Luca R. Martini “Il tempo dopo”, recensione di Rita Bompadre

Copertina della silloge di Luca R. Martini "IL tempo dopo", recensione di Rita Bompadre, Di Felice Edizioni

Il tempo dopo

Essere il niente che mi fa compagnia
nella casa disertata. Di nuovo
sono comparse le nuvole. Di nuovo
l’edificio è crollato.


La paura è più forte di ogni cerimonia

Di Felice Edizioni

Prefazione di Eliza Macadan

“Il tempo dopo” di Luca Raul Martini (Di Felice Edizioni, 2026 pp. 56 € 10.00) racchiude un profondo significato filosofico ed esistenziale, esteso come fondamento interpretativo nel passaggio e nella trasformazione della consistenza del tempo. La poesia di Luca Raul Martini attua una rifinitura cognitiva ed emotiva, quasi successiva, delle proprie vicissitudini, nella sfumatura biografica e riservata del dopo, traccia una linea di confine tra una condizione di marcata frammentarietà e una nuova verità da affrontare, fatta di tangibile e superstite salvezza, in un contesto elegiaco sopravvissuto ai trami e alle angosce dell’uomo.
L’autore riesce, con valida e persuasiva attitudine intellettuale, a rappresentare la capacità di collocare gli oggetti che abitano la poesia in un confronto diretto e concreto con un’evoluzione nella mente e nel cuore, sposta la sua preziosa attenzione verso un’ordinarietà concreta, elegge la realtà come centro dell’ispirazione artistica. Condensa il concetto estetico di una poetica consistente in un procedimento creativo che esprime e trova nella materia  pratica e quotidiana l’effettivo strumento espressivo degli arredi interiori, l’elemento colmato di un valore emotivo, le immagini esplorate nella loro dinamica fisicità, evoca le sensazioni attraverso i dati sensibili e materiali di un sentimento.
Luca Raul Martini trova nella trasparenza e nella meraviglia delle testimonianze ordinarie, un affollarsi di contenuti solidi e lucidi, che rappresentano la conoscenza dell’uomo e riescono a suscitare una suggestione.
I versi di Luca Raul Martini sono protagonisti d’infinità, integrano un’arte quasi figurativa, in cui la collocazione dei desideri tra le liriche opera una illuminante conseguenza delle idee, attua i cambiamenti e riorganizza il vissuto attraverso la fase di riformulazione e assorbimento delle stagioni umane, permette di superare la barriera tra il passato e il presente, legandosi all’orientamento di una prospettiva del rimanere. Esamina un confronto costante tra il valore dell’esperienza e l’equilibrio delle aspettative per ritrovare un tempo presente, per formulare la riservatezza e la delicatezza della saggezza, preservare l’unicità delle percezioni, comprendere la consapevolezza di un ritratto temporale mutevole intorno all’instabilità delle scelte e dei legami.
“Il tempo dopo” non concede un registro enfatico e artificioso, utilizza dichiarazioni astratte, associate all’indagine dettagliata di una argomentazione di frazionamento delle parole, dove l’entità inanimata acquista una sua viva individualità indipendente, una funzionalità esterna da interrogare o da contemplare per tutto ciò che è posto innanzi al pensiero e alla vista, nell’esistenza  plastica, silenziosa e autonoma.
Luca Raul Martini consegna ai lettori una memoria altra, un’oggettività impassibile, un trasferimento immersivo in un territorio dotato di una funzione fenomenologica, coglie la poesia dall’interno e la affranca dalla sua funzione per lasciarla essere semplicemente nel mondo, riconoscendone il suo fluido naturale. La densità spirituale ed esistenziale dei versi acquista una persistenza, cattura la necessità di riconciliarsi con il mondo e di elogiare il rigore degli attraversamenti, creare una relazione autentica con le cose, lasciare parlare le emozioni. Il termine dopo come un’eredità del tempo, una presenza oltre il percepibile, il ponte emotivo e identitario di una reazione che perdura dopo di noi, vincolo di tutto ciò che esiste.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Luca Raul Martini vive a Milano. Ha sempre lavorato nel campo della comunicazione e ha pubblicato racconti in libri, riviste e testate on line. Nel 2017 è uscita la raccolta di poesie “Tra due stazioni”. Scrive sul blog di letteratura e cinema Allonsanfan.

