Filippo Tommaso Marinetti “Come si seducono le donne e si tradiscono gli uomini”, Bibliotheka Edizioni

SEDURRE LE DONNE E TRADIRE GLI UOMINI, TORNA IN LIBRERIA IL MANIFESTO FUTURISTA DI MARINETTI SULL’ARTE AMATORIA

Nota di lettura di Riccardo Calimani

Bibliotheka

Dal 25 luglio in libreria

Dal letto dell’Ospedale militare di Udine, dove si trova ricoverato per una ferita da granata, Filippo Tommaso Marinetti detta agli amici Corra e Settimelli il primo manifesto futurista di arte amatoria.
Un saggio, che rappresenta il primo vero successo commerciale dell’autore e segna il passaggio del futurismo da movimento artistico a fenomeno di costume, Marinetti ricorre a episodi della sua vita, alimentando l’immagine del fulmineo e irresistibile tombeur de femmes. Tattiche, astuzie e teorie gli consentono di vantare conquiste amorose, ma anche di mettere in discussione i rapporti tra uomini e donne, parteggiando apertamente per il divorzio e invocando l’estinzione della gelosia.
Il testo di Marinetti, intitolato Come si seducono le donne e si tradiscono gli uomini, viene riproposto con una nota di lettura dello scrittore e saggista Riccardo Calimani (160 pagine, 16 euro).

Al di là delle ossessioni psicologiche, magnificamente descritte, con l’aiuto di sottigliezze e paradossi, emergono con forza situazioni apparentemente banali, ma capaci di mettere in luce le debolezze di uomini e donne alla ricerca di una effimera felicità. Non stupisce quindi che, a distanza di un secolo dalla sua prima stesura, questo testo mantenga inalterata una freschezza attuale e inaspettata offrendo al lettore pagine che possono essere interpretate in molti modi differenti. Perché seduzione e tradimento illuminano le debolezze della condizione umana. (dalla nota di lettura di Riccardo Calimani)

L’autore, Filippo Tommaso Marinetti (1876 – 1944) fondatore del futurismo, trascorre la giovinezza a Parigi, dove pubblica le prime opere, scritte in francese. Sul Figaro del 20 febbraio 1909 divulga il primo manifesto futurista, un’esaltazione del dinamismo moderno, della macchina, della guerra, della violenza. Le applicazioni sono il romanzo Mafarka il futurista (1910) e, per la poesia, Zang Tumb Tumb. Adrianopoli, ottobre 1912 (1914), descrizione fonosimbolica di un episodio della guerra d’Africa. Sostenitore del fascismo, nel 1929 diviene Accademico d’Italia.

Monique Watteau “La collera verde”, Agenzia Alcatraz

Per la prima volta tradotto in italiano l’acclamato esordio del 1954 di una delle scrittrici più originali del fantastico belga.

Traduzione di Camilla Scarpa

Introduzione di Isabelle Moreels

Collana: Bizarre, Agenzia Alcatraz

In libreria 22 Luglio 2025

Alle porte di un tempio sull’isola di Bali, l’avventuriero francese Mara incontra una giovane donna di cui si innamora perdutamente, ricambiato. La porta quindi con sé a Maupertuis, la propria casa sull’Île du Levant, ma ben presto qualcosa trasformerà il loro idillio in un incubo…
Dalla penna dell’allora venticinquenne Monique Watteau, e per la prima volta tradotto in italiano, un folgorante romanzo d’esordio che la critica dell’epoca ha definito alfiere di «una nuova via al fantastico»: uno sguardo femminile evocativo, venato di erotismo e caratterizzato da un’elegante ricerca estetica.
«Riuscite a immaginare che alberi, erbe, fiori, alghe, insomma tutte le piante, possano un giorno ribellarsi all’uomo e diventare ai suoi occhi dei mostri, la personificazione del male? È possibile che una giovane donna possa diventare l’oggetto dei loro desideri, la vittima della loro rivolta? Ma quando le piante diventano demoni, la realtà non è che un’illusione, l’amore non è che un’illusione. E allora tutto è malvagità, inquietudine e sortilegio».

