Martina Maggiore “Tutto quello che viene dopo”, Mursia

Copertina del racconto di esperienza e analisi psicologica di Martina Maggiore "Tutto quello che viene dopo", Mursia,

Mursia

Dal 19 ottobre

Tutto quello che viene dopo è un memoir intimo, ironico e profondamente onesto incentrato sul tema della ricostruzione personale dopo la fine di un’importante relazione durata cinque anni con un uomo di diciassette anni più grande. Più che una storia d’amore tradizionale, il libro racconta ciò che accade al cuore quando un grande amore finisce, mostrando come il percorso di guarigione non sia mai lineare, ma fatto di passi falsi, protezioni per paura di soffrire e tentativi di colmare i vuoti emotivi.

Dopo la rottura, l’autrice attraversa varie fasi e tipologie di relazioni disfunzionali: dalle distrazioni leggere con il classico “malessere” inafferrabile, all’illusione del Love Bombing, fino a presenze puramente fisiche.
Nel suo cammino si scontra con la paura di legarsi a persone sane (“troppo perfette”), l’amarezza di uomini ancora legati alle ex o già fidanzati, e l’incapacità iniziale di cogliere le red flag.
Dopo una parentesi buia con un profilo narcisista da cui riesce a salvarsi, scopre la forza di un’amicizia sincera e affronta l’immancabile ritorno dell’ex storico tra momenti di caos emotivo. 
Il messaggio finale dimostra che la vera guarigione non passa dal trovare subito un nuovo amore, ma dall’imparare a rispettare le proprie ferite, dire dei sani “no” e rimettere se stesse al centro.



NON È UNA STORIA D’AMORE.
È TUTTO QUELLO CHE VIENE DOPO.

Quando finisce.
Quando pensavi fosse per sempre.
Quando ti ritrovi sola… ma non davvero pronta a esserlo.
Perché nessuno ti prepara a quello che succede dopo.
Alle persone nuove.
Ai casi umani.
Ai ritorni.
Ai messaggi riletti troppe volte.
Alle notti in cui pensi di aver capito tutto… e il giorno dopo sei di nuovo punto e a capo.

Questo libro è tutto questo.

Caos.
Ironia.
Verità.
È per tutte le volte in cui hai pensato: “Questa volta è diverso”
È per tutte le persone che hai incontrato dopo.
È per quella che, alla fine, hai ritrovato: te stessa.

Se ti riconosci anche solo un po’… tranquilla, non sei l’unica.

Martina Maggiore, romagnola, studia Psicologia. Nel 2025 ha pubblicato con Mursia il suo primo libro Ma che stupida ragazza.

Walter Landini “Le mie Galápagos. Memorie di un incanto violato”, Töpffer Edizioni

Tra paleontologia, mito e memorie personali, il paleontologo di fama internazionale ripercorre il suo legame con l’arcipelago dove la meraviglia della natura incontra la fragilità e il segno dell’uomo.

Copertina del testo di Walter Landini "Le mie Galápagos. Memorie di un incanto violato", Töpffer Edizioni

Collana Scientia

Töpffer edizioni

Dal 20 ottobre

C’è un luogo sulla Terra che più di ogni altro incarna la soglia sottile tra l’incanto incontaminato della Natura e la mano imminente dell’uomo. Quel luogo sono le Galápagos.


Con Le mie Galápagos. Memorie di un incanto violato, il paleontologo Walter Landini offre una narrazione intima e partecipe, ben lontana dalla rigidità di un manuale accademico o dalla superficialità di un diario di viaggio.
Nato dal ricordo delle sue spedizioni scientifiche sul campo, il libro lascia emergere una voce profonda, in cui l’osservazione del biota e dei fossili si intreccia con il rispetto, la nostalgia e il dovere del ricordo.
In queste pagine sono le isole stesse a prendere la parola per raccontare le loro creature uniche: dal rifiuto dignitoso di Lonesome George, la celebre tartaruga gigante che accompagnò in silenzio all’estinzione la propria specie, all’improvvisa e fragile apparizione dell’iguana rosa, fino alla rivolta genetica dei pomodori e alla leggenda antica della Maldición de la Tortuga. 
Attraversando i secoli — dalle leggende dei navigatori che le temevano come “Islas Encantadas” evanescenti, fino alla rivoluzione scientifica firmata da Charles Darwin e al successivo arrivo dello sfruttamento e del turismo di massa —, Landini restituisce la complessa bellezza di un territorio conteso tra meraviglia e ferita. Le navi da crociera di oggi, guidate da cupi richiami, sono le nuove sirene di un pellegrinaggio laico che mette alla prova la tutela di questo delicato Santuario della Natura. 
Senza mai cedere all’autoreferenzialità, Landini mette la sua straordinaria esperienza scientifica — costruita in decenni di ricerca presso l’Università di Pisa e in spedizioni internazionali — al servizio di un racconto universale.
Un libro che invita chi legge a porsi come ospite custode, riscoprendo il senso del limite e la necessità di proteggere ciò che di più prezioso il pianeta ha da offrire.

