ll 22 maggio sarà in libreria “è scritto” (così: tutto minuscolo), l’ultimo libro di Hans Tuzzi edito da Bollati Boringhieri. Ne parliamo con l’autore.

Storie vere nelle quali si avverte l’ala del destino, dice lei di questo suo ultimo libro. In che senso vere e in che senso destino?

Vere nel senso che sono accadute, e nel narrarle ho solamente aggiunto – o meglio: tolto – quel tanto che serve per rendere epifania un fatto della vita. Perché, ovviamente, nel momento in cui si scrive si scelgono un taglio, una prospettiva: un quadro non è una finestra. E destino perché… be’, quanti di noi non hanno avuto amici che per una improvvisa ragione non han preso quell’aereo, precipitato, quella nave, naufragata? Non sono tuttavia questi gli episodi che attraggono la mia attenzione. Il destino può essere benevolo o tragico, talvolta annunciato per bocca dei profeti e più spesso da segni quasi inavvertiti o misteriosi, e in genere ci viene incontro senza proclami. Quella che ci sembrò allora una disgrazia si rivela, oggi, salvifica, e le trombe del trionfo risuonano, a distanza, funeree. Avrei potuto scrivere, in merito, almeno una decina di altre storie vere di questo tipo. Da scrittore preferisco di gran lunga quei fatti che solamente dopo un certo tempo rivelano in modo drammatico la potenza di una sorte già scritta. Come nel caso di Edipo, per capirci.

Nel suo libro vi sono molte anonime persone comuni e pochi personaggi noti – dei quali in genere non fa il nome: penso a Diana Arbus o a Edison Marshall. Compare, nominato soltanto alla fine, anche Napoleone. Può raccontare ai nostri lettori un solo destino famoso che non ha scritto?

Quando il 4 gennaio 1960 la Facel Vega di Michel Gallimard si schiantò contro un platano sulla statale 5 presso Villeblevin, il premio Nobel Albert Camus – che spesso sosteneva come “la morte più stupida” fosse un incidente automobilistico – morì sul colpo, stampata sul volto un’espressione di orrore. Gallimard morì pochi giorni dopo mentre, sedute dietro, Janine e Anne Gallimard sopravvissero. Stavano tornando a Parigi dalle vacanze in Provenza, e Camus aveva già acquistato il biglietto del treno, trovato nella tasca del cappotto, accettando solo all’ultimo istante l’offerta di un passaggio in auto del suo editore. Nella valigia di Camus venne trovato il manoscritto inedito del romanzo Il primo uomo. Mesi prima, una cartomante consultata per gioco di società gli aveva rivelato che quello sarebbe stato il suo ultimo libro. Profezia accolta da Camus con divertita incredulità, visto che lo scrittore aveva appena quarantasei anni. Nel suo giovanile diario di un viaggio in Toscana si può leggere: “Quando sarò vecchio, vorrei che mi fosse concesso di tornare in questa strada di Siena che non ha eguali nel mondo e di morirvi in un fossato, circondato solo dalla bontà di quegli italiani sconosciuti che amo”.

Ma lei crede che tutto, come nel titolo del suo libro, già è scritto?

Il Fato il Caso la Necessità… e poi: l’arbitrio umano è libero o servo? Ma qui siamo già nella miseria del pensiero monoteista… Sono domande disperatamente senza risposta.
Il fascino del pensiero greco arcaico è nella sua compresenza di possibili. Caos non è il principio di tutte le cose ma, ingenerato esserci, è l’origine di cose che prima non erano, entità eterna che non esiste dall’eternità, e tutte le cose esistenti: il sole, la luna, i pianeti, le stelle, e la nostra terra con il mare, e i suoi monti, e i suoi fiumi, e alberi e erbe e ogni creatura vivente derivano dalla Notte del Caos primigenio. Poi, con l’esigenza di ordine, ecco che dal Caos si genera il Cosmo per atto di un potere eterno e ingenerato, divino – la Mente di Anassagora, il Demiurgo platonico, il Dio biblico il cui spirito aleggia sull’abisso prima di separare tenebra e luce. Troppo facile. Tuttavia la moderna scienza non se la cava meglio: porre l’origine dell’Universo nel momento in cui un punto, quasi un buco nero al contrario, iniziò a espandersi 13,8 miliardi di anni fa lascia comunque un minuscolo spazio di tempo – là, quando il Tempo non c’era – ed è quello che gli scienziati chiamano “il tempo di Plank”, 10-43 secondi, quando le forze dello spazio-tempo sono ancora un tutt’uno indistinto. Il tempo di Plank è il tempo del Caos, il tempo in cui il serpente Ofione si arrotola sette volte intorno all’uovo cosmico deposto da Eurinome. Poi da quell’uovo usciranno tutte le cose esistenti: il sole la luna le stelle i pianeti e, fra questi, fragile, periferica, minuscola, questa nostra meravigliosa Terra.