Dall’introduzione:
«Secondo il critico Albert-Marie Schmidt, Watteau avrebbe inventato una «nuova via al fantastico» (…) Questa donna anticonformista ha ripercorso le tappe della sua straordinaria carriera in “Testament d’une Fée”, un libro pubblicato nel 2002 in cui fa un bilancio di quello che considera il suo “viaggio iniziatico”. In esso si sofferma in particolare sulla sua lunga e intensa storia d’amore con Yul Brynner negli anni Sessanta, nel periodo tra il divorzio da Bernard Heuvelmans – con il quale ha comunque mantenuto una inscalfibile amicizia fino alla di lui morte – e il secondo matrimonio. Fu proprio il famoso attore americano a darle l’affettuoso soprannome gitano Alika (che significa “piccola gatta”), che la scrittrice e pittrice mantenne per firmare le pro­prie opere al posto del suo nome di battesimo Monique.  Naturalmente Alika Lindbergh, la cui meraviglia per la na­tura si era manifestata in giovane età nell’espressione di un panteismo visionario, in seguito non avrebbe più affrontato il rapporto conflittuale con il mondo delle piante dalla medesi­ma prospettiva usata ne “La collera verde”. Ormai fervente pa­ladina della natura, non l’avrebbe più mostrata come perico­losa e pervasa da una furia punitiva, con l’interrogativo finale se l’amore umano possa trionfare sulla gelosia degli déi verdi trasformati in demoni. Ma a 70 anni dalla sua prima pub­blicazione, questo romanzo insolito, permeato di erotismo, conserva la sua freschezza e originalità. I lettori contemporanei di lingua italiana, che finora dell’autrice belga hanno potuto leggere nella loro lingua solo il saggio “Scimmie come noi. Vita con le scimmie urlatrici”, saranno catturati dal talento narrativo di Monique Watteau tanto quanto i francofoni della metà del Ventesimo Secolo. Al di là della trama del romanzo, potranno anche riflettere sul nostro delicato rapporto con l’ambiente, in un momento in cui la crisi ecologica è un argomento sempre più al centro dell’attenzione. E, grazie all’ottima iniziativa di questa versione italiana, senza dubbio non guarderanno mai più allo stesso modo la maestosa statura di un cedro o il pro­fumo di una rosa delicata»

Monique Watteau è stato il primo pseudonimo della poliedrica artista belga Monique Dubois, nata a Liegi il 23 dicembre 1929 e oggi meglio nota con il nome di Alika Lindbergh. Dopo aver studiato pittura all’Académie Royale des Beaux-arts e teatro al Conservatoire Royal di Liegi, si trasferisce appena ventenne a Parigi, dove intraprende la carriera di attrice, modella e scrittrice. Tra il 1954 e il 1962 scrive quattro romanzi, diventando in breve tempo una delle voci più innovative e particolari del fantastico francofono dell’epoca, grazie alla forte espressività e sensualità dei suoi lavori e all’inserimento di tematiche ecologiste, femminili e spirituali stemperate con un tocco di surrealismo. Dal 1963 abbandona quasi completamente la scrittura e diventa una pittrice a tempo pieno (sono famose le sue illustrazioni nel campo della criptozoologia), attività che accompagna a una strenua militanza animalista ed ecologista che non è mai venuta meno. Il suo ultimo libro, l’autobiografia Le Testament d’une Fée, è stato pubblicato nel 2002 dopo un silenzio editoriale durato quasi trent’anni.

Nicolò Baretta “Il bambino del miracolo”, CN (Oligo)

La storia vera e riscoperta di un bambino sopravvissuto ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale.  Il resoconto di una vita tra ricostruzione, boom e storia d’Italia.

CN (Oligo)

Dal 25 luglio

Napoli 1943. I bombardamenti alleati feriscono il cuore della città. Nei sotterranei di un palazzo di via Salvator Rosa, in pochi sopravvivono alle ferite; tra di essi un bambino, padre dell’autore, il quale ne ripercorre la vita, in un crescendo di colpi di scena in cui vicissitudini familiari si intrecciano alla grande Storia del dopoguerra, tra boom economico e vita di provincia. Un monito accorato alle nuove generazioni e quanto mai attuale, per ricordare a gran voce gli orrori della guerra e la sicurezza della pace.

