Il racconto della domenica

Le gatte

Il palazzotto neogotico, con la torretta e il bugnato rustico della facciata, si distingueva tra le case basse con balconi e terrazze e giardini all’inizio della bella strada in salita di una delle tante colline intorno alla città. Lo avevo notato subito quando anni addietro avevo percorso quella via alla ricerca del numero civico indicato dall’agenzia incaricata della vendita dell’appartamento che poi sarebbe diventato di mia proprietà. La posizione elevata, la strada e i campi, visibili dalla parte retrostante, mi avevano conquistato: la vista era magnifica; mi aveva ricordato i quadri di Monet punteggiati dei colori caldi e soffusi dei fiori di campo; meritava la spesa seppure nella limitazione degli ambienti all’interno.

Con il passare del tempo mi ero abituato alla singolarità delle forme di quell’unico fabbricato che così poco si intonava con le altre costruzioni tanto ariose e aperte in confronto all’ austerità cupa del palazzotto protetto da un muretto e da un’ inferriata a barre fitte e scure Era però possibile sbirciare al di là del pesante cancello, filtrando lo sguardo tra i ricci e gli anelli di ferro che ne alleggerivano la struttura e il peso. Strano a dirsi, non c’era stata volta che passando, e da allora c’ero passato davanti spesso, non avessi sentito il desiderio impellente di gettare un occhio al cortile interno sempre uguale nella sua trascuratezza, abbandonato alle intemperanze della natura, con le erbacce che spuntavano a ciuffi tra le pietre spaccate del selciato o ricoperto dalle foglie cadute dai rami di due alti e imponenti tigli. Vivificavano l’ambiente due gatte, una tigrata e l’altra a pelo lungo e fulvo costantemente appollaiate su una panchina di pietra.

Per il resto il luogo era privo di vita. Le gatte erano curate e sembravano le padrone di quel territorio disabitato.

Non era mia abitudine chiedere e pertanto nulla sapevo circa gli eventuali inquilini che comunque non avevo mai visto, né intravisto durante le numerose passeggiate lungo quella strada che da subito avevo amato; la percorrevo infatti spesso a piedi, in tutte le stagioni.

Ne amavo i giardini di cui spesso riuscivo a carpire solo scorci e fugaci vedute, gradevoli per l’intensità dei colori e per i loro accostamenti nati da una magistrale tavolozza.

Ne amavo le siepi di gelsomino che si affacciavano sul marciapiede con i loro piccoli calici bianchi o azzurri, riempiendo l’aria della sera di avvolgente profumo, ma l’amavo soprattutto in inverno quando la vita sembrava fermare il passo e attendere. Niente tripudi di fioriture, niente foglie sugli alberi, niente rose, niente profumi, niente colori, solo sagome scarne, pieni e vuoti; riuscivo solo in quella stagione a vedere la grande finestra che si apriva nel fabbricato in cima alla collina, in estate completamente nascosta dal fogliame.

Fu proprio una notte d’estate che tutto ebbe inizio e che da allora avrebbe completamente trasformato il mio rapporto con il palazzotto e con tutto ciò che conteneva. Preso da una delle mie frenetiche e angosciose ansietà, mi ero precipitato fuori nella strada; avevo camminato fino a sfinirmi, ma non sapevo di preciso per quanto, annebbiato dal turbinio dei miei tormentosi pensieri. Stanco, nel rientrare a casa mi ero poi lasciato prendere da quel sentore di fresco che già ai piedi della salita rendeva il caldo meno soffocante quando, passando accanto al palazzotto, mi accorsi che il grosso cancello era scostato; un occhio meno avvezzo forse non lo avrebbe neppure notato, ma il mio abituato, si. Rimasi lì fermo a sincerarsene. Non c’erano dubbi, era stato aperto.