E, in questa vertigine cosmica, la scrittura…

Già. Citerò il mio coetaneo Jesús Ferrero, scrittore ancora inedito in Italia: “Quando due astri si frappongono, la loro luce apparente si estingue, ma nella loro breve convergenza acquistano una nuova luminosità nera e ardente”. Se ai due astri sostituiamo il tema e lo stile, funziona lo stesso. Personalmente, resto convinto che se la poesia è decifrabile nel modo più elementare, non è più poesia. E resto convinto che le realtà più vere, nella nostra vita, non buttano ombra. Cosa c’è di più reale del destino, per un essere vivente? E cosa di più prezioso, per diventare uomini, della forza generatrice della sconfitta?

Una scelta di scrittura, la sua, forse per pochi, certo poco premiante presso il grande pubblico dei lettori sebbene stimata da noti critici.

Che il sistema, ogni sistema, e oggi in Italia più che in passato, abbia i suoi meccanismi di censura e emarginazione, questo è ovvio. Purtroppo nelle arti la censura peggiore è il mercato, che privilegia ciò che è modesto, prevedibile, innocuo nella propria apparente diversità in realtà perfettamente allineata al sentire del gregge. Personalmente tuttavia preferisco ancora l’opaca UE con la sua censura di mercato alla Russia di Putin o agli USA di Trump – per citare due nazioni nelle quali comunque non vorrei vivere, a prescindere dai loro governi.

Che cosa intende esattamente con censura di mercato?

Intendo dire che le Case editrici industriali, dominate dai marketing men, escludono a prescindere tutto ciò che non garantisce buoni margini di guadagno. E questo, nel Paese col più basso numero di lettori in Europa, significa privilegiare nel migliore dei casi la base necessaria a ogni panorama letterario, cioè il buon livello medio ben confezionato che altrove è collina e da noi viene spacciato per vetta, nel peggiore quel che risponde ai più banali desideri delle Casalinghe di Voghera con alla loro testa la comare Pipa di Ionesco. Poi, ovvio, ci sono argomenti tabù in questi anni di pesante ma colorata Controriforma. Chiarisco meglio: in anni meno stolti ipocriti e moralisti, Djuna Barnes ebbe il coraggio di scrivere ciò che tutti in fondo al cuore conosciamo per esperienza diretta: “I bambini sanno quello che non possono dire: a loro piace vedere Cappuccetto Rosso e il lupo insieme a letto!” Della verità dell’inconscio parallelo chiunque da piccolo sia stato latore di una realtà percepita come segreta, sa: non occorrono altre parole o analisi. Nell’ambiguità umana è già, pertanto, tutta l’ambiguità dell’arte. Ma oggi non si può dire, tutto qua. È un po’ come affermare i diritti dei palestinesi…
Che poi ogni scrittore possa dire dei propri simili quel che Truman Capote scrisse di Tennessee Williams e che in realtà avrebbe potuto riferire a sé stesso (“C’è qui un ometto tarchiato con un temperamento drammatico che, come una delle sue eroine alla deriva, cerca attenzione e solidarietà sciorinando bugie, cui crede per metà, a perfetti estranei. Estranei perché non ha amici, e non ha amici perché le sole creature di cui ha compassione sono i suoi personaggi e sé stesso – tutti gli altri sono soltanto pubblico”) vale per la più parte dei letterati d’ambo i sessi, che in genere, quand’anche bravi e non tarchiati, umanamente non sempre valgono quello che scrivono.

Lei non frequenta social. Una scelta, presumo.