Napoli, gennaio 1943. Le strade del rione Materdei sono un miscuglio di polvere, macerie e disperazione. I bombardamenti hanno appena sventrato il quartiere e, tra i detriti del Palazzo Muscio-D’Avalos, la giovane Franca, con il viso sporco di cenere e le mani tremanti, incrocia per la prima volta lo sguardo di un vigile del fuoco che si fa strada tra i resti. L’uomo, di nome Michele, è concentrato nel suo lavoro, mentre cerca di liberare i corpi rimasti intrappolati sotto le macerie. «Dobbiamo agire in fretta, qui ci sono delle persone ancora vive! Muoviamoci!» Franca lo sta osservando con un sentimento di paura che si mescola a una strana sensazione di ammirazione per l’operato del ragazzo. Sua sorella Anna è rimasta intrappolata, le sue gambe sono schiacciate sotto un cumulo di macerie; Michele sembra intenzionato ad amputarle pur di salvarla celermente, stante il fatto che il muro sovrastante sta traballando pericolosamente.

Nicolò Barretta (Mantova, 1986) è laureato in Filologia Moderna, insegna materie letterarie nelle scuole superiori ed è docente a contratto di Glottologia e Linguistica nella sede di Mantova di Unicollege. Giornalista pubblicista, ha lavorato come redattore per produzioni televisive nazionali. Critico cinematografico, è giurato al Premio Letterario Nazionale Enrico Ratti e vicepresidente delle associazioni culturali “Arte dell’Assurdo” e “Oggi mi vedo d’essai”. Tra i suoi libri ricordiamo i saggi La signora della Tv. Fenomenologia di Maria De Filippi (Unicopli 2013), Un conduttore in cattedra. Il bullismo raccontato ai ragazzi (Unicopli 2016) e il romanzo per ragazzi La clinica dei misteri (Il Rio 2024, Targa Montefiore e Diploma di merito al Premio Città di Sarzana).

I lettori hanno scelto “Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco vince il Premio dei Lettori Lucca-Roma

La premiazione nell’auditorium del Palazzo delle Esposizioni di Lucca sabato 19 luglio alle 19,

a ingresso libero

I lettori hanno scelto. Tra gli otto autori finalisti del Premio dei Lettori Lucca-Roma, il libro più votato è stato “Di spalle a questo mondo”, di Wanda Marasco (Neri Pozza editore). Secondo classificato “Il vero nome di Rosamund Fischer”, di Simona Dolce (Mondadori editore)

Entrambe le autrici incontreranno il pubblico alla cerimonia di premiazionesabato 19 luglio 2025 alle 19 nell’auditorium della Fondazione Banca del Monte di Lucca, a ingresso libero.

È finita così l’edizione 2024-2025 del Premio letterario, nato per rimettere al centro la letteratura, la lettura, il lettore, oltre il mercato e le sue dinamiche. Il Premio dei Lettori, nato a Lucca nel 1988 da Francesca Duranti e Antonio Dini, è stato infatti fondato, ed opera ancora oggi, per contrastare il condizionamento della pubblicità sui lettori e il peso delle case editrici maggiori sulle decisioni dei diversi premi in essere, oltre che per rilanciare l’abitudine a discutere sapientemente e liberamente intorno alle opere, con gli autori e con i soci, adulti e adolescenti, giovani e non, donne e uomini, lettori di mestiere e lettori appassionati.

In questo spazio offerto a tutti i lettori c’è la possibilità di esercizio della critica, l’occasione di incontrare direttamente pensatori e contributori alla formazione del pensiero attuale, l’esercizio del confronto che pone tutti i partecipanti alla pari.

Così, dopo nomi quali Andrea De Carlo, Antonio Tabucchi, Andrea Camilleri, Ernesto Ferrero, Giuseppe Pontiggia, Clara Sereni, Silvana Grasso, Giorgio Prassburger, Rosetta Gina Lagorio e Raffaele La Capria, premiati nel corso di 37 edizioni, per la 38esima edizione la scelta è caduta su un romanzo forte e intimo, personale e sociale, di una scrittrice, attrice, regista nota e apprezzata dal pubblico, Wanda Marasco.

Dopo quasi quarant’anni di vita e oltre quattrocento autori ospitati, il Premio quest’anno ha scelto di assegnare anche un secondo posto: i lettori di Lucca e Roma hanno infatti apprezzato moltissimo anche l’opera di Simona Dolce “Il vero nome di Rosamund Fischer”, un romanzo che entra nelle apparenze di una vita normale per fare i conti con il passato.

