Étienne-Léon de Lamothe-Langon “La Vampira. Ossia la Vergine d’Ungheria”, Oblivium Edizioni

 Un gioiello gotico (1825) salvato dall’oblio; torna alla luce un’opera che anticipa il vampirismo femminile, svelandoci i tratti più umani di una predatrice intrappolata nel proprio destino.

Copertina del romanzo del 1825 di Étienne de Lamothe-Langon "La Vampira. Ossia la Vergine d'Ungheria",anticipa di quasi mezzo secolo il celebre racconto di Le Fanu e molte altre vampire, imponendosi come uno fra i testi pionieristici sul vampirismo. Oblivium Edizioni

 

A cura di Enrico De Luca 

Illustrazioni di Massimiliano Modica

 COLLANA Redivivi

GENERE Classico gotico

Oblivium Edizioni*

Dal 4 settembre 2026

Molto prima di Carmilla di Sheridan Le Fanu (1872), la letteratura gotica europea aveva già generato una vampira di straordinaria vividezza. Riscoperta di recente, e ora presentata per la prima volta in traduzione integrale, La Vampira ossia La Vergine d’Ungheria (1825) anticipa di quasi mezzo secolo il celebre racconto di Le Fanu e molte altre vampire, imponendosi come uno fra i testi pionieristici sul vampirismo.

Nel 1815, il colonnello Édouard Delmont abbandona Parigi con la famiglia per rifugiarsi in un antico castello isolato nel Lauragais; crede di potersi lasciare alle spalle il passato, ma il passato non smette di perseguitarlo. Quando una misteriosa straniera, Alinska, si stabilisce nei pressi del suo maniero, la quiete della vita familiare comincia a incrinarsi. Bella, enigmatica e segnata da un destino oscuro, la giovane ungherese porta con sé un’ombra soprannaturale che si allunga lentamente e inesorabilmente sui Delmont. Poco alla volta, la sua presenza causa un susseguirsi di eventi inquietanti, tragedie e lutti. Ma Alinska non è una semplice predatrice assetata di sangue: è lo strumento di una vendetta superiore, vittima, più che carnefice, di un terribile patto ultraterreno che nemmeno lei ha il potere di spezzare.

Dalla introduzione:

Circa settant’anni prima che Bram Stoker pubblicasse Dracula e più di cinquanta prima che Le Fanu concepisse Carmilla, in Francia apparve La Vampira ossia La vergine d’Ungheria, uno dei primi testi a livello mondiale in cui la protagonista è una vampira che ritorna in vita per vendicare il tradimento di un patto d’amore stipulato col sangue. Quest’opera, pubblicata nel 1825, e scritta dal barone de Lamothe-Langon (prolifico scrittore di ampio successo nella prima metà del XIX secolo, con all’attivo una considerevole messe di romanzi storici, sentimentali, di costume, morali e gotici, ma anche di testi teatrali, mistificazioni storiche e di memorie apocrife) potrebbe, esaminato lo stadio attuale delle ricerche, essere considerato il più antico romanzo sui vampiri in lingua francese che ci sia pervenuto, in cui la protagonista è, come già anticipato, una donna; si tratta di un prodotto letterario nato dell’enorme successo che Il Vampiro di Polidori riscosse in Francia, dove fu prontamente tradotto (e all’epoca considerata erroneamente una delle migliori opere di Byron) nel medesimo anno, il 1819, in cui il racconto uscì prima sul «New Monthly Magazine» e subito dopo in volume.

Étienne-Léon de Lamothe-Langon (1786 – 1864) fu un prolifico ed eclettico scrittore francese di successo. La sua vasta produzione letteraria, ampiamente tradotta e imitata all’epoca, è costituita da oltre sessanta romanzi di argomento storico, gotico, fantastico, sociale e investigativo, memorie apocrife (per esempio quelle attribuite alla contessa Du Barry e a Luigi XVIII) e falsificazioni storiche come La storia dell’inquisizione in Francia (1829).

Enrico De Luca è professore a contratto presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria. Fra le sue numerose curatele e traduzioni ricordiamo l’edizione integrale e annotata dei primi sei titoli della serie dedicata ad Anne Shirley di Lucy Maud Montgomery (Mondadori 2022/23). Per Caravaggio Editore, dirige tutte le collane dedicate ai classici.