Ignoro serenamente i social perché non sono masochista – non a quel punto, almeno: capisco di più un Angelo Poliziano che amava farsi frustare con corregge imbevute d’aceto per raggiungere l’estrema eccitazione che non quanti seguono le serie televisive, le chat di rancorosi semianalfabeti o podcast di ebete autosoddisfacimento. Insomma, e mi pare impossibile, concordo quasi con Silvio Berlusconi: l’uomo medio, oggi, ha lo sviluppo cerebrale di un undicenne non particolarmente sveglio. Ma da questa premessa comune seguono comportamenti di fatto opposti. Lui condivise il programma di Licio Gelli, io credo che l’umanità presa nell’insieme possa progredire e sono convinto che se il mondo fosse stato sempre governato dai vari Silvio oggi saremmo ancora come Roma prima dei Gracchi. Per nostra fortuna il mondo talvolta fu governato e guidato da figure diverse. Nostra fortuna, sì, nostra: anche del volgare popolano ignorante che oggi bercia su X e prima del luglio 1789 sarebbe stato mandato di notte a batter gli stagni così che le rane non turbassero il sonno del signor marchese.

La scuola ha delle responsabilità?

Certo che sì, per quanto vittima di una politica che ha scientemente demolito l’insegnamento pubblico perché gli ignoranti si opprimono meglio: outlet e stadio. Ma, vede, e torno al Poliziano, forse se ai giovani virgulti in classe si offrisse un approccio più sgarzolino alla letteratura – che so, la lettera in cui Machiavelli narra della vecchia puttana veronese, la lettera di Pascoli sulla cacata che impelle mentre il cesso sul ballatoio è occupato (il che, tra parentesi, offre un bello squarcio di meditazione sulle condizioni di vita di un celebre poeta professore universitario ospite a cena da un senatore del Regno nell’Italia di centovent’anni fa) o, per Gozzano, poemi sottilmente erotici come Invernale – se insomma si facesse loro capire che quei nomi sulle pagine dell’antologia erano fatti di carne e sangue, oltre che di cervello, forse (dico forse) non avremmo i laureati zombie di oggi. Incollati a vedere ben altre cacate – ma in piattaforma, che spesso è anche forma piatta. Col che, sia chiaro, non sono favorevole agli Squittini e alle loro lezioni social, non sociali.


La recensione di Alberto Genovese su Dialoghi Mediterranei

L’intervista su Il Libraio

L’articolo di Francesco Rognoni su Alias Il Manifesto

dalla Quarta di copertina

Su tuttatoscanalibri una pagina dedicata all’Autore:

Tutto Tuzzi: i gialli, i saggi, i romanzi, le interviste

Intervista ad Hans Tuzzi

Dal 25 ottobre è in libreria l’ultimo romanzo di Hans Tuzzi, Colui che è nell’ombra (Bollati Boringhieri). Abbiamo rivolto all’autore qualche domanda, non tanto sul romanzo quanto sulle sue idee e convinzioni circa scrittura e società.

Lei ha importanti estimatori, ma è sempre rimasto uno scrittore poco popolare. Perché?

Non cerco il consenso, e questo non gioca a mio favore al botteghino. Sono versatile, e mi sono misurato pure con generi “bassi” ma con scrittura non corriva: di qui la diffidenza dei lettori abituali di gialli e la preconcetta indifferenza degli accademici italiani, che, per titolo giuridico, sono ordinari, e dunque non possono capire l’extraordinario. Infine, non partecipo al grooming delle conventicole e non ho potere. Mi sembrano tutte valide ragioni per essere, come dice lei, poco popolare. Né ho difficoltà ad ammettere che la mia opera presenta una dichiarata «disappetenza al moderno», per dirla con Cesare Garboli. Questo non significa ingannarsi imbellettando il passato, anzi: chi si volta indietro si perde per sempre, come insegna il mito di Orfeo e Euridice. In una società come la nostra, dove gli “intellettuali” sono presenzialisti ridotti a poco meno che cavalli di Elberfeld, vien da rimpiangere le generose e ingenue esposizioni degli anni Cinquanta: la paura della morte atomica, e Huxley, e i concettosi e noiosissimi Sartre e Miller, convivevano con Doris Duke e Barbara Hutton che pagarono milioni di dollari per verificare con mano quanto si favoleggiava della dotazione KingSize di Porfirio Rubirosa, diplomatico della Repubblica Dominicana e unico in grado di competere in dimensioni virili con lo Scià di Persia (la sola politica estera che sembra abbia fatto scuola, sostituendo alle dotazioni anatomiche quelle missilistiche). Sì, il passato era fesso. Ma mi piace notare che l’appartamento al 45 rue de Courcelles, a Parigi, oggi residenza diplomatica della Repubblica Dominicana, fu un tempo abitato da Marcel Proust: Jupien, Charlus e Rubirosa, quel ensemble.Sì, il passato era fesso. Però non riesco ad appassionarmi a un presente idiota schwampito e infame, come ai miei occhi è il nostro. Il livello infimo della classe politica in Occidente, la Storia che non insegna nulla (sì, lo si sa ma fa sempre effetto vederlo confermato dai vari Putin, e Trump, e loro imitatori estimatori), una sfasata logica binaria che riduce a poca cosa il raziocinio delle generazioni allattate a computer, e di conseguenza la più assoluta incapacità di cercare il sapere per amore di meraviglia (quel che gli antichi greci chiamavano philosophein dia to thaumazein), tutto questo mi fa sentire sempre più estraneo verso il presente, e, il che è peggio, rancoroso per sentirmi tale.

