ll 22 maggio sarà in libreria “è scritto” (così: tutto minuscolo), l’ultimo libro di Hans Tuzzi edito da Bollati Boringhieri. Ne parliamo con l’autore.

Copertina della raccolta di racconti di Hans Tuzzi dal titolo "È scritto", edito da Bollati Boringhieri

Storie vere nelle quali si avverte l’ala del destino, dice lei di questo suo ultimo libro. In che senso vere e in che senso destino?

Vere nel senso che sono accadute, e nel narrarle ho solamente aggiunto – o meglio: tolto – quel tanto che serve per rendere epifania un fatto della vita. Perché, ovviamente, nel momento in cui si scrive si scelgono un taglio, una prospettiva: un quadro non è una finestra. E destino perché… be’, quanti di noi non hanno avuto amici che per una improvvisa ragione non han preso quell’aereo, precipitato, quella nave, naufragata? Non sono tuttavia questi gli episodi che attraggono la mia attenzione. Il destino può essere benevolo o tragico, talvolta annunciato per bocca dei profeti e più spesso da segni quasi inavvertiti o misteriosi, e in genere ci viene incontro senza proclami. Quella che ci sembrò allora una disgrazia si rivela, oggi, salvifica, e le trombe del trionfo risuonano, a distanza, funeree. Avrei potuto scrivere, in merito, almeno una decina di altre storie vere di questo tipo. Da scrittore preferisco di gran lunga quei fatti che solamente dopo un certo tempo rivelano in modo drammatico la potenza di una sorte già scritta. Come nel caso di Edipo, per capirci.

Nel suo libro vi sono molte anonime persone comuni e pochi personaggi noti – dei quali in genere non fa il nome: penso a Diana Arbus o a Edison Marshall. Compare, nominato soltanto alla fine, anche Napoleone. Può raccontare ai nostri lettori un solo destino famoso che non ha scritto?

Quando il 4 gennaio 1960 la Facel Vega di Michel Gallimard si schiantò contro un platano sulla statale 5 presso Villeblevin, il premio Nobel Albert Camus – che spesso sosteneva come “la morte più stupida” fosse un incidente automobilistico – morì sul colpo, stampata sul volto un’espressione di orrore. Gallimard morì pochi giorni dopo mentre, sedute dietro, Janine e Anne Gallimard sopravvissero. Stavano tornando a Parigi dalle vacanze in Provenza, e Camus aveva già acquistato il biglietto del treno, trovato nella tasca del cappotto, accettando solo all’ultimo istante l’offerta di un passaggio in auto del suo editore. Nella valigia di Camus venne trovato il manoscritto inedito del romanzo Il primo uomo. Mesi prima, una cartomante consultata per gioco di società gli aveva rivelato che quello sarebbe stato il suo ultimo libro. Profezia accolta da Camus con divertita incredulità, visto che lo scrittore aveva appena quarantasei anni. Nel suo giovanile diario di un viaggio in Toscana si può leggere: “Quando sarò vecchio, vorrei che mi fosse concesso di tornare in questa strada di Siena che non ha eguali nel mondo e di morirvi in un fossato, circondato solo dalla bontà di quegli italiani sconosciuti che amo”.

Ma lei crede che tutto, come nel titolo del suo libro, già è scritto?

Il Fato il Caso la Necessità… e poi: l’arbitrio umano è libero o servo? Ma qui siamo già nella miseria del pensiero monoteista… Sono domande disperatamente senza risposta.
Il fascino del pensiero greco arcaico è nella sua compresenza di possibili. Caos non è il principio di tutte le cose ma, ingenerato esserci, è l’origine di cose che prima non erano, entità eterna che non esiste dall’eternità, e tutte le cose esistenti: il sole, la luna, i pianeti, le stelle, e la nostra terra con il mare, e i suoi monti, e i suoi fiumi, e alberi e erbe e ogni creatura vivente derivano dalla Notte del Caos primigenio. Poi, con l’esigenza di ordine, ecco che dal Caos si genera il Cosmo per atto di un potere eterno e ingenerato, divino – la Mente di Anassagora, il Demiurgo platonico, il Dio biblico il cui spirito aleggia sull’abisso prima di separare tenebra e luce. Troppo facile. Tuttavia la moderna scienza non se la cava meglio: porre l’origine dell’Universo nel momento in cui un punto, quasi un buco nero al contrario, iniziò a espandersi 13,8 miliardi di anni fa lascia comunque un minuscolo spazio di tempo – là, quando il Tempo non c’era – ed è quello che gli scienziati chiamano “il tempo di Plank”, 10-43 secondi, quando le forze dello spazio-tempo sono ancora un tutt’uno indistinto. Il tempo di Plank è il tempo del Caos, il tempo in cui il serpente Ofione si arrotola sette volte intorno all’uovo cosmico deposto da Eurinome. Poi da quell’uovo usciranno tutte le cose esistenti: il sole la luna le stelle i pianeti e, fra questi, fragile, periferica, minuscola, questa nostra meravigliosa Terra.

E, in questa vertigine cosmica, la scrittura…

Già. Citerò il mio coetaneo Jesús Ferrero, scrittore ancora inedito in Italia: “Quando due astri si frappongono, la loro luce apparente si estingue, ma nella loro breve convergenza acquistano una nuova luminosità nera e ardente”. Se ai due astri sostituiamo il tema e lo stile, funziona lo stesso. Personalmente, resto convinto che se la poesia è decifrabile nel modo più elementare, non è più poesia. E resto convinto che le realtà più vere, nella nostra vita, non buttano ombra. Cosa c’è di più reale del destino, per un essere vivente? E cosa di più prezioso, per diventare uomini, della forza generatrice della sconfitta?

