Vanessa Roghi “Piccola città, una storia comune di eroina” da La Repubblica, articolo di Nadia Terranova

Lessico famigliare con l’incubo dell’eroina

di NADIA TERRANOVA 

“Piccola città”, il memoir di Vanessa Roghi

«Io sono una bambina degli anni Settanta», scrive Vanessa Roghi a pagina 139 di Piccola città. Una storia comune di eroina (Laterza) e io conosco quelle sette parole, le guardo e mi vedo allo specchio. Ho qualche anno in meno di Vanessa ma la sua storia è, appunto, così comune da essere anche la mia. Il suo libro parla di me fin dal titolo, dalla foto che ne costituisce l’incipit: una bambina con una piuma in testa e delle foglie in mano, davanti a uno striscione di Democrazia proletaria per festeggiare un risultato minuscolo e gigantesco.

Alle politiche del 1976 Dp ha preso l’1,5%, sei deputati. Un fallimento, anzi no, un successo! Eccoli, quegli anni: piccoli numeri, grandissimi sogni. L’infanzia di Vanessa è costellata di sigle che per i bambini di oggi non significano nulla: Pci, Dp, Pdup, gli amici di papà che raccontano la Favola di Mao Tse Tung, la mamma femminista che canta moltissimo, canta in macchina, per strada e dentro casa. Mi fermo perché non si pensi che siano solo favolistiche le pagine di questo documentatissimo libro. Vanessa Roghi è una storica e partendo da una storia privata, la sua, ha riscritto sentimentalmente e culturalmente un decennio; sono pagine dense di interviste, ricostruzioni, citazioni da giornali e documenti. C’è la Vanessa piccola per cui esistono solo due lati di un triangolo: la politica e la provincia. C’è la Vanessa che cresce e intanto arriva il terzo: l’eroina. Infine, c’è la scrittrice adulta che si volta indietro e ricostruisce, e per ricostruire deve allargare il campo: non più solo quello che è successo a me, babbo e mamma ma l’accadimento che ha sconvolto una generazione.

Non più solo Grosseto ma cento altre province, tutte le province d’Italia. Per capire, serve studiare: il metodo, bellissimo, è l’analisi della propria esistenza non come marginale ed episodica ma come misura del tempo che scorre.

Roghi dice “io” e quell’io sta in mezzo ai libri pubblicati, alle interpellanze parlamentari, ai giornalisti che a volte comprendono (tragicamente, come Carlo Rivolta) e a volte disorientati tuonano contro il degrado dei giovani. C’è un’Italia che scopre sé stessa e i morti sulle panchine dai quotidiani, che prova a rappresentare quello che sta accadendo attraverso le forme che l’arte mette a disposizione – anche la poesia, traslata in musica (il Cantico dei drogati di De Andrè). Vanessa piccola legge Cipì, Vanessa adulta intervista sopravvissuti come Zanardi (nome di fantasia per omaggiare Andrea Pazienza), che le spiega la cronologia degli arrivi (cocaina, morfina, eroina), le piccole trasmigrazioni delle dosi (Massa Marittima, Firenze, Follonica), i lunghi e leggendari viaggi (Kathmandu, Colombia). La Maremma riproduce su scala locale ciò che avviene ovunque: a Lattaia si fonda una comune, i vecchi comunisti si interrogano su quanto sta avvenendo ai figli, qualcuno legge Il sistema mondiale della droga (Einaudi, 1973), in cui due ricercatori francesi indicano il legame tra eroina e criminalità.

Anna vive a Grosseto: legge, studia, sottolinea quel libro. Dopo, solo dopo, comincia a farsi.

Perché? L’autrice non offre risposte ma con la sua raffica di ricostruzioni pone domande.

Forse è «malata d’infanzia e di ricordi», come suggerisce l’esergo di Branduardi, e sta cercando soccorso nella letteratura, come suggerisce l’altro esergo di Michele Mari. Forse invece guarda al futuro, ed è lì che sente di dover far trasmigrare un pezzo di passato: Piccola città è dedicato ad Alice e Anita, le sue figlie, che di questa storia non hanno vissuto nulla. È con loro che finiscono i ricordi, è da loro che può cominciare la memoria.

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