Il Premio è organizzato dalla Società Lucchese dei Lettori,presieduta da Marco G. Ciaurro e sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e dalla Fondazione Banca del Monte di Lucca.

Edoardo Crisafulli “L’ombra della Sindone”, Vallecchi

Un thriller che è anche una profonda riflessione sulla fede, il potere e la manipolazione della verità

Vallecchi

In libreria dal 18 luglio 2025

Quando il corpo del celebre studioso francescano Quirico Malatesta viene ritrovato in circostanze misteriose, parte una caccia serrata alla verità. A condurla è Veronica, giovane cronista, madre single dal passato difficile, che si ritrova invischiata in un intrigo che la porterà a sfidare i segreti più inaccessibili della Chiesa cattolica. Aiutata dalla figlia Emanuela, brillante adolescente, e da un ruvido collega, Veronica segue una pista insanguinata che la conduce fino al cuore degli archivi vaticani.
Ma cosa ha scoperto davvero padre Malatesta prima di morire? E perché qualcuno è disposto a tutto, anche a uccidere, pur di seppellire certi segreti?
Tra complotti, silenzi millenari, lotte interne alla Chiesa e l’ombra lunga del dubbio sulla più discussa reliquia della cristianità, il thriller si snoda come un enigma serrato. 
L’ombra della Sindone è molto più di un giallo: è una riflessione sull’autenticità, sulla fede, sul potere e sull’ossessione per la verità in un’epoca in cui tutto – anche il sacro – può essere manipolato.

Incipit:

«Nell’anno del Signore 2033 la Resurrezione verrà celebrata il 17 aprile. L’annuncerà una luna pienamente lieta, la prima a far capolino – dopo l’equinozio di marzo – nel cielo di Gerusalemme, alla sommità dell’emisfero boreale. Per le nazioni che adottano il calendario gregoriano, il 2033 – MMXXXIII in numeri romani – sarà un anno solare scandito dall’avvicendarsi delle stagioni, suddiviso in 365 giorni o in dodici mesi di durata ineguale, da 28 a 31 giorni. Il 2033 non può cadere in un anno bisestile: i 366 giorni evocherebbero il numero della Bestia. Il duemilatrentatreesimo anniversario della vittoria di Cristo sulla morte coinciderà con il trentatreesimo anno (nonché quarto anno degli anni trenta) del terzo millennio, iniziato allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 1999. Il 2033 corrisponderà al duemilasettecentoottataseiesimo anniversario della fondazione di Roma, al sesto millennio del calendario ebraico (la cui data, mobile, cadrà nel 5792 o nel 5793) e al secondo millennio del calendario islamico (il 1454 o il 1455, a seconda del peregrinare della luna). Il 2033 albeggerà subito dopo lo Shabbat ebraico, affinché nessuno dimentichi l’Altissimo». (Anonimo riminese

Edoardo Crisafulli (Rimini, 26 aprile 1964) dal 2001 è addetto culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Dal 2023 dirige l’Istituto Italiano di Cultura di Almaty (in Kazakistan). Ha diretto gli Istituti Italiani di Cultura di Kiev, di Haifa (durante la seconda Guerra del Golfo, l’Intifada e la guerra di Hezbollah contro Israele), di Damasco (agli inizi della guerra civile) e di Beirut (quando incombeva la minaccia terroristica dell’ISIS). È stato inoltre vicedirettore dell’Istituto di Cultura a Tokyo. I suoi ultimi libri sono La Kamikaze e altri racconti del passaggio (Rubbettino, 2016) e Trentatré ore. Diario di viaggio dall’Ucraina in guerra (Vallecchi, 2022).

