Marilena Boccola “L’estate del primo bacio”, CN (Oligo Editore)

«Di colpo, nella testa mi esplode la voce di Giuni Russo in tutta la sua potenza vocale e sulle note di Un’estate al mare, inspiegabilmente, mi ritrovo catapultata nella lontana estate dell’Ottantadue, che ha segnato per sempre la mia vita».

Il ricordo emozionato di Maddalena che ripensa all’adolescenza ormai lontana. Così nasce un romanzo di formazione con, sullo sfondo, l’indimenticabile estate del 1982 e l’Italia campione del mondo. Ecco che nei suoi ricordi riaffiora Maddy: sedicenne appassionata di libri che, in vacanza a Jesolo Lido con la famiglia, si scopre alle prese con i primi turbamenti amorosi e il desiderio di ricevere il primo bacio. Un sogno che si realizzerà proprio nella notte della finale mundial, quando si troverà distesa sulla sabbia del lido, con la cortina di stelle a fare da contrappunto alla sua prima storia d’amore. Ma la realtà irromperà prepotente e sarà tardi anche solo per scambiarsi un indirizzo. Fanno da contorno la musica degli anni ’80 e oggetti allora di uso comune come il walkman, il jukebox, il motorino “Ciao”, il telefono a gettoni, le pubblicità e i tanti miti di un’epoca indimenticabile.

Prologo.

Entro in casa trafelata, boccheggiante per l’afa che da giorni grava sulla città e, rischiando di schiacciare le uova, poso pesantemente sul tavolo della cucina le borse della spesa che ho trascinato fin qui dall’ascensore. Lancio un’occhiata disperata all’orologio appeso alla parete: sono già le sette e mezza e devo ancora impostare la cena. Giovanni mi segue, silenzioso, portando il latte, poi, all’improvviso, torna all’attacco. «Perché non posso ricevere un cellulare per il mio compleanno?» Me lo chiede con insistenza da giorni. Sospiro e, per l’ennesima volta, rispondo stancamente: «Perché hai solo dieci anni. Non ti serve». Inizio affannosamente a riporre le cose in frigorifero, mentre lui se ne sta lì in piedi a fissarmi, offeso. Quando fa così, mi innervosisce terribilmente. Ammetto di essere un tantino spazientita quando mi chino quanto basta per mettermi all’altezza dei suoi occhi, in attesa di una replica che, infatti, non tarda ad arrivare. «Scusa, tu quanti anni avevi quando hai ricevuto il tuo primo telefonino?» Ci penso su un attimo, un cespo d’insalata in mano, gli occhi rivolti al soffitto come se la risposta mi dovesse arrivare dall’alto, ma in realtà sto freneticamente frugando nei cassetti della memoria.

MARILENA BOCCOLA vive a Mantova. Con HarperCollins Italia ha pubblicato in digitale diversi romanzi, poi usciti in edicola nella collana eLit Harmony. Con Dri Editore ha pubblicato romance storici. Nel 2022 con Oligo Editore esce Ricordo di una estate.

Giacomo Battista“Nettuno. Il gatto che sapeva di mare”, NeP Edizioni

Il romanzo secondo classificato al contest letterario nazionale “La mia storia di mare”

Nettuno è un gatto tanto amato da tutti. È stato salvato in una notte tempestosa da un pescatore nei pressi dello Scoglio del Frate a Polignano a Mare e, da allora, ha scelto di vivere sulla panchina del lungomare della cittadina, con lo sguardo sempre rivolto verso l’orizzonte.

Conosciuto da tutti, è diventato il confidente silenzioso delle storie di chi si avvicina a lui in cerca di conforto e serenità. Sulla sua panchina si intrecciano le vite di persone inquiete, desiderose di condividere il peso dei loro segreti e delle loro esperienze.