Mille congetture si fecero strada nella mia mente affollandola, senza però fornirmi una soluzione plausibile. Mai, ed erano ormai trascorse varie stagioni, quel cancello non lo avevo visto né spalancato né aperto né tanto meno scostato.

Incredulo mi trovai a spingere con la mano sul battente e a intrufolarmi nel cortile. Era tutto molto silenzioso, sotto la luce dei potenti lampioni che qualche mese addietro avevano sostituito i precedenti, vecchi e discreti; ora quella luce sfacciata illuminava la via da seguire.

Non ero ancora a metà del percorso tra il cortile e il portone d’ingresso che un movimento attirò la mia attenzione: le gatte erano comparse da dietro la casa. Sembrava mi venissero incontro sebbene non mi avessero degnato mai di uno sguardo.

Si accucciarono a qualche passo da me. Il comportamento mi sembrò singolare; non mi intendevo di gatti, ma qualunque animale alla vista di uno sconosciuto avrebbe trovato più conveniente la fuga.

L’arrivo improvviso delle gatte mi aveva distolto dai miei pensieri che si rincorrevano arruffati e confusi; in realtà cosa ci facevo lì e perché mi era saltato in mente di correre un rischio simile? Chiunque avrebbe potuto a ragione considerarmi un intruso. Eppure la curiosità, cresciuta nel tempo, aveva prevalso su ogni ragionevole considerazione.

Stavo per avanzare quando le gatte cominciarono a dirigersi lentamente verso l’angolo dal quale erano arrivate.

Decisi di seguirle.

Cosa può spingere un uomo assennato, sfiancato dal tentativo di sfinire i suoi cattivi pensieri, in un cortile privato, nel cuore di una notte estiva, a seguire due gatte all’interno di un’abitazione?

Me lo sarei chiesto inutilmente mille e una volta nei giorni e negli anni successivi. Tuttavia nel preciso istante in cui avevo varcato quel cancello, tutta la mia ansia era scomparsa per lasciare posto a una suggestione che andava raggomitolandomi.

Girato l’angolo, sul retro del palazzo l’oscurità era maggiore, ma il riflesso della luce forte del lampione alto sulle case mi permise di distinguere un portoncino di servizio, anch’esso accostato; le gatte intanto erano entrate. Lo spinsi senza alcuna esitazione. Nella luce che filtrava chiara dalla lunetta del portone dell’ingresso principale nella parete di fronte a quello di servizio, lo spazio interno appariva disadorno e occupato interamente da una scala di pietra che addossata alla parete a destra saliva al piano superiore. Scorsi le gatte appostate sulla parte dove la scala si faceva più larga, prima del corrimano, anch’esso di pietra, ma più scura, di un grigio levigato dal tempo e dalle molte mani che lo avevano stretto. Quando mi videro mi precedettero, quasi a fare da guida. Giunto in cima continuai a seguirle verso un’ampia stanza che si apriva proprio di fronte al corridoio d’ingresso al piano superiore. Una luce, come a bagliori, sembrava rischiararla, ma il raggio potente del lampione insinuandosi tra gli scuri accostati la rivelava in tutta la sua magnifica e composta eleganza: le pareti in angolo a destra erano completamente tappezzate da libri ben disposti in scaffali che lasciavano trasparire solo gli assi portanti tanto erano stipati. In basso altri libri, più alla rinfusa su sedie, poltrone, mobili, nella libreria girevole. Mi colpì il bagliore di una fiamma che si era come ravvivata per un’impercettibile corrente; la cenere rianimata diffondeva all’intorno un alone di luce rossastra che mi permise di cogliere i contorni del bel caminetto rivestito di maioliche portoghesi; avrei riconosciuto ovunque quella manifattura unica e gradevolissima nelle sue gradazioni e disegni dal blu intenso. Quei bagliori, insieme ai tappeti, alle poltrone, ai divani e ai libri conferivano all’ambiente un’atmosfera calda e accogliente; una stanza studio, come sottolineava una piccola scrivania rococò, di sicura manifattura fiorentina, splendida in angolo, vicino alla seconda ampia finestra, alla luce della quale distinsi il bel piano di lavoro lavorato a intarsio. Ero talmente affascinato da quell’ambiente così simile a quello che avrei avuto in mente per il mio appartamento che non colsi subito, lì, vicino a me, la poltrona ingombra di qualcosa che assomigliava a un fagotto.

