Erri De Luca ” A schiovere. Vocabolario napoletano di effetti personali”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Feltrinelli

Una serie di vocaboli e di espressioni in napoletano, per l’autore una serie di “effetti personali” raccontati come tali e illustrati da Andrea Serio.

E, come spiega nella Prefazione, è linguaggio appreso da voci vicine e affettive, legato a ricordi, a letture, ad avvenimenti, fatto di raffigurazioni, espressioni personalizzate  “Le parole qui raccolte sono effetti personali, calli che hanno resistito sotto il guanto dell’italiano” e continua precisando “Il napoletano è un utensile impugnato a mano nuda. Non sta sulla punta della lingua ma nel palmo. Lo maneggio con me stesso, lo canto, mi dico versi e proverbi, lo adopero da sprone e da scoraggiamento, per una collera, per un complimento”.

Centouno vocaboli “estratti dal mio giacimento napoletano”, scrive in chiusura e relativamente all’espressione “a schiovere” che dà il titolo a tutta la raccolta “È la maniera con cui mi vengono le storie, sbucate alla rinfusa da un guizzo di ricordo. Anche le circostanze della mia stessa vita stanno sotto la sigla a schiovere, dove niente è accaduto per progetto, invece sotto impulso di avvenimenti vari. Concludo questi centouno vocaboli estratti dal mio giacimento napoletano. Ringrazio chi mi chiede di proseguire, ma rispondo che da ospite devo lasciare la tavola finché ancora gradito. Qui termina il mio vocabolario a schiovere”

Anche per me che amo i dialetti è stata una scoperta; a parte alcune espressioni che riconosco e che so interpretare, la maggior parte mi sono davvero sconosciute e celano sotto la superficie significati nascosti: oltre agli effetti personali dell’autore, c’è tutta la storia e la filosofia di vita di una terra di grande cultura che li esprime attraverso la lingua che le è propria e dove affonda le proprie radici.

E spigolando e stralciando, per far capire di quel che vi si tratta, ma senza esagerare, perché levando troppo  dal contesto se ne perde l’efficacia

A Napoli era difficile cadere in mezzo alla folla che gremiva le strade. Ci si poteva sempre appoggiare a qualcuno, e in caso di sconocchiamento, cioè di cedimento degli arti inferiori, si veniva subito sorretti. Ora in città c’è meno densità abitativa. Se uno cade si deve alzare da solo. Si uno car’, s’adda aiza’ isso sulo

Nei momenti di tensione e affanno mi esce, puntuale e pronto, il napoletano. Mi protegge.È il mio arricietto (Ndr ovvero rifugio, in tempo di guerra è una parola d’ordine.Si scappava al suono lugubre della sirena di allarme per trovare un arricietto nei rifugi antiaerei)

Un proverbio locale, di genere consolatorio, afferma: “Pure nu càucio arèto è nu pass’ annanz’”. Pure una pedata nel sedere è un passo in avanti. Chi ne ha presi molti non è tanto convinto di essere avanzato gran che, ma i detti popolari hanno spesso ragione.

Zallo fa radice per “’o ’nzallanuto”, il rimbambito. Per mia nonna era sentenza grave e peggiore insulto. Perché non si poteva essere ’nzallanuti a Napoli. Ne andava della vita stessa, oltre che della reputazione. A volte coincidono: per evitare il rischio di passare per tale, si accetta di correre un serio pericolo.

Ho incontrato la parola nella canzone “’O Guarracino”, composta nel 1700. Si racconta di un pesce che si agghinda per cercarsi una fidanzata: “Tutto pósema e steratiello, ieva facenno lo sbafantiello”. Tutto in posa e tirato/stirato a nuovo, andava facendo lo sbafantiello, che è un insieme di azzimato, vanesio, esibizionista. Il diminutivo in -iello ridimensiona la pretesa esponendo al ridicolo.

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Le regole dello Schangai

Spizzichi e bocconi

Francis Scott Fitzgerald “I racconti dell'”Esquire”

Traduzione e prefazione di Silvia Rotondo

Lorenzo de’ Medici Press

Per la prima volta in un unico volume tutti i racconti scritti da Fitzgerald dal 1936 al 1940 e pubblicati sulla rivista «Esquire».

La rivista richiedeva scritti di breve durata e Fitzgerald, in quei veloci lampi di narrativa, dimostra ancora una volta tutta la sua straordinaria capacità di creare situazioni e personaggi che sono, al tempo stesso, avventura e indagine psicologica, mordente satira e lucida introspezione.