Accarezzando dolcemente il gatto, ognuno si apre al racconto della propria vita, delle scelte fatte e degli errori commessi. Si succedono così episodi fatti di gioie e dolori, di speranze e di rimpianti, ma soprattutto di consolazione per chiunque abbia bisogno di un ascolto empatico.Il felino dal cuore tenero diviene guardiano e custode dei segreti del mare o forse di quelli più profondi dell’animo umano e guida coloro che lo incrociano verso una nuova consapevolezza e una rinnovata speranza.

“Nettuno. Il gatto che sapeva di mare” è un libro che tocca il cuore e l’anima di chiunque si immerga nelle sue pagine. È un invito a credere nella forza del legame umano, nella capacità di guarigione che scaturisce dalle piccole gentilezze e nell’infinita speranza che risiede nel cuore di ogni essere vivente.

Attraverso la penna sensibile di Giacomo Battista, il lettore viene trasportato in un viaggio di scoperta e di rinascita. Le emozioni suscitate dal romanzo sono genuine e autentiche, perché riflettono la bellezza e la complessità della vita umana, con tutti i suoi alti e bassi.

L’opera si è classificata al secondo posto nella sezione prosa del primo contest letterario “La mia storia di mare”, organizzato da NeP edizioni. Dedicato alla memoria di Alessandro Cocco, editore e fondatore della casa editrice, scomparso prematuramente nel 2021, il contest si proponeva di raccontare storie legate al mare, che avessero il mare come tema fondante, protagonista o scenario delle vicende narrate. La proclamazione delle opere vincitrici, selezionate da una giuria di esperti presieduta da Giacomo Visconti, docente e noto scrittore e influencer, è avvenuta a Roma lo scorso dicembre, durante la Fiera Nazionale della Piccola e Media editoria “Più libri Più liberi”.

Giacomo Battista vive in provincia di Bari. Diplomato in Viola presso il Conservatorio di Musica “N. Piccinni” di Bari, da molti anni svolge un’intensa attività concertistica suonando con importanti nomi della musica classica e leggera.Insegna musica nella Scuola Primaria e la sua passione per la materia, unita all’amore per la lettura, lo ha portato a scrivere numerosi musical per ragazzi, vincendo diversi concorsi teatrali. Nel dicembre 2017 ha pubblicato una raccolta di nove racconti dal titolo “Notte di Natale”. Per NeP edizioni ha pubblicato nel 2020 il romanzo “A due cuori”.

Qui l’Anteprima


“Primadonna. Novelle per Eleonora Duse”, a cura di Maria Pia Pagani, Bibliotheka Edizioni

QUANDO LA DIVA ELEONORA DUSE ISPIRAVA NOVELLE AI GRANDI SCRITTORI

Nel centenario della morte dell’attrice, un libro di Bibliotheka raccoglie per la prima volta scritti di D’Annunzio, Panzini, Ojetti, Gozzano e Moretti

Postfazione di Toni Iermano

Bibliotheka Edizioni

Diva, icona, musa ispiratrice e superba attrice di teatro, Eleonora Duse, di cui quest’anno si celebra il centenario della morte, era arrivata al successo nonostante una lunga gavetta che le aveva fatto conoscere la fame, la mancanza di una stabilità domestica e pesanti delusioni affettive.

La sua immagine si è radicata nell’immaginario collettivo anche grazie alle novelle di vari autori italiani che – per la prima volta – vengono presentate nel libro Primadonna. Novelle per Eleonora Duse, in uscita il 5 aprile per le edizioni Biblotheka (252 pagine, euro 18,00, ebook a 4,99). Il libro è a cura di Maria Pia Pagani, ricercatrice all’Università di Napoli Federico II, socio del Pen Club, collaboratrice della Fondazione “Il Vittoriale degli Italiani” e membro del Comitato nazionale per le celebrazioni della morte dell’attrice.

