Tama Janowitz “Schiavi di New York”, presentazione

Il libro di Tama Janowitz si rivela ancora oggi attuale, innovativo e irresistibilmente comico.

Eleanor crea gioielli in gommalacca a forma di torte, Stash dipinge quadri con protagonisti Daffy Duck e Gatto Silvestro, Marley sogna di andare a Roma a realizzare una cappella a due passi dal Vaticano… Sono solo alcuni dei personaggi che abitano Schiavi di New York: una fauna stralunata, composta da artisti emergenti, stilisti in erba, aspiranti registi, prostitute occasionali, tutti apparentemente incapaci di trovare la realizzazione personale e la felicità, ma soprattutto costretti a ogni tipo di compromesso pur di non rinunciare al sogno che la città rappresenta per loro.(da Accento Edizioni)

Fu pubblicato negli States nel 1986, l’anno successivo in Italia per Bompiani.

Il testo ebbe un grande successo, divenuto anche un film, e ritorna in libreria per Accento Edizioni con la prefazione di Veronica Raimo, la nuova traduzione di Rosella Bernascone e la nuova copertina a firma Giovanni Cavalieri e tre racconti inediti; si compone di 24 in totale dei quali il secondo la titola.

Sono gli anni Ottanta, la città, come recita il titolo è New York, i protagonisti giovani squattrinati che di fatto non svolgono un vero lavoro, anche se vivono al di sopra delle loro possibilità e per farlo sono disposti a rinunciare all’amore, a scegliere un partner che possa ospitarli in appartamenti di lusso, a prostituirsi; sono attori, scrittori emergenti, artisti nell’ingegnarsi pur di non rinunciare ai loro sogni e a vivere la città: il ritratto di una gioventù in un periodo preciso, quel decennio particolare che furono gli anni Ottanta.
Tama Janowitz, insieme a Bret Easton Ellis e Jay McInerney, con il suo successo divenne membro del brat pack letterario (ovvero letteralmente “banda di monelli”) indicando con questo una nuova generazione di scrittori. Il successo del romanzo spinse  Andy Warhol ad acquistare  i diritti del libro e farne un film.  Alla sua morte, improvvisa, il progetto passò nelle mani del regista James Ivory che realizzò un lungometraggio nel 1989 con lo stesso titolo del libro .

La copertina dell’edizione Bompiani del 1887

” […]Questo libro è senza tempo, oppure splendidamente datato, perché è ambientato in un’era dello spirito: gli anni ’80 a New York. È un tempo che è stato cristallizzato e celebrato da chi l’ha vissuto, ma anche da chi l’ha solo sentito raccontare, come capita quando abbiamo a che fare con un presente strabordante: la Parigi anni ’20, la Roma anni ’60, la San Francisco anni ’70… Janowitz si è scelta il compito di rendere l’esperienza quotidiana di una città con una disinvolta mitopoiesi: racconti brevi, squinternati, comici, personaggi che si intrecciano, ritornano, si perdono, un esibito disinteresse per i sistemi narrativi, per le coerenze stilistiche, e soprattutto per il compiacimento del lettore.[…]”(dalla Prefazione di Veronica Raimo)

L’incipit da

Una santa moderna n. 271

Da quando mi ero messa a fare la puttana avevo dovuto vedermela con peni di ogni forma e dimensione. Certi grossi, altri raggrinziti e coi testicoli penduli. Certi venati di blu che puzzavano di stilton, altri avari. Peni bisbetici, fatati, cosparsi di perle come i grandi minareti del Taj Mahal, peni burloni, striati come la coda di un procione, ardenti, crestati, impossibili, profumati. Più passava il tempo e più ero contenta di non possedere una di quelle appendici. Naturalmente avevo un pappone, un tipo fuori dal comune, già candidato a due dottorati, uno in Filosofia e l’altro in Letteratura americana all’università del Massachusetts. Quando ci eravamo conosciuti faceva il tassista, ma dopo un po’ aveva scoperto che quel mestiere non gli lasciava il tempo di seguire la sua vera vocazione: quella di scrittore. Quando fu chiaro che non mi avrebbero dato quel posto di segretaria di produzione per un film tedesco da girare in Venezuela, ci rendemmo conto che si doveva trovare un altro modo per fare soldi in fretta.[…]