Sulle pagine di «Esquire» Fitzgerald pubblicò alcuni fra i suoi migliori racconti degli anni Trenta: Tre atti musicali (maggio 1936), La lunga attesa (settembre 1937), Un caso di alcolismo (febbraio 1937), Teneri amanti (ottobre 1937) e Finanziare Finnegan (gennaio 1938).

Dalla prefazione:

«Considerato uno degli scrittori di maggior influenza dell’‘Età del Jazz’ e di tutto il Novecento statunitense, Francis Scott Fitzgerald viene quasi sempre ricordato per i grandi classici come Il Grande Gatsby, Tenera è la notte, o Il curioso caso di Benjamin Button. In realtà, negli anni Trenta, Fitzgerald era più conosciuto per i racconti che per i romanzi. In vent’anni di carriera come scrittore, Fitzgerald dovette mantenersi economicamente scrivendo racconti – in genere abbastanza brevi – per riviste popolari, in modo da poter avere un reddito e, a suo dire, tempo sufficiente per scrivere e consegnare romanzi di qualità, nonché per pagare le cure psichiatriche della moglie Zelda. In effetti, la maggior parte del denaro che Fitzgerald guadagnò scrivendo, prima di andare a Hollywood nel 1937, venne guadagnato vendendo racconti alle riviste: pubblicò un totale di 164 racconti. Ed è in questo contesto che, nella primavera del 1934, entra in scena «Esquire», una rivista di intrattenimento per uomini, stampata a colori su carta lucida e in formato oversize. Originariamente prevista come trimestrale, «Esquire» doveva essere venduta o regalata nei negozi di abbigliamento maschile, nelle tabaccherie e nelle edicole. Il primo numero della rivista, uscito nell’autunno del 1933, fu un successo immediato e si decise di trasformare la rivista in un mensile. Basti pensare che, quando Fitzgerald iniziò a pubblicare su «Esquire» nel 1934, i lettori erano circa 130.000; alla sua morte, nel 1940, la tiratura era aumentata fino a quasi 470.000 copie. Fitzgerald pubblicò alcuni importanti racconti sulla rivista, soprattutto durante il suo primo periodo come collaboratore, che terminò nell’estate del 1937 quando lasciò Asheville, nella Carolina del Nord (dove si era trasferito da Baltimora), per andare a Hollywood a lavorare come sceneggiatore per la Metro Goldwyn Mayer. Durante questo primo periodo, «Esquire» pubblicò alcuni suoi migliori racconti degli anni Trenta, Three Acts of Music (maggio 1936), The Long Way Out (settembre 1937), An Alcoholic Case (febbraio 1937), The Guest in Room Nineteen (ottobre 1937) e Financing Finnegan (gennaio 1938)».

I racconti: La mattinata di Shaggy – Tre atti musicali – Le formiche di Princeton – Non sono andato al fronte – Durante le feste – L’ospite nella stanza – Un caso di alcolismo – L’onore della Tonta – La lunga attesa – Finanziare Finnegan – Modello in gesso – Il decennio perduto – La ragazza del 21 – Tre ore fra un aereo e l’altro – Sull’onda dell’oceano – Teneri amanti – Appendice – Un giorno libero dall’amore – Un saluto a Lucy ed Elsie.

Francis Scott Fitzgerald (1896-1940) definito «Il primo passo in avanti della narrativa americana dopo Henry James.» da T.S. Eliot, è stato uno dei maggiori scrittori in prosa degli Stati Uniti. La fama lo consacrò giovanissimo dopo l’uscita del primo romanzo Di qua dal Paradiso (1920). In breve Fitzgerald divenne lo scrittore di riferimento della cosiddetta “età del jazz”, e la sua stessa breve quanto travagliata esistenza parve incarnarne atmosfere, simboli e destino. I successivi romanzi, da Belli e dannati (1922) al Grande Gatsby (1925), fino a Tenera è la notte (1934) lo imposero come un maestro indiscusso della prosa del Novecento. Durante la propria carriera, oltre ai romanzi, scrisse anche 164 racconti, testi per il teatro e numerose sceneggiature per il cinema di Hollywood.

