Francesca Cheyenne Roveda “Avevamo i capelli lunghi”, Mursia Editore

Postfazione di Alessandra Moro

Mursia

«Gli anni vissuti respirando l’aria di un’aula le avevano forgiate e allenate a essere quello che sarebbero diventate. Nella compartecipazione di gioie e sofferenze si era creato un legame indissolubile, della cui forza non erano consapevoli, mentre lo vivevano.»

Irene ha raggiunto quell’età in cui si percepisce vecchia senza essere diventata adulta. Nel bilancio della sua vita sente di aver combinato poco o nulla: confinata in uno sperduto borgo della campagna veneta, vive ossessionata dall’ordine e dalla pulizia. Un’inaspettata rimpatriata di classe, però, diventa l’occasione per ritrovarsi con le amiche perse di vista dai tempi del liceo: Beatrice, con una famiglia all’apparenza perfetta, e Rebecca, ex promessa del mondo dello spettacolo e ora alle prese con una brutta malattia. Il destino che le ha fatte incontrare di nuovo, a distanza di decenni, sembra avere in serbo per loro un finale che, forse, può ridare speranza a chi guarda ormai la vita con amara disillusione.

Dalla Postfazione:

«Avevamo capelli lunghi significa ≪come eravamo≫ e ≪quando eravamo≫: le tre protagoniste, amiche da ragazze, si ritrovano ormai donne, in quell’età dei cinquanta, avanzata per ripetere follie (ed errori) di gioventù, ma non troppo per non poter essere ancora spalancata su sogni e progetti. C’è molto di autobiografico: l’autrice ha vissuto direttamente o indirettamente ogni pagina e questo ne fa un’opera sincera e autentica. Scrivere è servito a Francesca per trovare uno strumento di rigenerazione, dopo una profonda esperienza personale che l’ha portata a un passo da rendere questo libro non più che appunti postumi; dunque, come un’araba fenice, ora lo ha concluso, ripercorrendo anni e fatti che non sono poi così lontani nel tempo ma assai nello spirito. Eppure siamo qua, a riguardarci, a confrontarci e a guardare avanti. Migliori? Peggiori? Diversi, sicuramente più consapevoli di noi stessi

Dichiara l’Autrice:

«Ho scritto questo libro di getto, in due/tre mesi al massimo. È stato in parte un atto catartico: c’è molto di autobiografico, ma in una veste romanzata. Volevo che vi si riconoscessero quante più persone possibile e nessuna in particolare, me compresa, grazie al meraviglioso artificio della finzione»

Francesca Roveda (Verona, 1971), detta Cheyenne dai tempi in cui lavorava a Match Music come vee jay, si è laureata in Storia del teatro e dello spettacolo presso la Facoltà di Lettere di Padova. È stata una conduttrice televisiva ed è attualmente speaker radiofonica di RTL 102.5. Ha pubblicato Generazione MMStoria di una gioiosa anarchia televisiva (2014), scritto con Michele Michelazzo, e ha collaborato, con Massimo Fini e Eduardo Fiorillo, alla stesura di Massimo Fini è Cyrano (2005).

Simone Valmori “Il figlio di Leonardo.Il segreto di Caterina Sforza torna a macchiarsi di sangue”, Mursia Editore

Mursia

Un thriller storico diviso in due filoni temporali distinti, presente e Rinascimento, che crescono in simbiosi alimentandosi entrambi di un mistero celato in un dipinto conservato a Forlì, la Dama dei Gelsomini. 

Un ingegnere dall’animo avventuroso e una guida museale con un passato nascosto si trovano ad affrontare una pericolosa organizzazione. Nel mentre, in pieno Rinascimento italiano, Leonardo Da Vinci e Caterina Sforza nascondono un segreto che potrebbe cambiare il mondo. Una storia che attraversa i secoli, rivelando un legame indissolubile tra passato e presente.