Le Galápagos, oggi, sono considerate il “santuario laico” della Natura per eccellenza: un laboratorio biologico irripetibile per gli scienziati che desiderano lasciare un contributo ai posteri, e al tempo stesso una meta ambita e sofisticata, promossa a pieno titolo dalle agenzie di viaggio internazionali. Ma sotto quella veste raffinata, l’epidermide insulare reca cicatrici profonde, impresse da secoli di brutalità: paesaggi rifiutati e infranti, faune depredate senza misura, ecosistemi compromessi. Carceri di massima sicurezza, nate fuori da ogni regola, imprese commerciali che ne ereditarono i metodi spietati. In quella secolare ostilità verso l’uomo, qualcuno scorse l’ombra di un sortilegio antico: forse la vendetta silenziosa di una Natura tradita, o forse l’anatema lanciato dagli umili giganti che, sin dal primo incontro, pagarono il prezzo più alto. Da allora, le isole portano inciso nel loro destino un nome che è insieme memoria e leggenda: “la maledición de la tortuga” (dall’introduzione di Walter Landini)

Walter Landini (Portovenere, 1946) è stato professore ordinario di Paleontologia presso l’Università di Pisa. Tra i massimi esperti nello studio dei vertebrati e della biogeografia del Pacifico Orientale, ha guidato prestigiose spedizioni scientifiche internazionali (dall’Argentina al deserto del Gobi). Ideatore della Rete museale “Pangea” e saggista, ha dedicato gran parte della sua carriera alla ricerca e all’educazione ambientale.Dal 2001 è responsabile editoriale della “Palaeontographia Italica”, una delle più antiche riviste di paleontologia a livello europeo ed è vice presidente della Società Toscana di Scienze Naturali.

Un “livre de chevet” di Cristina Dell’acqua “Il dono del mito”

“Quello che gli antichi sapevano di noi”

Copertina del libro di Cristina Dell'acqua "Il dono del mito", Mondadori

Nel sottotitolo “Quello che gli antichi sapevano di noi”, una chiave di lettura:
Perché se a prima vista questi miti parlano di dèi, eroi ed eroine, in realtà raccontano quello che gli antichi sapevano di noi: le passioni che ci animano, le trasformazioni che siamo chiamati a compiere, e come le ferite possano diventare il luogo stesso della cura.(da Mondadori)

Si apre con una citazione che precede l’Introduzione a cura dell’Autrice, scelta perfettamente calzante e da condividere in pieno: “Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili. ITALO CALVINO, Lezioni americane

L’Introduzione al saggio a cura dell’Autrice è interessante e nello stesso tempo originalmente propositiva, per quel che vorrebbe diventasse il suo libro: un livre de chevet, così come annuncia al termine dell’Introduzione medesima “E ora, care lettrici e cari lettori, nel lasciarvi alla lettura vi saluto con un mio desiderio: che queste pagine possano essere un vostro livre de chevet – bisogna sempre averne più d’uno […]”

Ma cosa è di preciso un livre de chevet?

La traduzione letterale lo definisce “libro da capezzale” o “libro da comodino” ovvero a portata di mano per consultarlo spesso, un libro amico quindi, un libro a cui chiedere aiuto.
E come?
Attraverso nove miti, nove doni perché il mito sottolinea l’Autrice nell’Introduzione“ è un dono. “Un dono antico che attraversa i secoli senza consumarsi, passa di voce in voce, di anima in anima, e arriva sino a noi ogni volta che l’esperienza umana si fa troppo grande per le parole quotidiane. Un dono in forma di racconto, che accoglie ciò che ferisce e lo trasforma in possibilità di comprensione: un racconto che cura. Non avete dunque tra le mani un manuale di mitologia greca, ma un libro che è un viaggio attraverso nove racconti, che hanno come protagonisti divinità ed eroi e che parlano dei nostri conflitti più profondi, delle ferite che ci segnano e delle trasformazioni che siamo chiamati a compiere.
Questo libro, di doni, ne contiene nove”.