Rita Pacilio “La prima parola”, recensione di Rita Bompadre

La prima parola non è soltanto una poesia: è un fiume di vita che scorre e rifluisce, un respiro che intreccia memoria, spiritualità, fragilità e forza. (dalla postfazione di Eliza Macadan, Di Felice Edizioni)

Copertina del volume di poesia di Rita Pacilio "La prima parola", Di Felice Edizioni

“La prima parola” di Rita Pacilio (Di Felice Edizioni, 2025 pp. 64 € 10.00 ) è una dichiarazione biblica di principio, immersa nel profondo significato teologico e simbolico di una poetica che contiene già in sé, in nuce, il valore e la direzione di una dedizione spontanea e sensibile.

Rita Pacilio conferma il primato della parola, come azione creativa rivolta alla manifestazione di un atto d’amore e di comprensione verso qualcosa che supera la misura ordinaria del tempo e della vita, oltre la nostra esistenza e il nostro orizzonte. La ricerca filologica ed esegetica di Rita Pacilio estende l’espressione di una funzione della scrittura a sostegno di una rivelazione spirituale e razionale, agisce sulla relazione caritatevole con la memoria e interpreta una esperienza compiuta e matura, approfondita in una forma stilistica originale e omogenea.
L’opera poetica infatti si svolge in un unico componimento, originario e primordiale, realizzato con una prospettiva emblematica sull’osservazione sapiente e sacra della realtà e dell’uomo, in cui la fonte celebrativa del linguaggio è lo strumento demiurgo, dà forma alla materia, ne plasma il contenuto, dichiara la prima parola come segno di confessione interiore e preghiera.
Rita Pacilio consegna al lettore la sua armonia evangelizzatrice, distende l’ordine ciclico dei versi, a testimonianza di un itinerario esistenziale, filosofico e religioso verso la contemplazione e l’accettazione suprema della vita, analizzata scrupolosamente nella fedele ed empatica direzione di una sintonia di ricordi, attraverso la fragilità della natura umana e il sentimento pulsante delle aspettative. Alimenta la speranza e il desiderio, mantenendo viva la capacità di consacrare, alla radice romantica e lirica di ogni presenza viva, complice del suo cammino, l’invocazione a una sublime energia divina, in grado di assegnare il sostegno, il discernimento di ogni percezione antica e liturgica, idealizzata nel contesto presente, di riconoscere, nella caducità, la consapevolezza, nell’essenzialità l’intensità di una fermezza morale.
“La prima parola” pronuncia la saggezza di una dimensione trascendente, sedimentata in un solido e premuroso riferimento della biografia degli affetti, ancorata in un impercettibile e mistico esercizio ascetico dove l’approccio teologico sostiene il dono di una presenza dilatata, ideale, aperta alla misericordia.
Rita Pacilio espone la sua riflessione ermeneutica intorno alla disposizione generosa verso l’altro, riflesso dell’amore di Dio, alla grazia del bene che trasforma il cuore e si mostra nella benevolenza quotidiana. La potenza ipnotica del libro seduce l’attenzione alla lettura, affascina il richiamo ieratico di una solenne, ispirata comunicazione con la volontà di affermare l’importanza e l’eredità dei vincoli familiari e ristabilire dal passaggio inevitabile del dolore la consolazione e la letizia dell’anima. Rita Pacilio rende la fede nella dignità umana, rischiara il buio delle coscienze, ricompone l’incrinatura delle sconfitte. Risana la luce e la verità della salvezza, attraversa la finalità docile e accogliente della compassione, si fa lingua dell’innocenza in un mondo dominato dalla malvagità. In un rituale che esplora il mistero della vita, il respiro di “La prima parola” avvolge la continuità di un verbo assoluto, tradotto nel luogo delle evocazioni emotive, nella terra e dentro di noi, come rappresentazione della nostra origine. Un ponte invisibile tra l’ascolto e l’umiltà di ogni parola pronunciata in limine di un’offerta introspettiva.