Dichiara l’autore: «Il romanzo contiene informazioni e rivelazioni riguardanti la paternità di Giovanni dalle Bande Nere. Una delle mie scoperte più significative si concentra sulla Pala dei Tre Arcangeli di Marco D’Oggiono, pittore di scuola vinciana, dove Valmori ha identificato il nome “Lionardo” nascosto nel collo dell’Arcangelo Gabriele come fosse un indovinello irrisolto da 500 anni. Perché questa interpretazione mette in luce una possibile analogia biografica tra il pittore e l’angelo che annunciò non solo la nascita di Gesù, ma anche quella di Giovanni Battista? Il motivo è semplice, il nome che Leonardo deve aver dato a suo figlio è proprio Giovanni. Lo attesterebbe il famoso dito alzato che Leonardo ritrae nelle sue opere e che non sarebbe più un ammonimento, ma l’affermazione di sé stesso e del figlio. In questo modo si spiegherebbe il motivo per cui il dipinto del San Giovanni Battista di Leonardo, che rappresenta un adolescente ritratto all’età di 14 anni, è uno dei pochi che il pittore vorrà con sé fino alla morte ad Amboise, in Francia. Tutta l’arte svelata nel romanzo supporta questa teoria.  Attraverso un’analisi approfondita del Cenacolo di Santa Maria delle Grazie, ad esempio, arrivo a determinare una data di nascita come nella soluzione di un rebus, il 6 aprile 1498, che coincide proprio con il giorno della nascita di Giovanni dalle Bande Nere, figlio di Caterina Sforza e tradizionalmente riconosciuto al Popolano. Tuttavia, secondo il romanzo, ci potrebbero essere stati incontri segreti tra Caterina e Leonardo, che hanno portato al concepimento di un figlio illegittimo. Altri artisti della cerchia di Leonardo lo confermerebbero in decine di opere, come nella Natività Mistica di Sandro Botticelli, dove un padre è l’unico a celarsi il volto in maniera enigmatica e dove un misterioso cartiglio farebbe riferimento non al periodo in cui nacque Gesù, ma ancora una volta all’aprile del 1498. Teorie innovative che accompagnano il lettore in un dibattito stimolante sulla figura di Leonardo da Vinci e la possibilità che abbia davvero avuto un figlio da una donna che come lui amava l’arte, la scienza e gli esperimenti che, come descritti nei disegni di Leonardo, potrebbero aver generato una vita all’insaputa di tutti.»

Simone Valmori (Forlì, 1977) vive a Forlì. Laureato in economia di internet opera in ambito educativo come professionista del fundraising e della comunicazione. Impegnato nella valorizzazione della cultura del suo territorio, attualmente ricopre il ruolo di Presidente del Museo Interreligioso di Bertinoro. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni tra cui un gioco di società sulla Romagna dal titolo Forum Livii: un’avventura alla conquista del Paradiso (2022) il romanzo La Macchina dei Prodigi (2018) e L’Eredità di Leonardo(2011).


Umberto Guidoni “Sfidare lo spazio. Un astronauta racconta l’esplorazione del cosmo”

Entro la fine di questo secolo, i nostri nipoti lavoreranno sulla Luna, vivranno in avamposti permanenti su Marte e utilizzeranno materie prime provenienti dagli asteroidi:  in una parola, l’umanità diventerà una vera specie interplanetaria

Mursia

Il 4 ottobre 1957, il mondo intero assistette al lancio dello Sputnik 1, il primo “compagno di viaggio” della Terra, l’evento che ha segnato l’inizio della sfida spaziale. Oltre sessanta anni dopo, i viaggi nello spazio sono diventati una realtà. Tra qualche anno torneremo sulla Luna, le prossime generazioni vedranno Marte dalla visiera di un casco ed esploreranno le lune dei giganti gassosi, e la “frontiera spaziale” si sposterà sempre più lontano dalla Terra, fino ai limiti del nostro Sistema Solare e oltre, verso lo spazio profondo, verso pianeti di altre stelle e, forse, potremo imbatterci in altre forme di vita o in vere e proprie civiltà extraterrestri.