La galleria testuale restituisce la vita dell’attrice, nata a Vigevano, in provincia di Pavia, attraverso lo sguardo attento dei suoi contemporanei: tutti scrittori e scrittrici più o meno noti al grande pubblico, e appassionati di teatro. Una galleria che abbraccia un arco temporale che va dal 1887 al 1925, ovvero da quando la diva comincia a brillare come primadonna a livello internazionale, a un anno dopo la sua morte. Autore d’eccezione è il Duca Minimo, pseudonimo con il quale si firmava il cronista mondano Gabriele d’Annunzio, senza dimenticare Alfredo Panzini e Ugo Ojetti, Guido Gozzano e Marino Moretti. Tra i vari aspetti, affiora anche una geografia che tocca le principali città italiane in cui la primadonna riscosse i maggiori successi: Roma, Torino, Napoli, Venezia, Firenze, Milano e Trieste.

Per tutti la Duse è la sirena delle profondità marine che dona fascino e raffinatezza alla narrazione: la sua celebrità serve a elevare la vicenda, sia quando è menzionata esplicitamente, sia quando e soltanto allusa. Il suo e il richiamo stellare in mezzo a tanti protagonisti sconosciuti e schiacciati dal grigiore della quotidianità”, spiega nella postfazione Toni Iermano, ordinario di Letteratura italiana e presidente dei Corsi di studio in Lettere all’Università di Cassino.

Quando la primadonna diviene anche la protagonista di una novella, “la narrazione si tinge di mitologia e la protagonista appare ai suoi contemporanei avvolta in una vita fiabesca e olimpica”, prosegue Iermano. È quel dettaglio che insegue le tendenze e le mode dominanti e alza le tirature del “prodotto”: gli autori del tempo lo sapevano, e ciascuno, a suo modo, provava a dialogare con le attese entusiastiche del pubblico dei lettori.

Per Eleonora Duse essere primadonna era uno status che andava ben oltre il sistema dei ruoli imperante nella scena italiana. Era infatti una condizione pressoché naturale, per un’anima come la sua. In quanto “figlia d’arte”, sapeva bene che nel mondo del teatro esistevano delle gerarchie, ma era intenzionata a starci dentro a modo suo: si era perciò costruita un cammino contraddistinto da scelte di repertorio non convenzionali per la sua epoca, aveva affrontato molte tournée internazionali, suscitava con la gestione della sua impresa teatrale e della sua immagine divistica l’attenzione di critici e giornalisti, nonché di pittori e fotografi.[…] Va detto che il rapporto di Eleonora con il pubblico e stato spesso conflittuale e assimilato a una forma di martirio bianco, ma la sua scalata al successo e andata indiscutibilmente di pari passo con la conquista della celebrità mondana. Per molto tempo ella ha considerato la massa degli spettatori come una belva famelica da domare, oppure un mostro munito di tanti occhi da cui doversi difendere. Soltanto nella vecchiaia, dopo i lunghi anni del suo silenzio artistico, e giunta a una sorta di riappacificazione che l’ha portata a considerare la sua arte come un dono da offrire agli spettatori. (dall’introduzione di Maria Pia Pagani )

Florence Macleod Harper “Addio Russia!Una testimone della rivoluzione del 1917” Lorenzo De’ Medici Press

Il racconto della Rivoluzione russa dalla voce di una delle prime giornaliste straniere inviate sul campo

Traduzione di Mariana Tudorache

Lorenzo de’ Medici Press

Per la prima volta in traduzione italiana il racconto della rivoluzione russa del 1917 attraverso le parole della giornalista canadese Florence Macleod Harper. Inviata a San Pietroburgo nel dicembre del 1916 dal settimanale «Leslie’s Weekly», Harper fu testimone diretta e cronista dello scoppio della rivoluzione e di ciò che accadde fino alla presa del potere dei bolscevichi. Nel suo resoconto si mescolano le impressioni di una giovane inviata speciale al confronto con uno dei più drammatici rivolgimenti della storia e tutto il sapore di una scrittura sempre freschissima e ironica, veritiera e intensamente partecipata. Il suo resoconto è una delle pochissime testimonianze di una donna di quanto accadde in quei mesi, fra cortei, scioperi, scontri a fuoco, carestie e tragedie al fronte. Rimasto quasi dimenticato per decenni, riporta oggi alla lettura tutto il sapore di un periodo storico che avrebbe cambiato la storia.

