica e Tanatologia, dedicandosi interamente alla ricerca dei linguaggi come strumenti per migliorare l’interiorità dell’individuo e per trasformare in positivo la realtà che ci circonda. È, inoltre, autore cinematografico: Paradigma italiano (premiato al PhilaFilm, 1993), Two days (2003) e Il mio viaggio in Italia (vincitore del Golden Eagle, 2005). Come autore, produttore e regista ha realizzato i film Mare di grano (2018), Una sconosciuta (2021), Anemos (2022) e La partita delle emozioni (2025). Ha pubblicato i saggi La parola ritrovata (2013), Theoria. Il divino oltre il dogma (2020) e i romanzi Il quinto volto (2016), La parola perduta (2019), La sconosciuta (2020), Duetto (2021), Amor (2022), Il villaggio dei cani che cantano (2022), La partita delle emozioni (2023) ed Eclissi (2023, selezione Premio Strega 2024).

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Fabrizio Guarducci “Eclissi”

Oliviero Arzuffi “Le cose ultime”, Gammarò (Oltre Edizioni)

“Cosa accade oltre la soglia della morte? ‘Le Cose Ultime’ è un romanzo che intreccia la storia personale dell’autore con grandi eventi storici, come la Riforma protestante e l’Olocausto, per interrogarsi sul significato dell’esistenza e sulla possibilità di un aldilà coniugando rigore storico e slancio poetico.”

Introduzione di Roberto Muratore

Gammarò (Oltre Edizioni)

“Le Cose Ultime” è una grande allegoria sull’esistenza umana, espressa sotto forma di romanzo, ma che, nella struttura narrativa, travalica questo stesso genere letterario per farsi visione e profezia.
Il testo parte dalla rievocazione di una vicenda surreale vissuta dall’autore e che fa da filo conduttore a tutta l’opera attraverso l’io narrante: l’improvviso ricovero di Arzuffi in terapia intensiva all’ospedale di Bergamo a causa di una diagnosi, rivelatasi poi sbagliata. Consapevole di essere di fronte ad una morte imminente, l’autore riflette sul significato della sua vita, comparandola con il possibile senso della storia umana, riletta però alla luce di due eventi paradigmatici che hanno caratterizzato la storia dell’occidente: la riforma protestante nella sua versione anglicana e la tragedia dell’Olocausto

La prima delle due “storie nella storia”, ricostruisce, in chiave letteraria, lo stato dell’Inghilterra sotto Enrico VIII con la lacerazione dell’Europa a causa della riforma, iconicamente riassunta dalla vita e dalla morte di Tommaso Moro, che, con il suo lungimirante scritto intitolato “Utopia”, chiude in qualche modo l’evo antico per aprirsi alle novità dell’era moderna. La seconda storia è una fedele trascrizione della passione di Roberto Camerani, sopravvissuto miracolosamente al campo di sterminio di Mauthausen, dove il “male assoluto” è raccontato sia attraverso le sofferenze delle vittime, disumanizzate prima, poi avviate alle camere a gas e vaporizzate infine nei forni crematori, sia mediante la presentazione, senza falsificazioni storiche, dell’ideologia nazista, con le conseguenti atrocità degli aguzzini nei lager, da loro esaltate come auspicabile progetto universale di annientamento di tutto ciò che chiamiamo civiltà. 

La scoperta dell’errore diagnostico suggerisce all’autore l’idea di prefigurarsi un Oltre il confine della morte, capace di dare senso alle cocenti contraddizioni della storia e di fornire motivi di speranza alle attese umane di liberazione definitiva dal male del mondo e di riconciliazione universale. 
Un’aspirazione ad una vita ultraterrena fatta di pace perenne, oggetto ultimamente anche di rigorosa indagine a motivo delle numerose e misteriose esperienze di premorte dichiarate e certificate scientificamente. Quest’ultima parte del romanzo che fa da chiusura all’intera opera, proprio perché fortemente visionaria, è espressa mediante l’uso della poesia che, con la sua capacità di sintesi e di immaginifica evocazione, meglio si presta a rivelare le “cose ultime”, ovvero quelle che stanno più a cuore all’intelletto e sollecitano maggiormente il desiderio umano. 
Il libro, significativamente intitolato “Le cose ultime”, precedentemente più volte pubblicato con il titolo di “Escaton”, e premiato nel 1998 a Stresa per la sua singolarità sia contenutistica che stilistica, poggia su una complessa architettura narrativa che consente più strati di lettura e molteplici interpretazioni, ed è reso scorrevole da un linguaggio incisivo e conciso.