Anche la letteratura contemporanea è investita da questa critica?

Quella di questo secol nuovo? In buona parte sì: giudicando quarant’anni fa un candidato alla pubblicazione con Einaudi, Franco Fortini parlò di «prodotti, che chiamerei non convenzionali ma convenzionati, come si dice delle cliniche che hanno rapporti privilegiati con certe mutue.» Mi sembra più che mai attuale. E Jung ha detto: «Capii che non si raggiunge nulla nella vita se non si parla con la gente solo delle cose che essa già conosce. La persona semplice non valuta appieno che specie di insulto sia parlare ai propri simili di cose che son loro ignote. Gli uomini al più tollerano un tale sconsiderato comportamento in uno scrittore, o in un poeta». Ecco, a me pare che oggi ancor più di ieri il successo arrida a chi rumina idee abbondantemente rimasticate seguendo le mode, e in particolare quelle mode che si dichiarano contro le mode, in una sempre più latrante retorica del “messaggio”, liquidata una volta per tutte da Nabokov: «Se avessi voluto mandare messaggi avrei fatto il postino». Banalità delle esposizioni, ossessiva ricerca del consenso, prosa di livello apparentemente alto ma in realtà frutto dell’omologazione delle scuole di scrittura (amo gli autori attenti allo stile, ma quale grande autore europeo fra le due guerre mondiali sentì il bisogno di cincischiare le frasi, senza peraltro dominarne senso e struttura, come fanno oggi gli autori delle più recenti generazioni? Rileggetevi Gide: «Lo stile dei Falsari non deve presentare nessun interesse alla superficie, deve essere liscio tanto da far dire a certi giocolieri: cosa ci trovate da ammirare là dentro?»), e in più maniacale attenzione al proprio ombelico… Vale qui il cortocircuito di Majakowskij: «Da quando domina il materialismo è scomparsa la materia». E, di conseguenza, è scomparsa l’ironia, e, peggio, l’autoironia: due monete, peraltro, mai circolate in Italia. Ironia nel senso greco della parola, ossia finzione; però è una finzione, come dice Vico, più vera del vero. La grande letteratura è sempre ironica perché non spiattella convinzioni, non dispensa ovvie verità. Bisogna passare attraverso la finzione per dire la verità, non è un paradosso: il saggio sa che bisogna rinunciare per possedere, lo sportivo sa che si deve arretrare per saltare meglio, e lo scrittore dovrebbe sapere che bisogna sottintendere per affermare. Orfeo perde Euridice per il troppo umano bisogno di assicurarsi invece di fidarsi senza guardare, ma Gesù ricorda agli uomini che «chi ama la propria vita la perderà». Da ateo, l’ho sempre trovata una sublime lezione di umanità. E di scrittura. Già, perché, come ha detto un sommo, «scrivere è dare il cuore a qualcosa di più profondo».

Un esempio concreto di sottinteso?

Due, per capirci meglio. E visto che ho appena citato Proust, con lui riprendo, che in una lettera scrive: «Prima che l’ultimo urlo si sia spento si precipitano in bagno e tutto termina con un rumore d’acqua. La mancanza di transizione mi stanca per loro, perché, se c’è una cosa che detesto dopo, subito dopo, è muovermi. Per quanto egoismo ci sia nel trattenere nello stesso posto il tepore di una bocca che non ha più nulla da ricevere.» Si tratta, ripeto, di privata corrispondenza. Ma quanto stile in quel trattenere il tepore di una bocca che non ha più nulla da ricevere. E se ne fa buona scolara, tale da superare forse il maestro, Anna Maria Ortese quando scrive Il porto di Toledo: «Risentivo di nuovo il suo bacio sopra la gamba, dove la calza finiva e cominciava un po’ il mio essere»: quel dove cominciava il mio essere è magistrale e ardente evocazione erotica. Tanto alto, là dove non dice, si fa ogni parlare d’amore. Tanto alta, nella reticenza, è ogni pagina di vera letteratura. Ma nella società contemporanea, mossa da appetiti e priva di desideri, la naturale conseguenza è che gli intellettuali assolvano il loro ruolo etico dandosi alla pubblica esibizione in forme magniloquenti e urlate, mentre invece l’etica, nell’arte come nella società, matura da gesti intrapresi senza pubblico, in austero anonimato.