Paolo Cognetti “Giù nella valle”, presentazione

Paolo Cognetti scende dai ghiacciai del Rosa per ascoltare gli urti della vita nel fondovalle. La sua voce canta le esistenze fragili, perse dietro la rabbia, l’alcol e una forza misteriosa che le trascina sempre piú giú, travolgendo ogni cosa. Lungo la Sesia come in tutto il mondo, a subire il dolore dell’uomo restano in silenzio gli animali e gli alberi.(dal Catalogo Einaudi)

Sei racconti, legati e nello stesso tempo indipendenti. Cognetti torna alla sua montagna, anzi, come ci tiene a sottolineare nella recente intervista di Laura Pezzino (Tuttolibri 21 ottobre 2023) “non è un libro di montagna, ma di bosco, di fiume, potrebbe essere ambientato anche sull’Appennino”.

È ambientato nel 1994 a Fontana Fredda, come già in La felicità del lupo,  “per la nostalgia per il paesaggio in cui sono cresciuto, senza i cellulari, con le cabine del telefono, i bar in cui si fuma

Racconta di due fratelli, Luigi, il primogenito alla cui nascita il padre aveva piantato un larice; il secondo è Alfredo alla cui nascita il padre ha piantato un abete, due fratelli ma diversi come gli alberi che li caratterizzano: uno buono, Luigi, da sempre nella valle, il secondo il cattivo, è Alfredo che alla morte del padre torna nella valle da cui si è allontanato emigrando in Canada, lontano per non fare altri guai, dopo il carcere. E poi c’è Betta, la moglie di Luigi, in attesa della loro bambina.

«Un buono che, forse, è più furbo e meno onesto del cattivo. E un cattivo che, forse, è più puro e coerente. La differenza non è per niente netta» come sottolinea Cognetti nell’intervista.

[…]” Alfredo e Luigi in comune hanno due cose. La prima sta in un bicchiere: bere senza sosta per giorni, crollare addormentati e riprendere il mattino dopo, un bianco, una birra, un whisky e avanti ancora un altro giro, bere al bancone dove si scommette se l’animale che uccide i cani lungo gli argini sia un lupo, un cane impazzito o chissà cosa. Oltre all’alcol però c’è la casa davanti a quei due alberi. Adesso che il padre se n’è andato, Alfredo è tornato in valle per liberarsi dei legami rimasti”[…](dal Catalogo Einaudi)

dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

Le otto montagne

La felicità del lupo

L’Antonia. Poesie lettere e fotografie di Antonia Pozzi scelte e raccontate da Paolo Cognetti

Margaret Atwood “Vecchi bambini perduti nel bosco”, presentazione

Traduzione di Guido Calza

Una lettura sorprendente e spiazzante, in cui la morte compare sotto le forme della memoria e, appunto, dell’assenza, come parte naturale e ineluttabile del nostro destino, certo, ma anche come nostalgia di un tempo in cui le utopie sembravano possibilità, mentre adesso è impossibile non vedere ‘l’immensa ondata dell’ignoto che già ci piomba addosso’.(da Ponte alle Grazie Editore)

Quindici racconti articolati in tre sezioni: nella prima i due interpreti, Nell e Tig, una coppia di coniugi  in cui possiamo ravvisare la stessa autrice e il marito Graeme Gibson, scomparso nel 2019; un corpo centrale dal titolo  “Malefici materni”, otto racconti di cui il primo è sul rapporto madre figlia “da strega a strega”, seguono l’intervista ad Orwell e altri sei; nell’ultima delle tre ritornano i personaggi della prima sezione, dove uno dei due, Tig, manca ma occupa un posto importante vissuto nel distacco, nell’assenza, nel ricordo.

In questo mondo narrato e di trasposizione fantastica con l’utilizzo di generi diversi si respira ironia e vigore e, come scrive perfettamente Antonella Lattanzi nella sua recensione (Il Corriere 15 ottobre 2023), “in Vecchi bambini perduti nel bosco c’è una magia. Attraverso ogni pagina si intravede quel sorriso che non porta alcuna traccia di vecchiaia, autocompatimento, rassegnazione, resa – anzi, che sorriso impertinente! – che è il sorriso di Atwood” che nel gioco della vita ha accettato tutte le regole anche le peggiori, rispondendo con la parola e il suo incanto nella forza creativa.

Il racconto che apre la prima parte ad esempio dopo aver ricordato di un corso di primo soccorso vissuto dai protagonisti, prosegue con i ricordi di Nell che rammenta le tante occasioni in cui le più disparate esperienze di vita avrebbero potuto finire male, con e senza interventi e conclude “Davvero erano stati così inconsapevoli, così incoscienti? Sì. Nell’incoscienza si erano trovati benissimo”

E Antonella Lattanzi così acutamente definisce il contenuto dei racconti

“Margaret Atwood dà l’impressione, nella sua nuova raccolta di racconti, di avere letto e riletto il libretto di istruzioni dell’esistenza, dal quale mai nessuno si allontana davvero. E poi di averlo riscritto con coraggio, libertà e fantasia”

perfettamente d’accordo, e aggiungerei con leggerezza!