Sono nove infatti le figure mitologiche di cui racconta

Ce le sintetizza Franco Manzoni nella sua presentazione (Il Corriere 23 agosto 2026)

In uno stile chiaro, accattivante, accessibile ma rigoroso, l’autrice assume la funzione guida di narratore terapeutico. Perciò sceglie nove figure emblematiche della mitologia greca: la fragile Elettra imprigionata in una rabbia patologica, l’arte genitoriale del centauro Chirone, l’essenza del sacrificio e del perdono in Andromeda, l’ira furente e la magnanimità di Achille, la fine dell’amore che si eterna in Andromaca, il selvaggio Pan e il suo grido terrorizzante, il pastore Endimione e l’inconveniente della eccessiva bellezza, il trasgressivo Dioniso, dio dell’orgia e della metamorfosi, per concludere con Atena, dea della sapienza e portatrice di pace.

Cristina Dell’Acqua, laureata in Lettere Classiche all’Università degli Studi di Milano, insegna greco e latino al Collegio San Carlo di Milano e Attualità della cultura classica all’Università IULM di Milano. Appassionata di sperimentazione didattica, si è specializzata in Arts Integration negli USA (Annapolis, Maryland). Cura la nuova collana di Classici Roi Edizioni e scrive articoli culturali per il «Corriere della Sera». Va in scena al Teatro degli Angeli di Milano con «Che mito sei?», una serie di incontri dedicati all’attualità del mito. Ha pubblicato con Mondadori Una Spa per l’anima (2019), Il nodo magico (2021) e La formula di Socrate (2023), con Solferino Il desiderio di volare (2022).(da Mondadori)

Carmelo Sardo “L’ultima estate di un uomo perbene”, recensione di Adriana Sardo(solamente omonima dell’autore)

“In quel clima così incandescente, il direttore di banca Pino Tragna aveva scoperto qualcosa che non doveva scoprire. 
Se avesse denunciato, avrebbe messo in serio pericolo la sua stessa esistenza. Ma non aveva altra scelta”
(dalla Quarta di copertina)

Copertina del romamzo di Carmelo Sardo"L'ultima estate di un uomo perbene", recensione di Adriana Sardo(solamente omonima dell’autore) Zolfo Editore

Zolfo Editore

L’ultima estate di un uomo perbene è un’opera di straordinaria intensità, una testimonianza necessaria e struggente.
Con una scrittura limpida e profondamente partecipe, Carmelo Sardo strappa all’oblio la vicenda di Giuseppe Tragna, integerrimo direttore di banca agrigentino, padre amorevole e marito esemplare. Nel suo vissuto si rivela la forza del dovere morale kantiano:
quell’imperativo categorico di fare la cosa giusta semplicemente perché è giusta, senza calcoli o paure.
Dinanzi alle ombre sinistre e agli assegni trafugati scoperti nei registri contabili, Tragna non esita: segnala e denuncia. Ma quella sua onestà quotidiana, in un contesto dominato dall’opacità
mafiosa, diventa una sfida intollerabile per un potere invisibile e feroce. Paga, così, con la vita lacolpa più rivoluzionaria: l’essere, semplicemente, una persona perbene.
Attraverso strazianti fotogrammi, l’autore restituisce i drammatici istanti del 18 luglio 1990, il giorno in cui l’uomo viene barbaramente ucciso sotto casa, a un soffio dal calore dei suoi cari. Il grido della moglie Mariella che “squarcia l’estate” segna uno strappo irreversibile nel tessuto del tempo, dividendo per sempre l’esistenza della famiglia tra un “prima”, fatto di momenti sereni, sogni e di normalità, e un “dopo”, dominato da un vuoto incolmabile e gelido.
Oltre al calvario dell’atroce perdita, la famiglia deve subire il veleno della maldicenza, poichè un’infame accusa di pedofilia viene orchestrata per deviare le indagini e proteggere i colpevoli,
uccidendo una seconda volta un uomo onesto.
Con una fermezza stoica, la moglie e i figli, lottano per decenni contro quella strategia diffamatoria, fino al giorno in cui il Ministero dell’Interno riconosce ufficialmente Giuseppe Tragna come vittima dei reati di tipo mafioso, ponendo fine ad ogni calunnia. Una riparazione tardiva, che restituisce la purezza di quel nome alla memoria collettiva.
Leggere questo libro diventa un atto di civiltà irrinunciabile, un percorso condiviso che cura la ferita dell’indifferenza attraverso la potenza della memoria. È un’opera che unisce il rigore di documenti inoppugnabili, capaci di svelare la verità dei fatti e il valore autentico di quest’uomo perbene, a una narrazione di travolgente umanità, che scuote la coscienza e tocca le corde più profonde dell’anima del lettore. Questa magistrale narrazione offre un esempio prezioso da consegnare alle nuove generazioni, affinché resti impresso che la legalità e il riscatto di un territorio non camminano sulle spalle di eroi mitologici e irraggiungibili. Poggiano, invece, sui passi quotidiani e silenziosi delle persone comuni, capaci di scegliere la rettitudine come sola, irrinunciabile bussola della propria esistenza.