Ma quali sono, per lei, altre componenti essenziali della grande arte? O almeno una fra esse?

Cercherò di dirlo con un esempio. Per i capelli del Cristo alla colonna Antonello da Messina usa il cinabro velandolo poi con ocra: un colore che al tempo costava sessanta volte più dell’altro viene usato sotto, coperto in gran parte dal colore più economico. L’effetto è tuttavia stupefacente. Questa è grande arte, l’altra soluzione sarebbe facile risultato per pubblico di facile contentatura. La grande arte non è mai facile: può sembrare semplice – e non lo è – ma facile mai. Ciò vale, naturalmente, anche per la letteratura. Che un capolavoro come il Don Chisciotte, capace, in alcune sue parti, di annoiare volutamente il lettore per rimanere fedele alla forma data all’idea, sia stato, da subito, un best-seller, è l’eccezione, non la regola.

Da sua estimatrice, mi chiesi cosa mai avrebbe potuto ancora scrivere dopo quell’assoluto che è Nessuno rivede Itaca, e invece lei ha fatto due mosse imprevedibili, con due romanzi come Curiosissimi fatti di cronaca criminale, dove si entra e esce da mondi paralleli, e questo, Colui che è nell’ombra, del quale volutamente non intendo anticipare nulla ai lettori perché è un sortilegio ugualmente riuscito. Una bella prova di muta, direi, per usare un termine della biologia, scienza a lei cara come dimostrano le divagazioni sulla psichedelica percezione dei colori del paguro in Vanagloria o sul multiplo pene delle lucertole in Nessuno rivede Itaca.

Già, Nessuno rivede Itaca: finitolo, io sono morto e rinato. Allora, una volta per tutte, presi piena e profonda coscienza dei mutamenti perenni del mondo, di come terre credute ferme tali non siano, e d’improvviso scompaiano. Il mio segno zodiacale è lo Scorpione e gli junghiani considerano la caratteriologia scorpionica capace di smuovere energie al servizio della trasformazione quintessenziale. Gli alchimisti associavano questo simbolo all’abbandonarsi e diventare, e chiamavano “tempo dello scorpione” il momento in cui i metalli di base si trasformavano in oro. E l’antico Egitto, lo vogliamo tacere? La dea scorpione Selket rappresentava la capacità di sopravvivere alle transizioni più radicali. Morte e rinascita, trasformazione… Del resto, non siamo mai “uno”; come mi scrisse un amico, a proposito dei miei romanzi, la nostra anima è abitata dai molti che siamo stati e che vorremmo essere. «Nasciamo già in Tanti e aspiriamo all’Uno», mi scrisse. Dietro ogni pensiero alchemico si cela questa drammatica utopia. «Forse dovremmo rinunziarvi e instaurare rapporti di buon vicinato con Tutti, accettando di essere consapevolmente abitati ora da Questo ora da Quello e poi da quell’Altro ancora… Valenti aurighi, in quest’arte dovremmo esercitarci, e a questa tendere, finché ci sarà possibile.» Purtroppo, merita invece ricordare una riflessione di Jung: «La totalità di una nazione non reagisce mai come un normale individuo moderno, ma sempre come un gruppo primitivo. Crimini, che l’individuo da solo non potrebbe mai avere la forza di reggere, vengono perpetrati senza alcun ritegno dal gruppo. No, i demoni non saranno affatto banditi. Ogni uomo che smarrisce la sua ombra, ogni nazione che si sente moralmente superiore, è la loro preda». Senz’ombra, senz’anima, dice il proverbio tedesco che ispirò von Chamisso. Il che ci porta dal Piccolo al Grande Mondo, e viceversa. E alle considerazioni su passato e presente con le quali s’è aperta questa chiacchierata.

Uno scrittore dovrebbe essere nel presente, non trova?