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Il canto di Penelope

Moltissimo

Tornare a galla

Michele M. Ragnini “La porta dell’ignoto”, NeP Edizioni

Un viaggio interiore che porta ad affrontare e a mettere in discussione i capisaldi dell’esistenza

Dietro una fitta coltre di apparente normalità, il mondo cela segreti oscuri e misteri senza fine, che si palesano negli aspetti più banali del quotidiano. L’ignoto non va cercato lontano,
nell’astratto, nell’imponderabile, ma vicino, nelle minime avversità, nello sguardo di chi ci è
prossimo e persino dentro di sé.

Da queste premesse muove “La porta dell’ignoto” di Michele M. Ragnini, edito da NeP edizioni.
Un libro rivolto a chi tenta di scoprire l’altra faccia delle cose, in cui l’ignoto è il vero protagonista, in un viaggio interiore che porta ad affrontare e a mettere in discussione i capisaldi dell’esistenza.
Attraverso i sette racconti che fanno parte di questa raccolta, il lettore potrà viaggiare sfidando il corso distorto del tempo, perdersi tra vicoli oscuri e dimore abbandonate, fra le pareti cedevoli di menti confuse, allucinate e folli. Nei passi incerti dei personaggi, nei loro sguardi carichi di timori, rivelazioni e inquietudini, scoprirà l’intreccio sottile di segreti sepolti, reliquie di vite e di anime smarrite, pronti ad essere rivelati.
Sette storie in cui l’analisi e il ragionamento logico si perdono in visioni oniriche e deliri allucinati. Le ombre si allungano sulle vicende narrate; un’atmosfera cupa di sospetto si dispiega e s’impone dalla prima all’ultima pagina. La linea di demarcazione segnata fra vita e morte, verità e illusione, incubo e veglia, è vaga e sbiadita.
Attraverso uno stile narrativo unico, l’autore ci guida nei recessi remoti della psiche, ci impone di scrutare sotto la superficie e immergerci negli abissi del tempo, dell’Universo e dell’animo umano.

Michele M. Ragnini è nato e cresciuto nel cuore di Bari.
Ha concluso studi classici e giuridici e negli anni successivi ha vissuto in diversi Paesi europei, traendo ispirazione per i suoi scritti.
Nel 2022 ha ottenuto la sua prima pubblicazione, una silloge di poesie intitolata Mille e mille parole taciute.
La porta dell’ignoto è il suo libro d’esordio nella narrativa breve.

Le novità di Voland, in libreria dal 1 settembre 2023

Durante una premiazione letteraria l’affabile Guy Courtois, venditore di incipit che, a suo dire, ha fatto le fortune di Thomas Mann, Franz Kafka, Albert Camus e molti altri, lascia il biglietto da visita a uno scrittore in crisi. Fra i due s’instaura allora una fitta corrispondenza e prendono il via varie storie che procedono parallele o si intersecano. Bizzarri personaggi, apparentemente scollegati tra loro, si rincorrono in questo romanzo vertiginoso dal singolare fascino.

Matei Vișniec , nato nel 1956 a Rădăuţi, vive a Parigi dal 1987, è il secondo drammaturgo romeno dopo Ionescu a essersi imposto nel panorama europeo. Dopo Sindrome da panico nella città dei lumi (Voland 2021), torna in Italia con Il venditore di incipit per romanzi , vincitore del Premio per la letteratura europea Jean Monnet nel 2016. 

A partire dal 1959 giunsero clandestinamente in Occidente alcuni testi d’impianto fantastico e grottesco firmati da Abram Terc. Quando venne appurato che dietro il misterioso Terc si nascondeva l’intellettuale moscovita Andrej Sinjavskij, le autorità politiche diedero avvio, nel 1956, a un processo che ebbe enorme risonanza dentro e fuori il paese, al termine del quale lo scrittore fu condannato a sette anni di gulag per attività antisovietiche.

Andrej Sinjavskij , nato a Mosca nel 1925, si affermò come uno degli intellettuali più acuti della sua generazione, dedicandosi in segreto anche alla scrittura di testi corrosivi e aspramente critici. Tu ed io e altri racconti raccoglie sei racconti dell’autore russo di cui uno inedito in Italia.