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*Dalla pluriennale esperienza nella pubblicazione di classici di Caravaggio Editore (sotto la direzione editoriale di Enrico De Luca), nasce Oblivium Edizioni: un nuovo marchio dedicato al gotico e al weird. Caravaggio Editore si è affermata negli ultimi anni come una realtà apprezzata per la serietà delle sue edizioni: testi integrali, rispettosi degli originali, annotati e arricchiti da apparati iconografici d’epoca. È proprio da questa attenzione per la qualità che nasce il marchio Oblivium, che si propone come un vero e proprio “riscattatore dall’oblio” di testi classici dimenticati, mai tradotti in italiano o ingiustamente trascurati. Il nome stesso del marchio – che evoca ciò che è stato dimenticato – riassume la sua missione: riportare alla luce opere che meritano di essere lette ancora. All’interno delle due collane principali – Redivivi e Voci dall’ignoto – verranno pubblicati romanzi inediti, raccolte d’autore e antologie tematiche di racconti. Ogni volume sarà caratterizzato da un’alta qualità editoriale: come per Caravaggio, traduzioni accurate, testi integrali e un ricco corredo illustrativo che attinge al meglio dell’illustrazione d’Ottocento e inizio Novecento o realizzato appositamente da artisti contemporanei. Oblivium Edizioni nasce con l’ambizione di portare in libreria e fra le mani di chi legge testi potenti e fuori dal tempo: libri che restituiscono il gusto autentico della letteratura orrorifica classica, senza semplificazioni o adattamenti.

Robert Louis Stevenson “Il Master di Ballantrae”, presentazione

sottotitolo: Un racconto d’inverno
Copertina del romanzo di Robert Louis Stevenson "Il Master di Ballantrae. Un racconto d'inverno" Adelphi

[…]Non meno che il dottor Jekyll e il signor Hyde, James e Henry Durie, discendenti della nobile casata scozzese di Durrisdeer, incarnano princìpi inconciliabili: se James, Master di Ballantrae, è un «diabolico dissimulatore», irresistibile e scellerato, […], il cadetto Henry ha il volto opaco della rettitudine, della prudenza, dell’ostinata mediocrità morale. L’insurrezione giacobita del 1745, che li vede – per mero opportunismo – appoggiare fronti opposti, e la presunta morte in battaglia del primogenito, che consegna a Henry titolo e promessa sposa del fratello, pongono le fondamenta di un conflitto insanabile.[…]
(da Adelphi)

Adelphi ripropone Il Master di Ballantrae nella nuova traduzione di Masolino d’Amico e una postfazione di Jean Echeno.
Il Master di Ballantrae, scritto 1888, racconta di  due fratelli, il primogenito, James, e il cadetto, Henry, della nobile casata dei Durie di Durrisdeer.
Nella Scozia della prima metà del Settecento durante l’ insurrezione giacobita, il tentativo di riportare uno Stuart sul trono del Regno Unito, così come in altre famiglie nobiliari, il capostipite, Lord Durrisdeer, decide di muoversi opportunamente: un figlio con gli insorti, l’altro con la dinastia regnante.
Chi per l’una e chi per l’altra?
Il primogenito propone di affidarsi al fato con il lancio della moneta.
Sarà così James ad andare con gli insorti e la loro sconfitta, insieme alla notizia della sua morte in battaglia, faranno del cadetto il nuovo e legittimo Master. Solo che James non è morto, prima alla macchia e poi in esilio,  vuole riprendersi il titolo…

Scrive Stenio Solinas (03 agosto 2026 Il Giornale online)

“Stando a Stevenson, Il Master di Ballantrae nacque dalla lettura di un romanzo di Frederik Marryat, La nave fantasma. A questa suggestione marina si aggiunse il ricordo di una storia da lui concepita anni prima una storia di famiglia, i Durie. Era un racconto d’inverno, promettente nel suo mettere in scena «un luogo desolato e solitario», ma non sufficiente: «Su, dissi alla mia macchina, scriviamo una storia di molte terre e paesi, di mare e di terra, di ferocia selvaggia e di civilizzazione”.
Tre anni prima, Stevenson aveva scritto Lo strano caso del dottor Jeckill e del signor Hyde, sei anni prima L’isola del tesoro. Il Master lo scrisse che aveva quarant’anni, gliene restavano altri quattro prima di morire… […] Sulla sua tomba sulla cima del monte Vanea, a Upolu, la maggiore delle isole Samoa, ci sono incisi i suoi versi: «Qui giace nel luogo desiderato,/ Tornato è il marinaio, tornato dal mare,/ E tornato dal colle il cacciatore». Tusitala, «narratore di storie», era il nome che gli avevano dato gli indigeni”.

