Otello Marcacci “Tempi supplementari”, la quarta di copertina e alcuni stralci

In libreria dal 25 marzo
Alcuni stralci
I giorni seguenti furono frenetici ed estenuanti. Ci demmo sotto con gli allenamenti perché mancavano solo due settimane alla partita, ma c’era anche da seguire la classica routine della colonia e le attività sulla spiaggia, così che, quando arrivavamo a sera, eravamo distrutti fisicamente. Fu un periodo di grande impegno e autodisciplina. Tutti evitavamo di mangiare dolci, persino Ramon e Cristiano, che erano i due che facevano più fatica a starci lontano. Ci svegliavamo presto e andavamo a correre intorno al grande edificio fino a sentire i polmoni che bruciavano e i nostri corpi che pulsavano energia. C’erano una tale sicurezza e bellezza particolari in quella follia, che come per magia ci sembrava possibile davvero ogni cosa. Sentivamo la smania di spingerci fino al limite delle nostre possibilità e anche oltre, perché, anche se nessuno lo avrebbe mai ammesso, in fondo speravamo in una vittoria. Ci pareva di galleggiare come se una zattera invisibile ci tenesse sollevati da terra. Il nostro entusiasmo ben presto contagiò anche gli altri bambini della colonia. Non c’era angolo dentro la pineta dove non si parlasse della sfida che avevamo lanciato. Forse eravamo del tutto incoscienti o forse seguivamo un istinto tratto da libri di scienze naturali che ancora non avevamo mai aperto. Tranne Marco e forse un po’ Paolo, eravamo tutti senza tecnica di base; ma che cos’è la tecnica se non assenza di passione? E noi di quella ne avevamo da vendere. 
 
L’ultima sera che trascorremmo in colonia, con il rientro in città ormai alle porte e la partita dietro l’angolo, dopo un’altra giornata di allenamenti convulsi nei quali avevamo provato schemi avveniristici, cominciarono ad affiorare i primi dubbi e le prime crepe. «Ma se perdiamo, anche Ilenia e Rosy saranno costrette a correre nude?» chiese Bernardino. Che non fosse dell’umore giusto l’avevo capito vedendolo mangiare la verdura poco prima senza lamentarsi. Se l’era inghiottita lento come un ruminante e mi ero quasi ipnotizzato nell’osservarlo. Eravamo nel tavolo in fondo al refettorio, quello che dà sul lato ovest della colonia. «Non perderemo» disse Marco Cappelli sorridendo. Il viso di Bernardino si afflosciò, appoggiò le mani sul tavolo per alzarsi, lentamente i suoi lineamenti si ricomposero, drizzò la testa. «Sì, ma metti che succeda?» Il mondo fuori era un pubblico in attesa di uno spettacolo. Per quanto avesse chiaro che in panchina c’eravamo noi a tenergli la mano, l’idea della sconfitta gli incuteva timore. E non era l’unico. «Non lo farò» disse ancora, «perché non hanno alcun diritto di umiliarci». Paolo si aggrappò al mio braccio e cercò di scuotermi. «Se perdiamo ti piglio a calci in culo per l’eternità». 
Otello Marcacci