SPLENDERE AI MARGINI. Narrazioni emergenti, Oligo Editore

A cura di ANDREA TEMPORELLI

Testi di

Isabella BIGNOZZI, Davide BREGOLA, Davide BRULLO, Marta CAI, Gabriele DADATI, Valentina DI CESARE,

Riccardo IELMINI, Danilo Laccetti, Enrico MACIOCI, Matteo MARCHESINI, Michele ORTI MANARA,

Andreea SIMIONEL, Andrea ZANDOMENEGHI

dall’8 settembre in libreria

OLIGO EDITORE

Un’antologia per suscitare un dibattito più ampio intorno all’attualità letteraria, chiamando in causa in particolare le nuove generazioni di scrittori, ma anche gli studiosi più attivi ed esperti o scrittori di chiara fama.

La narrativa italiana è moribonda. La narrativa italiana è vivissima.  Camminando sul crinale della contemporaneità, non mancherebbero ragioni per sostenere una visione o l’altra e magari optare, con passo da turista, per il godimento di entrambi i versanti, in attesa che il volgere dell’epoca contestualizzi meglio, su scala globale, ogni valutazione. Ma si potrebbe, all’opposto, tentare l’azzardo e sostenere (con gesto militante, si sarebbe detto un tempo) le forze che delineano il panorama in un senso o nell’altro o quantomeno non perdere l’occasione di cogliere un dettaglio, un’istantanea, un’epifania che dimostri le reali potenzialità del presente. Cartografare un paesaggio di cui si è parte sembrerà un paradosso, ma la rinuncia alla testimonianza di ciò che a un certo punto risulta quantomeno possibile, o anche soltanto desiderato, foss’anche un miraggio, significa concedere carta bianca alla mistificazione. La storia è scritta sempre, in un secondo tempo, dai vincitori, che ne ricavano una narrazione semplicistica e stereotipata, buona per i manuali scolastici. Funzionale più che finzionale, e quindi ancor più finta. Eppure, non parrebbe difficile cogliere quali scenari ci offre l’orizzonte. Viviamo in un’epoca che ha relegato la letteratura ai margini, deprivandola di regia (dall’introduzione di Andrea Temporelli)

ANDREA TEMPORELLI (Novara, 1973) ha fondato la nota rivista di letteratura “Atelier”. Tra i suoi libri segnaliamo Il cielo di Marte (Einaudi, 2005). Scrive sul blog Pangea e sul suo sito andreatemporelli.com

Un racconto per Ferragosto

Ho visto, ho sentito, ho ascoltato, ho letto, ho scritto

di Salvina Pizzuoli

Ho visto due gemelle monozigoti: età indefinibile ma matura. Sono salite all’unisono sul bus e si sono poste una di fronte all’altra, come davanti ad uno specchio. Il bus semivuoto mi ha permesso di osservarle. Stesso identico ombretto sulle palpebre appesantite: una larga striscia tra il celeste e il blu, stesso spessore, stesse sbavature ai margini, spicca nel colorito smorto di una pelle non ancora avvizzita. Un cerchietto nero ferma all’indietro una pettinatura che vuole essere ordinata ma che si ribella in qualche modo a tanta pretesa: sfugge a destra una svirgola all’insù, mentre a sinistra il rigore resiste. Un piumino lungo le infagotta con il suo colore grigio chiaro e i suoi quadratoni imbottiti. Un cappuccio pende ben piegato dietro le loro teste. Le scarpe calzano piedini magri su gambette esili: sono mocassini neri con la para, allacciati alti sul collo del piede. Una tracolla completa l’abbigliamento, identica anch’essa per entrambe: una postina morbida grigia con rifiniture in nero. Sono scese al capolinea approssimandosi all’uscita senza aver proferito parola, senza essersi staccate gli occhi di dosso. Si sono presentate all’unisono davanti all’uscita e sono scese con lo stesso piede, il sinistro. Sono atterrate e contemporaneamente l’una ha sollevato il gomito e l’avambraccio per permettere all’altra di infilare il proprio nello spazio libero e poi sottobraccio si sono come fuse in un’unica figura e si sono mosse con gli stessi passi e allo stesso ritmo chissà per dove.

Ho sentito una brasiliana urlare nel cellulare a chi l’ascoltava all’altro capo del mondo. La sua voce gioiosa raccontava in una lingua spumeggiante e sonora aspetti piacevoli della propria giornata, non importava conoscere il significato delle parole, era tutto il suo dire e fare e gesticolare che comunicava meglio di qualunque linguaggio. La risata con cui accompagnava e sottolineava alcune pause era gorgogliante e pizzicata. I suoi occhi si muovevano intorno senza vedere e senza guardare ma erano brillanti e mobili non solo nella pupilla ma nelle palpebre che sbattevano come al ritmo di una samba, sognanti e luminosi.