Hermann Broch “Il sortilegio”, presentazione

Traduzione di Eugenia Martinez

Con un’introduzione  di Italo Alighiero Chiusano

Carbonio Editore

Scritto nel 1935, appena due anni dopo la presa del potere da parte dei nazionalsocialisti, Il sortilegio è un’opera imperitura e straordinariamente attuale. In queste pagine intense e sublimi, Hermann Broch analizza con straordinaria finezza i meccanismi psicologici che portano all’assolutismo, dipingendo una vivida miniatura della deriva fascista che negli anni Trenta ha travolto l’Europa.

Iniziato nel 1935, Il sortilegio fu via via modificato dal suo autore fino alla sua morte avvenuta nel 1951. L’editore Carbonio ripropone in questa nuova edizione la prima stesura conclusa alla metà del 1936 circa.

Voce narrante quella di un medico condotto che ha lasciato la città per rifugiarsi a Kuppron dopo una delusione d’amore “Sono seduto qui, un uomo già avanti negli anni, un anziano medico di camapagna, e voglio scrivere qualcosa che mi è accaduto, quasi potessi, con ciò, impadronirmi della consapevolezza e dell’oblio, i due elementi che penetrano e attraversano tutta la nostra vita, ora affiorando, ora risommergendosi, e a volte riscomparendo del tutto, risucchiati dal tempo e perduti nel nulla”

Racconta l’arrivo a Kuppron, un tranquillo villaggio alpino, di un giovane enigmatico forestiero, Marius Ratti,.che a poco a poco, con i suoi modi e le sue convinzioni riesce a manipolare le menti e i costumi di vita degli abitanti del villaggio, riuscendo a costruire  attorno a sé una vera e propria setta. E il villaggio quasi ad opera di un sortilegio si trasforma

Hermann Broch (1886-1951) è considerato uno dei maggiori scrittori di lingua tedesca, candidato al Premio Nobel nel 1950. Nacque a Vienna da una famiglia di industriali di origini ebraiche. Portò avanti per gran parte della giovinezza l’azienda di famiglia, e solo intorno ai quarant’anni si dedicò alla letteratura, alla filosofia e allo studio della matematica. Dopo l’occupazione dell’Austria da parte dei nazisti emigrò negli Stati Uniti. Tra le sue opere più importanti: la trilogia I sonnambuli (1931-32), La morte di Virgilio (1945), Gli incolpevoli (1950) e L’incognita (1933, Carbonio 2022). Accanto ai testi di narrativa ha lasciato una notevole produzione saggistica.

Eugenia Martinez (1906-2000) è stata una scrittrice, traduttrice e giornalista. Nella sua lunga attività come traduttrice dal tedesco fu la voce italiana di svariati autori, quali K. Bruckner, C.M. Brentano, W. Hauff e G. Sachse. Nel frontespizio i ringraziamenti ai nipoti per aver permesso la pubblicazione del romanzo tradotto dalla nonna.

Italo Alighiero Chiusano (1926-1995) è stato uno scrittore, critico letterario e rinomato germanista. Svolse un’intensa attività di traduttore e collaborò alle pagine culturali del quotidiano la Repubblica. Tra i suoi scritti ricordiamo La letteratura tedesca: storia e antologia (1969), Heinrich Böll (1974), L’ordalia (1979), Vita di Goethe (1981) e Altre Lune (1987).

Tom Hanlin “Una volta sola nella vita”, Graphe.it Edizioni

Graphe.it Edizioni

Traduzione di Giorgio Manganelli, edizione italiana a cura di Niccolò Brunelli

«Se voi vi sentite tanto superiori da non riuscire a interessarvi di minatori e di serve, smettete di leggere. D’ora in poi, io mi rivolgo ai minatori ed alle serve di tutto il mondo».