Oliviero Arzuffi è nato e vive in provincia di Bergamo. Ex docente di letteratura italiana, storia e pedagogia speciale, è consulente editoriale presso importanti realtà istituzionali ed editoriali. È autore di libri riguardanti tematiche sociali e storiche quali: Emarginazione A-Z, Piemme, 1991; Don Carlo Gnocchi, Dio è tutto qui, Mondadori, 2005; Poesia della vita , ed. San Paolo, Milano, 2006; Caro Papa Francesco. Lettera di un divorziato , Oltre Edizioni, 2013; Orval , Bolis Edizioni, 2017. È autore anche delle seguenti opere letterarie: Armaghèdon (trilogia drammatica) Milano,1992; Escaton (Premio speciale della giuria allo Stresa del 1998) Ancora, Milano,1998; Aninu, Oltre Edizioni, 2012, La salvezza del papiro, Gammarò, 2024.

Henry James “Il carteggio di Aspern”, Bibliotheka Edizioni

Una grottesca «commedia degli inganni» di sfondo veneziano che vede protagonista un critico americano alla ricerca dell’epistolario di un poeta scomparso, custodito gelosamente da una misteriosa donna che vive reclusa in un antico palazzo della città.

SPOSARE UNA VECCHIA SIGNORA PER APPROPRIARSI DELLE LETTERE DI UN POETA DEFUNTO,IL DUBBIO DI HENRY JAMES NEL “CARTEGGIO ASPERN”,  CHE HA ISPIRATO UNA COMMEDIA TELEVISIVA E DIVERSI FILM

Traduzione di Eugenio Giovannetti

Nota di lettura di Boris Sollazzo

Bibliotheka

In libreria dal 7 febbraio

“E fuori di dubbio che un prezzo simile non potevo pagarlo. Non potevo accettare la proposta. Non potevo per un fascio di vecchie carte sposare una vecchia ridicola, patetica, provinciale”.

Tra i romanzi brevi più noti e acclamati di Henry James (1843 – 1916), prolifico scrittore statunitense naturalizzato britannico, Il carteggio Aspern narra i tentativi di un critico letterario americano per impadronirsi di una raccolta di documenti, in gran parte lettere, del defunto poeta suo connazionale Jeffrey Aspern, considerato il migliore di tutti i tempi. Motivato dall’inestimabile valore del carteggio e determinato a qualunque cosa pur di ritrovarlo, scopre che la donna amata dal poeta, Juliana Bordereau, è ancora viva, anche se ultranovantenne, e vive con una nipote di mezza età in uno spettrale palazzo in rovina di Venezia, città amatissima da James e ambientazione ideale del romanzo.

James ne Il carteggio Aspern ci mette la noia e gli indifferenti moraviani nel tracciare una borghesia inetta e velleitaria, ci mette Stoner di Williams nel tratteggiare un mediocre che si crede geniale (e viceversa) e lo fa decenni prima di loro. Nei repentini cambi di tono e direzione, poi, dopo lunghe dissertazioni e oziosi ma arguti dialoghi, scorgi le ironie tragiche di Dostoevskij, perché l’idiota, utile e intelligentissimo ma anche miserrimo (a volte non solo) umanamente è sempre chi scrive, o comunque parla in prima persona. 
(dalla nota di lettura di Boris Sollazzo).

Interessato al conflitto morale, alle scelte degli individui e alla contrapposizione tra il vecchio mondo europeo e il nuovo mondo americano, Henry James ha ispirato con le sue opere molti film, affascinando, in particolare, il regista James Ivory. Il carteggio Aspern ha dato spunto a una commedia, trasposta in Tv dalla Rai negli anni Settanta, e diversi film, tra cui The Aspern Papers, diretto da Julien Landais, con Jonathan Rhys Meyers, Vanessa Redgrave e Joely Richardson (2018).

La nota di lettura al romanzo è affidata a Boris Sollazzo, critico cinematografico e televisivo, direttore del Linea D’Ombra Festival di Salerno e del Cerveteri Film Festival.