Chandra Livia Candiani “La domanda della sete” recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

La recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

dal Catalogo Giulio Einaudi Editore

«Qualcuno è bravo con i nomi | sa un nome per tutte le cose». Chandra Livia Candiani invece i nomi li confonde, li centrifuga, li riassegna dandogli più forza. Essere in una stessa poesia cammello, seme di una mela, cane, fiamma e altre cose è rinominare il mondo con un’altra logica. La forte metaforicità di questa poetessa è tutt’uno con la ricerca di fermare in linguaggio il flusso incessante di sensazioni contrastanti ed entità che la attraversano, che ci attraversano. Se nell’atto del camminare dice di essere per metà uccello e per metà albero, non è solo un’analisi precisa della natura umana che tende contemporaneamente a staccarsi da terra e ad ancorarsi ad essa. Non è una semplice iperbole. È la condivisione della natura di uccello e di albero, che stanno dentro quella umana, perché tutte stanno insieme in un’«orchestra del mondo», fatta «di gridi e canti bisbigli e strepiti». Non sempre in perfetta armonia. I versi di Chandra, le sue parole, le sue metafore, vengono da quella partitura.

e anche:

Ritratto di poetessa: Chandra Livia Candiani (Alida Airaghi)

Francesco Forlani “Penultimi” recensione di Maria Anna Patti CasaLettori su Robinson La Repubblica

continua a leggere la recensione di Maria Anna Patti

 

Presentazione da MIraggi Edizioni

Francesco Forlani salta l’attrazione del male e ne parla bene. La letteratura viene così costretta a fare il suo mestiere: dire la bellezza proprio nel momento in cui dice una scomoda verità. Anche se questa verità fa propriamente male.

Francesco Forlani è poeta, cabarettista, traduttore dal francese, conduttore radiofonico, scrittore-calciatore…fondatore di una rivista qua, redattore di un’altra là. Un esempio raro di agitatore culturale.(dalla recensione su Magazzino Jazz)

La Descrizione su IBS

 

Aldo Nove “Poemetti della sera” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

continua a leggere la recensione di Maria Anna Patti

 

 

 

 

 

 

Dalla presentazione nel sito Giulio Einaudi Editore:

[…] Il libro raccoglie poesie scritte dal 2015. Privilegiata è la forma del poemetto che permette di ritmare la pulsazione e il respiro di tutte le forme viventi. Versi brevi, incalzanti, molto rimati o assonanzati, incastonati in forti strutture anaforiche. Ne deriva una sorta di preghiera laica a metà fra il salmo e il rap, perfettamente aldonoviana.

Thomas Stearns Eliot “Il libro dei gatti tuttofare” presentazione di Salvina Pizzuoli

Tradotto da Roberto Sanesi e illustrato da Edward Gorey lo troviamo anche in edizione digitale per Giunti del 2019.

Da questa raccolta ha preso spunto e traccia la commedia musicale “Cats” di Andrew Lloyd Webber (1981).

 

Eliot pubblicò nel 1939 una raccolta di poesie dal titolo originale di Old Possum’s Book of Practical Cats dedicata ai gatti che non solo amava ma che aveva anche “studiato” a fondo tanto da poter dedicare loro una sfaccettata carrellata di tipologie e di storie di cui sono i protagonisti eclettici e bizzarri, perché è difficile “definire” un gatto

“c’è chi è savio, e chi è matto

ci sono i buoni, ci sono i perversi,

c’è chi è migliore, c’è chi è mal fatto,

ma tutti sono adatti a descrizioni in versi”

E in effetti scorrendo le poesie di Eliot non si può che convenirne! Facciamo così conoscenza con Sandogatt bucaniere, Tiremmolla gatto strano, Gattatrac e Gattafascio clown fracassoni, mister Mistofele Gatto Stregatto e il vecchio Deuteronomio, solo per citare alcuni dei protagonisti. Ma attenzione, come ci rammenta il poeta, non è solo difficile definire il gatto ma è improbabile che possa calzargli a pennello solo un nome, pertanto ne occorrono almeno tre perché solo il gatto conosce il suo nome, quello vero, “ineffabile effabile  effineffabile”, perché “un gatto è un gatto”

È dunque per un Gatto del tutto naturale

essere fatto segno a un rispetto totale,

e soltanto col tempo capirete come

sia consentito chiamarlo per nome.