La mia attenzione era intermittente nel tentativo di cogliere più elementi contemporaneamente.

Alla mia sinistra una bassa scaffalatura stretta e lunga quanto tutto il lato dell’ampia stanza, conteneva una raccolta di classici latini e greci in edizione economica che avevo subito riconosciuto dalle vecchie copertine di cartoncino sottile; il loro aspetto sciupato e gualcito evidenziava l’ operosità del tempo, ma anche le ripetute letture; sopra di essa, una scelta di opere di impressionisti e macchiaioli, quelli che più amavo, tappezzava letteralmente la parte restante della parete. Rimasi incantato come Batà dalla luce della luna mentre li osservavo al chiarore dei lampioni filtrato dagli scuri e al baluginare del caminetto; tutto in quella stanza pareva studiato per avvolgermi e accarezzarmi l’anima e io rispondevo lasciandomi prendere e cullare.

Era come in un dejà vu, conoscevo quell’ambiente, c’ero già stato e lì stavo bene; come un brutto cofanetto, il palazzotto, pur

nell’ abbandono apparente ed esterno degli ambienti disadorni e trascurati, custodiva un gioiello.

A quel punto mi detti a ricercare segni di un’eventuale effrazione, ma non ravvisai alcunché, né in quella stanza né negli ambienti limitrofi vuoti e bui a cui faceva riscontro quell’unica stanza dove il disordine era quello di chi legge, studia, cerca, rilegge, vive; un mondo parallelo, chiuso e isolato. Avrei continuato a crogiolarmi in quell’ambiente senza pormi domande, senza dubbi o incertezze, sicuro delle risposte come già date, se le gatte non mi avessero svegliato da quel torpore piacevole, piazzandosi accanto a quella poltrona ingombra che ancora non avevo considerato.

Fu allora che mi accorsi che il fagotto era in realtà un ammasso sì di abiti, ma che vestivano qualcuno.

Per un attimo il cuore ebbe un sussulto e poi sembrò fermarsi completamente. Avrei voluto urlare, ma la voce si era completamente strozzata in gola; avrei voluto allontanarmi, ma le gambe non obbedivano; in tutto questo tumultuare di sensazioni di cui mi sembrava di non avere alcuna coscienza e consapevolezza, i miei occhi sbarrati erano riusciti a penetrare meglio tra le pieghe del fagotto e a distinguere un lungo impermeabile beige che ricopriva una figura minutissima e scarna, stretto da una cintura che segnava il punto vita. La testa era nascosta da uno strano copricapo, simile al cappello di un fantino che a sua volta si calzava su un foulard che incorniciava il viso asciutto di una vecchia signora. I suoi occhi erano chiusi e la sua testa era reclinata morbidamente sulla spalliera alta della poltrona nella quale era alloggiata. Accanto a lei, a cavallo del bracciolo, un volumetto dei classici, come se stesse leggendolo e lo avesse un attimo appoggiato per tenere il segno e riprenderne la lettura successivamente.

Sembrava così tranquilla che il cuore ricominciò a battermi in petto. La stanza e la vecchia signora sembravano non avere nulla in comune, l’una sobria ed elegante l’altra bizzarra e trasandata, eppure da quel viso traspariva un’ espressione di compiuta quiete.

Con una tranquillità di cui non mi credevo capace, diedi ancora un’occhiata alla bella stanza dove solitaria viveva la vecchia signora e mi avviai verso le scale per uscire, ma senza fretta.