Ho sentito un paziente accomiatarsi con fare riverente sulla porta dello studio di un medico rinomato. Quasi inchinato lo salutava stringendogli la mano con queste parole: dottore non so come ringraziarla, le devo molto. Grazie dottore, grazie ancora. Anche mia moglie la saluta e la ringrazia di cuore, dottore. Arrivederla.

È stato al terzo dottore che quello è scattato come su una molla e impermalito ha sottolineato dimentica che sono professore. Il paziente si è allora ancora di più genuflesso e con un sorriso indecifrabile sulle labbra è andato via.

Ho ascoltato il canto frenetico e lo schiamazzo di nugoli di passerotti tra le verdi frasche  di tre sparuti cipressi nel centro cittadino. Ho immaginato che la sera, come pendolari che tornano a casa dal lavoro, rientrando nei loro nidi  e trovandoli forse già occupati, cominciassero a questionare e a contendere. Oppure come dentro una riunione di condominio parlassero tutti insieme  facendo un baccano inutile e incoerente. Oppure ho preferito immaginare che l’incontro scatenasse chiacchiere e risate tra gli adulti e che i piccoli si rincorressero festosi giocando. Oppure… e sono restata  lì incantata  ad ascoltare, senza pensare e senza immaginare, insieme ad altri passanti, coinvolti nello schiamazzo assordante.

Ho letto a voce alta due e più volte una poesia di Leopardi, anzi l’ho recitata quasi a memoria. A Silvia è una lirica lunga e triste eppure alla fine mi sono sentita confortata. Mi sembra di ricordare che Calvino (o no?) avesse scritto che recitare poesie a memoria aiuta. Non so se l’aiuto che ho ricevuto sia stato quello che lui intendeva, ma il mio groppo in gola prima si è fatto più serrato e poi, piano piano, si è come rotto, e ho pianto.

Ho annotato nella mente la tanta e varia umanità che mi circonda e che non conosco. Chi sono? Posso cercare di capirlo solo attraverso quello che mi mostrano e che volutamente mi fanno vedere. L’umanità mi affascina e mi piace raccontarmela immaginando vite, esistenze tra quotidiano e  bizzarria. Anch’io mi mostro e mi nascondo ma spero di esistere anche solo per un attimo nella loro immaginativa, anch’io protagonista di una storia di umana solitudine.( da Ellin Selae n91)

Racconto d’estate:

Maurizio e i quattro cammelli

Non amo andare in spiagge affollate, non amo trasportare in nome di una comodità successiva, lettini e sedie reclinabili, teli da bagno, ombrelloni leggerissimi, ma voluminosi e ingombranti. Amo andare in spiaggia con il minimo indispensabile: un cappello, un paio di occhiali, un telo per stendersi e asciugarsi al sole, una crema, un libro. Non dovrei pertanto andare in spiaggia con Daniela che in questo è il mio perfetto contrario. Tanto più io amo appartarmi, alleggerirmi di pesi inutili, tanto lei ama gli incontri, gli  inutili ammennicoli di una comodità più pensata che vissuta proprio perché non sta un minuto a sedere sulla sua rossa sedia superleggera  o sdraiata sul suo lettino o all’ombra del suo ombrellone che non può fregiarsi del merito di averle mai potuto offrire un gradito refrigerio, nemmeno sotto il dardeggiare del solleone. 

In comune abbiamo solo l’amore per la spiaggia libera, dove ciascuno può scegliere l’angolazione, la posizione e la visuale che più gli aggrada. Anche in questo comunque differiamo un poco perché, scelta la spiaggia, lei piazza ombrellone, sedie e lettino sempre nello stesso punto in modo da intavolare quelli che ama definire rapporti umani.