dello stesso autore su tuttatoscanalibri

L’isola delle voci (con testo a fronte)

Il diavolo nella bottiglia (con testo a fronte)

Lo strano caso del dottor Jekill e del signor Hyde

Will del Mulino

Roberto Mussapi “Tusitàla. Vita di Robert Louis Stevenson”

Robert Louis Stevenson – James Matthew Barrie “Mio carissimo amico”

La Collana i “Classici italiani” si arricchisce di un nuovo volume dedicato a Guido Gozzano

Copertina del volume dedicato a Guido Gozzano "Poesie, fiabe e novelle scelte" . Il volume fa parte della Collana Classici italiani, ParvaLicetEdizioni

Dalla Quarta di copertina

Poeta dell’ironia e della malinconia, Guido Gozzano (1883–1916) è una delle voci più originali del primo Novecento italiano. Lontano dall’enfasi del poeta-vate, sceglie una scrittura dimessa e consapevole, capace di dare valore alle “buone cose di pessimo gusto”, agli oggetti quotidiani, alle vite mancate e ai sentimenti trattenuti.

Questa raccolta riunisce alcune delle sue liriche più rappresentative accanto a una scelta di fiabe e prose narrative. Nei versi come nei racconti, Gozzano intreccia eleganza formale e linguaggio semplice, nostalgia e ironia, incanto e disincanto. La poesia diventa dialogo interiore, mentre la fiaba conserva il fascino della tradizione, rinnovandola attraverso un sottile distacco critico

Poesie, fiabe e novelle scelte come recita il titolo presenta una raccolta scelta e commentata con note e prefazioni a cura di Salvina Pizzuoli.

Il volume va ad arricchire la serie di classici italiani dedicati a

Arrigo Boito L’alfier nero
Arrigo Boito Il pugno chiuso
Luigi Capuana Novelle
Grazia Deledda La regina delle tenebre
Igino Ugo Tarchetti Tre racconti gotici
Federico De Roberto La Paura
Giovanni Verga Le storie del castello di Trezza

Tutta la Collana è corredata da prefazioni e note.

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Mary Shelley “Racconti italiani”, Bibliotheka

Mary Shelley inedita: tradotti per la prima volta in italiano i racconti che svelano la parte meno conosciuta dell’autrice di Frankenstein.

Copertina della raccolta inedita di racconti italiani di Mary Shelley, Bibliotheka Edizioni

Introduzione e traduzione di Giulia Di Biagio

Bibliotheka

Dal 1 maggio

I personaggi che si muovono in queste pagine, monache e fanciulle rinchiuse, viaggiatori malinconici, eroine sospese tra devozione e desiderio, vivono in una tensione costante tra ciò che li trattiene e ciò che li respinge. La fuga è il vero filo conduttore dell’intera raccolta. Lontani dalle atmosfere gotiche di Frankenstein e dalle riflessioni filosofiche dei romanzi maggiori, questi Racconti italiani rivelano una scrittrice attenta alle sfumature psicologiche, ai sentimenti e alle contraddizioni. I racconti sono ambientati a: Roma, Gaeta, Napoli, Paestum, Sorrento e al Passo del San Gottardo.

L’Italia di Shelley non è solo uno scenario pitto­resco o romantico, ma un laboratorio di sentimenti e di con­trasti morali. L’autrice vi proietta le tensioni della propria epoca e della propria esperienza: la fragilità della donna in una società che la costringe, l’oscillazione tra fede e dubbio, la distanza tra l’ideale e la realtà. Attraverso lo sguardo di personaggi inglesi, stranieri o erranti, l’Italia appare come un Paese di splendore e corruzione, di fede ardente e ipo­crisia, di passione e violenza: un vero e proprio microcosmo in cui si riflette il destino umano nella sua interezza. Ma l’elemento più affascinante di questi racconti è la loro modernità. Shelley vi intreccia introspezione e osser­vazione sociale, affetto e ironia, fino a delineare figure fem­minili complesse, animate da desideri e paure che non conoscono tempo. (Dall’Introduzione di Giulia Di Biagio)

Mary Shelley (Londra 1797-1851), figlia del filosofo William Godwin e di Mary Wollstonecraft, autrice della prima dichiarazione dei diritti delle donne, a 16 anni conosce Percy B. Shelley, già sposato, e a 17 anni fugge con lui in Svizzera. A 18 scrive Frankenstein o il moderno Prometeo, considerato il primo romanzo gotico di fantascienza, seguito da altre opere: Valperga, vicenda romanzesca ambientata nell’Italia del Medioevo, e The last man e Lodore. Nel 1818, in Italia, scrive Mathilda. Nel 1822, dopo la morte di Percy, fa ritorno in Inghilterra.