Nel presente, ma non del presente. Balzac era nel presente, altroché se lo era, ma le sue trame si svolgono tutte un quarto di secolo prima della pubblicazione. Complice l’età, aumenta il mio rifiuto della compiacenza, e del presente, troppo affollato di esseri umani, vedo più i difetti che i pregi…

La grande villa del romanzo trasformata in resort, ad esempio, con la nuova fauna umana?

Ad esempio, sì. Purtroppo ciascuno di noi tende a fissarsi sugli anni migliori della propria vita, e per me furono i Sessanta, così come per mia nonna furono i Venti (la generazione dei miei genitori a vent’anni si trovò in guerra, invece: ma paradossalmente l’uomo prova un terribile amore per la guerra, e molti di quei reduci, io bambino, con il ricordo andavano alle esperienze, talvolta atroci, di quegli anni). Del presente in realtà poco mi sfugge, ma lo guardo da un punto di vista se non prevenuto, certamente estraneo: ne colgo, avendo coltivato altri modelli, più la volgarità che le potenzialità. E mi sento incapace di tenere il passo – disumano – della rivoluzione tecnologica. So ancora cogliere il sale della vita ma, come dice l’Evangelista, «se il sale perde il suo sapore, con che cosa lo si renderà salato?». 

E allora, chiuda con un aforisma.

La proprietà di linguaggio non è proprietà privata. E il rispetto di sé stessi è anche rispetto dei lettori di qualità.

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Hans Tuzzi, Colui che è nell’ombra, Bollati Boringhieri, pagine 176 euro 16,00

Nucci intervista Tuzzi su IlLibraio
Sul precedente romanzo, Curiosissimi fatti di cronaca criminale, segnaliamo questa intervista

Le interviste, e altri inediti, rilasciate da A.Conan Doyle e Mark Twain tradotte per la prima volta in italiano, Lorenzo de’ Medici Press

Lorenzo de’ Medici Press

ARTHUR CONAN DOYLE
PAROLA MIA Interviste e altri inediti
20 fotografie originali b/n
traduzione di Fabrizio Bagatti

Tradotte per la prima volta in Italia le migliori interviste che, nel corso degli anni, Arthur Conan Doyle rilasciò per giornali e riviste; tra gli intervistatori anche scrittori del calibro di Bram Stoker e P.G. Wodehouse. Il creatore di Sherlock Holmes racconta le tappe della propria vita e ripercorre, con ricchezza di dettagli, tutte le proprie creazioni letterarie. Come è nato Sherlock Holmes? Come e perché muore? Che cosa conta nella letteratura e che cosa c’è dopo la morte? Il volume contiene anche gli inediti Il caso di Oscar Slater, in cui Conan Doyle ricostruisce un celebre omicidio nell’Inghilterra di primi Novecento, e alcuni interventi in cui parla di religione, dell’anima e dello spiritismo a cui credeva fermamente.

Con un QR-code che permette di vedere e ascoltare il video della rarissima intervista filmata a Conan Doyle nel 1928.

Arthur Conan Doyle (1859-1930) è stato uno dei più popolari e apprezzati scrittori di lingua inglese in tutto il periodo tra Ottocento e Novecento. La sua fama esplose con la creazione letteraria del celeberrimo investigatore Sherlock Holmes, ma Conan Doyle fu anche prolificissimo autore di romanzi storici, racconti di avventura, narrativa di fantascienza, saggi storici e testi per il teatro. Tra i suoi maggiori successi vanno ricordati – oltre ai romanzi di Sherlock Holmes come Uno studio in rosso (1887), Il segno dei quattro (1890) e La valle della paura (1915) – i romanzi Il mondo perduto (1912), La mummia (1892) e La terra della nebbia (1926). Dalle sue opere sono stati tratti anche molti film di grande successo.

Lorenzo de’ Medici Press

MARK TWAIN
PARLA MARK TWAIN Interviste scelte al creatore di Tom Sawyer e Huckleberry Finn
20 fotografie originali b/n
Introduzione, traduzione e cura di Aldo Setaioli

Per la prima volta tradotte in Italia le affascinanti interviste che Mark Twain rilasciò durante gli ultimi quindici anni di vita. Dialoghi fondamentali che documentano soprattutto l’atteggiamento dell’autore verso i due volumi che da quasi un secolo e mezzo hanno dilettato, più di ogni altro, generazioni di ragazzi e di ragazzi diventati adulti: Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn. Questi documenti, dal tono e ironico o volutamente iperbolico, sono preziosi per mettere in luce la personalità dell’autore. In gran parte riportano risposte a domande che gli vennero poste, ma di frequente le parole che l’intervistatore attribuisce a Mark Twain sono inserite nel contesto della descrizione della cornice in cui si colloca l’incontro tra i due e presentano un inestimabile spaccato dell’epoca in cui vissero e agirono tanto l’autore quanto i suoi lettori. Fra le tredici interviste spicca quella che vede Twain dialogare con Rudyard Kipling in un confronto tra giganti della letteratura che è anche un gustoso racconto di avventura.

