Scrittori che vivono in Toscana e la raccontano: Marisa Salabelle “L’ultimo dei Santi”

Marisa Salabelle è nata a Cagliari e vive a Pistoia dal 1965. Nel 2015 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio,
L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme), e nel
giugno 2019 ha pubblicato il suo secondo romanzo, L’ultimo dei Santi, presso l’editore Tarka.

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A questo link le pagine di Marisa Salabelle

 

L’ULTIMO DEI SANTI-QUARTA DI COPERTINA
“Non fu la morte di Romolo Santi, e nemmeno l’incidente capitato ad Alvaro. Ma quando si sparse la notizia che anche Ermanno, il più giovane dei tre fratelli Santi, era morto, allora sì che la gente, a Tetti e nelle frazioni vicine, aveva cominciato a mormorare.”
Chi ha ucciso i tre fratelli Santi, abitanti del minuscolo borgo di Tetti sull’Appennino tosco-emiliano? Ragioni economiche, storie d’amore ormai lontane nel tempo, oscuri segreti di famiglia si intrecciano nel caso su cui indagano i carabinieri di Porretta e Saverio Giorgianni, giornalista, alle prese a sua volta con una vicenda familiare piuttosto intricata. Tra confidenze, pettegolezzi e un mucchio di vecchie foto giungerà alla soluzione: sullo sfondo, un Appennino sospeso tra passato e presente, coi suoi pochi bizzarri abitanti, i villeggianti estivi, e la comunità degli Elfi poco distante.


La chiesa di Tetti se ne stava su uno spuntone di roccia, era un edificio piuttosto tozzo, quadrato, con un campanile ugualmente tozzo e la canonica a fianco; all’interno, la chiesa aveva una sola navata, alcune tele polverose alle pareti e una grande pala d’altare in legno che raffigurava Maria Assunta, alla quale infatti era dedicata. Per arrivarci i fedeli dovevano arrancare su per una salita molto ripida, che specialmente d’inverno, quando c’era il ghiaccio, metteva in difficoltà i più vecchi. L’entrata dava su un prato circondato da un muro, oltre il quale si potevano contemplare i tetti di Tetti, che fino agli anni Novanta erano stati perlopiù dei lastroni di ardesia, ma che, via via che le case venivano restaurate, erano stati sostituiti da tegoli rossi. A sinistra della chiesa c’era il Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale, elencati uno per uno con nome, cognome e anno di nascita. Per molto tempo Tetti era stata sede parrocchiale, e si erano susseguiti molti parroci, che avevano abitato in canonica, alcuni con la mamma o la sorella, altri da soli: arrivavano da giovani, prima destinazione, e rimanevano qualche tempo, finché non venivano promossi a una sede meno disagiata, e la gente se li ricordava, don Massimo, don Paolo, don Carlo, uno era alto e magro, ascetico, spirituale, uno era grassottello, simpatico, un altro gli garbavano un po’ troppo le ragazzine… Ora, da tanto tempo, non c’era più il parroco a Tetti, e la domenica veniva un prete a dir messa, un anno ce n’era uno, un anno un altro, ed erano sempre di fretta, dicevano messa in una marea di chiese sparse per la montagna, venivano giusto per i funerali, che altri sacramenti non se ne celebravano più a Tetti, non c’erano bambini, prima cosa, e quei pochi che c’erano stati gli ultimi anni, al catechismo andavano a Badi, e là facevano la Prima Comunione e anche la Cresima. Tetti, ormai, era un paese morto, ossia, era vivo d’estate, un po’ a luglio, ma soprattutto ad agosto, quando tutte le case erano abitate, e non c’erano solo i vecchi ma anche i giovani, con le loro famiglie, erano loro che avevano rimesso a posto le case, avevano sostituito le lastre d’ardesia coi tegoli, avevano lastricato le stradine e fatto asfaltare la strada principale, trasformato le vecchie case in appartamenti moderni, messo il riscaldamento, il parquet, il bagno piastrellato e la doccia, e ci venivano a trascorrere l’estate, e fuori dalle case c’erano le panchine per sedersi al sole, alle finestre c’erano i vasi coi gerani, e Tetti era diventato un chicco, un paesino pittoresco, da cartolina.
«Ve l’avrei dato io» brontolava qualche vecchio, «l’inverno del Cinquantaquattro, con la neve che è venuta, e si rimase isolati quindici giorni.»
«Ora siete tutti paladini della Natura, vi garba la montagna, la vita rustica, le grigliate di salsiccia e rosticciana, ma dovevate esser qui a quei tempi, per capire cos’è veramente la vita di montagna!»
«O come siete uggioso, babbo» dicevano le figlie, che ancora davano del voi ai genitori anziani, «sempre con codesti discorsi… si sa che ai vostri tempi la vita era più dura, e che ci si può fare noi? Ora tutto è cambiato, e ve ne dovete fare una ragione anche voi.».
Ad agosto, il bar del circolino stava aperto tutti i pomeriggi e la sera del venerdì e sabato faceva pizzeria; per l’Assunta c’era la processione e la domenica pomeriggio veniva Gosto e la sua Band a suonare il liscio.