Adriana Sardo (solamente omonima dell’autore)

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

Le notti senza memoria con la recensione di Adriana Sardo

Le notti senza memoria Bibliotheka Edizioni

L’arte della salvezza. Storia favolosa di Marck Art

Dove non batte il sole

Antonio Caiazza “Una storia scomoda.La guerra segreta al film di Luciano Tovoli con Mastroianni sugli italiani in Albania negli anni del fascismo”, Bibliotheka

STORIA INEDITA DI UNA GUERRA DIPLOMATICA PER BOICOTTARE UN FILM DI Luciano Tovoli con MASTROIANNI E CASTELLITTO SULL’ITALIA FASCISTA IN ALBANIA

Il giornalista Rai Antonio Caiazza ricostruisce la vicenda attraverso documenti di archivi italiani, francesi e albanesi. Con lettere degli scrittori Kadare e Agolli

con documenti inediti e lettere degli scrittori Ismail Kadare e Dritero Agolli

Bibliotheka

Dal 5 settembre

Documenti inediti rinvenuti negli archivi diplomatici in giro per l’Europa ricostruiscono una vicenda ancora del tutto sconosciuta, che riguarda il boicottaggio di un film con Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Anouk Aimée e un quasi esordiente Sergio Castellitto. Il film era Il generale dell’armata morta, tratto dal romanzo dello scrittore albanese Ismail Kadare per la regia di Luciano Tovoli. Le riprese erano previste fra il 1980 e il 1982, in Albania, dove i fatti raccontati avvennero realmente. Ma dopo contatti, viaggi e sopralluoghi e il denaro versato alla Banca di Stato albanese, la troupe fu imbarcata su un aereo e rimandata in Italia, senza che fosse girato neppure un metro di pellicola. Ricostruisce questa singolare vicenda Antonio Caiazza, giornalista alla Rai di Trieste particolarmente attento al mondo balcanico, nel libro Una storia scomoda. La guerra segreta al film con Mastroianni sugli italiani in Albania negli anni del fascismo che contiene documenti inediti e lettere degli scrittori Ismail Kadare e Dritero Agolli. Si è sempre attribuita la responsabilità del boicottaggio del film agli albanesi, ma i documenti consultati negli archivi diplomatici raccontano la trama che cercò di bloccare la lavorazione della pellicola. Gli apparati di due grandi democrazie, Italia e Francia, attivarono una notevole pressione nei confronti dell’Albania affinché il film non si facesse. Il motivo: riapriva la pagina dell’occupazione fascista, delle atrocità e delle vessazioni nei confronti delle popolazioni civili, che a Roma si voleva chiusa per sempre.

“In Italia – spiega Caiazza – si erano fatti e si facevano film sulla Resistenza e di denuncia del fascismo. Ma non sul nostro passato coloniale. Il generale dell’armata morta rompeva il silenzio su vicende che l’Italia voleva definitivamente sepolte”.
Il film si fece comunque, fu girato in Italia e uscì nel 1983, ma nel nostro Paese non vide mai le sale cinematografiche.

Antonio Caiazza, giornalista alla redazione Rai di Trieste, ha seguito per anni le vicende Balcaniche per diverse testate. In particolare, all’Albania ha dedicato servizi televisivi, articoli e due libri: In alto mare. Viaggio nell’Albania dal comunismo al futuro (Instar Libri 2008) e il romanzo La notte dei vinti (Nutrimenti 2014), racconto della sanguinosa epurazione che colpì la nomenklatura di Tirana a metà degli anni ’70.