Fu solo allora che mi accorsi che le gatte per tutto il tempo, che a me era sembrato lunghissimo, erano rimaste accoccolate accanto al caminetto acceso e che ora come riscosse mi stavano accompagnando ancora una volta, in un percorso a ritroso.

Lasciai tutto come lo avevo trovato: sia il portone di servizio che il cancello; anche di questo non seppi mai spiegarmi il perché.

Trasognato, mi avviai verso casa dove crollai in un sonno profondo e senza sogni.

Il risveglio fu meno sereno. Il primo impulso fu quello di pensare che avessi sognato, ma la vivezza delle immagini che ancora mi turbinavano nella mente affermavano il contrario.

Decisi allora di tornare là con l’intento di soffermarmi a controllare e guardare meglio i luoghi alla luce del giorno.

Giunto davanti al cancello vidi che era ancora accostato. Feci finta di chinarmi ad allacciare le scarpe per avere più tempo di guardare senza dare nell’occhio. Tutto sembrava immutato: gli alberi, le erbacce e la panchina sulla quale le gatte ancora una volta erano appollaiate.

Richiamai la loro attenzione sfregando i piedi sul selciato, ma loro, sornione, non colsero o non vollero cogliere e rimasero incuranti accovacciate sulla loro panchina.

Le domande si affollarono: cosa era accaduto nella casa dove nessuno fino a poche ore prima aveva manomesso nulla? e la vecchia signora? era solo un fagotto di stracci che la mia mente agitata aveva vestito o c’era davvero? e perché non l’avevo mai vista né incontrata? se c’era, stava davvero dormendo o era, orrore solo a pensarci, morta da tempo? nulla era cambiato nell’ampio cortile; davvero avevo visto un caminetto acceso in piena estate? davvero avevo ammirato la bella stanza che tanto assomigliava a quella vagheggiata?

Non mi restava altro che constatarlo contravvenendo alla mia indole. Con fare svagato, da visitatore casuale, mi spinsi oltre il cancello avviandomi con passo lento verso il retro del cortile e verso quell’ingresso di servizio che ormai mi era noto. A metà percorso qualcosa intervenne a far vacillare la sicurezza dei miei passi. Ricordavo benissimo di aver seguito le gatte sul retro della casa, ma il percorso mi era sembrato molto più breve.

Forse non ricordavo a causa del buio quel cespuglio che vi si addossava? Lo avevo sicuramente aggirato.

Ci provai ancora e cercai un varco che non c’era: il passaggio era completamente sbarrato da un muro di pietra.

Sentivo la bocca farsi più secca e il bisogno di ingoiare sempre più insistente e difficoltoso mentre la gola si stringeva in un nodo serrato che mi impediva di deglutire in modo normale. Quel muro non lo avevo mai notato nonostante le continue sbirciate attraverso il cancello. Istintivamente mi voltai a guardare in una prospettiva capovolta. Immediatamente mi accorsi che la distanza era maggiore di quella che avevo percorso la notte precedente, ma compresi che l’esistenza del muro perimetrale addossato al palazzo mi era stata impedita dai due poderosi tigli che limitavano la visuale del cortile.

Le deduzioni ricavate dalla breve esplorazione non solo non mi avevano chiarito l’enigma, ma stavano se possibile complicandolo. Immerso nella nube nera dei miei pensieri non mi accorsi di sbattere quasi subito contro la panchina di pietra, la panchina sulla quale le gatte trascorrevano le loro giornate. Ciò che vidi mi lasciò letteralmente di sasso. I miei pensieri per quanto arruffati erano stati fino a quel momento una presenza; in quel preciso istante percepii con un vigore mai provato cosa potesse significare “testa vuota”.

Non c’erano pensieri, non c’erano domande, non c’era emozione, né sensazione ma una voragine senza fondo mi stava trascinando in un vortice che non riuscivo a percepire con i sensi, esisteva intorno a me risucchiandomi nella sua spirale sempre più stretta e soffocante. Uscire o riemergere non era possibile, potevo solo sprofondare.