Emilio De Marchi “All’ombrellino rosso”, Bibliotheka Edizioni

SENTIMENTI E AMBIZIONI DELLA BORGHESIA MILANESE NEI RACCONTI DI DE MARCHI, MAESTRO DEL RACCONTO

Nota di lettura di Roberto Mussapi

Bibliotheka

Dal 4 luglio

“A quarantadue anni avvengono in noi dei fenomeni che fanno paura. Non si osa credere che il cuore possa tornare indietro, essere in credito di qualche cosa e avere delle tratte in scadenza”. 
La piccola borghesia milanese, i colletti bianchi del mondo impiegatizio e i contadini lombardi trovano in Emilio De Marchi (Milano, 1851 – 1901) uno dei primi e più acuti cantori. Ne sono un esempio i protagonisti dei cinque racconti riuniti nella raccolta All’ombrellino rosso.
Oltre alla storia che dà il titolo alla raccolta, la pubblicazione propone “Regi impiegati”, “L’anatra selvatica”, “Ai tempi dei tedeschi” e “Zoccoli e stivaletti”.

Le storie delicate e teneramente leg­gere, fluttuanti come in un film antico, di Emilio De Marchi, hanno un merito notevole: offrono al panorama italiano esempi di narrazione e prosa in cui si fondono realismo e inquietudine, scrivono di vite umili e degne di essere narrate e lette, come se fossero state realmente vissute. (Roberto Mussapi)

La vita quotidiana, gli impegni di lavoro e gli intricati slanci sentimentali di gente semplice, ma non priva di sogni e di ambizioni, viene descritta con brillante ironia da Emilio De Marchi, attivo nel mondo culturale e nelle istituzioni caritative milanesi. Autore di numerosi scritti (il romanzo Demetrio Pianelli è considerato il suo capolavoro), fu anche traduttore delle Favole di Jean de La Fontanine illustrate da Doré.

Roberto Mussapi, che firma la prefazione, tra i maggiori poeti italiani contemporanei, è autore di saggi, opere teatrali e narrative, traduzioni da testi classici e contemporanei. Vincitore del Premio Nazionale Letterario Pisa di poesia nel 2000, è stato editorialista e critico teatrale del quotidiano Avvenire.

Anton Čechov “Reparto numero 6”, Bibliotheka Edizioni

Traduzione di Alessandro Pugliese

dal 2 maggio in libreria

Bibliotheka

Tra i più celebri racconti di Cechov, Il reparto numero 6 fu scritto nel 1892, dopo il ritorno dell’autore da Sachalin, l’isola russa che ospitava la colonia penale alla quale dedicò un libro-inchiesta sulle disumane condizioni di vita dei forzati. Resoconto e aspra invettiva, critica sociale e allegoria si intrecciano in queste pagine, che ripercorrono la quotidianità nel piccolo padiglione psichiatrico di un ospedale civile della Russia zarista, dove sono internate e rinchiuse cinque persone trattate come animali.

C’è un piccolo padiglione nel cortile dell’ospedale, cir­condato da un vero e proprio bosco di cardi, ortica e canapa selvatica. Il tetto è arrugginito, il comignolo mezzo crollato, gli scalini della porta d’ingresso marciti e infestati d’erba, e dell’intonaco non è rimasta che qualche traccia. Il padiglione, con la sua facciata anteriore, è rivolto verso l’ospedale. Con quella posteriore si apre alla cam­pagna, da cui è separato dal brunito recinto dell’ospedale irto di spuntoni. Questi, le cui punte sono rivolte all’insù, il recinto e il padiglione stesso hanno quell’aria particolare di squallore e desolazione che in Russia è una tipica carat­teristica delle costruzioni ospedaliere e carcerarie. Se non avete timore di pungervi con l’ortica, inoltriamoci per l’an­gusto sentiero che conduce al padiglione, e osserviamo cosa vi accade dentro.