Così Tom Hanlin, che sperimentò in prima persona la fatica e i rischi del lavoro in miniera, presenta il suo romanzo, imponendoci di accostarci a esso con il giusto sguardo. Di questo prolifico autore John Steinbeck aveva un’altissima opinione, e definì Una volta sola nella vita «meraviglioso». È in effetti impressionante la modernità e la portata letteraria e sociale di quest’opera che appare subito diversa da ogni altra: una scrittura asciutta nella quale ogni vocabolo pesa di molti significati; così crudelmente precisa da far sembrare il nero delle parole più nero ancora sulla pagina, come carbone.

Dopo aver vinto il primo premio (cinquecento sterline) della BIG BEN BOOKS competition organizzata dalla Wells Gardner, Darton and Company nel 1944, Once in Every Lifetime venne pubblicato a Londra nel 1945 per i tipi della Nicholson & Watson e ne vennero vendute circa 250.000 copie. La fortuna di Hanlin arrivò oltreoceano e, nell’ottobre dello stesso anno, la rivista Woman’s Home Companion pubblicò la prima metà del romanzo, stampato invece per intero dalla casa editrice newyorkese Viking Press. L’edizione statunitense registra, rispetto a quella inglese, un significativo numero di modifiche e sostituzioni all’interno del sistema grafematico e paragrafematico, incidendo talvolta — più precisamente a causa di un diverso ordinamento interpuntivo — sulla sintassi, senza rilevanti alterazioni di senso e contenuto. È probabile che ciò non sia riconducibile a una precisa volontà dell’autore, bensì che faccia parte di comuni meccanismi editoriali, di revisione e adattamento del testo, in accordo con le norme tipografiche dell’editore newyorkese e le esigenze del suo pubblico; ugualmente sono riconducibili agli editori le sporadiche sostituzioni lessicali, spesso appartenenti al registro quotidiano e allo slang. Tuttavia l’edizione statunitense espunge da quella inglese piccole e compatte porzioni di testo. Non è da escludere l’ipotesi che tali espunzioni si debbano a una indicazione d’autore. ma osservandone il contenuto invece sembrerebbe trattarsi di una manovra editoriale ben calcolata: le parti espunte infatti non assolvono indispensabili funzioni narrative, semmai interrompono bruscamente il racconto con considerazioni di natura sociopolitica ed economica; e poiché quando il romanzo venne pubblicato negli Stati Uniti il secondo conflitto mondiale si era concluso da pochi mesi, è plausibile che gli editori della Viking Press abbiano ritenuto opportuno ripulire il testo da frecciate polemiche alle potenze vincitrici. Oppure, più cautamente, è verosimile che le sezioni in questione siano state rimosse per rendere più agile la narrazione. Molto più raramente, l’edizione statunitense si limita ad integrare brevi incidentali o qualche parola con funzione epesegetica, verosimilmente ascrivibili a una seconda redazione del testo. L’unica traduzione in italiano, effettuata da Giorgio Manganelli secondo l’edizione della Viking Press, venne pubblicata da Mondadori nel marzo del 1947. (Niccolò Brunelli)

TOM HANLIN (1907-1953), scozzese, a quattordici anni abbandonò gli studi per lavorare prima in una fattoria e poi in miniera, dove rimase per i successivi venti anni. Al lavoro affiancò lo studio in una scuola di giornalismo di Glasgow. A seguito di un incidente in miniera nel 1945 trascorse tre mesi a riposo e cominciò a scrivere storie che ebbero successo, portando così a compimento il suo sogno di bambino. Morì per problemi cardiaci e respiratori. Scrisse oltre trenta racconti, diversi romanzi, saggi e radiodrammi. Una volta sola nella vita è il suo romanzo più noto.

