Vasco Pratolini “Cronache di poveri amanti”

Vasco Pratolini “Cronache di poveri amanti”

BUR, 2011, 459 pagine

Su Amazon in cartaceo 8,50

in ebook 4,99

 

Dalla quarta di copertina

dell’ edizione Oscar Mondadori 1960

 

È il romanzo che ha imposto nel mondo il nome di Pratolini come quello di uno dei narratori più vivi e più umanamente più ricchi del nostro tempo. Fiorentino di nascita, d’educazione, di cultura, legato alla sua città con tutti gli affetti, Pratolini ha composto con le Cronache un quadro indimenticabili della Firenze dei primi anni del fascismo, rivissuta con la freschezza di sentimenti e di colori con cui apparve al suo cuore e alla sua fantasia di adolescente. Centro e “scena multipla” del romanzo è una strada fiorentina tra Palazzo Vecchio e Santa Croce: Via del Corno, nella quale si assiepa e vive, con tutte le sue storie private e comuni, un fitto nucleo popolano; famiglie della cerchia antica, che in quelle mura hanno secolari radici, sbalestrate qua e là dal vento dei tempi mutati. Uomini e donne le cui vite s’intrecciano, s’illuminano a vicenda aprendosi ora alla speranza e all’amore, ora ripiegandosi nel dolore e nella morte: il bene e il male dell’esistenza, colti con la commozione del “narratore di storie”. Tradotto in venti Paesi dall’America all’URSS, Cronache di poveri amanti è stato uno dei maggiori successi mondiali del dopoguerra.

Dalla Prefazione di Walter Siti

In un’intervista a “Cinema nuovo” del 1953 Pratolini dichiarava: “io ho abitato in via del Corno, il ragazzo che appare nell’ultimo capitolo del libro e che si chiama Renzo, sono io”

“alla fine del 1945 va a Napoli, ospite dei parenti della moglie, e comincia a insegnare in un istituto d’arte. Qui, la notte del 3 febbraio 1946, accade uno di quei miracoli che decidono la scrittura: “Erano circa le tre, ed era notte, ricordo, fitta di stelle, senza luna […] Risalii i vicoli della Speranzella, deserti, oscuri, pieni di rifiuti, tutti soli con la loro miseria secolare […] Era Napoli, ed era la mia città, Firenze, le viuzze stesse della mia adolescenza, dietro Palazzo Vecchio, della mia giovinezza, il mio primo amore: la cronaca memorabile appresa dalle creature di via del Corno […] Tornai a casa e scrissi le prime pagine del romanzo che da anni mi accompagnava”

Come inizia

“Ha cantato il gallo del Nesi carbonaio, si è spenta la lanterna dell’Albergo Cervia. Il passaggio della vettura che riconduce i tranvieri del turno di notte ha fatto sussultare Oreste parrucchiere che dorme nella bottega di Via dei Leoni, cinquanta metri da via del Corno. Domani, giorno di mercato, il suo primo cliente sarà il fattore di Calenzano che ogni venerdì mattina si presenta con la barba di una settimana. Sulla torre di Arnolfo il marzocco rivolto verso oriente garantisce il bel tempo. Nel vicolo dietro Palazzo Vecchio i gatti disfano i fagotti dell’immondizia. Le case sono così a ridosso che la luce lunare sfiora appenale finestre degli ultimi piani. Ma il gallo del Neri, ch’è in terrazza, l’ha vista ed ha cantato”.

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