Salinger nella nuova traduzione di Matteo Colombo

Gli scritti di Salinger, i Nove racconti, Franny e Zooey, Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour sono stati ripubblicati in una nuova edizione e affidati alla traduzione di Matteo Colombo, così come in precedenza Il giovane Holden; una rigenerazione legata proprio alla necessità di una nuova traduzione: trasportare una lingua in un’altra non è mai un “tradurre” indolore, può variare, anzi varia proprio a seconda dei tempi, intendendo quelli storici e propri della lingua in cui deve essere resa.
La traduzione del testo de Il giovane Holden ad esempio, dovuta nel 1961 ad Adriana Motti, risentiva sicuramente delle risorse linguistiche disponibili allora per la traduzione di un testo gergale; oggi le risorse sono cambiate e “nell’italiano e nella conoscenza degli autori americani” come ha recentemente dichiarato Matteo Colombo.
A ribadire le difficoltà della traduzione di allora la posizione di Alessandro Piperno (La Lettura 29 giugno 2025) che si racconta come giovane lettore alle prese con il romanzo di Salinger nella versione della Motti “Oggi so che parte del fastidio che mi provocò la lettura de Il giovane Holden derivava dalla traduzione di Adriana Motti. Intendiamoci, non ho nulla contro quella preziosa traduzione storica. So che per molti versi è una specie di capolavoro, un classico per famiglie, ma so anche che si tratta di una trappola mortale. E non tanto, o non solo, per qualche licenza di troppo, ma per via del birignao che, oltre ad aver privato la voce di Holden della sua spontaneità, ha favorito la proliferazione di una schiera di emulatori e di epigoni che, lasciatemelo dire, di spontaneo hanno ben poco”, intendendo con il termine birignao, legato al mondo della recitazione teatrale, artificioso e innaturale.

Incuriosisce, almeno in me ha determinato questo effetto e riflettendo in effetti leggere un testo in una resa linguistica rispetto ad un’altra, ne cambia sicuramente non solo la forma ma essenzialmente la fruibilità e l’impatto.

Garantisce Piperno quando afferma che un’impresa così delicata è stata affidata nelle mani di un traduttore eccellente e navigato come Matteo Colombo. “Il progetto, iniziato una decina d’anni fa – aggiunge – trova oggi il suo compimento nelle traduzioni (eseguite dalla medesima mano salda, felice e calibrata) dei Nove racconti, Franny e Zooey, Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour”

SP.

Einaudi

Katia Lari Faccenda “Le tre domande dell’angelo”, CartaCanta Editore

Immagine di copertina di Giulia D’Agostini

La ragazzina cresce nella guerra; vede e tocca con mani consapevoli. Si chiama Giovanna, è stato un angelo a consegnarle il nome e la visione, a sospingerla. Decisa ad assumere la propria colpa generazionale e la responsabilità di un futuro da reinventare, la ragazzina Giovanna guida una marcia silenziosa di studenti. Giovanna è certa della sola voce che possa reclamare il diritto alla vita: il silenzio. Perché le voci sono molte, il silenzio è uno. Attraverso un paese stordito, spolpato da un tempo asciutto, giungeranno fino alla Capitale per avanzare la loro muta richiesta di ascolto.
Un romanzo sui generis che si ispira al passaggio emblematico di Jeanne d’Arc nella storia, la ragazzina che assunse la colpa di due generazioni e la tradusse in un atto volontario di responsabilità: volle agire un futuro ancora da immaginare. Le tolsero la vita. Era scandalo il suo essere ragazza in un tempo e luogo restrittivi per le donne, il suo divenire condottiera di uomini, erano scandalo le sue vittorie e i suoi abiti maschili. Scandalo la sua consapevolezza.
(La sinossi da CartaCantaEditore)

Stralci da una recente intervista all’Autrice

Disegna fumetti, lavora come restauratrice di pitture murarie, studia canto lirico, si esibisce… Come vive questa vita da artista a tutto tondo, e con quale di queste realtà sente un più forte legame?

La vivo come una concatenazione. Sono sempre stata curiosa della materia, da buona artigiana. Lavoro con le mani e costruisco, perciò ho appreso i mestieri – tutti i miei mestieri – praticando; in ogni espressione diversa ho trovato una continuità di percorso. Creare architetture di parole sarebbe stato impensabile per me senza conoscere il potere evocativo, elementare di una canzone popolare o le vibrazioni dei colori quando si uniscono e si contrastano. Comunque, per rispondere alla sua domanda, il legame che sento più forte è con l’uso della voce, il che comprende anche la voce scritta.

“Un salto al buio”, del 2018, è il suo primo romanzo. Qual è la genesi di questa storia che parla di sentimenti e fragilità umane?