Jiří Weil “Sul tetto c’è Mendelssohn”, presentazione

Einaudi Editore

Tradotto e curato  da Giuseppe Dierna

Dalla Nota dell’editore

[…]” Nella girandola quasi cinematografica di vicende che si snodano, si arrestano, si intersecano, si concludono non c’è mai una ratio meritocratica, o morale: c’è chi se la cava e chi no, sempre per caso. Né lui, Weil, si sogna di fornirci pareri e parametri di giudizio. Nelle vesti di reporter, se non addirittura di trascrittore, delle vicissitudini dei suoi personaggi, li ritrae imperturbabile mentre cercano di sbrogliarsela in mezzo al molto e al troppo che capita loro. Il pathos – quasi come in un impossibile libro giallo in cui l’assassino sia il lettore – ce lo mette tutto chi legge, e che si ritrova a passare per l’intera gamma delle emozioni, dalla risata al dolore fisico (sì, perché l’epilogo dell’ultima vicenda ha un impatto emotivo pari a quello di un pugno al plesso solare), e anche a parteggire o a sperare, come nella vita. Sarà per questo che uno poi se lo ricorda indelebilmente, questo libro, se ha la fortuna di scegliere di leggerlo. Una fortuna ceca, verrebbe da dire”.

Dove “ceca” non è un errore di ortografia, ma legata al luogo natale dell’autore, nato nel 1900 nei pressi di Praga da una famiglia ebraico-ortodossa.

Antonio D’Orrico su Domani (7 dicembre 2023) scrive “Romanzo straordinariamente portentoso e portentosamente straordinario (crepi l’avarizia dei recensori ordinari), romanzo incredibilmente dimenticato (uscì postumo nel 1960)” e a conclusione del suo articolo aggiunge nel poscritto “Jiří Weil era uno degli scrittori preferiti di Philip Roth. Ammirato dallo stile laconico con cui Weil raccontò la barbarie e il dolore, Roth considerava quella sobrietà il commento più feroce all’apocalisse hitleriana”

Il romanzo racconta infatti una storia singolare e per la trama e per la prosa che la narra: c’è una statua da spostare dal tetto della Casa tedesca delle arti, ex sede del parlamento Cecoslovacco requisita dai nazisti. È Reynar Heydrick, capo delle RSHA (Ufficio Principale di Sicurezza del Reich), a ordinarlo, stigmatizzando il comportamento del Comune. E qui la vicenda si complicherà in quanto gli addetti alla rimozione, inviati dal Comune, non sanno riconoscere la statua incriminata tra le varie che stazionano sul tetto. La conclusione è imprevedibile e comica quasi legata al vecchio adagio, “Chi la fa, l’aspetti”!

Ma chi era Weil?

“Figlio di ebrei ortodossi, ma forse non troppo persuaso né di essere ebreo né di essere ortodosso, sceglie di convertirsi al comunismo, tanto da lasciare la Cecoslovacchia per L’unione Sovietica. […] viene espulso dal Partito ed esiliato in Asia centrale. Torna in Cecoslovacchia nel 1935 […] A Praga lavora per il Museo ebraico quando la città viene occupata dai nazisti. Ebreo comunista o comunista ebreo (o nessuno dei due) rischia di essere catturato e deportato dalle SS, ma finge il suicidio. L’inganno gli riesce e sopravvive alla guerra e ai tedeschi. Nel 1948 i comunisti vanno al potere in Cecoslovacchia, e Weil è persona non grata per la cerchia intellettuale del suo paese. Lavora per il Museo ebraico di Praga (sì, di nuovo) e continua, a dispetto di tutto, a scrivere. Sul tetto c’è Mendelssohn esce nel 1960, un anno dopo la (stavolta vera) morte del suo autore”(dalla Nota dell’editore)

Brevi note biografiche

Jiří Weil nasce a Praskolesy (Boemia centrale) nel 1900. Nel 1937 pubblica il suo primo romanzo, Moskva-hranice (La frontiera di Mosca), che ottiene un buon successo. Inizialmente comunista, dopo un viaggio in Russia critica i processi politici e viene espulso dal partito. Durante l’occupazione nazista scampa alla deportazione simulando il suicidio nel fiume Moldava e poi vivendo nascosto. Dopo la guerra scrive due libri ambientati nella Praga occupata: Una vita con la stella (Rizzoli 1992) e Sul tetto c’è Mendelssohn, uscito postumo, e finora inedito in Italia. Entrambi sono stati molto lodati da Philip Roth.(da Einaudi Autori)