«Il 2037 potrebbe essere la data per la prima missione con equipaggio verso Marte. Il veicolo cargo di supporto lascerebbe la Terra 2 anni prima, nel 2035, seguendo una traiettoria di minima energia che lo porterebbe a raggiungere Marte in poco più di 200 giorni. Il volo degli astronauti avverrebbe nel 2037 con tempi di transito di circa sei mesi per l’andata e altrettanti per il ritorno. Con un tempo di permanenza su Marte di un anno e mezzo, la durata totale della missione si aggirerebbe intorno ai 900 giorni. Buona parte di questo tempo verrebbe trascorsa sulla superficie di Marte, mentre i tempi di transito interplanetario sarebbero ottimizzati per ridurre al minimo l’esposizione dell’equipaggio alle radiazioni solari e ai raggi cosmici.»

Umberto Guidoni è nato nel 1954 a Roma, dove si è laureato con lode in Fisica. Ha compiuto il suo primo volo in orbita nel 1996 ed è stato il primo europeo a salire a bordo della Stazione Spaziale Internazionale nel 2001. In veste di divulgatore, ha condotto rubriche sullo spazio in radio e TV, oltre a pubblicare libri per ragazzi, saggi e articoli. Per i suoi contributi, ha ricevuto la nomina di Grande Ufficiale e la medaglia della NASA per Exceptional Service. Gli è stato dedicato l’asteroide 10605-Guidoni. Con Mursia ha pubblicato insieme a Donato Altomare il romanzo Wormhole (2022).

Adriano Morosetti “Il breve mestiere di vivere. Sanremo non è solo Festival”

Mursia Editore

Sanremo, quella ricca e televisiva che si prepara al Festival, ma anche quella meno nota fatta di corruzione, mafia, risse e spaccio, al centro de “Il breve mestiere di vivere. Sanremo non è solo Festival” (Mursia, pagg. 284, Euro 18,00), noir d’esordio di Adriano Morosetti, pubblicato nella collana Giungla Gialla di Mursia. Da anni sceneggiatore per la tv, Morosetti, con il suo stile visivo fatto di immagini, cattura immediatamente l’attenzione del lettore catapultandolo in una Sanremo fatta di luci e ombre.

«In onda, le solite immagini: il porto, le palme, i fiori, i vicoli in festa. Nessuno doveva vedere il vero volto della città e scoprire ciò che nascondeva. Le telecamere dell’intera nazione erano accese su Sanremo, ma puntate, come sempre, nella direzione sbagliata.»

Febbraio 1993. Sanremo si prepara a ospitare il Festival e tra i numerosi giornalisti giunti a seguire l’evento, c’è anche Arturo Ferretti, tornato nella sua città natale come inviato di una scalcinata rivista di gossip. In una città messa sottosopra da troupe televisive, cantanti famosi e feste esclusive, Ferretti si ritrova invischiato nella morte di Nino, un vecchio amico. Per la polizia è un semplice incidente, ma troppe cose non tornano. Cinico e disilluso, il giornalista vorrebbe solo strappare uno scoop e andarsene, ma sa che non può farlo: per scoprire la verità e uscirne vivo, dovrà imparare a fare i conti con i fantasmi del passato, perché, come canta Enrico Ruggeri sul palco dell’Ariston, “il breve mestiere di vivere è il solo mistero che c’è”.