Cecilia Frignani “Lo stupro di massa come arma da guerra”, OLIGO

Una approfondita ricerca storica che spazia dal mondo antico alla contemporaneità. Il corpo della donna vittima delle guerre degli uomini

OLIGO

Dal 5 settembre

Da sempre gli uomini violentano le donne, in particolare quando fanno la guerra, atavica attività maschile, in occasione della quale il corpo femminile diventa terra di conquista. Oggi, lo stupro su larga scala è considerato un crimine contro l’umanità e in questo libro ripercorreremo il lungo percorso che ha condotto la famiglia umana a fare i conti con una violenza tanto cruda. Partiremo da una ricostruzione storico-filosofica per cogliere l’origine latente della violenza di genere, guardando ad Aristotele e Galeno, ma anche alle teorie sulla nascita dell’agricoltura, osservando come nell’antichità la donna fosse considerata un bene a disposizione dell’uomo, un bene che in guerra può (e deve) essere razziato. Con il tempo, lo stupro da effetto collaterale è diventato un’arma vera e propria; a tal proposito esamineremo quanto sul finire del Novecento è accaduto in ex-Jugoslavia e in Ruanda, tristi vicende da cui però ha mosso i primi passi la giustizia internazionale. Concluderemo con un esame sull’attualità della disparità di genere nel mondo, offrendo anche spunti di speranza.

Più volte, man mano che andavo avanti a scrivere le pagine che seguono, mi sono infuriata. Ho letto, raccolto e inserito all’interno di questo lavoro testimonianze agghiaccianti e disumane di tantissime donne abusate e violentate, e fin da subito mi sono domandata del perché, in tutti questi anni di studio, non avessi mai trovato tra le mani un libro di storia che parlasse del calvario delle donne. Da sempre le donne sono vittime di stupri, violenze e fenomeni di schiavismo. Questi fatti in particolar modo sono un elemento costante dei conflitti bellici, antichi, moderni e purtroppo contemporanei.

Cecilia Frignani, giornalista di TeleMantova, ha conseguito la laureata specialistica in Scienze Filosofiche, all’interno della quale ha approfondito gli studi di Filosofia del Diritto.

Giuseppe Cerasa “Sipario siciliano. Storie di donne, passioni, segreti, mafia ed eroi senza gloria”, presentazione

“[…]Speranze e violenze si alternano in queste pagine, vita e morte, luce e lutto, come del resto la storia della Sicilia ci ha insegnato in questi anni,[…]”(dal Catalogo Nino Aragno Editore)

Giuseppe Cerasa, in Sipario siciliano, racconta piccole e grandi storie, edite e inedite sullo sfondo di quasi 70 anni di vicende italiane; un racconto sulla vita quotidiana su cui ricostruire l’identità di un popolo
Giornalista siciliano, nato in un paesino di campagna, deve al suo impegno e alla forza di volontà l’essere assurto alle vette del giornalismo nazionale da  quando ventenne entrò come apprendista a L’Ora di Palermo: e quante storie grandi e piccole,  dalle arti, ai sapori della cultura culinaria più povera, alle Feste, ai mercati rionali della Palermo popolare e quella dei Palazzi del potere!
La Sicilia della corruzione, dell’omertà, delle collusioni tra politica e mafia. Ma non solo: ricordi  di pagine di giornalismo giocate nella quotidianità di fatti anche efferati, come l’omicidio Dalla Chiesa, raccontato in pagine intrise di pianto e lacrime vere, o incontri intimidatori e articoli potenzialmente pericolosi, ma andando avanti comunque tra emozioni e speranze.
Non solo la mafia, il sangue, i morti ammazzati, ma anche amici, sentimenti come la malinconia dei siciliani che, sebbene partiti dalle loro terre d’origine, come anche l’autore ha fatto,  rimangono per sempre, isolani; oppure la dolcezza del mondo contadino in cui Cerasa è nato e ha trascorso l’infanzia.
“E il racconto si snoda attraverso amori, passioni, riti irrinunciabili, violenze inaudite, diritti calpestati, bagliori rivoluzionari, storie letterarie non sempre scritte eppure raccontate con forza e lirismo”(da Nino Aragno Editore)

Giuseppe Cerasa  dall’età di 14 anni ha avuto solo l’ambizione di fare il giornalista, perché ha sempre amato raccontare la vita, i misteri e le bellezze della sua Sicilia e della meravigliosa Italia. E forse c’è riuscito, passando dal Giornale di Sicilia all’Ora e per arrivare a Repubblica, dove ha diretto per 18 anni la cronaca di Roma del quotidiano fondato e diretto da Eugenio Scalfari, dopo una lunga esperienza al vertice della cronaca nazionale. Si è divertito a ideare e realizzare il format delle Guide di Repubblica che in 20 anni sono riuscite a diventare un magazine completo per narrare le storie, gli itinerari e gli angoli più sorprendenti del Paese.  Nel 2018 è stato insignito all’Università La Sapienza di Roma della laurea honoris causa in Giornalismo e comunicazione multimediale.(da Nino Aragno )