Introduzione

Sono stata fortunata ad arrivare in Russia durante il vecchio regime, trovarmi lì durante l’inizio di quello nuovo. Ho detto che sono stata fortunata. Non era fortuna; era solo un semplice «presentimento» scozzese. Quando salpai da Vancouver nel dicembre del 1916, c’erano molti altri posti più interessanti della Russia dal punto di vista delle «notizie» ma il mio «presentimento» era troppo forte. Convinsi il «Leslie’s Weekly» del mio punto di vista, e così, chiudendo le credenziali nella mia vecchia sacca, iniziai questo viaggio interessantissimo. Le mie istruzioni erano di lavorare con Donald C. Thompson, il fotografo di guerra dello staff del «Leslie’s». Di conseguenza, rimasi con lui durante molte sommosse e combattimenti di strada, nonché durante le visite al fronte. Durante i nove mesi in cui mi trovai in Russia, le condizioni furono pessime per tutto il tempo. Il cibo era scarso e di qualità mediocre e dovetti sopportare molte cose sgradevoli. Ma ne valse la pena. Dimenticammo tutti i disagi nell’osservare la tremenda, pietosa tragedia che si rappresentava davanti ai nostri occhi. Per tre anni l’esercito russo combatté in condizioni inimmaginabili per il popolo americano […] Non c’erano ambulanze per portare i feriti agli ospedali. Erano meno di seimila su un fronte di milleduecento miglia, mentre in Francia c’erano sessantamila ambulanze su un fronte lungo un quarto. Quando gli uomini arrivavano agli ospedali si verificava una pietosa mancanza di rifornimenti, che causava morti e amputazioni inutili. I vagoni merci usati come treni-ambulanza rendevano impossibile assistere gli uomini lungo il percorso. La storia dei tre anni di lotta della Russia è una storia di un paziente eroismo contro un tradimento della peggior specie (F.M.H).

Florence Macleod Harper (1886-1946) era una giornalista e inviata speciale di appena 27 anni al momento del suo viaggio in Russia. Fu una delle pochissime donne presenti ai fatti. Inviò articoli di cronaca per il proprio settimanale e descrisse solo quanto poteva osservare direttamente con i propri occhi. Non si conoscono molti altri dettagli della sua vita dopo il rientro in Canada e solo la ricerca storica più recente ne ha riscoperto il libro come una delle fonti più autentiche e attendibili sulla rivoluzione russa e forse anche l’unica ad aver testimoniato anche quanto accadde, in quei mesi, sui campi di battaglia del fronte orientale.

Adrián N. Bravi “Adelaida” presentazione

Una donna, un’artista, una madre. Adelaida Gigli è stata una delle figure femminili più sorprendenti dell’Argentina del secolo scorso. Pronta a nascondere armi e dissidenti nella sua casa, a ridere in faccia al potere, a ribellarsi alle convenzioni, a mostrarsi esuberante e dissacrante, Adelaida ha espresso sempre sé stessa fino in fondo e ha dovuto pagare sulla propria pelle l’orrore della censura, della dittatura e della perdita. Il ritratto che ne fa Adrián N. Bravi è appassionato e vivo, irrinunciabile.(da Nutrimenti libri)

Ricostruzione tra biografia e romanzo della vita di un’artista recanatese nata nel 1927 e trasferitasi con la famiglia in Argentina. Figlia del pittore Lorenzo Gigli, lascia l’Italia nel 1931. Alla fine degli anni Quaranta insieme al marito David Viñas, scrittore e sceneggiatore, fonda insieme ad altri intellettuali la rivista Contorno. Nel 1960, dopo un viaggio in Venezuela, si dedica alla ceramica diventando in breve una grande artista.