Adriano Morosetti è nato a Sanremo nel 1977. In passato è stato molto cose: giardiniere, barista, copywriter, autore televisivo. Da anni lavora come sceneggiatore di serie animate per la rai e il mercato internazionale. Il breve mestiere di vivere è il suo primo romanzo

Claudio Chiaverotti – Pierluigi Porazzi “Il re delle fate d’autunno.In fondo alle filastrocche è sempre buio” Mursia Editore

MURSIA

Collana Giungla Gialla

in libreria dal 22 febbraio

“Dall’incontro di due anime creative e da stima e ammirazione reciproca è nata prima un’amicizia vera e in seguito l’opportunità di scrivere insieme una storia, e questa storia è diventata Il re delle fate d’autunno.” (P. Porazzi, C.Chiaverotti)

«Dolcezza, un puntino quasi dimenticato su qualunque mappa stradale, qualche migliaia di abitanti, poche anime rimaste, la maggior parte vendute per molto meno di trenta denari. Tutti invece conoscono la fabbrica di prodotti chimici che dà lavoro alla maggior parte degli abitanti del paese, l’Ekta.»

Adolescenti, belle e con qualche segreto di troppo: sono le vittime di un serial killer che si fa chiamare il re delle fate d’autunno e semina terrore nello sperduto paesino di Dolcezza, in Friuli. Al caso lavora l’ispettrice Foscari che, con il suo vice Chiarloni, scava tra le torbide ombre di una provincia solo all’apparenza tranquilla. Chi è l’assassino? Perché uccide? E ha qualcosa a che fare con l’Ekta, la fabbrica che tutti in paese detestano e temono?

Incipit: 

A occhi chiusi, il tepore dell’ultimo sole dell’estate sulle guance le accende un lieve sorriso sulle labbra. Ha sempre amato l’estate, il caldo, le maniche corte, le corse da bambina nei prati della casa di montagna, le libellule. Sembravano piccole fate, le libellule. Amava vederle volteggiare intorno a lei, restare immobile finché una si posava sulla sua mano, e osservarle da vicino. Avevano occhi enormi, il corpo oblungo e quasi sgraziato, le ali così sottili e delicate che sarebbe bastato un tocco delle dita per distruggerle. In un istante, la sua mente è tornata a un passato simile alla felicità, allora inconsapevole, di una ragazzina che aveva davanti a sé infinite strade, infinite possibilità. Le sembra quasi di sentire ancora l’odore di erba tagliata dei campi.

Claudio Chiaverotti ha scritto le strisce delle Sturmtruppen, e dal 1989 lavora come sceneggiatore presso la Sergio Bonelli Editore. Ha scritto più di cinquanta storie di Dylan Dog, ha creato il personaggio fantasy Brendon e la serie Morgan Lost, in corso di pubblicazione. Ha diretto il cortometraggio I vampiri sognano le fate d’inverno?, miglior cortometraggio al XXXVII Fantafestival di Roma.

Pierluigi Porazzi ha pubblicato per Marsilio L’ombra del falco, Nemmeno il tempo di sognare e Azrael, premiato come miglior romanzo dell’anno nell’ambito dei Corpi Freddi Awards. Per Pendragon è uscito Una vita per una vita, scritto con il giornalista Massimo Campazzo, e per La Corte Editore La ragazza che chiedeva vendetta, Il lato nascosto, Mente oscura e Ritratti di morte. Ha pubblicato anche molti racconti in varie raccolte e antologie. Da uno dei suoi racconti è stato tratto il cortometraggio “La fotografia”, diretto da Luca Sabbatini.

André Van Lysebeth “ENCICLOPEDIA DELLO YOGA” 

Tutte le âsana passo passo. Hata Yoga

MURSIA

Le traduzioni italiane sono di Alberto Guidi, Barbara Mirò e Umberto Nuzzo

Illustrazioni: © Lise Herzog

André Van Lysebeth, primo maestro occidentale dell’Hatha Yoga a essersi dedicato all’insegnamento di questa disciplina per molti anni, ci apre le porte di una vera e propria arte di vivere:

• Posizioni illustrate passo passo

• Errori da evitare e modi per correggerli

• Effetti benefici e controindicazioni per ogni postura

• Esercizi per imparare a respirare correttamente: il prânayama

• Consigli quotidiani su come scegliere l’alimentazione e digerire meglio, addormentarsi più facilmente, combattere l’invecchiamento…

• Principi di meditazione e rilassamento

Tecniche yogiche dettagliate per comprendere meglio il corpo e raggiungere il benessere fisico e mentale.