Anton Cechov (1860 – 1904), tra i maggiori autori russi, scrittore introverso e drammaturgo eccelso, ha denunciato la società del suo tempo, senza risparmiare la vita intellettuale e letteraria. Tra i suoi capolavori, modellati sul tragico quotidiano e sull’alienazione esistenziale, Il gabbiano, Zio Vanja, Le tre sorelle e Il giardino dei ciliegi.

Henry James “Il carteggio di Aspern”, Bibliotheka Edizioni

Una grottesca «commedia degli inganni» di sfondo veneziano che vede protagonista un critico americano alla ricerca dell’epistolario di un poeta scomparso, custodito gelosamente da una misteriosa donna che vive reclusa in un antico palazzo della città.

SPOSARE UNA VECCHIA SIGNORA PER APPROPRIARSI DELLE LETTERE DI UN POETA DEFUNTO,IL DUBBIO DI HENRY JAMES NEL “CARTEGGIO ASPERN”,  CHE HA ISPIRATO UNA COMMEDIA TELEVISIVA E DIVERSI FILM

Traduzione di Eugenio Giovannetti

Nota di lettura di Boris Sollazzo

Bibliotheka

In libreria dal 7 febbraio

“E fuori di dubbio che un prezzo simile non potevo pagarlo. Non potevo accettare la proposta. Non potevo per un fascio di vecchie carte sposare una vecchia ridicola, patetica, provinciale”.

Tra i romanzi brevi più noti e acclamati di Henry James (1843 – 1916), prolifico scrittore statunitense naturalizzato britannico, Il carteggio Aspern narra i tentativi di un critico letterario americano per impadronirsi di una raccolta di documenti, in gran parte lettere, del defunto poeta suo connazionale Jeffrey Aspern, considerato il migliore di tutti i tempi. Motivato dall’inestimabile valore del carteggio e determinato a qualunque cosa pur di ritrovarlo, scopre che la donna amata dal poeta, Juliana Bordereau, è ancora viva, anche se ultranovantenne, e vive con una nipote di mezza età in uno spettrale palazzo in rovina di Venezia, città amatissima da James e ambientazione ideale del romanzo.

James ne Il carteggio Aspern ci mette la noia e gli indifferenti moraviani nel tracciare una borghesia inetta e velleitaria, ci mette Stoner di Williams nel tratteggiare un mediocre che si crede geniale (e viceversa) e lo fa decenni prima di loro. Nei repentini cambi di tono e direzione, poi, dopo lunghe dissertazioni e oziosi ma arguti dialoghi, scorgi le ironie tragiche di Dostoevskij, perché l’idiota, utile e intelligentissimo ma anche miserrimo (a volte non solo) umanamente è sempre chi scrive, o comunque parla in prima persona. 
(dalla nota di lettura di Boris Sollazzo).

Interessato al conflitto morale, alle scelte degli individui e alla contrapposizione tra il vecchio mondo europeo e il nuovo mondo americano, Henry James ha ispirato con le sue opere molti film, affascinando, in particolare, il regista James Ivory. Il carteggio Aspern ha dato spunto a una commedia, trasposta in Tv dalla Rai negli anni Settanta, e diversi film, tra cui The Aspern Papers, diretto da Julien Landais, con Jonathan Rhys Meyers, Vanessa Redgrave e Joely Richardson (2018).

La nota di lettura al romanzo è affidata a Boris Sollazzo, critico cinematografico e televisivo, direttore del Linea D’Ombra Festival di Salerno e del Cerveteri Film Festival. 

Oscar Wilde “Il Delitto di Lord Arthur Savile. Uno studio sul dovere”, Bibliotheka Edizioni

PASTICCHE AVVELENATE E OROLOGI ESPLOSIVI PER IL LORD LONDINESE COSTRETTO A SMENTIRE IL PRESAGIO DI UN FAMOSO CHIROMANTE.

Uno dei più geniali e grotteschi divertissement del grande romanziere e drammaturgo irlandese. 