Una scelta di scrittura, la sua, forse per pochi, certo poco premiante presso il grande pubblico dei lettori sebbene stimata da noti critici.

Che il sistema, ogni sistema, e oggi in Italia più che in passato, abbia i suoi meccanismi di censura e emarginazione, questo è ovvio. Purtroppo nelle arti la censura peggiore è il mercato, che privilegia ciò che è modesto, prevedibile, innocuo nella propria apparente diversità in realtà perfettamente allineata al sentire del gregge. Personalmente tuttavia preferisco ancora l’opaca UE con la sua censura di mercato alla Russia di Putin o agli USA di Trump – per citare due nazioni nelle quali comunque non vorrei vivere, a prescindere dai loro governi.

Che cosa intende esattamente con censura di mercato?

Intendo dire che le Case editrici industriali, dominate dai marketing men, escludono a prescindere tutto ciò che non garantisce buoni margini di guadagno. E questo, nel Paese col più basso numero di lettori in Europa, significa privilegiare nel migliore dei casi la base necessaria a ogni panorama letterario, cioè il buon livello medio ben confezionato che altrove è collina e da noi viene spacciato per vetta, nel peggiore quel che risponde ai più banali desideri delle Casalinghe di Voghera con alla loro testa la comare Pipa di Ionesco. Poi, ovvio, ci sono argomenti tabù in questi anni di pesante ma colorata Controriforma. Chiarisco meglio: in anni meno stolti ipocriti e moralisti, Djuna Barnes ebbe il coraggio di scrivere ciò che tutti in fondo al cuore conosciamo per esperienza diretta: “I bambini sanno quello che non possono dire: a loro piace vedere Cappuccetto Rosso e il lupo insieme a letto!” Della verità dell’inconscio parallelo chiunque da piccolo sia stato latore di una realtà percepita come segreta, sa: non occorrono altre parole o analisi. Nell’ambiguità umana è già, pertanto, tutta l’ambiguità dell’arte. Ma oggi non si può dire, tutto qua. È un po’ come affermare i diritti dei palestinesi…
Che poi ogni scrittore possa dire dei propri simili quel che Truman Capote scrisse di Tennessee Williams e che in realtà avrebbe potuto riferire a sé stesso (“C’è qui un ometto tarchiato con un temperamento drammatico che, come una delle sue eroine alla deriva, cerca attenzione e solidarietà sciorinando bugie, cui crede per metà, a perfetti estranei. Estranei perché non ha amici, e non ha amici perché le sole creature di cui ha compassione sono i suoi personaggi e sé stesso – tutti gli altri sono soltanto pubblico”) vale per la più parte dei letterati d’ambo i sessi, che in genere, quand’anche bravi e non tarchiati, umanamente non sempre valgono quello che scrivono.

Lei non frequenta social. Una scelta, presumo.

Ignoro serenamente i social perché non sono masochista – non a quel punto, almeno: capisco di più un Angelo Poliziano che amava farsi frustare con corregge imbevute d’aceto per raggiungere l’estrema eccitazione che non quanti seguono le serie televisive, le chat di rancorosi semianalfabeti o podcast di ebete autosoddisfacimento. Insomma, e mi pare impossibile, concordo quasi con Silvio Berlusconi: l’uomo medio, oggi, ha lo sviluppo cerebrale di un undicenne non particolarmente sveglio. Ma da questa premessa comune seguono comportamenti di fatto opposti. Lui condivise il programma di Licio Gelli, io credo che l’umanità presa nell’insieme possa progredire e sono convinto che se il mondo fosse stato sempre governato dai vari Silvio oggi saremmo ancora come Roma prima dei Gracchi. Per nostra fortuna il mondo talvolta fu governato e guidato da figure diverse. Nostra fortuna, sì, nostra: anche del volgare popolano ignorante che oggi bercia su X e prima del luglio 1789 sarebbe stato mandato di notte a batter gli stagni così che le rane non turbassero il sonno del signor marchese.

La scuola ha delle responsabilità?

Certo che sì, per quanto vittima di una politica che ha scientemente demolito l’insegnamento pubblico perché gli ignoranti si opprimono meglio: outlet e stadio. Ma, vede, e torno al Poliziano, forse se ai giovani virgulti in classe si offrisse un approccio più sgarzolino alla letteratura – che so, la lettera in cui Machiavelli narra della vecchia puttana veronese, la lettera di Pascoli sulla cacata che impelle mentre il cesso sul ballatoio è occupato (il che, tra parentesi, offre un bello squarcio di meditazione sulle condizioni di vita di un celebre poeta professore universitario ospite a cena da un senatore del Regno nell’Italia di centovent’anni fa) o, per Gozzano, poemi sottilmente erotici come Invernale – se insomma si facesse loro capire che quei nomi sulle pagine dell’antologia erano fatti di carne e sangue, oltre che di cervello, forse (dico forse) non avremmo i laureati zombie di oggi. Incollati a vedere ben altre cacate – ma in piattaforma, che spesso è anche forma piatta. Col che, sia chiaro, non sono favorevole agli Squittini e alle loro lezioni social, non sociali.


La recensione di Alberto Genovese su Dialoghi Mediterranei

dalla Quarta di copertina

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