-Dalla prefazione di Willy Van Lysebeth, formatore di insegnanti Scuola Van Lysebeth (Parigi) Federazione Mediterranea Yoga (Catania):

«Accogliendo un centinaio di futuri insegnanti, André Van Lysebeth sorrideva a ciascun viso, a ogni sguardo. Vedeva in ognuno di loro gli allievi a venire. Allo stesso modo incontrava le innumerevoli persone che si dedicavano alla propria realizzazione attraverso lo yoga. Papà puntava anzitutto alla salute. Con tutto sé stesso, incitava alla realizzazione dell’intelligenza del corpo, alla bellezza, alla forza della vita. Diceva che la salute è una ricerca aperta, permanente e anche un dovere. La vita si realizza, si afferma nel minimo dettaglio attraverso una varietà di esercizi, di precetti e talvolta di «piccoli trucchi». La rivista di papà («Yoga») raccoglie numerosi consigli, alcune volte prosaici consigli d’igiene dentale o oculare, come anche pratiche fondamentali che assicurino benessere e protezione contro svariati mali. La salute vissuta nella pratica quotidiana è in risonanza con la vita sentita e concepita come una proprietà dell’Universo. Ascoltiamolo: «Per quanto diverse siano le forme che la vita adotta, già incredibilmente sulla nostra Terra, come nel resto dell’universo, noi non ne siamo separati, noi ne facciamo parte. E il senso della vita cambierà, diventerà più vasto, più cosmico, più entusiasmante. Che questo possa divenire una realtà per tutti, ecco quello che vi auguro di cuore!» Nell’ottica di André Van Lysebeth, la presente opera invita, attraverso il suo contenuto e grazie a un tocco di ludica creatività, alla piena realizzazione del potenziale dell’essere

André Van Lysebeth (Bruxelles, 11 ottobre 1919 – Perpignano, 28 gennaio 2004) è stato uno dei pionieri dello yoga in Occidente. Ha scritto diverse opere sullo yoga e una sul tantra. I suoi libri sono stati tradotti in decine di lingue e hanno raggiunto, in alcuni casi, tirature di milioni di copie. Il suo insegnamento ha influenzato un’intera generazione di insegnanti di yoga. André Van Lysebeth iniziò a praticare yoga all’età di 26 anni. Dal 1949 fu allievo di Swami Sivananda, dal quale riceveva istruzioni per via epistolare. Solo nel 1963 incontrò il suo maestro di persona a Rishikesh nell’India del Nord, poco prima della morte di quegli. Sivananda gli conferì il diploma dell’Accademia ‘’Yoga Vedanta Forest”” di Rishikesh. Successivamente, con la rivista specialistica Yoga, pubblicata in lingua francese dal 1963 al 2008, si fece conoscere in Occidente. Dal 1964 studiò con SriKrishna Pattabhi Jois . Nel 1965 fondò la Società Yoga del Belgio e nel 1972, insieme a Gérard Blitz (il fondatore del Club Méditerranée), l’Unione Europea di Yoga , ramo europeo della Federazione Internazionale di Yoga. Nel 1967 percorse l’India del Sud per conoscere le tradizioni locali di yoga. Il suo primo libro J’apprends le yoga fu pubblicato nel 1968 ed è pensato per lo stile di vita occidentale. Descrive tecniche per la respirazione di base e il rilassamento. Contiene le āsana della “Serie Rishikesh” di Swami Sivananda (12 posizioni yoga di base tra cui “il saluto al sole” e le tecniche di pulizia interna. La descrizione delle āsana e delle loro varianti è meticolosa. Inoltre sono evidenziati i tanti errori in cui si può incorrere con l’auto apprendimento.  I suoi libri sono tradotti e pubblicati in italiano per Mursia.

