Su tuttolibri La Stampa: l’ultimo Montalbano di Camilleri, recensione di Maurizio Assalto

Giallo siciliano / Andrea Camilleri

Maurizio Assalto

A un certo punto ti accorgi che non ti interessa più tanto scoprire chi è l’ assassino, quanto sapere come finirà tra Montalbano e l’eterna fidanzata Livia. Perché questa volta non è più questione delle consuete «sciarriatine» telefoniche, questa volta ci sono piuttosto silenzi, stanchezza, indifferenza, e quando lei estenuata prende atto che la loro storia è alla fine, e di fronte al suo mutismo gli domanda se non ha niente da dire, la risposta è solo «no» e il ricevitore che fa clic. Perché questa volta per il commissario non è  una delle solite avventure con la solita «biunna, capilli longhi», questa volta ha sbarellato di brutto, come un adolescente, per una «picciotta» dai capelli corti e neri, ma dagli occhi verdi, bella (sulle prime) impossibile, che è  capo ad interim della Scientifica di Montelusa e ha una valanga di anni meno di lui. Lui che dovrebbe essere ormai più vicino ai 70 che ai 60 anche se da un certo momento in poi il tempo finzionale per lui deve essersi rallentato e per seguire l’ amata destinata ad altra sede addirittura progetta di lasciare Vigata, la Sicilia, di chiedere il trasferimento, al limite la pensione. C’è davvero tanto di sorprendente in questa denso felicissimo romanzo che ha i colori passionali del tramonto e la malinconia di una spiaggia a fine estate. A cominciare dal titolo, “Il metodo Catalanotti”, che per la prima volta non è costruito con due parole collegate da una preposizione (23 volte su 25 precedenti montalbaniani la preposizione «di»). Carmelo Catalanotti è un usuraio, ma un usuraio in fonda onesto, che quando compare nelle prime pagine è già un cadavere con un pugnale conficcato nel cuore. Ma è anche un appassionato di teatro, capocomico regista e autore, demiurgo di una compagnia amatoriale, che ha messo a punto una personale tecnica di insegnamento della recitazione, un po’ Grotowski e un po’ Fura dels Baus, e soprattutto esasperazione del metodo Stanislavkij: una sorta di prolungata, sfibrante e spesso sadica sfida psicanalitica che scavando nel vissuto degli interpreti mira a ottenerne l’immedesimazione empatica con i personaggi. Una tecnica pericolosa, che può scatenare le pulsioni più incontrollabili. Camilleri torna così al teatro, devoto omaggio al mestiere della sua vita precedente, prima di inventarsi, sull’orlo dei settant’anni, scrittore di bestseller. E sarà dalle pieghe di una piece mai andata in scena che scaturirà la soluzione dell’indagine. Ma non quella della crisi che dilania Montalbano. Adesso che è diventato cieco, Camilleri vede le cose più  chiaramente, come ha ribadito la scorsa settimana dal Teatro greco di Siracusa, dove si è esibito in un mono logo nei panni di Tiresia. Vede pili chiaramente anche nell’intimo di Montalbano. Si direbbe quasi che la trama gialla sia soprattutto un pretesto per approfondire l’ analisi introspettiva del personaggio, vivisezionato nelle sue contraddizioni, paure, idiosincrasie, e ora anche nell’ angoscia davanti al traguardo della vecchiaia, che 10 induce a aggrapparsi a un estremo appiglio di illusoria rigenerazione. Un’operazione, in fondo, come quella di Catalanotti: condotta senza fare sconti, ma anche senza la divertita perfidia esercitata in qualche storia precedente, con la rassegnata simpateticità  di chi quello stesso passaggio l’ha vissuto, ormai tanti anni fa.

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