Valeria Parrella “Almarina” recensione di Antonella Lattanzi da tuttolibri La Stampa

Non basta la matematica
per evadere dal carcere minorile

Elisabetta insegna ai giovani detenuti, Almarina è appena arrivata La prof non ha figli, l’allieva non ha genitori, e le sbarre sono dure

di Antonella Lattanzi

Uno scrittore è una persona che fa una domanda. Che racconta una storia, un pezzo piccolissimo di mondo che può raccontare tutto il mondo, e dentro ogni parola di un romanzo sembra chiederti: e tu? Tu che ne pensi, tu cosa senti, tu cosa ricordi. Uno scrittore è una persona che ti chiede: parlami di te.

Valeria Parrella è una scrittrice. Non ha mai avuto paura di fare le domande, anche le più difficili, e in ogni suo romanzo c’è una perdita, una paura, una speranza, un coraggio, e soprattutto c’è la vita. La vita com’è, com’è ogni giorno. Ma lei sa raccontarla in modo che, mentre leggiamo, pensiamo: io questo non l’avevo visto. Eppure era proprio qui. Questo, secondo me, fa un grande scrittore.

In Almarina, vediamo da vicino il carcere  minorile di Nisida, una ragazza romena  violentata da suo padre che poi è finita qui, una donna cinquantenne che ha visto il corpo morto di suo marito, freddo, in obitorio e che qui insegna matematica, un comandante che rimane umano anche nelle mura fredde di un’istituzione. E vediamo le contraddizioni dello stare fuori – la solitudine, la rabbia, il corpo che invecchia, i ricordi e il dolore, ma anche lo splendore di una città, Napoli, che ribolle di vitalità – e dello stare dentro – rinchiusi, i ragazzi non delinquono, non si fanno uccidere, è vero, ma cosa pèrdono, cosa saranno fuori, e in che modo la reclusione li violenta? E soprattutto, di chi è la colpa se questi ragazzi sono qui?
Elisabetta è la professoressa. Almarina è la ragazza romena, sua alunna. L’amore cosa fa? È una costruzione lenta, subliminale, fatta di passetti, o è un’illuminazione, un fuoco, che prima non c’era e adesso è così grande che quell’amore, a dirla tutta, sei tu? Elisabetta e Almarina s’incontrano tra le mura del carcere, e se Elisabetta non ha figli, Almarina non ha genitori. Hanno pochi momenti per vedersi, per conoscersi, i momenti sfuggenti di un carcere – una lezione, una partita di pallavolo – ma non hanno bisogno di molto di più pe riconoscersi. Un amore richiede coraggio. Essere genitori richiede coraggio. Essere figli richiede coraggio. Un amore richiede coraggio, sempre: ma ne richiede ancora di più se di mezzo c’è la legge, ci sono le sbarre, gli assistenti sociali, i giudici, i direttori, i tuoi parenti e i tuoi colleghi a dirti che è tutto troppo difficile, è meglio lasciar perdere. Ma uno scrittore è uno che non lascia perdere. E Parrella, in tutti i suoi libri, non ha mai lasciato perdere.
Almarina è un romanzo politico, perché ci chiede sfacciatamente di chi è la colpa se un minore è in carcere, e se il carcere può salvare o meno. È un romanzo d’amore, perché stiamo tutti chiusi dentro la testa di Elisabetta, che ha perso l’uomo che amava e forse in Almarina ha finalmente trovato una ragione. È un romanzo che dice «noi» e «voi» e interroga sia quelli che giudicano sia quelli che sono giudicati. Non vuole farci nessuna morale, Parrella: semplicemente ci vuole raccontare un mondo che forse, da qui, da qui dentro, non vedevamo. Un mondo che una volta visto non può lasciarci indifferenti, non possiamo chiudere questo romanzo e fare come niente fosse. E forse, in un momento come questo, in cui la paura del diverso si  traduce in aberranti professioni d’odio e di violenza, ci insegna a non aver paura. Insegna non è la parola giusta: Parrella non vuole insegnare niente a nessuno, perché è una vera scrittrice, e gli scrittori non insegnano, raccontano.
Ma in questo racconto ci siamo pure noi, noi come figli, noi come madri e padri, noi come società, noi come sistema giudiziario, noi con i nostri preconcetti, noi che pensiamo di essere aperti, illuminati, e non ci accorgiamo di guardare con sospetto, di dividere il mondo in «noi» e «loro»: e «loro» sono quelli che non sono come noi.
Guardate alla scrittura di questo romanzo, che vi si tatua addosso. Guardate ai personaggi, che abitano in voi. Guardate a questo grandissimo romanzo, a questa vera, potentissima scrittrice. Poi spalancate i cancelli del carcere e uscite per Napoli, finalmente liberi davvero.