Samuel Langhorne Clemens, meglio noto con lo pseudonimo letterario di Mark Twain (1876-1884), è da tutti conosciuto e amato soprattutto per Le avventure di Tom Sawyer (1876) e Le avventure di Huckleberry Finn (1884), due classici ormai entrati a far parte dell’immaginario collettivo. Ma Twain fu anche autore di fenomenali racconti umoristici e satirici, saggista, educatore e spietato critico della società statunitense dell’epoca. Secondo William Faulkner, Twain fu “il primo autentico scrittore americano”.

Lia Levi “L’anima ciliegia”, intervista di Flavia Piccinni all’autrice pisana, da Il Tirreno 13 ottobre

La storia di una donna ambiziosa nell’Italia che cambia
è il nuovo romanzo della scrittrice pisana Lia Levi
La libertà, Stalin
e l’anima ciliegia
di Paganina
«Evviva chi sa fare»
di Flavia Piccinni
“Paganina aveva un’anima ciliegia. Le succedeva così. Non appena cominciava a desiderare qualcosa con tutta se stessa, subito le spuntava accanto un altro desiderio, solo in apparenza diverso, e invece legato strettamente al primo. Come due ciliegie, insomma, di quelle che nascono accoppiate e poi le bambine si mettono a cavallo delle orecchie”.Inizia così il nuovo libro di Lia Levi, una delle più note scrittrici italiane, che torna adesso in libreria con “L’anima ciliegia” (HarperCollins, pp. 233). Levi, nata a Pisa nel 1931, ha vissuto sulla sua pelle le leggi razziali e attraversato da protagonista oltre mezzo secolo. La storia che racconta adesso è quella di una donna ambiziosa, fatta perlopiù d’amore e di sogni, che si trova a fare i conti con un’Italia di grandi cambiamenti e di grandi improvvisazioni.
«Sa – mi spiega lei, con una voce gentile – quando si costruisce un romanzo c’è sempre un nucleo centrale molto forte. In questo caso mi rimane più difficile però trovarlo. Dentro di me, c’era tutto quello che ho scritto: il desiderio di affetti famigliari o il grande amore, ma anche tutte le ombre, i dubbi, la complessità della vita. E queste cose le ho portate al parossisimo, con un personaggio strano e molto libero».
Lei ha vissuto all’epoca delle leggi razziali. La libertà deve essere stata qualcosa di difficile da conquistare.
«La libertà l’ho acquisita con il tempo. Io sono stata da bambina vittima delle leggi razziali: ho perso la possibilità di andare a scuola, ho vissuto con la necessità di nascondermi durante la guerra tedesca, cambiando nome per non essere riconosciuta. La mancanza di libertà l’ho vissuta sui fatti, ma c’erano anche in me degli sprazzi di sogno, alcune folli considerazioni, il pensiero di vivere qualcosa che conteneva un senso di libertà di fronte a queste tremende vicende che mi condizionavano».
Qual è stata dunque la lotta?
«Quella di diventare libera di fare ciò che volevo. All’epoca, il mio carattere non era così risoluto come magari lo è adesso. E io, che scrivo anche per bambini, spesso racconto di piccoli che fanno tutte le cose che avrei voluto fare e che non ho potuto».
Ci sono tante cose che non ha fatto nella sua vita?
«La mia vita è stata una battaglia. Penso, per esempio, alla lotta per il mondo del lavoro in un’epoca in cui, negli anni Settanta, se non erano i tuoi figli il fulcro della tua vita, eri considerata molto strana»
.Paganina spesso ama camminare all’alba, quando la vita non ha confini definiti. Vale lo stesso anche per lei?
«In realtà mi sono ispirata a una mia amica, Carmen Moravia. In tanti lettori sono rimasti colpiti da questo senso di solitudine e conquista contenuto in queste passeggiate. Il silenzio, il senso di libertà, l’ombra che non è più ombra… Sono momenti bellissimi».
Nel libro scrive anche molto di politica.
«Ho raccolto la storia del PC. Questi anni che io racconto sono all’ombra del PC perché i personaggi di questa storia, soprattutto il fratello Spartaco di Paganina, sono del PC. Ma non si tratta di politica».
Perché?
«Il PC è più un sogno, il sogno utopistico che ha rappresentato per tante persone. Tutte queste cose all’epoca c’erano, e man mano la storia di Paganina corrisponde alla storia esterna. A cominciare dalle delusioni terribili che il tempo porta. C’è il mito del compagno Stalin presentato come un nemico del popolo, ma c’è anche l’Ungheria… E i sogni si frantumano piano piano, come il manifesto della nostra genuinità e solidarietà. Sono sogni che si smarriscono con un partito che perde il nome, e con il segretario di quel partito che piange. E quando succede questo, Paganina per una strana coincidenza perde il suo grande amore».
E perde anche il suo sogno. Mi scusi, ma lei come vede la politica di oggi?
«A essere sincera sono molto preoccupata. Abbiamo avuto forse un momento, che non dico si sia risolto, ma che pareva portarci su un precipizio popolato da parole d’odio che spesso divengono anche fatti. Aver spezzato questa catena mi sembra un piccolo passo avanti».
Lei che i periodi bui gli ha vissuti, trovava davvero delle assonanze?
«A volte sì. Adesso però c’è da coltivare una flebile speranza: che la competenza riacquisti il suo posto. Mi preoccupava l’elogio dell’ignoranza a danno di chi, magari, ha lottato tutta la vita per imparare. Mi preoccupavano gli slogan».
Quale più di tutti?
«Aspetti che ci penso. Anzi, eccolo: Evviva chi non sa far le cose!». —