In realtà scrivo da decenni. “Un salto al buio” è stato il primo lavoro che ho deciso di pubblicare. L’ho usato per aprire la strada, diciamo così: di facile fruizione, surreale e poetico, con una trama fitta di incontri e una teatralità corale molto organizzata. Voglio bene a questo “romanzino”, come lo chiamo affettuosamente. Nato non da una vera urgenza, ma da profonda empatia. Narra il dramma di due padri che si incontrano in circostanze molto particolari e si riconoscono nel reciproco dolore. Un lavoro pervaso di ironia e leggerezza, ma anche ricco di sostanza.

Con “Le tre domande dell’angelo”, invece, fa un nuovo salto “al buio”, per citare la sua stessa opera: si addentra nei meandri della Storia analizzando il personaggio di Jeanne D’Arc, Giovanna D’Arco. Cosa l’ha spinta ad assumere proprio la voce di questa ragazzina?

In questo caso ho davvero seguito una necessità. La presenza di Jeanne d’Arc è stata grande nel mio immaginario e nella mia coscienza. Ho scelto di narrare la sua parabola di vita in modo trasversale: la storia di una ragazzina nata e cresciuta nella guerra che decide di assumere la colpa di due generazioni e tradurla in un atto volontario di responsabilità, per agire un futuro ancora da immaginare. E lo fa guidando una marcia silenziosa di studenti verso la Capitale. Chi conosce storicamente Jeanne troverà ogni particolare biografico, ma gli accadimenti sono filtrati attraverso una diversa attualità e trasformati. La vicenda è narrata da un testimone e ha un luogo e un tempo imprecisati. Direi un medio oriente contemporaneo, comunque intriso di Medioevo e visionarietà. Nel libro l’io narrante dirà “Cantare un eroe è accorgersi della mancanza e tradurla in pienezza. È colmare un vuoto dei tempi con rimasugli appassionati, è innamorarsi della pochezza e dei limiti e renderli ispirazione, è disconoscere la storia. Cantare un eroe è quasi la verità. Ho tentato di “cantare” Jeanne””.

Altro elemento fondamentale è costituito dalla figura dell’angelo…

L’angelo è stato il mio modo per affrontare il rapporto che Jaenne d’Arc aveva con l’assoluto, con le proprie visioni. Nel romanzo è con Giovanna a ogni passo, come presenza che interroga e non insegna. L’angelo è una figura senza ambiguità, sta esattamente in ciò che dice e tace la sua potenza. E le domande che rivolge a Giovanna, ai suoi studenti, sono rivolte anche a ognuno di noi. Per questo lascio l’interpretazione dell’angelo e delle sue tre domande a chi legge.

Katia Lari Faccendanata a Firenze nel Sessantadue, la casa dove vive trabocca di letteratura; il nonno fa il libraio. Esploratrice di parole, comincia a leggere molto presto, scrive e illustra le sue storie.  Artista e musicista: disegna fumetti, lavora come restauratrice di pitture murarie; studia canto lirico, e di tradizione orale, si esibisce su palcoscenico e in strada. Scrive da decenni: narrativa, teatro, canzoni. Il romanzo Un salto al buio è edito da CartaCanta nel 2018. Vive a Vinci, in collina, a pochi passi dalla casa natale di Leonardo.

Antonella Carta “Devi andare Nì”, Mursia

In libreria il 16 luglio

Mursia

«“El niño del santo?” chiese suor Consuelo sorridendo al piccolo anonimo che la fissava in silenzio. Così Niño Del Santo fu il suo nome, ma per tutti, tranne che per lei, da allora soltanto Nino.»

Nino è figlio della vergogna. Abbandonato in uno scatolo e portato al convento da un angelo sconosciuto, viene accolto da una famiglia rude e numerosa. Ancora bambino scopre brutalmente la verità e inizia a cercare il proprio posto nel mondo. L’incontro con Dela gli fa credere che tutto sia possibile. La vita che costruiscono insieme rischia però di frantumarsi quando il passato torna a chiedere il conto. Nino si trasforma in qualcuno di cui aver paura, ma Dela lo difenderà fino alla fine dimenticandosi di sé.
Va oltre il tempo, questo racconto. Quando sembra concluso, torna indietro: un passo nel tramonto, per ritoccarlo d’alba.