Luigi Guelpa “Li chiamano anche Portieri”, Mursia Editore


Prefazione di Guy Chiappaventi

Mursia

Il portiere è un avventuriero chiamato a gesti di grande responsabilità. È dispari, solitario, l’unico deputato all’uso delle mani. Le sue parate strappano applausi, i suoi errori non si possono cancellare. Li chiamano anche Portieri (Mursia, pagg. 222, Euro 17,00) è un viaggio che parte dalle origini del ruolo fino ai giorni nostri e oltre. È un’antologia di 44 portieri, una cavalcata che prende il via con Jimmy Foulke, il pioniere e pachidermico guardiano britannico dell’Ottocento, e taglia il traguardo con Jo Hyeon, che si ispira ai cartoon di Holly e Benji. Nel mezzo ci sono i folli dell’area di rigore, come Hugo Gatti che si abbronzava appoggiato al palo della porta, o Roberto Rojas che si tagliò il viso con un bisturi per tentare di vincere la partita della vita e compiacere Pinochet, oppure Gordon Banks, che rimase tra i migliori al mondo anche cieco da un occhio. Sono storie uniche, autentiche, al limite del paradosso. Storie di portieri.

Dall’introduzione:

«Quello del portiere non è un ruolo. È una vocazione. Sta da solo in un gioco di squadra. Usa le mani mentre tutti gli altri i piedi. È confinato in un recinto lungo sedici metri. È l’ultimo guardiano della trincea, non può sbagliare. Se fallisce lui, la squadra capitola. L’errore non ha rimedio e può essere indimenticabile […]. Esistono due categorie di portieri. I pazzi e i regolari. I primi sono eccentrici, giocano per lo spettacolo e i fotografi, gatti messi sulla linea di porta, volano da un palo all’altro, qualche volta escono dall’area, dribblano, calciano punizioni e rigori. In questo libro ce ne sono diversi, il clown Pfaff trafitto da Maradona, il surfista Campos che disegnava i suoi completi e allevava cavalli, Chilavert il politico, il soldato della Rhodesia Grobbelaar-Spaghetti legs […]. Poi ci sono i portieri regolari, quelli che basano tutto sul piazzamento e concedono poco allo spettacolo. I freddi che si esaltano poco e raramente fanno una cappella. Sono una minoranza perché il portiere deve essere un po’ matto: non so se si possa inserire in questa categoria William Henry Foulke (il suo è il primo capitolo), portiere XXL inglese a cavallo tra fine Ottocento e primi del Novecento, mangiava dieci bistecche prima della gara, pesava così tanto che occupava tutta la porta e, quando usciva in presa alta, «oscurava il sole, ma era un peso massimo con l’agilità di un galletto». In questa categoria di portieri «assennati» (avete capito che non è la mia tazza di tè) scelgo il mito Dino Zoff. Uomo antico, è il francobollo di Guttuso con le mani sulla Coppa del mondo, un friulano silenzioso e quasi muto che era stato delegato a parlare con i giornalisti durante il silenzio-stampa dell’82, poche scene e molti fatti, crocifisso per i tiri da fuori presi in Argentina, si riscattò in Spagna con la parata all’ultimo minuto contro il Brasile sul colpo di testa di Oscar, la palla bloccata sulla linea di porta: fu forse l’unica volta in cui lo vedemmo agitarsi, fare segno ai brasiliani che «no, non è entrata», ci si gelò il sangue, la gloria è questione di centimetri». (Guy Chiappaventi)

Luigi Guelpa è nato nel 1971 a Vercelli dove vive. È un giornalista professionista che da oltre trent’anni racconta i conflitti di mezzo mondo (Balcani, Siria, Iraq, Libia, Ucraina) per alcune tra le principali testate nazionali, tra le quali «Il Foglio» e «Il Giornale». Autore per Rai Due, spesso si affida allo sport per trovare una diversa chiave di lettura nel narrare gli aspetti sociali e di vita quotidiana dei Paesi in cui è inviato. Nel 2010, con Il tackle nel deserto, ha vinto il Premio Selezione Bancarella Sport.