CITTÀ E FUTURO. A cura di Roberto Besana e Roberto Poli

Contributi di

Gabriella D’Elia, Giulia Fasoli, Safaa Mataich, Fabio Millevoi, Elena Petrucci, Carlotta Poli, Roberto Poli, Silvia Rigamonti, Mattia Rossi, Stefania Santilli

Fotografie di

Diego Bardone, Roberto Besana, Cesare Salvadeo

Töpffer per Oltre Edizioni

Le città devono essere capaci di gestire le molte trasformazioni in maturazione e per farlo serve una classe dirigente capace di guardare lontano, di capire le trasformazioni in atto, di realizzare progettualità innovative, di coinvolgere i cittadini nel disegnare i loro futuri. Ecco perché questo libro non è solo sulle città, ma sui futuri delle città. Non è e non vuole limitarsi a una descrizione dell’esistente ma, a partire da spunti offertici dalle fotografie (del presente!), cerca di proporre alcune ipotesi di lettura dei cambiamenti possibili che si verificheranno nelle città italiane nei prossimi decenni.  Gli autori, con questo lavoro, presentano un’occasione di reframing, un modo di vedere, con uno sguardo diverso, un tema altrimenti noto, per scoprire indizi che potrebbero suggerire nuove vie di azione, possibili speranze dove altrimenti si vedono solo profezie negative. Ovviamente, un libro può suggerire, ma non può in alcun modo sostituire un vero e proprio esercizio di futuro.

In poco più di diecimila anni – un battito di ciglia nella storia dell’homo sapiens – siamo passati da micro-gruppi di cacciatori nomadi a megacities. In questo volume non parleremo di megacities – fenomeno prevalentemente asiatico e africano – né di sprawls – le città diffuse tipiche degli Stati Uniti. Sono due modi abnormi di usare lo spazio in cui ovunque si giri lo sguardo e per decine di chilometri ci si trova sempre all’interno di contesti urbanizzati. Fortunatamente in Europa ne abbiamo pochi esempi. Ci occuperemo invece di piccole e medie città – diciamo fra i trentamila e il milione di abitanti. Si tratta delle città in cui vive la grande maggioranza dei cittadini italiani (ed europei). Queste città non sono né troppo grandi né troppo piccole. Offrono i vantaggi del vivere in un contesto urbano senza imporre i costi supplementari legati agli sviluppi abnormi dell’urbanizzazione, che sia intensiva come nelle megacities o estensiva come nelle sprawls. Anche se pochi se ne sono accorti, i primi anni di questo secolo hanno incluso un momento di svolta: per la prima volta nella storia dell’umanità il numero dei cittadini ha superato il numero dei campagnoli. La tendenza verso un ulteriore aumento delle persone che vivono in contesti urbani continua e le Nazioni Unite si aspettano che per il 2050 tre quarti della popolazione mondiale vivrà in contesti urbani. Questo unico dato – ci sono e ci saranno sempre più cittadini – spiega perché ha senso pensare a un libro sulle città e sui loro futuri: perché riguarda la maggior parte di noi. (Dall’introduzione di Roberto Poli)

GLI AUTORI

Gabriella D’Elia. Ingegnere, Responsabile attività di Processes, Monitoring & Demand della Direzione Consumer presso TIM. Senior ICT Manager, Innovation Manager. Consigliera di Amministrazione presso Telsy, azienda del gruppo TIM specializzata in soluzioni di cybersecurity. Dopo aver conseguito il Master in Previsione Sociale presso l’Università di Trento, coltiva studi e metodi per lo Strategic e il Corporate Foresight.

Giulia Fasoli. Laureata in Gestione delle Organizzazioni e del Territorio è ora assegnista di ricerca presso l’Università di Trento. I suoi interessi di ricerca si concentrano sul tema del governo anticipante nella Pubblica Amministrazione e sulla valutazione delle attività di futuro.

Safaa Mataich. Approda ai Futures Studies da una carriera accademica scientifica e da un percorso professionale come educatrice nei servizi di riabilitazione psichiatrica e di marginalità. Utilizza la Futures Literacy ed i metodi degli Studi dei Futuri per aiutare organizzazioni ed individui a gestire l’incertezza, collaborando con team multiprofessionali.