Incipit:

«Il freddo, per una sera, rinunciò al proprio silenzio. Provò a farsi voce, sfiorò gli occhi aperti del neonato dentro lo scatolo di cartone e gli volle cantare una ninna nanna perché il primo sonno non fosse agitato. Si accorse così di non avere canzoni. La coperta era lì, in imbarazzo per l’abbraccio che tentava di simulare, perché a quegli occhi aperti probabilmente la differenza non era sfuggita. Qualcuno, pescato a caso dal ripostiglio del destino, si accorse dello scatolo per strada, controllò, e vide che dentro taceva un bambino. Quindi di corsa al convento, prima che fosse tardi, dalle suore cui ogni tanto il Signore mandava un bimbo così, rifiutato. Una ragazza piangeva poche case più in là, con le mani sul ventre svuotato e il pensiero al figlio che le avevano appena portato via. Svuotata, anche lei. Le avevano messo tra i denti un fazzoletto perché i vicini non la sentissero gridare. Aveva trascorso chiusa in casa gli ultimi mesi della gravidanza, mentre tutti sapevano che era fuori, ospite di certi parenti. Le dissero che il tempo l’avrebbe guarita, che avrebbe sposato un uomo diverso, che sarebbe cresciuta»

Antonella Carta insegna Materie letterarie in un liceo. Dopo il romanzo Timoteo e il saggio Rousseau. Le fantasticherie, ha pubblicato con Mursia i romanzi Come nuvole di cotone (2020) e Come una pianta che spacca il cemento (2023).

Ethel Mannin “La strada per Be’er Sheva”, Agenzia Alcatraz

Tradotto in italiano il primo romanzo che nel 1963 ha raccontato la nakba, l’esodo forzato del 1948, dal punto di vista palestinese.

Traduzione di Stefania Renzetti

Postfazione di Tiffany Vecchietti

Alcatraz

È il 15 luglio 1948 e in Medio Oriente infuria il confliitto arabo-israeliano. Le truppe delle Forze di Difesa Israeliane occupano la città palestinese di Lidda e iniziano a uccidere o espellere la popolazione araba, causando l’esodo di un numero enorme di persone – in larga parte donne, anziani e bambini – costrette a camminare sotto un sole cocente sino alla città di Ramallah, in Cisgiordania.
In migliaia muoiono di insolazione, affaticamento e sete. Tra le persone che fuggono da Lidda c’è la famiglia di Butros Mansour, un proprietario terriero palestinese di fede cristiana, costretto a scappare insieme a sua moglie di origine inglese e al figlio di dodici anni, Anton.
Questa tremenda esperienza segna profondamente il ragazzo, che alla morte del padre, solo un anno più tardi, è costretto a trasferirsi in Inghilterra. Per Anton vivere in Inghilterra equivale a un vero e proprio esilio. Ma rimane in contatto con un’altra vittima della diaspora palestinese, un profugo musulmano a cui è molto legato, e nella sua mente prende vita una vera e propria ossessione: riuscire a tornare nella propria terra per infilltrarsi lungo la strada per la città di Be’er Sheva, anch’essa caduta in mano israeliana nel 1948, e unirsi alla resistenza. Per lui quella strada, che ora si trova nella Terra di Nessuno, finisce per incarnare il sogno di ogni palestinese – ritornare a casa. 
Scritto come reazione al celebre Exodus di Leon Uris (una sorta di narrazione epica della fondazione dello Stato di Israele) e pubblicato nel 1963, La strada per Be’er Sheva è stato il primo romanzo occidentale in assoluto a raccontare dal punto di vista palestinese la Nakba, la pulizia etnica operata dalle milizie sioniste nel 1948 e il conseguente esodo. Tradotto anche in lingua araba con grande successo, all’epoca della sua uscita è diventato un piccolo caso, tanto letterario quanto politico. Ma La strada per Be’er Sheva è prima di tutto un racconto emozionante, una vicenda umana scritta con grande maestria da un’autrice perfettamente a suo agio nel padroneggiare una materia che non ha mai smesso di essere scottante. E grazie alla passione umanitaria e al desiderio di giustizia che traspaiono dalle sue pagine, riesce a essere attuale ancora oggi, a più di sessant’anni dall’uscita, in questo momento terribile per il popolo palestinese.