È arrivata qualche giorno prima di me, ma conosce già tutti habituè e occasionali; non dimentica infatti mai una faccia e già al secondo incontro li saluta festosa come li conoscesse dall’infanzia. Sotto certi aspetti ha un bel carattere aperto e godereccio che spesso invidio poiché preferisco starmene rintanata nella mia ostinata musoneria. Con Daniela non mi è possibile e, come spesso dice ridendo affettuosa, sono costretta a uscire dalla pelliccia d’orso nella quale vivo inverno ed estate. Quest’anno siamo tornate esattamente nella stessa spiaggia dello scorso anno dove Daniela ha trascorso tutto il periodo delle sue vacanze mentre io le ho fatto compagnia tra un week end e l’altro; sono un’inquieta oltre che un’orsacchiotta, nomignolo con cui bonariamente ama canzonarmi, e non posso fermarmi a lungo in uno stesso posto; Daniela al contrario cerca le rimpatriate e i soggiorni prolungati perché ha bisogno di acclimatarsi, di sentirsi come a casa, circondata da volti e parole amichevoli.

Negli anni ho capito meglio la funzione che assolve in realtà il suo ombrellone: è  un crocevia,  è un punto di incontro, di passaggio, di sosta con chiacchierata o di pausa con e senza invito. Da qui infatti passano tutti quelli che transitano sulla spiaggia senza distinzione di età, colore, abitudini, passioni, idee e ideali perché, come sostiene Daniela e, non lo dice solo come battuta, da tutti lei ha sempre imparato qualcosa e a tutti deve molto. Non credo esista un esempio di tolleranza praticata come quella di Daniela.

Mi sono trovata così a sostenere una incredibile conversazione con una signora tedesca che parlava solo il tedesco inframmezzandolo con parole in inglese, francese e italiano, ma con la quale Daniela è riuscita a intrattenersi per un’ora. Non ho mai osato chiederle di cosa avessero parlato e se si era trattato di un vero dialogo o di un vaniloquio visto che Daniela non ha alcuna predisposizione per le lingue e ignora completamente il tedesco, non conosce il francese e intende poco l’inglese. So solo che verso mezzogiorno la signora tedesca ci ha salutate e che il commento di Daniela è stato: – simpatica, vero?!

Subito dopo è passato a salutare Yoshi,  indiano di Calcutta, così si faceva chiamare; l’ombrellone di Daniela rappresenta per lui la sosta per una meritata sigaretta. Si è seduto, lui all’ombra gradita, lei tra il lettino e la sedia che ora fungono da appoggio per le bacheche ambulanti di Yoshi colme di collane, bracciali, anelli indiani. Sotto l’ombrellone di Daniela ha fatto i migliori affari conoscendo Daniela i problemi di Yoschi e spingendo i tutti che conosce a risolverglieli, almeno quelli economici.

Dopo Yoshi c’è stata una pausa; la spiaggia si è svuotata e siamo rimasti in pochi. Vista a quest’ora cambia aspetto: gli ombrelloni, non più fitti,  punteggiano la sabbia come puntine su una tavolozza di compensato e con i loro allegri colori la vivacizzano nella sua coloritura uniforme e giallastra; i piccoli non riempiono con  strilli eccitati lo spazio intorno a noi, ma raccolti dalle madri, come la chioccia con i pulcini, sostano sotto gli ombrelloni mordicchiando panini ripieni che troneggiano enormi e tremolanti nelle loro piccole mani. Il passeggio lungo la battigia è completamente cessato,  sostituito da pigre sedute,  tra lo sciabordio delle onde, di accaldati bagnanti; più in disparte, incurante del sole, c’è Claudio, dedito ad una delle sue creazioni. Daniela sa tutto di lui e spesso lo incoraggia a proseguire nella confezione delle sue piccole produzioni. A Claudio piace soprattutto trasformare ciò che la natura gli offre e dalle sue mani laboriose nascono capolavori di cesello. Di primo mattino è già sulla spiaggia alla ricerca di sassi, conchiglie e pietre pomici; raccoglie solo ciò in cui intravede già l’aspetto nuovo, quasi lo scoprisse nascosto tra le pieghe della materia. È un demiurgo dei piccoli oggetti: quando ha trovato quello che lo conquista non si stacca dal suo lavoro fino a compimento. Il mio sguardo si sposta ora da Claudio curvo sul suo lavoro e corre leggero e si sofferma pigro su questo paesaggio d’agosto godendo una pausa tra visitatore e visitatore. Daniela non c’è; si muove da ombrellone a ombrellone come le pedine di una dama o si accoccola accanto ai bagnanti sulla battigia o sbircia incuriosita le mosse di Claudio.

Sto quasi per appisolarmi quando con voce alta e concitata Daniela annuncia: – Maurizio, c’è Maurizio!

A mala pena distinguo nella direzione in cui si è girata un puntino bianco affiancato da un ammasso più scuro, le due cose procedono sulla sabbia lentamente, quasi a fatica, sostenendosi a vicenda: ora il bianco pende verso la massa scura, ora la massa scura si inclina verso il puntino bianco.

