Primo Levi “Se questo è un uomo” da Terza Pagina La Repubblica

Edizione Einaudi fuori collana in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi Primo Levi

Se questo è un uomo prima edizione cercasi

BRUNELLA GIOVARA

Si può facilmente immaginare la gioia sommessa con cui Primo Levi prese in mano, toccò, sfogliò la prima copia di Se questo è un uomo. Era l’ottobre del 1947, era tornato da Auschwitz da appena due anni e quel racconto d’inferno gli bruciava in testa e tra le mani, mentre lo scriveva. Lo portò all’Einaudi, Cesare Pavese lo lesse e disse no. «Toccò all’amica Natalia Ginzburg dirmi che a loro non interessava». Dopo altri rifiuti, era infine riuscito a farlo stampare da una piccola e nobile casa editrice. Duemila e 500 copie, di cui, racconta lui, «circa 1500 vennero vendute», 600 «sono annegate a Firenze durante l’alluvione» del 1966, le altre disperse. Ora, il Centro internazionale di studi Primo Levi cerca quei 1500 esemplari, e soprattutto le storie che stanno dietro a ciascuno. Alcuni sono già stati trovati, le storie ricostruite, in parte o in toto come per quello appartenuto a Umberto Saba, e saranno il perno della mostra che si inaugura mercoledì alla Biblioteca Nazionale di Torino: Se questo è un uomo. Il libro “primogenito”. La mostra – non a caso a ingresso gratuito, giacché Levi parla a tutti noi – è la premessa alle iniziative per il centenario della nascita dello scrittore (Torino, 31 luglio 1919), e «ci sembrava importante partire da lì», dice Fabio Levi, presidente del Centro. Quindi, dall’inizio di tutto, da quelle copie in carta povera, basta toccarle per capirlo, facilmente sbriciolabili per via della penuria di materie prime del dopoguerra, Umberto Eco una volta disse che «i tascabili di quegli anni si spezzano come pane azzimo». Chi le comprò all’epoca, per lire 450? In quali famiglie entrò? Chi volle leggere quel Levi sconosciuto, un reduce, certo, che si impuntò come il mulo per raccontare, anche quando la gente voleva dimenticare? Alcuni italiani possiedono senza saperlo un’edizione De Silva, sepolta tra i libri vecchi di casa, comprata da un padre o da un nonno. O invece lo sanno e se la tengono stretta, dato l’alto valore raggiunto negli anni: 4300 euro se completa di sovraccoperta, 1500 senza, e poi dipende dallo stato di conservazione. Naturalmente lo scopo della mostra e della caccia al libro non è quello di spiare nelle biblioteche altrui, ma «le storie di chi l’ha posseduto, i passaggi di mano, le firme e le note su un libro così importante e che pure è partito fragile, sia per la materia prima che per la sua storia editoriale, i rifiuti, nonostante la determinazione incrollabile dell’autore a farlo pubblicare», spiega Levi, e insomma «ne ha passate di tutti i colori, eppure è diventato il libro sulla Shoah a livello internazionale».

Che fosse un libro potente lo aveva capito il poeta Saba, nelle cui mani arrivò «per caso, difficilmente l’avrei acquistato», anche perché si sa che non leggeva i nuovi autori. Invece mandò una lettera a Levi: «È più che un bel libro. È un libro fatale.

Qualcuno doveva ben scriverlo», intendendo che per Levi la scrittura di Se questo è un uomo era un’azione necessaria, e anche inderogabile. Così doveva aver capito Franco Antonicelli, un resistente, già presidente del Cln nonché editore, con la sua casa Francesco De Silva, quando accettò di pubblicare quel dattiloscritto intitolato I sommersi e i salvati, salvo cambiargli titolo: Se questo è un uomo, una frase tagliente, che non era una domanda e non ammetteva repliche. L’autore fu d’accordo.

Ci sono altre copie conosciute, e ora visibili a Torino, del libro “primogenito” (la definizione è dello scrittore), in quanto capostipite di tutta la produzione leviana, ma anche fratello maggiore di altri libri e memoir sulla Shoah. Una era nella biblioteca di Giorgio Bassani, che apprezzò e chiese anche un racconto inedito per una sua rivista, ma poi non se ne fece nulla perché Levi era troppo impegnato nel lavoro di chimico, e per scrivere scriveva di notte. Poi c’è quella appartenuta a Franco Basaglia e alla moglie Franca Ongaro, pionieri dell’antipsichiatria, che misero a confronto il racconto di Auschwitz con gli esperimenti dei manicomi, e quella regalata a Leonardo de Benedetti, un medico torinese che Levi aiutò nel campo di transito di Katowice, sulla strada del ritorno alla vita. La dedica dice “a Nardo, senza il quale probabilmente questo libro non sarebbe stato scritto”, era nella biblioteca Emanuele Artom della Comunità Ebraica di Torino.

Il comitato scientifico della mostra (con Fabio Levi, che insegna Storia contemporanea a Torino, ci sono Maurizio Vivarelli, docente di Biblioteconomia sempre a Torino e Domenico Scarpa, consulente letterario, mentre la curatrice è Cristina Barbieri) ha già rintracciato 50 copie in alcune biblioteche italiane, e altre in centri internazionali come le università di Reading, Oxford, e alla Library of Congress e a Princeton, in Germania e persino a Sidney, ma è una caccia difficile perché molte biblioteche – come quelle scolastiche – non hanno cataloghi online. Nelle antiche vetrine recuperate dal Museo Egizio verranno esposti anche recensioni (tutte ottime, Cajumi, Calvino…), foto, lettere, a raccontare le molte storie che stanno dietro l’edizione prima, come la tentata traduzione “per gli americani”, ci provò la moglie del fisico Enrico Fermi, ma non la finì mai. È un lavoro di ricerca scientifica appena iniziato, la partecipazione dei privati è indispensabile, e facile: basta scrivere all’indirizzo mail libroprimogenito@ primolevi. it.

Infine, bisogna ricordare che nel 1958 Einaudi ci ripensò, e pubblicò e ripubblicò nei decenni il libro potente in cui non aveva creduto.

Perciò risulta assai interessante risalire al prima, cercando all’indietro come si fa con i codici medievali, che venivano copiati dai monaci e così iniziavano a viaggiare nel mondo. Ma il primo è sempre il più importante, anche se di carta ormai gialla e acida, e cucita con un refe scadente.

Vai alla presentazione di “Se questo è un uomo” di Salvina Pizzuoli

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