Virginia Woolf e Vita Sackville West

Dalla corrispondenza riunita in queste pagine, dove attimi di riflessione profonda si alternano a prese in giro, slanci sensuali e racconti di vicende ordinarie, emerge la voce più vitale e arguta di Virginia Woolf. Nelle lettere, selezionate fra le oltre cinquecento scambiate dal primo incontro alla morte di Virginia, è davvero possibile cogliere, citando il saggio introduttivo di Nadia Fusini, “come l’amore tra queste due donne non finisca mai. Si incontrano, si separano, si scrivono, smettono di scriversi, riprendono a scriversi, e sempre la tenerezza, l’amicizia, la nostalgia riemergono, e tornano la luce e l’incanto.”(da Feltrinelli Editore)

Sara De Simone e Nadia Fusini traduttrici, con un saggio introduttivo di Nadia Fusini

a cura di Elena Munafò

Due riedizioni che hanno per protagonista Virginia Woolf e come autrice di un romanzo e come corrispondente di Vita Sackville West.

Scrivi sempre a mezzanotte edito da Feltrinelli raccoglie un totale di 136 missive, parte inedite, precisamente 78 dalla Woolf a Vita e 58 viceversa. Lo scambio epistolare è introdotto da un interessante saggio della critica letteraria Nadia Fusini appassionata studiosa delle due autrici.

Un amore durato ben quindici anni scaturito per entrambe, così diverse, proprio dalle loro differenze e bisogni affettivi che il saggio della Fusini sa ben mettere in evidenza. Rapporto sicuramente amoroso che determinerà nella Woolf la necessità di trasfonderlo nel romanzo Orlando la cui genesi è possibile rintracciare in una missiva del nove ottobre del 1927 scritta da Virgina a Vita

“«Orlando. Una biografia». «Appena l’ho fatto – confessa ancora a Vita – il mio corpo è stato rapito in estasi e il mio cervello s’è riempito di idee… supponi che Orlando si riveli essere Vita e che sia tutto su di te e la lussuria della tua carne e la seduzione della tua mente… ti secca? Di’ sì o no». Orlando nasce così, come uno zampillo di gioia, come un regalo e insieme un guanto di sfida a un’amata troppo vivace (leggi infedele), che procede a grandi falcate nella selva dell’amore e del sesso. Consapevole di non poter gareggiare sullo stesso terreno, Woolf sposta la contesa sul proprio campo di gioco. Farà quello che nessuno ha fatto o potrà fare per Vita: scriverà un romanzo su di lei.”

così si legge nel commento di Sara De Simone, critica letteraria e traduttrice, nonché vicepresidente dell’Italian Virginia Woolf Society (su la Stampa del 5 gennaio 2024) e come la stessa Fusini che traduce Orlando spiega nell’Introduzione all’epistolario e al romanzo.

[…] In quello che potremmo definire il romanzo più gioioso di Woolf, «si celebra senza nessuna reticenza la donna, l’essere umano donna . E semmai, riconoscendone il brio ironico e ludico – questo è un divertissement, insiste Virginia Woolf – si dovrà notare che la mutazione che riguarda il personaggio è in realtà un progresso. Sì che potremmo interpretare così: la donna è la versione piú perfetta dell’essere umano; l’essere umano al suo meglio è donna» come scrive Nadia Fusini, che firma questa nuova traduzione.(da Neri Pozza)

Dovid Bergelson “Alla fine della storia”, presentazione

Traduzione di Alessandra Luise e Daniela Mantovan

Postfazione di Daniela Mantovan e la Nota “La notte dei poeti” di Wlodek Goldkorn

Come scrive Daniela Mantovan nella postfazione, Mirele è una figura in bilico tra un mondo scomparso e uno ancora in divenire. E la sua instabilità, il suo essere fuori da schemi e modelli tradizionali, il suo rifiuto dei compromessi, il suo essere disposta a tutto, fanno di lei una protagonista dei nostri tempi.Erede di una storia al tramonto, Mirele è – al pari di Madame Bovary e Anna Karenina – un’eroina incantevole, spigolosa, affascinante che ha segnato in modo indelebile la letteratura moderna.(da Marsilio Editori)