Delineandosi meglio sull’orizzonte vuoto riesco finalmente a intravedere e distinguere un uomo e un borsone e Daniela che gli corre incontro sbracciandosi.

Si dirigono ora verso di me o forse è meglio dire verso l’ombrellone, lei sempre più accalorata, lui sempre più curvo.

-Ti presento Maurizio – è la voce eccitata di Daniela – è marocchino, di Fez.

-No – la  corregge lui – di un villaggio vicino.

Maurizio non è il suo vero nome; come molti ha preferito integrarsi nella nostra realtà almeno con il nome che si è scelto arrivando.

Non so quanti anni possa avere; comunque non più di quaranta. La sua faccia non è bella, ma gli occhi sono intensi e il sorriso è aperto e accattivante.

Sta raccontando a Daniela del suo nuovo bambino; ogni volta che ritorna dall’ Italia in Marocco, la sua famiglia cresce di un’unità. Ride alla battuta scontata di Daniela e risponde, abbassando la testa, che dovrà lavorare ancora di più.

-È giovane sai – sta dicendo intanto Daniela rivolta verso di me – e ha già cinque figli e una moglie da mantenere; una sola perché non potrebbe mantenerne di più!

Maurizio ride di nuovo alla battuta e mi guarda, poi abbassa gli occhi e mi guarda ancora.

Mi sento in imbarazzo e mi chiedo se c’è oppure se ho qualcosa di strano per essere guardata con tanta insistenza.

Come al solito è Daniela a trarmi d’impaccio; capisco infatti dal suo atteggiamento che il suo intervento ha a che vedere con la guardata di Maurizio.

-Le bionde hanno per Maurizio un fascino particolare, normale, non ti pare?

-Se avessi quattro cammelli – sta intanto dicendo Maurizio, quasi parlando a voce alta e inseguendo il filo dei propri pensieri – sarei un uomo ricco, non dovrei spostarmi dal mio paese e potrei avere anche due mogli, una  bionda, volendo!

Mi guarda e ride; una risata bella, spensierata, contenta. Contagia anche me e Daniela che, rivolta a Maurizio, esordisce dicendo -Questa battuta è troppo spassosa, la voglio proprio raccontare!

-Anch’io –  risponde Maurizio con arguzia, – la voglio proprio raccontare – e ripreso il suo pesante saccone  si avvia a passo lento verso nuovi e potenziali clienti.

Maurizio non si è ancora del tutto allontanato dall’ombrellone, ma già Daniela ha rivolto la sua attenzione altrove e, guardandomi con occhio indagatore,  mi chiede: – E Claudio? (da Corti e fantastici, Edida)

Autori Vari “Una notte in giallo”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Otto autori per otto racconti tingono di giallo la notte che di per sé si presta a sfumature noir.

E si apre con il barista dell’ormai noto BarLume, nato dall’ironica penna di Marco Malvaldi, che lotta contro il sonno e il furto di un preziosissimo collier; segue una notte di San Lorenzo, piena di stelle e di terrore per le sorti di una fanciulla, sul monte Epomeo, il mitico monte di Ischia, nelle pagine dell’ischitano Andrej Longo mentre Gaetano Savatteri a Màkari  racconta la scomparsa di Romeo, un ragazzino modello. Una villa infestata dai fantasmi non poteva mancare dentro una notte in giallo raccontata da Roberto Alajmo, quella in cui il protagonista vive la peggiore della propria vita. Due killer molto apprezzati sono i personaggi principali della notte gialla raccontata da Alessandro Robecchi e non manca il bibliodetective Vince Corso nato dalla fantasiosa  e letteraria penna di Fabio Stassi. A concludere Francesco Recami con la nottata tremenda della falsa invalida Mattei-Ferri e dei suoi aguzzini e Rocco Schiavone alla prese con una infreddata notturna a duemila metri per indagare sulla morte di un giovane sfracellato ai piedi di un costone roccioso.

Una serie di racconti che aiuteranno a sopportare al meglio il sole giaguaro  regalandoci un brivido provvidenziale a lenire i bollori di questa calda estate 2023.

Se poi non dovessero bastare gli otto che propongo in questa presentazione, ricordo che fanno parte di una lunga serie che oltre alla notte, alla giornata, alla settimana, scandiscono anche le feste comandate, tutte declinate ovviamente in giallo, e sempre firmate Sellerio Editore

E buon racconto giallo a tutti!