Mi ritrovai con una mano appoggiata sul bordo inciso della vecchia panchina; non sapevo quanto tempo fosse effettivamente trascorso, ma mi riscossi e avvertii di essere tutto intero.

Le belle gatte mi fissavano sornione, beatamente accucciate sullo stesso lato della panchina, immote e fisse nella consistenza vetrosa della porcellana. A guardarle così da vicino era possibile notare la notevole rispondenza al vero, nonostante alcuni tratti sbeccati dal logorio del tempo; ben fatte e verosimili nelle loro espressioni paciose e paffute, erano le padrone di quel cortile che non potevano abbandonare.

da Salvina Pizzuoli “Corti e… fantastici”

Il racconto della domenica

SARRA

La prima domenica dopo Pasqua ricorreva la festa di San Costantino, nei salti di Bottuda.

I salti di Bottuda sono campagne assai distanti dal paese omonimo, e per arrivare alla chiesetta intorno a cui si fa la festa campestre, bisogna attraversare una valle, un bosco, una pianura. Ma i Bottudesi amano assai il loro San Costantino, e per tutto l’inverno sognano di attraversare il bosco, la valle e la pianura, pur di festeggiare il Santo ballando, cantando, bevendo acquavite e vino bianco fino a mezzogiorno, e liquore d’anice e vino rosso fino all’ora del ritorno.

Ed è giusto che essi si divertano finalmente. Hanno lavorato tutto l’inverno crudo, dissodando e seminando la terra selvatica, guardando le greggie assiderate e magre: ora le pecore hanno la lana lunga, il grano verdeggia sui ciglioni, le macchie sono fiorite, il cielo è azzurro. Bisogna ringraziare San Costantino delle buone promesse della terra e del gregge, e bere e ballare e cantare in suo onore.

Anche Sarra* Fioreddu sognava la festa, le danze, i mercanti di stoffe colorate e di gioielli falsi, ma non osava neppure esprimere il suo desiderio.

In casa sua la maltrattavano perché non voleva sposare un pastore che possedeva cento pecore, cavalli, terre, e un cane famoso in tutti i paesi vicini.

– Cosa me ne faccio delle sue pecore e del suo cane, che possa mangiar le viscere del suo padrone! – diceva Sarra. – Mattia sembra egli stesso un cane peloso, col suo naso grosso e gli occhi rossi. Eppoi egli ha venti anni più di me, è grasso e basso. Io non lo voglio, mi fa schifo; meglio morire.

Essa era alta, fina, un po’ curva, ma molto bella e bianca in viso; inoltre aveva gli occhi azzurri, una rarità per il paese. Era civettuola, voleva sposare un giovine roseo, non peloso, alto e sottile, la cui cintura ricamata potesse cingere la vita d’una donna.

Il padre e i fratelli – uomini rozzi e ubbriaconi – s’erano fissati in mente che ella dovesse sposare Mattia, il pastore ricco, e la maltrattavano crudelmente.

Ella non poteva aprir bocca che subito non si sentisse minacciata di venir trascinata pei capelli: intorno a sé non vedeva che visi inferociti, occhi verdi d’ira, e non udiva che parole vituperose. Bastava che comparisse lei perché tutti i suoi parenti prendessero l’aspetto di cani arrabbiati.

Ma lei restava dura. Diceva:

– Maltrattatemi pure, strappatemi i capelli, fatemi a pezzetti: l’ultimo pezzetto dirà no, no, no.

Fin dai primi d’aprile sentì che il padre e i fratelli con le loro fidanzate dovevano andar alla festa di San Costantino. Facevano già tanti progetti.

– Porteremo questo, porteremo quest’altro; mangeremo sotto l’albero a destra della chiesa, canteremo su quest’argomento, compreremo questo, compreremo quest’altro.