Nota di lettura di Roberto Barbolini
Traduzione Federigo Verdinois
BIBLIOTHEKA

Lord Arthur Savile, in procinto di sposarsi con la bellissima Sibilla, si ritrova nell’incresciosa situazione di farsi leggere la mano da un famoso chiromante nel corso di un sontuoso ricevimento londinese. L’uomo gli annuncia una minaccia imminente: Lord Savile sarà l’artefice di un omicidio. Per evitare che il presagio possa pregiudicare la felicità della futura vita domestica, l’aristocratico decide di anticipare i tempi, trafficando con pasticche avvelenate e orologi esplosivi. Ma la soluzione non sarà quella che egli ha previsto. 
Un capolavoro di cinismo, in cui veleni, esplosivi e infine l’omicidio, precedono la felicità coniugale del protagonista. Una riflessione sul dovere scritta con ironia. 

Il crimine è un’opera d’arte e dev’essere compiuto senza alcuna passione o rancore personale. Proprio come cerca invano di fare quel cinico pasticcione di Lord Arthur nel racconto di Wilde, satira pungente del filisteismo morale dell’upper class.Scritto con lo stile agile e ironico delle commedie per cui Wilde è giustamente famoso, Il delitto di Lord Arthur Savile viene qui riproposto nella versione d’epoca fatta nel 1908 da Federigo Verdinois, opportunamente rinfrescata. Giornalista, accademico, gran traduttore di russi e d’inglesi, Verdinois era anche – come Conan Doyle – un patito dell’occultismo. Wilde gli aveva fatto la satira preventiva nella figura del chiromante Podgers, destinato a una brutta fine. Chissà se si sarà riconosciuto. L’importante è che negli specchi deformanti di Wilde continuiamo a rifletterci tutti noi. (Roberto Barbolini)

Nato a Dublino nel 1854 e morto a Parigi nel 1900) Oscar Wilde studia al Trinity College e a Oxford e pubblica romanzi, poesie e testi teatrali. Idolo dei salotti letterari di Londra e Parigi, vede la fortuna declinare dopo l’accusa di una relazione omosessuale con il figlio di un lord scozzese, che gli costa due anni di carcere.
Roberto Barbolini, che firma la nota di lettura, ha lavorato con Giovanni Arpino al Giornale di Montanelli, è stato redattore e critico teatrale di Panorama ed è esperto di letteratura noir. Con Bibliotheka ha pubblicato Il detective difettoso. Ritorno al futuro per il romanzo poliziesco (2024).

Rebecca Harding Davis “Una legge tutta sua”, Bibliotheka Edizioni

PRIMA TRADUZIONE ITALIANA PER IL ROMANZO PROTOFEMMINISTA “UNA LEGGE TUTTA SUA” DELL’AMERICANA REBECCA HARDING DAVIS

Il libro anticipa il cinema progressista degli anni Trenta e Quaranta

Traduzione e introduzione di Aldo Setaioli

Bibliotheka Edizioni

L’inizio è all’apparenza quello di un romanzo gotico, con una seduta spiritica ben presto smascherata. Segue un intermezzo con quadri di genere che combinano curiosamente realismo e aspetti quasi idilliaci. Lo sviluppo successivo ricorda invece il popolare romanzo d’appendice, con sorprendenti colpi di scena. In questa trama così articolata si inseriscono motivi di ordine etico e sociale, per esempio la consuetudine di porre forti limiti alla personalità giuridica della donna sposata, che non può disporre dei propri mezzi economici perché affidati legalmente al marito.

Il carattere proto-femminista del romanzo, pubblicato nel 1878, ha come protagonista la giovane Jane Swendon, dotata di un senso di giustizia superiore alle convenzioni sociali. La storia anticipa di diversi decenni alcune idee espresse dal cinema progressista degli anni ’30 e ’40 del Novecento. Si pensi ai film di Frank Capra È arrivata la felicitàMr. Smith va a Washington Arriva John Doe, in cui l’onesta semplicità della gente di provincia viene contrapposta alla vacuità dell’élite sociale e intellettuale delle grandi città e alla corruzione della politica.

Dall’introduzione:

«Rebecca Harding Davis pubblicò una decina di romanzi e un gran numero di racconti (…). I temi da lei trattati sono però di grande interesse e mantengono anche oggi una loro attualità. Uno dei principali restò sempre quello della sofferenza delle classi povere all’epoca dell’industrializza­zione selvaggia del paese (per esempio nel romanzo Margret Howth: a Story of To-day del 1862). Fu anche molto sensibile alla condizione della gente di colore, che anche dopo la fine della schiavitù non aveva visto migliorare la propria con­dizione, per esempio in Waiting for the Verdict, scritto poco dopo la fine della guerra civile (1867), o in Kent Hampden (1892). Altro tema molto sentito dall’autrice riguarda il contrasto tra i pregiudizi sociali e il senso di giustizia del protagonista (per esempio Dallas Galbraith del 1868). Simili contrasti appa­iono in altre opere come John Andross (1874), Natasqua (1886), Doctor Warrick’s Daughters (1896) o nell’ultimo romanzo, Frances Waldaux (1897). Il tema delle utopie religiose, tanto diffuse allora come oggi negli Stati Uniti, è presente in Kitty’s Choice: a Story of Berrytown (1874). Lo ritroveremo con toni di decisa condanna nel romanzo che qui presentiamo: Una legge tutta sua (A Law unto Herself), del 1878. L’ultimo libro della Harding Davis, Bits of Gossip (1906), è una specie di biografia che più che la propria vita vuole presentare lo spirito dei tempi in cui l’autrice si è trovata a vivere, visti come circonfusi di un alone di nostalgia per un mondo meno dominato dalla fretta e dal desiderio di profitto. In tutta l’opera di Rebecca Harding Davis è avver­tibile la difesa delle classi sfavorite ed emarginate: i lavo­ratori sfruttati dall’ingordigia capitalistica di profitto, la popolazione di colore, gli immigrati, i nativi americani; e onnipresente è la lotta contro i pregiudizi sociali. Né meno importante è la sua difesa di un’altra categoria fortemente discriminata: le donne. Si può dire che l’opera letteraria di Rebecca sia quella di una proto-femminista. Si pensi a Margret Howth, a Frances Waldaux o al romanzo qui presen­tato: A Law unto Herself. Dal punto di vista letterario l’autrice può essere consi­derata l’antesignana del realismo americano, anche se per­mangono alcuni elementi dell’eredità romantica. Anche altri elementi della precedente tradizione letteraria sono presenti nell’opera di Rebecca, più o meno felicemente integrati nel contesto. Un aspetto d’indubbio realismo è in ogni caso costituito dagli elementi vernacolari e dialettali, soprattutto nei dialoghi tra i personaggi. Tuttavia, all’epoca della sua morte, nel 1910, Rebecca Harding Davis era ormai pressoché dimenticata. Fu sol­tanto all’inizio degli anni ’70 che venne riscoperta e rivalu­tata dalla scrittrice femminista e progressista Tillie Olsen, che mise in luce il valore letterario e il significato sociale delle sue opere».

Antesignana del realismo americano, pur nella permanenza di elementi dell’eredità romantica, Rebecca Harding Davis è stata riscoperta negli anni ‘70 dalla scrittrice femminista Tillie Olsen, che ha messo in luce il valore letterario e il significato sociale delle sue opere. Il suo racconto più noto è Life in the Iron-Mills, pubblicato nel 1861 in The Atlantic Monthly e apprezzato da Louisa May Alcott e Ralph Waldo Emerson. I temi ricorrenti della scrittrice sono le questioni sociali e politiche del suo tempo, la guerra civile americana, la questione razziale, la classe operaia e la condizione delle donne.

Isabel Burton “Verso l’India 1879”, Lorenzo de’ Medici Press

Il viaggio di Isabel Burton dall’Inghilterra – attraverso l’Europa e l’Italia – verso l’India.
Una donna dell’età vittoriana che osserva con attenzione e spirito critico la realtà che la circonda

traduzione di Simona Bauzullo

Lorenzo de’ Medici Press

Per la prima volta in italiano, il diario di viaggio scritto da Isabel Burton nel viaggio compiuto assieme al marito, il celebre esploratore Richard Francis Burton, verso l’India. Un viaggio che è scoperta e osservazione, con la prosa avvincente di una donna dell’età vittoriana che osserva con attenzione e sagacia la realtà che la circonda. Durante tutta la narrazione, Isabel Burton appare libera anche nel linguaggio: il registro che adopera convoglia ogni stile di spontaneità ed è del tutto affine a una conversazione vis-à-vis tra persone comuni. La stesura del racconto non mira alla bellezza o al classicismo letterario, bensì all’immediatezza con cui intende fornire dati al lettore e lasciare che assorba i suoni, i profumi e l’atmosfera che vengono descritti in pagina nella maniera più diretta e concisa possibile.