Fabio Millevoi. Nasce a Trieste, città dallo sguardo presbite, nel 1958. È Direttore di ANCE Friuli Venezia Giulia per professione e futurista per necessità. Consegue la laurea in giurisprudenza nella sua città e il Master in previsione sociale a Trento. Docente a contratto in Futures studies e Sistemi anticipanti nel Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Trieste. Vice Presidente di INARCH Triveneto. Ideatore e responsabile del Laboratorio dell’immaginazione delle Costruzioni Future (LICoF) promosso da ANCE FVG e da Area Science Park Ente Nazionale di ricerca. Autore di “Breve storia sui futuri della casa” (Graphe.it edizioni).

Elena Petrucci. Come futurista si occupa di formazione e consulenza nell’ambito dei Futures Studies e dell’Anticipazione. Si occupa di ricerche di settore e di individuazione di segnali di cambiamento che possono trasformarsi in opportunità. Facilita gruppi di lavoro a supporto di attività di Strategic Foresight (esercizi di futuro complessi).

Carlotta Poli è Storica dell’arte specializzata in Storia dell’Arte Contemporanea. Lavora come consulente strategica e content curator per realtà artistiche, tech ed editoriali. Si è avvicinata ai Futures Studies all’Università di Trento con il Master in Previsione Sociale (2021-22), con una tesi sul sistema dell’arte contemporanea italiana nel 2040, la Winter School, Futures Literacy & Foundations of Futures Studies (2022) e la Foresight Masterclass “Il futuro della comunicazione” dell’Institute for the Future di Napoli (2023).

Roberto Poli. Professore ordinario all’Università di Trento, Direttore del Master in Previsione sociale, il primo master di studi di futuro in Italia. Titolare della Cattedra UNESCO sui sistemi anticipanti. È nella lista Stanford degli scienziati più citati. Ha scritto Lavorare con il futuro (Egea 2019) e curato l’Handbook of Futures Studies (Elgar 2024).

Silvia Rigamonti. Economista per formazione, umanista per vocazione. Dopo una carriera nell’M&A internazionale – tra l’euforia dell’avvento di Internet e le crisi Lehman Brothers & derivati – da un decennio si occupa di coaching, mentoring e sviluppo dei talenti nelle organizzazioni. Grazie alla sua start-up innovativa Hacking Talents SB contribuisce a liberare il potenziale delle persone per un mondo del lavoro al passo coi tempi. Master in Previsione sociale all’Università di Trento e docente presso LIUC Business School.

Mattia Rossi. Vocazione umanistica, esperienza manageriale, lavora come executive e business coach ICF (credenziale PCC) e facilita esercizi di futuro per organizzazioni e individui. Esplora i futuri possibili all’incrocio di umanità e tecnologia, tra realtà virtuale e simulazioni, biohacking e cyborg. Master in Previsione sociale all’Università di Trento, Master in Filosofia del Digitale e Intelligenza Artificiale all’Università di Udine.

Stefania Santilli.  È avvocata e designer di servizi legali; si occupa della tutela e della promozione di comunità inclusive e della valorizzazione di policy per il rispetto della diversità, con una visione orientata alla ricerca di futuri preferibili e strategie anticipanti per la loro realizzazione. Nel 2020 è stata inclusa nella lista di esperti Sogi del Consiglio d’Europa nel campo dei diritti umani sociali ed economici – revisione legislativa e politica. Masters in Previsione sociale all’Università di Trento e Design dei Servizi presso il Poli.design di Milano.

I FOTOGRAFI:

Diego Bardone. Si avvicina alla fotografia a metà degli anni ‘80, collaborando con il Manifesto e due piccole agenzie per alcuni anni.  La strada è il suo habitat naturale, la semplicità dello scorrere della vita di tutti i giorni ciò che ama ritrarre, usando il BN come mezzo espressivo d’elezione. Al suo attivo diverse mostre, personali e non, e pubblicazioni su alcuni magazine fotografici, italiani e internazionali. Libri: Street life Milano, Edizioni del Foglio Clandestino, 2018 Strange days, 2021 Indigo – Oltre le apparenze, (coautrice Maria Grazia Scarpetta), Massimo Fiameni Design, 2021