Da queste poche note si evince una donna poliedrica, scrittrice, poetessa e quindi ceramista nonché intellettuale schierata politicamente contro il regime dittatoriale argentino. Una vita da quel momento caratterizzata dal dolore per la perdita dei due figli, entrambi desaparecidos, e per il ritorno a Recanati dove si spegnerà nel 2010,  periodo quello recanatese in cui l’Autore l’ha conosciuta e frequentata tracciandone e ricostruendone la biografia in parte romanzata in parte autobiografica.

“Un libro – scrive Benedetta Marietti (Il Venerdì La Repubblica  22 marzo 2024)- che è insieme memoir, storia della letteratura argentina, racconto dell’impegno politico, testimonianza vivida contro ogni tentativo di oblio”.

Adrián N. Bravi è nato a Buenos Aires, ha vissuto in Argentina fino all’età di 25 anni, poi si è trasferito in Italia per proseguire i suoi studi di filosofia. Vive a Recanati e fa il bibliotecario. Nel 1999  ha pubblicato il suo primo romanzo in lingua spagnola e dal 2000 ha iniziato a scrivere in italiano. I  suoi libri pubblicati: Restituiscimi il cappotto (2004),La pelusa (2007), Sud 1982 (2008), Il riporto (Nottetempo 2011), L’albero e la vacca (2013), L’inondazione (2015); Variazioni straniere (2015);  La gelosia delle lingue (2017). Nel 2010 ha pubblicato un libro per bambini, The thirsty  tree (2015), e poi, L’idioma di Casilda Moreira (2019), Il levitatore (2020). Con Nutrimenti ha pubblicato Verde Eldorado (2022) con cui è finalista al Premio internazionale Semeria Casinò di Sanremo, e al Premio ‘Libri a 180°’ Città di Sant’Elpidio a mare.

Demetrio Salvi “Un tipo elettrosensibile”, Oltre Edizioni

Un tipo elettrosensibile è una storia vera che descrive mirabilmente una condizione di malattia ambientale che può stravolgere completamente lo stile e la  qualità di vita sino, in extrema ratio, costringere al ritiro sociale: l’elettrosensibilità.

Prefazione Diego Zandel. Postfazione Paolo Orio

OLTRE EDIZIONI

Piano. Piano. Inspira. Con calma. Lascia lavorare il diaframma. Il dolore è al centro del petto. Il cuore batte solo più forte. Espira. Perché ho risposto al cellulare? Se solo avesse funzionato il cordless. Il cellulare è cattivo, il cordless è buono. Il cordless non fa male. Almeno non fa molto male. Respiro. Il cellulare era sulla scrivania. L’ho visto prendere vita. Si è illuminato. Vibrava e squillava con quel suono odioso che ritrovo in infiniti altri cellulari simili. Ho spinto l’icona e, quella, è scivolata leggera fino alla fine. Ma nel momento preciso in cui la connessione è stata stabilita è scoppiato come una bomba, un muro invisibile mi ha colpito, mi ha spinto di lato, due metri più dietro. Un dolore profondo al petto. Il fiato spezzato. Niente più aria nei polmoni. Una paura che veniva da dentro e che si è impadronita del corpo. Nient’altro. Vuoto. Buio. Cosa stavo vivendo? Cosa aveva scatenato il malessere? Che c’entrava il cellulare? Perché qualunque cosa emettesse energia elettromagnetica assorbiva le mie forze e mi levava il fiato? Non lo sapevo.

Questi sono gli appunti di un viaggio che avrebbe perversamente cambiato la mia vita: avrei navigato spesso su mari in tempesta e avrei imparato che, come l’Araba Fenice, per rinascere bisogna necessariamente e dolorosamente morire.

Dalla Prefazione di Diego Zandel. 