David Bergelson (1884 – 1952) nasce a Okhrimovo, in Ucraina. Figlio della borghesia ebraico-russa si trasferisce in un primo momento a Berlino per poi stabilirsi, nel 1934, a Mosca in seguito alla salita al potere del nazismo. Nel 1913 pubblica “Alla fine della storia” in lingua yiddish. Protagonista è la bella Mirele donna affascinante che vive storie d’amore senza in effetti amare veramente nessuno, alla continua ricerca di una strada che le venga indicata per uscire dalla monotonia e dalla desolazione del villaggio ebraico in cui vive nell’Europa orientale a inizi Novecento. Insodisfatta della propria vita sente la propria esistenza come un fallimento ed è alla ricerca di una “vita vera”

Brevi note biografiche

Dovid Bergelson Figlio della borghesia ebraico-russa, con Alla fine della storia, pubblicato nel 1913, firma uno dei grandi capolavori della letteratura di lingua yiddish. Arrestato nel 1949, il 12 agosto 1952 – giorno del suo compleanno – viene fucilato dalla polizia stalinista in quella che passa alla storia come “la notte dei poeti assassinati”.

Katherine Mansfield (1888-1923)

Tutti i racconti

Adelphi Editore

Prefazione di Lucia Drudi Demby

Note introduttive di John Middleton Murry

Sceglie di essere solo quello che è. Di dire solo quello che conosce (che vede) e quello che ama. Ama il bello, il gentile, il buono. Ama il semplice, il chiaro, l’arreso, il tenero, lo scherzoso, il minuto. Li ama così convulsamente da sapere che non esistono. Per questo, attraverso una tecnica di spossessamento di tipo in apparenza impressionista e in realtà simbolista, li priva di spazio, li sparecchia di fiato, li recide nel momento stesso in cui, con incantevole grazia, li porta sulla soglia dell’apparire. Onestà-verità diventa scopo, norma, canone. Canone d’essenzialità.(dalla Prefazione di Lucia Drudi Demby)

Adelphi ripropone tutti i racconti della scrittrice neozelandese nel centenario della morte, nella seriazione stabilita da John Middleton Murry, il marito e  critico letterario.

È il racconto, che compare nella penultima sezione, a dare il titolo alla stessa e a tutta la raccolta, Something Childish But Very Natural (Qualcosa di infantile ma di molto naturale).

Katherine Mansfield (1888-1923) aveva studiato tre anni in Inghilterra, dove tornò due anni dopo, tra obiettivi, scelte e amori mutevoli, affermandosi con i suoi racconti, che dal 1906 firma con lo pseudonimo adottato dal nome della nonna materna, le cui protagoniste erano prevalentemente donne ma soprattutto, fossero brevi, breviossimi o lunghi,  trattavano momenti della vita nella quotidianità, la gioia, gli affetti, l’amore, il dolore “non mi vengono in mente racconti che durino più di qualche ora o, al massimo, di una giornata; e neppure racconti che si svolgano in più di tre ambienti; ma in genere è un solo ambiente, una casa, una casa, una casa”.

Katherine Mansfield è lo pseudonimo della scrittrice neozelandese Kathleen Beauchamp (Wellington, Nuova Zelanda, 1888 – Fointainebleau, Francia, 1923). Nel 1903 fu mandata a studiare in Inghilterra, dove rimase tre anni; rientrata in famiglia, ottenne, dopo due anni, di tornare a vivere a Londra. Sposò (1909) G. Bowden da cui si separò poco dopo. Esordì con In a german pension (1911), profili e impressioni che richiamarono l’attenzione del pubblico. Conobbe allora il critico J. M. Murry che sposò nel 1918. Affermata come scrittrice, ma minata da una malattia polmonare inguaribile,  si ritirò nel 1922 nella comunità di Guerdjeff presso Fontainebleau, dove morì. Le raccolte di racconti Bliss (1920) e The garden party (1922) sono le uniche pubblicate durante la sua vita. Seguirono: The dove’s nest (1923); Something childish and other stories (1924); Luck and other stories (1927). Apparvero poi il suo Journal (1927; ed. definitiva, 1954) e le Letters (1928), seguiti da The scrapbook of K. M. (1939) e da Letters to John Middleton Murry (1951).(le note biografiche sono tratte dalla Enciclopedia Treccani)