Sarra ascoltava con gli occhi spalancati, arrossiva d’invidia, si rodeva, spesso di notte piangeva amaramente. Ah, mai fino ad allora aveva sentita tutta la sua disgrazia. Non poter andare alla festa mentre ci andavano anche i mendicanti; non poter esprimere il suo desiderio, non poter neppure parlare!

Tutto ciò accresceva il suo odio e la sua ripugnanza per Mattia. Ella piangeva di rabbia, quando pensava a lui stringeva i pugni, sputava, lo ingiuriava continuamente fra di sé. E se lo vedeva gli voltava le spalle e impallidiva d’odio.

Intanto giunse la Pasqua, passò; cominciarono i preparativi per la festa.

Si fecero le focacce dolci ed il pane, fu portato l’agnello dall’ovile, si comprarono le arancie, il vino, il nasco** s’estrasse il primo miele. Sarra rodevasi di desiderio e di rancore: sapeva che Mattia non sarebbe andato a San Costantino e ciò accresceva la sua voglia.

La notte precedente la festa, la ragazza dormì poco e pianse: poi sognò che anch’ella era andata alla festa e che ballava con un giovine alto e bello; e svegliandosi provò uno stringimento al cuore.

S’alzò che era ancor notte: nella cucina stavano disposte in fila le bisacce colme, pronte le briglie, i freni, gli sproni ripuliti. Nel cortiletto i cavalli ruminavano: e nel silenzio dell’aria tiepida risuonava di tanto in tanto il rumore metallico delle loro zampate sul lastrico umido di rugiada.

Sarra guardò, ascoltò, accese il fuoco, mise a bollire il caffè e ricominciò a lagrimare.

Il padre che dormiva su una stuoia, si svegliò e sbadigliò; poi chiese con voce assonnata e rude. – Che cosa hai? Perché piangi?

Sarra si sentì intenerire, ma nello stesso tempo ebbe paura, scoppiò a pianger forte e non rispose.

Il padre s’alzo e curvandosi su una bisaccia la sollevò come per provarne il peso.

– Che il diavolo ti tolga le scarpe, – diceva intanto a Sarra, – tu vorresti venire alla festa di San Costantino?

Ella continuò a singhiozzare, col viso nascosto nel grembiale. Il padre le si rivolse minaccioso:

– Rispondi a tuo padre. Vuoi o non vuoi venire alla festa?

– Sì – ella rispose con un filo di voce.

– Sì! – disse il padre contraffacendola. – Ebbene, che il diavolo ti porti, va, cambiati il fazzoletto e le scarpe.

Sarra andò via rapidamente.

Allora anche i fratelli si alzarono, rotolarono le stuoie, rizzandole lungo la parete, e si guardarono fra loro.

– Ella viene – dissero a bassa voce.

E sulle prime parvero contenti, ma tosto ripresero la loro solita aria di malcontento.

– Ah, – diceva il padre, parlando fra sé, mentre sceglieva la briglia del suo cavallo, – non ci sarebbe stato bisogno di ciò.

Sarra riapparve subito, rossa, un po’ ansante, con gli occhi ancora gonfi ma lucenti di gioia. S’era cambiata in un attimo; aveva una camicia bianchissima, le scarpe nuove, il corsetto guarnito di trine d’oro, e in testa un gran fazzoletto frangiato, di damasco violaceo.

Quando le cavalcature furon pronte ella sedette in groppa alla cavalla grigia montata da suo padre. E via per la valle, il bosco, la pianura, nel purissimo e odoroso mattino di aprile.

Durante il viaggio nessuno dei parenti di Sarra, e neppure le sue future cognate, le rivolsero la parola: ma ella non se ne curava. Rideva e chiacchierava con gli altri paesani che andavano alla festa, ed era felice in modo inesprimibile.

