Simona Genovali “C’era una volta un padre”

C’era una volta un padre

di Simona Genovali © 2018 – Il Seme Bianco ISBN 9788833610283 PAGINE: 96  10,90 €

Dal kit per la Stampa, a cura della casa editrice “Il seme bianco”, proposto dall’autore:

Simona Genovali, nata a Viareggio, vive da qualche anno a Massarosa. Nel 2017 ha vinto il Premio letterario Città di Sarzana con il libro di poesie Quasi adesso. Ha creato il blog Destinazione Toscana, in cui racconta la sua terra, suggerendo itinerari inconsueti e di grande fascino.

SINOSSI

Sono anni che Viola non parla più con suo padre, un membro del corpo diplomatico inglese a Washington. Proprio durante la sua permanenza nella città statunitense, in una fumosa sala di biliardo di periferia, la ragazza lo scorge. In lei si riaprono vecchie ferite e si riaccende il ricordo della madre, morta anni prima. Viola inizia così un viaggio tra l’Italia, dove la ragazza vive, gli Stati Uniti e il Canada, alla ricerca delle figure importanti della sua vita. Nel frattempo, suo padre è incaricato di indagare sul furto di un antico dipinto, rubato all’ex ambasciatore britannico. Sarà l’occasione per fare i conti con il passato e superare quel dolore lacerante che aveva spezzato il suo rapporto con Viola.

ESTRATTO

Era rimasta immobile, nascosta dietro l’unica colonna che divideva i tavoli da biliardo, dal bancone del bar. Erano passati tre anni dall’ultima volta che aveva visto suo padre… All’improvviso si era sentita come sospesa a mezz’aria, tra il ricordo assillante di un passato remoto e una gran voglia di fuggire.

STRILLO

L’affetto incondizionato di un vero amico supera distanze inimmaginabili.

Come inizia:

Alla mia famiglia
A mio marito
A tutti i padri del mondo, a quelli che ci sono stati, a quelli che ci saranno, a quelli che avrebbero voluto esserlo.

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro. Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. LEV TOLSTOJ

Novembre

1.

Era una dorata mattina di novembre quando Viola Smith ritornò in Italia. L’autunno scivolava lentamente verso l’inverno e il sole tramontava stanco all’orizzonte. Aveva poco più di 40 anni, troppi per una donna che vuole ancora avere figli. Così le aveva detto il dottor Sbacco, il ginecologo del consultorio che l’aveva visitata qualche mese prima, ma per fortuna quella non era la sua priorità. A dire il vero, in quel preciso momento della sua vita, Viola non aveva alcuna urgenza, se non quella di rifugiarsi nella sua tana di Narni, in Umbria. Ogni volta che rientrava a casa dopo un viaggio, era solita prenotare una visita medica e fare un salto alla lavanderia automatica per rinfrescare i suoi abiti. Ormai era un rito: partire, tornare, controllare il suo stato di salute, ripulire l’armadio. Questa volta avrebbe fissato un appuntamento dal dentista, con la speranza di eliminare quelle macchie di tabacco, dallo smalto dei denti. Aveva chiuso anche con le sigarette e il suo unico desiderio era eliminare qualsiasi traccia del passato. Difficile dire come e perché Viola Smith, nata a Londra da padre inglese e madre italiana, con una porzione di vita vissuta a Washington, negli Stati Uniti d’America, fosse finita a vivere a in un paesino dell’Umbria. Molti compaesani dicevano che lei, “l’americana”, così era soprannominata, era fortunata a vivere lì, in mezzo ai “narnesi” (gli abitanti di Narni): persone dalle umili origini, con un amore smisurato per la propria terra, anche se questa a volte tremava nel cuore della notte, a causa dei frequenti terremoti. La vita si snodava tra il Castello di San Girolamo e il Ponte Cardona, in quello che molti consideravano, «il centro geografico d’Italia», dove nessuno si chiedeva perché quella giovane donna dai lunghi capelli biondi, che amava indossare abiti di lino d’estate e berrette colorate d’inverno, avesse trovato dimora tra quelle viuzze strette, in cima a una collina. Per molti, Viola era solo un’anima forestiera di passaggio e lei si sentiva così: uno spirito in movimento. Ed era proprio tra quei vicoli e palazzi medievali, che aveva ritrovato un po’ dell’equilibrio perduto a causa degli eventi della vita. Lì il suo cognome, Smith, uno tra i più diffusi nei Paesi anglosassoni pareva perfino più sopportabile e anche se tutti la chiamavano “l’americana”, lei si sentiva più italiana che mai. Ormai l’America era solo un ricordo lontano. A Narni aveva trovato tutto ciò che cercava: la pace e il silenzio della domenica mattina, infranto solo dai rintocchi delle campane dell’antico campanile. Narni era fatto di anziani che si toglievano il cappello per salutarla, di gatti randagi che miagolavano alle porte e salivano sui davanzali delle finestre, aspettando un po’ di latte. Tutto questo la faceva sentire protetta, persino da se stessa. Narni era stato per lei un punto d’arrivo. Come quando scrivi una frase e alla fine metti un punto e vai a capo. A Narni, Viola aveva ricominciato a vivere. Scriveva e viaggiava. L’unica cosa che si era portata via dagli Stati Uniti, oltre ai ricordi della sua famiglia, degli amici del college e delle lunghe code in auto per accompagnare sua madre in clinica, era un contratto con un’importante rivista americana specializzata in viaggi. Così Viola informava ogni settimana gli americani sulle meraviglie d’Italia: dove andare, cosa vedere, dove mangiare e dormire. E questo le permetteva di mantenersi e pagarsi l’affitto. A quarant’anni non desiderava nient’altro: voleva solo scrivere, viaggiare e stare in silenzio. Spesso ripensava a l’incontro casuale con Ivano, il proprietario di un ristorante italiano a Washington, amico di suo zio Nino, il fratello di sua madre, che un giorno per caso, le parlò dell’Umbria, di Narni, di quel piccolo appezzamento di terreno che la sua famiglia possedeva da generazioni e che grazie a un contadino del paese, era stato trasformato in un fiorente oliveto. Così un giorno Viola volò in Italia. Scrisse una cartolina a Ivano, rassicurandolo che i suoi olivi stavano benissimo. Silvano, il contadino, si prendeva cura di loro come se fossero suoi figli. Erano cinquanta piante di olivo, distribuite su 2090 metri quadrati di superficie pianeggiante, con vista su tutta la vallata. Silvano era riuscito a costruire un piccolo pozzo dove attingeva l’acqua per irrigare il terreno. A Viola sembrò il posto ideale per ricominciare.

Dal kit per la Stampa, a cura della casa editrice “Il seme bianco”, proposto dall’autore

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