Oltre agli aspetti pittoreschi e affascinanti del viaggio che attraversa Europa, Egitto e Arabia, il diario di Isabel Burton descrive a lungo anche il nord dell’Italia: Milano, Trieste e Venezia, osservate in un momento cruciale della storia italiana, a pochi anni dalla raggiunta unità nazionale. Messa in ombra dalla fama del marito, scopritore delle sorgenti del Nilo, Isabel Burton visse con lui per diversi anni a Trieste e, sempre insieme a lui, tradusse in inglese per la prima volta Le mille e una notte

«Nonostante tra gli anni ’30 e ’40 dell’Ottocento l’Inghilterra contasse un numero di cittadine di sesso femminile elevato e decisamente superiore a quello degli uomini, la maggior parte delle discipline erano rappresentate e destinate esclusivamente a questi ultimi e al contrario venivano precluse alle donne. La disparita di genere emerge in maniera piuttosto evidente in ogni ambito, incluso quello letterario, che vede le donne costrette a seguire la strada della rinuncia all’istruzione oppure a quella di mettere in pratica le proprie conoscenze attraverso la pubblicazione sui periodicals in forma anonima, senza ricevere cosi alcun credito. In alternativa, un coniuge appartenente a un particolare ceto o inserito in una disciplina scientifica rappresentava una vera e propria opportunità professionale per far fruttare l’ambizione di una donna che altresì non avrebbe avuto modo di realizzarsi nel concreto. Proprio in questo periodo storico, infatti, vengono pubblicati in maniera sempre più frequente volumi scritti “a due mani”, ovvero da uomini e donne, generalmente uniti in matrimonio. Isabel Burton aderisce parzialmente a questo nuovo iter letterario producendo testi scritti in maniera autonoma, ma revisionati o arricchiti dal marito. Tuttavia questa collaborazione attiva svanisce gradualmente, lasciando spazio e autonomia di scrittura all’autrice, la quale non manca in alcun modo di riportare in pagina lodi e storie riguardanti suo marito. Le opere letterarie prodotte dai coniugi in maniera individuale contengono infatti molti riferimenti reciproci e svelano l’autenticità del legame che li unisce, non solo per l’aspetto burocraticamente coniugale, ma relativo all’essenza più profonda delle loro anime. Sin dall’inizio della loro relazione, infatti, l’appartenenza alla dottrina anglicana di Burton lo poneva in una posizione più che scomoda per la famiglia cattolica Arundell, più che mai restia ad accettare una qualsiasi unione tra lui e Isabel. Il carattere determinato e audace di entrambi permise loro di superare ogni barriera sociale, religiosa o d’onore, guidandoli verso una cerimonia clandestina che li rese sposi e complici per la vita che condussero nel rispetto e nella stima reciproci. Pertanto, sin dagli esordi, Isabel e Richard Burton rivelano la loro singolarità come nucleo coniugale, ma anche dal punto di vista individuale. Decidendo di intraprendere una vita insieme a Richard, Isabel sceglie contemporaneamente di essere una fedele compagna di viaggio, pronta ad affrontare esplorazioni oltremare accuratamente dettagliate e destinate a un pubblico di lettori, orgogliosamente riportate in forma scritta solo ed esclusivamente da se stessa. Di queste esplorazioni fa parte anche quella descritta nelle pagine che seguono, avvenuta nel 1875 a fianco del suo fedele compagno di vita. Il viaggio in Arabia, Egitto e India fa crescere nell’autrice una nuova sensazione di meraviglia, che viene accuratamente riportata con tutti i suoni, i profumi, gli usi e i costumi che rivelano nuove identità e realtà, in alcuni punti del tutto estranee a quelle che erano le convenzioni sociali del XIX secolo. La novella esploratrice si inserisce all’interno del racconto in maniera concreta e descrive spesso di aver affrontato alcuni spostamenti da sola, mentre il marito era impegnato in altre attività legate a impegni di stampo intellettuale» (dall’introduzione di Simona Bauzullo).

Isabel Burton (1831-1896) sposò in giovane età l’esploratore Richard Francis Burton, suscitando polemiche per essere, lei cattolica, sposata a un anglicano. Ma la scelta fuori dagli schemi fu solo il via per una vita in cui, per Isabel Burton, superare i confini divenne una precisa impostazione di vita. Assieme al marito viaggiò in gran parte dell’Impero britannico, scoprendo mete come l’Arabia e l’India che ben di rado le donne della sua epoca potevano visitare. Nel 1875 pubblicò Inner Life of Syria, Palestine, and the Holy Land e nel 1879 seguì il racconto di viaggi Arabia, Egypt, India.