Godibilissimo, e non solo per gli innamorati della razza felina.

Sebastiano Vassalli “Amore lontano” recensione di Salvina Pizzuoli

Difficile recensire questo particolare scritto di Sebastiano Vassalli: un omaggio alla poesia? Un omaggio ai veri poeti e non agli “scrittori di poesie”? Un annuncio, una folgorazione?

Leggendo, immersi nelle cose del mondo dei sette protagonisti, Omero, Qohèlet, Virgilio, Rudel, Villon, Leopardi, Rimbaud, tra vizi virtù e miserie di vite di uomini, tra le loro lacrimae rerum, cogliamo un messaggio che va oltre la realtà contingente che l’autore racconta:

“L’unico miracolo che si compie dai tempi di Omero e da prima ancora, e che non può essere dimenticato o messo in dubbio perché chiunque può farlo rivivere con la lettura, è quello delle parole che trattengono la vita. È la poesia. La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole” (dalla Conclusione. Qualcosa di divino)

Un testo quello di Vassalli che va letto perché è anch’esso “parola”, per riuscire ad avvertire il “miracolo” attraverso il racconto di momenti di vita, conosciuti o, in mancanza di dati, immaginati, partendo da Omero, passando attraverso Virgilio, il poeta costretto a cantare la Fama, o cercando l’amore lontano con Rudel o immaginando il borghese ingentilito che potrebbe essere diventato Villon per poi concludere con Leopardi e l’adolescente Rimbaud: poeti la cui vita è rimasta impigliata nella trama di parole che hanno intessuto, lasciandoci questo miracolo che “È l’unico miracolo possibile e reale, in un mondo dominato dal frastuono e dall’insensatezza. È la voce di Dio”.

Un messaggio che va oltre le vite dei sette poeti che Vassalli ha scelto di raccontare e forse per questo “Amore lontano” non può definirsi né un saggio o un testo sulla poesia, né una serie di racconti sulla vita di sette poeti, vuole essere un messaggio universale che può raggiungere tutti, perché riguarda tutti, proprio perché “Siamo personaggi di un poema indecifrabile e infinito”.

Il volto di Saffo come un epitaffio accompagna tutto il testo nell’apertura di ciascun capitolo e nella copertina delle prime edizioni

Dello stesso autore: “La notte della cometa”

Maurizio Cucchi “Sindrome del distacco e tregua” recensione di Paolo Mauri La Repubblica Cultura 23 settembre

Il privilegio dell’idiota in cerca di poesia
Verso la fine della sua ultima raccolta, che si intitola Sindrome del distacco e tregua, Maurizio Cucchi serenamente confida: «La poesia ha parole pesanti/ che in queste strane pagine/ sembrano mobili e leggere./ Viaggiano quasi imprendibili,/ cangianti, e disorientano/ la nostra vecchia mente di carta…» e poi chiosa: «La poesia/ chiede di spargersi e andare/ lieve e piana nel mondo,/ che forse non lo sa/ però la sta aspettando». Viaggiano dunque le parole e viaggia il poeta dentro e con le parole.
Sindrome del distacco e tregua è denso di itinerari e si percorre e ripercorre accompagnati da una musica di fondo, dal ritmo che tutto pervade. E la poesia sgorga anche visitando la devastata città di Pryp’jat dove si arriva navigando sulle carte di un atlante e guardando la fotografia di una vecchia che arranca per la strada. Il panorama è spettrale, si tratta nientemeno dei resti della città costruita nel 1970 e bruciata dalla centrale atomica di Cernobyl’. A un certo punto la carta geografica subisce una metamorfosi, appare «un intrico di terra, boscaglia e di palude/ che quasi mi inghiottiva nel suo verde/ e ocra…».[…]
Sindrome del distacco e tregua è un libro complesso, ma non più di un diario di tanti giorni diversi. […]( da Paolo Mauri La Repubblica)