Omaggio a Katherine Mansfield

Peter Handke “Infelicità senza desideri”, presentazione

Di fronte a questo suicidio, appreso dai giornali, il giovane scrittore austriaco sente la necessità di ricomporre con le parole quell’esistenza mancata, quella vitalità offesa e ridotta a meccanismo biologico e coatto.(da Garzanti Libri)

Garzanti propone per la traduzione di Bruna Bianchi un breve testo scritto nel  1972, dedicato dall’autore alla madre suicida a 51 anni nel novembre del  1971 e nel farlo ne evidenzia l’unicità della storia, non di una donna nata povera con un destino già scritto, e il desiderio di  sottrarla ad un ancestrale anonimato, come sottolinea Trevi nella sua bella presentazione (La Lettura del Corriere 7ottobre 2023) “L’anonimato è un attributo classico della povertà, così come il sentimento di un destino decretato fin dalla nascita e impossibile da modificare. Ma è la condizione femminile quella che più incatena a una vita sottomessa, taciturna, uniforme”

E Handke la racconta come quasi dentro una parabola discendente: i giovani anni in cui va via di casa e lavora come cuoca, ha solo 16 anni. Vive i periodi bui, dall’affermazione nazista alla seconda Guerra mondiale, e le tristi condizioni della guerra, ma per lei è il periodo della crescita: innamorata di un uomo sposato nel 1941 resta incinta del figlio Peter al quale decide di dare comunque un padre; seguirà così  un sottufficiale della Wehrmacht e si trasferirà  con lui a Berlino. A questo periodo caratterizzato dal desiderio di uscire dall’anonimato, da un destino già decretato e similare a quello di molte altre donne, segue, alla fine della guerra, il ritorno in Austria, al paese d’origine dove, nonostante l’accostarsi alla letteratura, non riesce a trovare per se stessa un posto in quel mondo avaro di sogni che l’ha circondata fino a quel momento e decide di abbandonarlo.

“Apparso in lingua tedesca nel 1972, Infelicità senza desideri diviene subito un imprevisto bestseller e resta forse, ancora oggi, il libro più amato di Peter Handke. Un libro che, complice lo straordinario equilibrio tra scrittura e ineffabilità, la critica non ha esitato a elevare al rango immortale di classico”(da Garzanti Libri)

Peter Handke, nato a Griffen (Austria), nel 1942, è romanziere, drammaturgo e poeta. La casa editrice Guanda ha pubblicato Storie del dormiveglia, Falso movimento, Il peso del mondo, La storia della matita, Pomeriggio di uno scrittore, Epopea del baleno, Saggio sul luogo tranquillo, Saggio sul cercatore di funghi, Prima del calcio di rigore, L’ambulante, I giorni e le opere e I calabroni. Nel 2009 gli è stato conferito il premio Franz Kafka e nel 2014 ­l’International Ibsen Award. Ha collaborato in varie occasioni con il regista Wim Wenders, fino a Il cielo sopra Berlino. Nel 2019 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura per “la sua opera influente che ha esplorato con ingegnosità linguistica la periferia e la specificità dell’esperienza umana”.(da Garzanti Autori)

Le novità di Voland, in libreria dal 1 settembre 2023

Durante una premiazione letteraria l’affabile Guy Courtois, venditore di incipit che, a suo dire, ha fatto le fortune di Thomas Mann, Franz Kafka, Albert Camus e molti altri, lascia il biglietto da visita a uno scrittore in crisi. Fra i due s’instaura allora una fitta corrispondenza e prendono il via varie storie che procedono parallele o si intersecano. Bizzarri personaggi, apparentemente scollegati tra loro, si rincorrono in questo romanzo vertiginoso dal singolare fascino.