Lo scorso 15 aprile dovevo venire a Napoli per presentare a Napoli Libri il mio ultimo romanzo “Eredità colpevole”, edito da Voland, e avevo chiesto a Demetrio Salvi, che era stato mio docente alla scuola di cinema Sentieri Selvaggi, di essere lui il mio presentatore/relatore. Lo risentivo dopo anni […] Naturalmente, la mia richiesta servì a riaprire la vecchia famigliarità che si era creata tra noi […] E non senza turbamento lessi quanto segue: “Carissimo Diego, ero lì, sul tuo messaggio di qualche tempo fa, e non riuscivo a mettere assieme le idee giuste per raccontarti questa mia incredibile storia (e, ora, a pensarci, magari già te l’ho raccontata, non so…) Sono, insomma, diventato elettrosensibile: i cellulari (soprattutto), i televisori, i computer, i videoproiettori… tutto mi fa impazzire. Sono sofferenze difficili da definire e che finiscono, in genere, col provocarmi una spiacevolissima sensazione di soffocamento (inutile dirti che i medici, puntualmente, lo confondono con un attacco di panico). Per avere uno straccio di diagnosi sono dovuto andare a Varese, dove c’è una dottoressa (elettrosensibile!) che riesce a mettere assieme riferimenti e quant’altro per una patologia che, per lo Stato italiano, non esiste! E ci credo! Chi lo va a dire a quelli della Apple, della Samsung, della Microsoft che i loro strumenti fanno male? … e non è solo il cancro… Prendere un treno è per me impossibile – così come prendere un aereo o una nave. Ho smesso con Roma, quindi, e con Sentieri selvaggi. Intendiamoci: mi do da fare come un matto e continuo a progettare, ci mancherebbe. La fase acuta è passata, mi sono in parte abituato a questa strana allergia e mi difendo indossando, come i supereroi, magliette con fibra d’argento (non scherzo!) Ma, insomma, poi, quando sarai qui, ne parleremo…  Un abbraccio forte. Demetrio”. Poi, a Napoli, quando ci siamo visti mi ha raccontato questa sua sensibilità, anzi elettrosensibilità, ed è scattata in me la proposta di chiedergli un libro che raccontasse la sua storia [..]. Una storia che credo interessi tutti, sapendo l’elettricità che oggi più che mai attraversa l’aria e i nostri corpi[..]. Demetrio Salvi ha accettato il mio invito, ed ora ecco qui, di seguito, la sua storia, scritta con la capacità che gli è propria dell’uomo di cinema. Mi è sembrato poi giusto, affinché non si pensi a quello di Demetrio come a un caso isolato, posporre anche una postfazione del presidente dell’Associazione Italiana Elettrosensibili, Paolo Orio.

Demetrio Salvi è nato a Napoli nel 1961. Ha coniugato la sua attività di docente con quella di regista, sceneggiatore, scrittore, critico per il cinema e la televisione: ha realizzato documentari (tra gli altri: Il Matrimonio degli Alberi di Accettura; La festa dei Morti a San Demetrio Corone; Nel Regno di Pulcinella; A Mozzarella Nigga) e sceneggiature per il cinema (Mai per sempre, per la regia di Fabio Massa). È stato direttore ai programmi per una nota emittente televisiva super regionale (Canale21). Ha fondato, nel 1999, assieme a Federico Chiacchiari, la Scuola di Cinema Sentieri selvaggi e ha diretto i corsi di Regia e Sceneggiatura. Ha scritto testi per l’Enciclopedia del Cinema Treccani, per riviste specializzate (Cineforum) e per una collana su autori del cinema contemporaneo edita da Sorbini. Ha tenuto corsi per l’IRRE Campania. È autore di alcuni manuali (Scrivere e girare un cortometraggio, Sul dialogo, Prontuario di sceneggiatura) e ha pubblicato il suo primo romanzo, I giornaletti sporchi, per le edizioni Città del Sole, nel 2006.