La rugiada brillava sui grani: nelle macchie cantavano gli uccelli; l’aria era satura di profumi; i più bei giovani di Bottuda si recavano alla festa, voltandosi per guardare Sarra il cui volto, nel fazzoletto di damasco violaceo, pareva una rosa di macchia.

Ella rideva e parlava in alto per farsi udire dai giovanotti, guardandoli col suo azzurro sguardo apparentemente ingenuo, pieno di vita e di gioia.

– Noi balleremo assieme – dicevano gli occhi dei giovani e quelli di Sarra. – Chi sa come ci divertiremo.

Ed infatti ella si divertì follemente tutta la giornata: trovò le sue amiche, ballò, civettò, fu corteggiata a più non posso.

Il padre ed i fratelli bevevano acquavite e vino giallo, anice e vino rosso, giocavano alle carte ed al bersaglio e non badavano a lei.

Ella fece tutto ciò che le parve e piacque senza mai ricordarsi di Mattia e delle persecuzioni sofferte; comprò anellini con pietre gialle e verdi, ricevette qualche regalo galante e nascose tutto entro il seno.

Verso l’ora della partenza ella era stanca di ballare, i piedi le bruciavano, le mascelle le facevano male dal gran ridere, e si sventolava sul viso infuocato i lembi del fazzoletto violaceo, ma vedeva con dispiacere avvicinarsi il momento di partire.

Il sole tramontava, il cielo accendevasi di oro all’orizzonte, l’ombra della chiesetta allungavasi sull’erba calpestata; un gran silenzio scendeva già sulla pianura. Il sogno era finito.

A poco a poco la gente se ne andò: gli uomini erano quasi tutti ubbriachi, le donne melanconiche. I Fioreddu furono fra gli ultimi a partire, e il padre si attardò più di tutti. Era anch’egli ubbriaco, ma fingeva di esserlo più di quanto veramente lo era. Barcollava, chiudeva gli occhi, balbettava. A cavallo dondolava di qua e di là dalla sella, e Sarra doveva quasi sostenerlo perché non cadesse. La cavalla andava lentamente, e si lasciò sopraggiungere e sorpassare anche dai carri dei mercanti e dai mendicanti che facevano la strada a piedi. A poco a poco zio Fioreddu e la figliuola rimasero ultimi e soli nel sentiero all’entrata del bosco. Le ombre cadevano: attraverso i rami immobili nella quiete del crepuscolo il cielo impallidiva. Il roteare dei carri, i passi dei cavalli, le voci, i canti morivano in lontananza.

Zio Fioreddu continuava a dondolare in sella e pareva dormisse. Sarra fu colta da grave tristezza. Il suo volto si fece bianco bianco, gli occhi così facili al riso ed al pianto si velarono.

Ella aveva paura di trovarsi così nel bosco sola con quell’uomo ubbriaco, e non osava svegliarlo e dirgli di viaggiare più sollecitamente.

Per quanto poteva batteva il piede sul ventre della cavalla, ma la bestia scuoteva la coda, rizzava le orecchie e continuava a camminare lentamente. Era sazia, la cavalla, sazia di erba e di fronde; non le importava quindi, come quando zio Fioreddu tornava dal lavoro, di trottare rapidamente verso la mangiatoia.

Sarra cominciò a incollerirsi e inquietarsi. La notte cadeva, i rumori dei carri e le voci dei viandanti s’erano spenti; zio Fioreddu continuava a dormire.

– San Costantino mio, – diceva Sarra fra sé, – cosa è questo? Aiutateci voi, altrimenti arriveremo domani mattina.

Ad un tratto ella provò un grande spavento, le parve veder Mattia dietro un albero, nell’ultimo barlume del crepuscolo.

– È il demonio – pensò: ma tosto diede un grido acutissimo e si strinse alla vita di suo padre,

perché realmente Mattia balzò in avanti e fermò la cavalla.