Matei Vișniec , nato nel 1956 a Rădăuţi, vive a Parigi dal 1987, è il secondo drammaturgo romeno dopo Ionescu a essersi imposto nel panorama europeo. Dopo Sindrome da panico nella città dei lumi (Voland 2021), torna in Italia con Il venditore di incipit per romanzi , vincitore del Premio per la letteratura europea Jean Monnet nel 2016. 

A partire dal 1959 giunsero clandestinamente in Occidente alcuni testi d’impianto fantastico e grottesco firmati da Abram Terc. Quando venne appurato che dietro il misterioso Terc si nascondeva l’intellettuale moscovita Andrej Sinjavskij, le autorità politiche diedero avvio, nel 1956, a un processo che ebbe enorme risonanza dentro e fuori il paese, al termine del quale lo scrittore fu condannato a sette anni di gulag per attività antisovietiche.

Andrej Sinjavskij , nato a Mosca nel 1925, si affermò come uno degli intellettuali più acuti della sua generazione, dedicandosi in segreto anche alla scrittura di testi corrosivi e aspramente critici. Tu ed io e altri racconti raccoglie sei racconti dell’autore russo di cui uno inedito in Italia.

Ricarda Huch “Il caso Deruga. Romanzo di un processo”, presentazione

Modellando un protagonista dal carattere ambiguo, umorale e affascinante, descritto dalle voci di chi lo accusa e di chi lo difende nel corso del dibattimento, Il caso Deruga chiama alla sbarra personaggi spesso mossi da pregiudizi e da segreti interessi, per raccontare con garbo e ironia la tenacia dei vecchi amori e le insidie delle verità troppo semplici, giungendo a sollevare questioni etiche vaste e sorprendentemente attuali. Con questo appassionante romanzo, nel 1917 la grande storica e intellettuale Ricarda Huch si concesse una divertita incursione nel giallo dando alle stampe, anni prima di Perry Mason, uno dei primissimi legal thriller della storia.( da L’Orma Editore)

Scritto nel 1917, e riproposto da L’orma Editore per la traduzione di Eusebio Trabucchi, da una raffinata conoscitrice e saggista della storia e della letteratura dell’Ottocento, nonché poetessa e narratrice, unica donna a essere ammessa all’Accademia prussiana delle Arti: con Il caso Deruga anticipò il genere legal thriller ma soprattutto propose un tema ancora attuale, relativo alla mentalità tedesca del tempo nei confronti degli “stranieri”, soprattutto italiani, dei quali l’autrice aveva avuto per altro diretta conoscenza avendo sposato il dentista Ermanno Ceconi con cui visse per qualche anno a Trieste e che fu ispiratore di alcune pagine del romanzo.

Ambientato in un’aula di tribunale di Monaco di Baviera  vede  sul banco degli imputati un medico, Sigismondo Enea Derugadett o Dodo: l’ex moglie è stata trovata morta in un elegante appartamento di Monaco; se inizialmente si accoglie come causa della morte la malattia di cui soffriva, l’apertura del testamento che vede unico erede dell’ingente patrimonio il marito medico da cui era divorziata con l’esclusione di tutti gli altri parenti, indurrà una cugina a chiedere la riesumazione del corpo: la morte si rivelerà così causata  da un terribile veleno. Il cammino verso la verità si farà strada tra testimonianze contraddittorie, pregiudizi, mentre il rapporto matrimoniale complesso tra i due, verrà sviscerato tra amore, rancore, morte, ma una giacca ritrovata per caso segnerà una svolta nelle indagini. Interessante e attuale, tra i vari temi quello dell’eutanasia

Ricarda Huch (1864-1947) è stata una poetessa, narratrice, storica e critica letteraria tedesca. Tra le prime donne a ottenere un dottorato di ricerca, abbandonò l’Accademia delle arti prussiana all’avvento del nazismo. Dedicò importanti saggi al Romanticismo, al Risorgimento italiano e alla Guerra dei trent’anni, e compose una monumentale storia della Germania. Tradotti in molte lingue, i suoi romanzi hanno resistito all’usura del tempo e intrattengono ancora oggi i lettori di tutta Europa. Il tormentato matrimonio con il medico italiano Ermanno Ceconi ispirò diverse pagine de Il caso Deruga.(da L’Orma Editore)