Elenco dei portieri citati nel libro

OLE SHOVKOVSKYI 2022 Il ribelle che sfida Putin (prologo)
WILLIE HENRY FOULKE 1894 Voglio una vita spericolata… a tavola
BERT TRAUTMANN 1944 Il soldato di Hitler che diventò idolo della regina Elisabetta
MOACIR BARBOSA 1950 Condannato all’ergastolo per non aver commesso il fatto
HARRY GREGG 1958 L’eroe dell’aereo maledetto
RI CHAN MYONG 1966 La zanzara coreana che affossò l’Italia
ROBERT MENSAH 1971 Isaac, che uccise la leggenda
GORDON BANKS 1972 Con uno occhio solo, a difesa del fortino
DIMBI TUBILANDU 1974 Il gatto di marmo della villa di Mobutu
HENRY FRANCILLON 1974 Tra calcio, sesso e voudù
JAN JONGBLOED 1974 Una passione sfrenata per le bionde… da fumare
JURGEN CROY 1975 Il socialista modello che disse no a Honecker
HUGO GATTI 1977 Emozioni da luna park quando gioca El Loco
RONNIE HELLSTROEM 1978 Il “figlio” delle madri di Plaza de Mayo
RAMON QUIROGA 1978 L’inconsapevole alleato della dittatura argentina
VOLKER IPPIG 1981 Il cuore che davvero batteva a sinistra
KEVIN O’CALLAGHAN 1981 Fuga per la Vittoria di un portiere che non era portiere
NIGEL SPINK 1982 L’attore di Ken Loach prima di Ken Loach
MEHDI CERBAH 1982 Tra la gloria e il doping di stato
THOMAS NKONO 1982 Il gigante d’ebano e la mamma bianca
HARALD SCHUMACHER 1982 Il cerbero che Pertini trasformò in uno scolaretto
VALDIR PEREZ 1982 Volevo solo far volare gli aquiloni
DINO ZOFF 1983 Un’ultima volta, prima che il mito ceda il passo all’uomo
BRUCE GROBBELAAR 1984 Dalla guerra in Rhodesia agli spaghetti molli
LUCKY AGBONSEVAFE 1985 Morto almeno una dozzina di volte, ma ancora vivo
HELMUTH DUCKADAM 1986 Davide contro Golia nella Romania di Ceausescu
RAAD HAMMOUDI 1986 Un pallone contro le bombe di Saddam
HECTOR ZELADA 1986 Un fantasma alla Coppa della Mondo
JEAN MARIE PFAFF 1986 Il pazzo artificiale che sarebbe piaciuto a Baudelaire
TINO LETTIERI 1986 Tutte le strade non portano a New York e a “broccolino”
ROBERTO ROJAS 1986 Quando al condor spezzarono le ali
ANTONIO JESUS 1987 La maledizione dei portieri portoghesi
JENS MARTIN KNUDSEN 1990 Il berretto della provvidenza nell’isola delle pecore
RENE HIGUITA 1990 Plata o plomo? L’amico di Pablo Escobar
SERGIO GOYCOCHEA 1990 L’uomo che mandò in frantumi la Jugoslavia
JORGE CAMPOS 1994 Tutti i giorni è Un Mercoledì da Leoni
JOSE LUIS CHILAVERT 1999 Il bulldog seduttore di anime
FABIEN BARTHEZ 2002 Il rugbista che voleva essere Serge Gainsburg
HOPE SOLO 2007 La prima e l’ultima della classe
RAFAEL KAPANGO 2010 L’influencer senza lo straccio di un solo follower
MENSAH NSOUHOHO 2011 Quando la vita vale meno di 1.000 dollari
FATIMA JUWARA 2016 Il sogno infranto nell’inferno del Mediterraneo
JO HYEON WOO 2018 Agile come un’anguilla, coraggioso come una tigre
MESHAAL BARSHIM 2022 Il mito calcistico del terzo millennio