La sincerità e l’empatia di Ethel Mannin guidano la narrazione. Non lo fanno attraverso il patetismo, o tramite gli strumenti del melodramma. La strada per Be’er Sheva sembra quasi trattenersi continuamente, situarsi in uno spazio ben de­finito, in equilibrio, con una certa dose di freddezza. Mannin sa che potrebbero accusarla dei crimini letterari qui sopraelencati. Ma non serve infondere di eccessiva emotività quello che ha raccolto tramite le interviste nei campi profughi o dai rifugiati che ha incontrato. La sua sincerità è talmente spiazzante, che compie tutto il lavoro. È la resistenza delle pietre scagliate contro chi ti schiaccia la gabbia toracica col carrarmato. Non serve aggiungere molto quando una fotogra­fia, un resoconto o un ­ filmato rivelano tutto. È la stasi che accompagna la polvere mentre si posa. (dalla postfazione di Tiffany Vecchietti)

Autrice estremamente prolifica, Ethel Mannin nasce a Londra nel 1900 e nel corso della propria vita scrive più di cento libri – oltre cinquanta romanzi, innumerevoli racconti, autobiografie e, diari di viaggio e saggi – senza mai preoccuparsi di seguire un determinato filone letterario, ma anzi muovendosi con notevole mestiere ed eleganza attraverso i generi. Esordisce nel 1923 e pressoché da subito si fa notare per il proprio impegno politico: è infatti sin da giovanissima un’attivista vicina a idee anarchiche e socialiste, fortemente anti-monarchica, femminista e antifascista, e queste inclinazioni non mancano di emergere, in maniera più o meno esplicita, in quasi tutto ciò che scrive. Viene a mancare nel dicembre del 1984, tenendo vivo sino all’ultimo istante lo spirito combattivo e anticonformista che l’ha sempre caratterizzata.
Nella collana Bizarre, Agenzia Alcatraz ha pubblicato il suo capolavoro gotico del 1944, Lucifero e la bambina.

Elisabetta Moro e Marino Niola “Gatti neri e specchi rotti. Perché siamo superstiziosi”, presentazione

Gatti neri, specchi rotti, giorni sfortunati, numeri fortunati, amuleti infallibili, talismani indispensabili, riti scaramantici. Sono pochi esempi di quello sterminato catalogo di superstizioni cui sin dalla notte dei tempi ricorriamo contro i rischi del vivere e le incognite dell’esistenza. Perché, nonostante i progressi della conoscenza, dell’alfabetizzazione, della tecnologia, l’immaginario scaramantico non conosce declino, anzi continua a moltiplicare i propri segni. Perché evidentemente non sono un residuo prelogico del pensiero ma un bisogno di spiegazione supplementare, l’illusione di controllare l’incontrollabile.(dal Catalogo Einaudi)

Si legge nell’Introduzione

“Quelle che chiamiamo comunemente superstizioni sono in realtà sistemi di credenze, simboli e comportamenti che vengono da molto lontano. Spesso neanche ne conosciamo l’origine. Le usiamo e basta, come facciamo con il linguaggio. Ignoriamo l’etimologia di ogni parola che usiamo, eppure continuiamo a parlare. In realtà piú che un residuo prelogico del pensiero, come vorrebbe un facile evoluzionismo sociologico, si tratta di una pulsione istintiva a scongiurare possibili situazioni avverse. Come se la mente mettesse le mani avanti per avere l’impressione di poter esercitare un controllo sull’esistenza. In realtà le superstizioni servono a dar senso agli aspetti piú oscuri e sfuggenti del mondo, della natura, della società. E soprattutto ci aiutano a riconoscere e controllare le nostre ansie, paure, insicurezze dando loro un volto, una forma e persino un numero”.

Stefano Bartezzaghi sulla pagina di Repubblica (venerdì 4 luglio 2025) scrive che secondo gli autori superstiziosi lo siamo un po’ tutti; l’intenzione dell’opera è quella di offrire una panoramica sulla scaramanzia quotidiana ritenuta “sostanzialmente innocua”, di evidenziare il legame tra oggetti e credenze in un parallelo linguistico (ad esempio in quelle legate allo specchio “in etimo comune con lo spettro”), e di inserire “nelle sue connessioni storiche, letterarie e appunto antropologiche” l’insieme degli oggetti, colori, nomi e quant’altro, abbinato alle principali superstizioni.

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