Rita Pacilio è poeta e scrittrice. Nasce a Benevento nel 1963 e vive sulle colline sannite. Sociologa di formazione e mediatrice familiare di professione, da oltre un ventennio si occupa di poesia, musica, narrativa, letteratura per l’infanzia, saggistica e critica letteraria. Direttrice del marchio editoriale RPlibri. Al suo attivo ha più di quaranta pubblicazioni. Recenti lavori: “Così l’anima invoca un soffio di poesia” (Marco Saya Edizioni, 2023) “Si è fatto preghiera – San Francesco d’Assisi otto secoli di umanità e ispirazione” (RPlibri, 2024). È stata tradotta in undici lingue.

Paolo Parrini “Imparare a dirsi addio”, recensione di Rita Bompadre

Copertina della raccolta di poesie di Paolo Parrini, Samuele Editore.

Samuele Editore

“Imparare a dirsi addio” di Paolo Parrini (Samuele Editore, 2025 pp. 126 € 15.00) affronta il tema sensibile della perdita come una scelta consapevole che trasforma il dolore nella tenerezza dei ricordi, un metodo per esprimere una vicinanza coraggiosa laddove l’assenza si riassesta nella percezione del mondo e nella sua eredità. Paolo Parrini concentra l’elaborazione del proprio vissuto nella necessità ineluttabile della separazione attraverso lo svolgimento di una energia poetica,
nell’omaggio alla continuità, supporta il legame interiore, dilata l’esperienza delle reazioni affettive.


Quando si spegne la luce
e i morti vengono a trovarmi
nella nebbia fine che entra
nel respiro, allora non occorre
alcuna voce, bastano i brividi

l’odore della pelle di chi si è amato.



La poesia di Paolo Parrini è come un rovo trafitto nel corpo e nell’anima, maturato nel varco simbolico di una protezione e manutenzione emotiva, a difesa di una capacità evocativa di resilienza, in grado di custodire e intonare la natura penetrante e tenace dei sentieri introspettivi.
Si insinua come il profumo di un soffio vitale, unisce passato e presente, estrae il solco della sofferenza nelle pieghe desolate dell’assenza, l’incisione della nostalgia nelle impronte familiari del distacco.
Il libro raccoglie la vulnerabilità umana e l’identità indelebile di una sincera testimonianza trascorsa nella fugacità e nella transitorietà delle occasioni, con la preziosa dignità dello spazio e del tempo dell’esistenza, la condivisione di ogni tagliente intreccio della vita. Integra la linea di confine della malinconia nella fiduciosa conversione di ogni congiuntura con la rinascita istintiva del modo in cui abitiamo il mondo. Include la frattura sradicata degli eventi come sospensione sentimentale, lesione tangibile delle relazioni, aggiunge, nella crescita personale e nella prospettiva quotidiana della cura, il rituale di conclusione, la liturgia prolungata alla dedizione d’amore, il vuoto della mancanza incarnato pienamente e saggiamente nelle parole.
Paolo Parrini consegna ai lettori un’immersione lenta e inesorabile nella disperazione, ma anche una cognizione di un orizzonte che rende visibile la soglia di una lontananza, avvicina l’equilibrio delicato dell’uomo alla fedeltà delle abitudini, alle incrinature nel tempo, nel mestiere di vivere, esorta a indagare l’abisso per riuscire ad accogliere i fantasmi dei conflitti inconsci, l’invocazione immaginaria di una presenza che ci prende per mano e ci accompagna verso la conoscenza anche drammatica di noi stessi, in bilico tra debolezza e resistenza. Descrive l’espressiva commozione di un’entità arcana, sovrannaturale, nascosta nell’invisibile segretezza della memoria, affonda il respiro ancestrale dei luoghi nella rivelazione di una traccia palpabile, mai sepolta del tutto, ripercorre le immagini rarefatte, consente all’eternità di riaffiorare in tutta la sua forza lirica, travolge il passaggio struggente del congedo come un avvenimento toccante che inghiotte la superficie oscillante degli oggetti, si nasconde negli angoli bui delle stanze, nelle stagioni del cuore, nel silenzio instaurato fra smarrimenti sgombri di parole, nel nome, nel corpo, nella voce. Riempie il calore originario, sussurra nella nudità essenziale dei versi l’elegia del disincanto, abbandona l’ombra esitante della separazione, ancorata al pertugio disabitato e privato di un canto delle vertigini. Difende le pareti che hanno assorbito i giorni e restituito all’appartenenza il ritorno della dolcezza, il momento di pronunciare il suono per tornare alla luce e riconciliarsi con le proprie ferite.
Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/