Roberto Besana. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla Direzione Generale della De Agostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni.   Le sue immagini sono principalmente “all’aria aperta”, dove lo portano i passi. Ambiente e paesaggio sono i suoi principali filoni di ricerca. I suoi lavori fotografici sono presenti in libri e quotidiani, siti web, riviste. Al suo attivo innumerevoli mostre personali e collettive. Dirige o collabora alla realizzazione di eventi e festival culturali. Membro del comitato scientifico del periodico culturale Globus, curatore editoriale della collana “Fotografia e Parola“ di  Oltre Edizioni, ha una rubrica fissa sui periodici .eco,  Educazione sostenibile, NOCSensei

Cesare Salvadeo. Si avvicina alla fotografia fin da piccolo e cresce come autodidatta, aiutato tecnicamente da un anziano fotografo negoziante. Dopo un breve periodo trascorso nel circuito dei concorsi fotografici, dove peraltro ottiene riconoscimenti nazionali e internazionali, approda ad un suo linguaggio più specifico affrontando reportage a sfondo sociale e la fotografia di strada. La sua prima mostra personale, nel 1972, è incentrata sul tema del mondo contadino che sta ormai scomparendo. Contemporaneamente lavora sul genere Street photography e su questa tematica allestisce numerose mostre personali che trovano eco sulla stampa specializzata. Espone in Cina nel 2015 e nel 2021 al Festival Internazionale di Lishui. Si occupano della sua attività le maggiori testate giornalistiche e la TV.

“Avevo un posto andato in fumo”, a cura di Maria Grazia Camilletti

Nelle testimonianze di tredici sigaraie della Manifattura Tabacchi di Chiaravalle, raccolte dall’autrice nel 2007, in occasione dei 250 anni dalla nascita della fabbrica, la storia di donne che hanno avuto per quaranta anni, dal 1940 al 1980, un ruolo fondamentale nella produzione di sigari e sigarette, ma sono state anche al centro di una trama di affetti familiari e di amicizie tra donne.[…](dal Catalogo Edizioniae)

Una storia di lavoro, una storia al femminile legata a quella di una fabbrica, la manifattura Tabacchi di Chiaravalle (Ancona). Una raccolta di testimonianze orali di Storia e di storie personali queste ultime raccontate dalle protagoniste nel ricordo di quanto vissuto che aveva il sapore dell’emancipazione attraverso una conquista economica rispetto a quello degli uomini in una terra povera e arraetrata che offriva loro bracciantato o mezzadria.

Ma anche una storia di lavoro faticoso sostenuto dall’orgoglio per un’esperienza esemplare fatta di conquiste come quella contro il cottimo, imperante nella fabbricazione dei sigari, e di un nido nel riconoscimento del diritto ad essere madre e operaia pur nello sfruttamento di maestranza femminile  e di scarsa istruzione.

Testimonianze dirette di donne attive nella fabbrica dal 1940 al 1980 e raccolte dal 2007 dalla curatrice, la storica Maria Grazia Camilletti

Brevi note biografiche

Maria Grazia Camilletti ha insegnato per vent’anni italiano e latino nei licei, poi si è dedicata alla ricerca storica, in particolare alla storia di “genere”, presso l’Istituto per la storia del Movimento di liberazione nelle Marche, di cui è stata presidente dal 1996 al 1999. Ha fatto parte della redazione e del comitato scientifico della rivista “Storia e problemi contemporanei”. Ha pubblicato diversi saggi su riviste specializzate e per “I quaderni” dell’Istituto Gramsci Marche ha curato il numero “Le donne raccontano: guerra e vita quotidiana. Ancona 1940-1945″. Impegnata politicamente prima nel Pci, poi Ds, Pds e Pd, è stata consigliere comunale, poi assessore per due mandati. Per più di cinque anni ha tenuto lezioni per il corso “Donne e Istituzioni” organizzato dall’Università di Camerino.( da Edizioniae, autore)

1 maggio festa dei lavoratori

celebrata in molti paesi del mondo già dal 1889

L’origine è legata alle lotte sindacali per il diritto alla giornata lavorativa di 8 ore. Il 1° maggio del 1886 fu indetto da parte dei sindacati statunitensi uno sciopero generale. A Chicago avvennero violenti scontri con morti e feriti. Negli anni successivi furono molte le dimostrazioni per ricordare le vittime e per rivendicare i diritti dei lavoratori. Al Congresso internazionale di Parigi del 1889, dove fu istituita la Seconda internazionale socialista, pertanto venne scelta come data simbolica per la Festa internazionale dei lavoratori. In Italia fu introdotta l’anno dopo. Durante il Fascismo, nel 1924, venne istituita il 21 aprile una diversa festività con la denominazione Natale di Roma – Festa del lavoro; il 1 Maggio fu ripristinato alla fine della guerra.