Le pagine di tuttatoscanalibri più lette nel mese di marzo 2024

John Williams “Opere”, presentazione

Le strade dei libri possono essere tortuose e imprevedibili, ma il loro sopravvivere e riaffiorare non è mai un puro e semplice frutto del caso. Libri come Butcher’s Crossing e Stoner sono come farmaci, e leggerli equivale a un esercizio filosofico. Anche se non corrispondono esattamente ai nostri gusti, hanno il raro e impagabile potere di condurci in vista dell’essenziale. (da Emanuele Trevi, La Lettura 3 marzo 2024)

Tornano in libreria i romanzi di John Williams e il  Meridiano Opere, Oscar Mondadori Cult, li raccoglie insieme agli inediti e alle poesie. Se oggi Williams è considerato uno tra i principali autori americani del Secondo Novecento, in vita la sua opera passò quasi sotto silenzio. Fu grazie alla traduzione nel 2011 del suo capolavoro, Stoner, il suo terzo romanzo scritto nel 1965, da parte della scrittrice Anna Gavalda che lo tradusse in Francia, che il romanzo potè essere conosciuto e riconosciuto.  

Il volume che oggi ne edita le opere contiene quattro romanzi oltre a due brani di un romanzo incompiuto, due raccolte di poesie con testo a fronte e cinque racconti e precisamente:

Oltre ai quattro romanzi già noti al grande pubblico (Nulla, solo la notte, Butcher’s Crossing, Stoner e Augustus) il volume propone le due raccolte di versi pubblicate in vita dall’autore (Il paesaggio infranto e La necessaria menzogna), cinque racconti mai tradotti in italiano e due frammenti del romanzo incompiuto Il sonno della ragione.

L’opera  si correda dell’Introduzione di Francesco Pacifico che la colloca nel contesto della letteratura americana a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta mentre Charles J. Shields ne traccia la Cronologia e le Notizie sui testi.

[…]“quelle di Williams sono fondamentalmente storie di apprendistato, come se vivere fosse imparare una lingua straniera che trasforma nel tempo i significati dei suoi segni. Ne scaturisce un’idea di saggezza di sapore decisamente classico e stoico. È proprio questo il cuore pulsante dell’umanesimo di Williams: che poté certamente sembrare una visione arrivata fuori tempo massimo, perché era fondata su una totale e convinta accettazione della realtà e delle arcane leggi naturali che la governano” così scrive Trevi nella sua interessante presentazione all’opera dell’autore texano

E sottolinea in questo ulteriore stralcio

“Sia Will Andrews di Butcher’s Crossing, il ragazzo di città che si trasforma in cacciatore di bufali inseguendo quella Natura di cui tanto ha letto nei libri, che Bill Stoner, il figlio di contadini del Missouri convertito alla letteratura da un sonetto di Shakespeare, procedono con fatica verso il punto di massima consapevolezza di sé e del mondo che gli è dato ottenere percorrendo una strada irta di abbagli e disinganni. Che possieda un senso oppure no, non possono sottrarsi all’obbligo di vivere la loro vita”

John Williams (Clarksville, Texas, 1922 – Fayetteville, Arkansas, 1994), dopo aver frequentato il college, nel 1942 entrò nell’esercito e combatté in India e in Birmania. Conseguiti a Denver la laurea e un master in Letteratura inglese, e il dottorato all’Università del Missouri, nel 1954 ritornò a Denver dove fino al pensionamento insegnò scrittura creativa e letteratura inglese nella locale università. Ha pubblicato due raccolte di poesie e quattro romanzi: Nulla, solo la notte (1948), Butcher’s Crossing (1960), Stoner (1965), Augustus (1972, National Book Award).

Tama Janowitz “Schiavi di New York”, presentazione

Il libro di Tama Janowitz si rivela ancora oggi attuale, innovativo e irresistibilmente comico.