Era armato di fucile, di pistola, di leppa (coltello) e pareva un brigante: dopo di lui vennero

correndo altri due uomini che Sarra riconobbe benissimo. Eran due servi di Mattia. La fanciulla capì immediatamente che volevano rapirla, e si mise a urlare, avvinchiandosi a suo padre e chiamando soccorso. Zio Fioreddu parve destarsi.

– Cosa c’è? – chiese con voce rauca ed assonnata. – Cosa vuoi, Mattia?

– Smontate – disse costui. – Lasciatemi vostra figlia e la vostra cavalla e tornate a piedi, al paese. Vi riporterò tutto in buono stato.

Zio Fioreddu si mise a ridere e disse:

– Eh, eh, tu scherzi. Vuoi andare alla festa, ora, tu? Sei matto? Noi torniamo ora, dalla festa.

– Si vede bene! – disse Mattia. – Quanti calici avete bevuto? Basta, smontate con le buone, altrimenti vi farò smontare con le cattive.

– No! No! – urlava Sarra. – Non lasciatemi, babbo mio. Farò tutto ciò che vorrete, ma ora non lasciatemi.

Tutto fu inutile. Invano le sue grida risuonarono nel bosco: mezzo morta ella si trovò, dopo aver dato parecchi pugni, graffi e pedate, in balìa del suo rapitore.

Ziu Fioreddu, che rideva e parlava insensatamente, fu lasciato nel bosco, e Sarra fu condotta all’ovile del rapitore.

Là c’era la sorella di Mattia, una brutta donna nera dalle labbra grosse, che cercò confortare la fanciulla.

– Non temere, colomba mia, – le disse, – nessuno ti torcerà un capello: domani mattina Mattia, ti ricondurrà a casa tua, ed anche la cavalla ricondurrà. E subito vi sposerete, colomba mia, non temere.

– No, non lo credere, labbra di cavallo – disse Sarra con disprezzo. – Voi siete tante bestie feroci, ma io non sposerò tuo fratello.

– Cosa vuoi, sorella cara? – disse l’altra stendendo una stuoia accanto al fuoco. – Chi vuoi che ti sposi, ora? Dopo questo fatto chi vuoi che ti sposi? Coricati, sta tranquilla, ché con mio fratello tu starai come una regina. Cosa vuoi di più? Coricati, Sarrina mia. Domani mattina faremo il caffè, dopo torneremo tutti assieme al paese, e domani mattina stesso Mattia ti farà il dono di sposo: otto anelli con pietre, una medaglia d’argento, le scarpe ricamate, il fazzoletto color di garofano.

La donna continuò ad enumerare i doni dello sposo, ma Sarra le volse le spalle e si accoccolò in un angolo della capanna.

Ah, ella lo vedeva bene. Tutti erano d’accordo in quest’orrenda commedia, compresi i suoi fratelli ed il padre. Che cosa le restava a fare contro quelle bestie feroci, com’ella le chiamava.

– Cosa farò io? – pensava, singhiozzando. – Io andrò dagli uomini della giustizia e denunzierò queste bestie feroci? E poi? Li condanneranno, ma nessuno più mi sposerà dopo che sono stata rapita. Tutti crederanno che io abbia passato la notte con quel cane di Mattia, e nessuno più mi guarderà.

In questi pensieri ella pianse a lungo e disperò; a poco a poco si calmò, e verso l’alba cominciò ad assopirsi. Allora nel dormiveglia, una strana e selvaggia dolcezza le scese nel cuore.

– Quelle bestie feroci! – pensava vagamente. – Esse mi hanno ammazzata; ma toccherà poi a me. Ah, fratelli cari, voi credete che profitterete del benestare di Mattia? Sarò io la padrona; vi discaccerò come cani rognosi. E tu, Mattia, credi che avrai una moglie fedele? Io ti sposerò, ma tu ti sbagli, bestia feroce…Così si addormentò.

Note

* Alessandra

** vino bianco sardo dolce e forte


da Grazia Deledda La regina delle tenebre raccolta di racconti