Manuel Vilas “In tutto c’è stata bellezza”

 

la recensione di Fernando Aramburu (traduzione di Bruno Arpaia) da tuttolibri La Stampa

Silvia Volpi “Alzati e corri, direttora” un assaggio da Il Tirreno e l’intervista all’autrice

“Alzati e corri, direttora” della pisana Silvia Volpi al debutto con Mondadori (228 pp. 18 euro). È un giallo la cui protagonista, la “direttora” di un quotidiano cittadino, si preannuncia come un personaggio scoppiettante e sorprendente. 

Vai all’assaggio del romanzo e all’intervista di Nicola Stefanini

Su tuttatoscanalibri l’intervista a Daniela Alibrandi

Abbiamo il piacere di ospitare l’autrice di vari romanzi recensiti sulle nostre pagine, intervistata da Salvina Pizzuoli.

Vai al testo dell’intervista

 

Hans Tuzzi “Il Trio dell’Arciduca” intervista di Salvina Pizzuoli su Prosa e Poesia

INTERVISTA A HANS TUZZI

 

 

 

 

 

 

-Posso dire di aver letto tutti i suoi romanzi e vari suoi saggi; sono sicuramente una  affezionata estimatrice della sua prosa e della sua capacità inventiva. Ciò premesso, per restare al genere giallo, dopo La morte segue i magi, un “Melis” tra i miei preferiti, ho trovato davvero entusiasmante questo ultimo lavoro, Il Trio dell’Arciduca, e il  personaggio di Neron Vukcic, un giovane eccentrico, arguto e sottile, agente  dello spionaggio  dell’Impero austro-ungarico. Ma chi è Neron Vukcic? Lo strillo  in copertina apre spiragli, ma resta un giallo nel giallo.

Intanto, grazie per la stima e per le lodi al mio ultimo libro. Ha notato, parlando di spionaggio, che spostando una lettera “spiragli” diventa “spiargli”? Visto che siamo nel campo del fantastico, diciamo “chi potrebbe essere Neron Vukcic”. Come lei sa, in alcuni gialli Rex Stout afferma che Nero Wolfe è nato in Montenegro, anche se in alcuni volumi lo dice nativo di Trenton, New Jersey. Di fatto – e le biografie scritte sul personaggio lo confermano – né Archie Goodwin né il lettore sanno davvero chi è Nero Wolfe. E Neron Vukcic? Potrebbe non avere alcun rapporto biografico con il personaggio di Stout. Mi divertiva però suggerire al lettore questa possibilità. In fondo Wolfe potrebbe benissimo mentire quando dice in più di un’occasione a Goodwin che durante la guerra fece l’agente segreto per l’Austria. Questo vale, naturalmente, anche per la casa in Egitto, o per il lurido carcere di Algeri. Insomma, l’uno non è l’altro. Ma avrebbe potuto esserlo.

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