Eleanor crea gioielli in gommalacca a forma di torte, Stash dipinge quadri con protagonisti Daffy Duck e Gatto Silvestro, Marley sogna di andare a Roma a realizzare una cappella a due passi dal Vaticano… Sono solo alcuni dei personaggi che abitano Schiavi di New York: una fauna stralunata, composta da artisti emergenti, stilisti in erba, aspiranti registi, prostitute occasionali, tutti apparentemente incapaci di trovare la realizzazione personale e la felicità, ma soprattutto costretti a ogni tipo di compromesso pur di non rinunciare al sogno che la città rappresenta per loro.(da Accento Edizioni)

Fu pubblicato negli States nel 1986, l’anno successivo in Italia per Bompiani.

Il testo ebbe un grande successo, divenuto anche un film, e ritorna in libreria per Accento Edizioni con la prefazione di Veronica Raimo, la nuova traduzione di Rosella Bernascone e la nuova copertina a firma Giovanni Cavalieri e tre racconti inediti; si compone di 24 in totale dei quali il secondo la titola.

Sono gli anni Ottanta, la città, come recita il titolo è New York, i protagonisti giovani squattrinati che di fatto non svolgono un vero lavoro, anche se vivono al di sopra delle loro possibilità e per farlo sono disposti a rinunciare all’amore, a scegliere un partner che possa ospitarli in appartamenti di lusso, a prostituirsi; sono attori, scrittori emergenti, artisti nell’ingegnarsi pur di non rinunciare ai loro sogni e a vivere la città: il ritratto di una gioventù in un periodo preciso, quel decennio particolare che furono gli anni Ottanta.
Tama Janowitz, insieme a Bret Easton Ellis e Jay McInerney, con il suo successo divenne membro del brat pack letterario (ovvero letteralmente “banda di monelli”) indicando con questo una nuova generazione di scrittori. Il successo del romanzo spinse  Andy Warhol ad acquistare  i diritti del libro e farne un film.  Alla sua morte, improvvisa, il progetto passò nelle mani del regista James Ivory che realizzò un lungometraggio nel 1989 con lo stesso titolo del libro .

La copertina dell’edizione Bompiani del 1887

” […]Questo libro è senza tempo, oppure splendidamente datato, perché è ambientato in un’era dello spirito: gli anni ’80 a New York. È un tempo che è stato cristallizzato e celebrato da chi l’ha vissuto, ma anche da chi l’ha solo sentito raccontare, come capita quando abbiamo a che fare con un presente strabordante: la Parigi anni ’20, la Roma anni ’60, la San Francisco anni ’70… Janowitz si è scelta il compito di rendere l’esperienza quotidiana di una città con una disinvolta mitopoiesi: racconti brevi, squinternati, comici, personaggi che si intrecciano, ritornano, si perdono, un esibito disinteresse per i sistemi narrativi, per le coerenze stilistiche, e soprattutto per il compiacimento del lettore.[…]”(dalla Prefazione di Veronica Raimo)

L’incipit da

Una santa moderna n. 271

Da quando mi ero messa a fare la puttana avevo dovuto vedermela con peni di ogni forma e dimensione. Certi grossi, altri raggrinziti e coi testicoli penduli. Certi venati di blu che puzzavano di stilton, altri avari. Peni bisbetici, fatati, cosparsi di perle come i grandi minareti del Taj Mahal, peni burloni, striati come la coda di un procione, ardenti, crestati, impossibili, profumati. Più passava il tempo e più ero contenta di non possedere una di quelle appendici. Naturalmente avevo un pappone, un tipo fuori dal comune, già candidato a due dottorati, uno in Filosofia e l’altro in Letteratura americana all’università del Massachusetts. Quando ci eravamo conosciuti faceva il tassista, ma dopo un po’ aveva scoperto che quel mestiere non gli lasciava il tempo di seguire la sua vera vocazione: quella di scrittore. Quando fu chiaro che non mi avrebbero dato quel posto di segretaria di produzione per un film tedesco da girare in Venezuela, ci rendemmo conto che si doveva trovare un altro modo per fare soldi in fretta.[…]