Manuel Vilas “In tutto c’è stata bellezza recensione di Ferdinando Aramburu da tuttolibri La Stampa

Ho cinquant’anni e son rimasto solo: posso ritrovare la bellezza della vita?
In tutto c’è stata bellezza

Il lungo monologo di un insegnante che perde i genitori e divorzia, nel mediocre tran tran di provincia diventa un regolamento di conti con la storia nazionale, dalla morte di Franco ai nostri giorni

di Fernando Aramburu

Ordesa è il nome di un parco naturale situato nel versante spagnolo dei Pirenei. In buono stato di conservazione, è una specie di tempio della Natura con la sua vegetazione fitta, i suoi ruscelli dalle acque limpide e le sue alte cime, un luogo propizio alla meditazione e al raccoglimento. Non lontano da lì è nato lo scrittore Manuel Vilas (Barbastro, 1962), il cui legame con Ordesa non è quello del visitatore del fine settimana che fugge dalla città alla ricerca di aria pulita né quello del turista che vuole contemplare un paesaggio turista che vuole contemplare un paesaggio spettacolare e scattare foto. Ordesa, per Manuel Vilas, è prima di tutto uno spazio intimo carico di ricordi, di emozioni a volte non lontane dal dolore, nonché una ridotta di bellezza nella quale, in un certo qual modo, è concesso purificarsi.
Il narratore racconta di avere visitato Ordesa nel 1969, quando era ancora un bambino, in compagnia del padre. In quell’immagine l’autore situa l’inizio della sua evocazione. Oltre a fornire il titolo originale del romanzo, Ordesa è la  negazione del tempo e della morte e il punto di partenza di questo libro che per il suo straordinario rilievo umano e la sua alta letterarietà ha ottenuto in Spagna fervidi elogi dalla critica e dai lettori, fin da quando è stato pubblicato agli inizi del 2018.
In tutto c’è stata bellezza è anche la cronaca in prima persona di un uomo che a più di cinquant’anni è rimasto solo. Solo nel senso di orfano, di divorziato e anche di chi ha sbagliato in tante occasioni e si ritrova sperduto fra le rovine della propria vita. Gli resta la scrittura, depositaria del ricordo, dove è ancora possibile coltivare l’illusione che rimangano vivi tanti episodi, oggetti e persone che un giorno sono esistiti vicini a noi e che non ci sono più.
Il padre del narratore è morto nel 2005; la madre, nove anni più tardi, poco prima della rottura del matrimonio dell’autore. Partendo da una situazione di orfanità, il libro ci parla delle umili origini dell’autore, del suo lavoro poco stimolante nell’insegnamento, della rottura del suo matrimonio, di problemi con l’alcol, dei suoi figli, della vita mediocre in provincia o della poesia, che Manuel Vilas ha coltivato nel corso della sua carriera di scrittore con non minore assiduità del giornalismo o del romanzo. Tuttavia, la morte dei genitori non costituisce propriamente la sostanza narrativa di 
In tutto c’è stata bellezza; in ogni caso, dà illa al libro e lo accompagna, perché l’essenziale di questo lungo e intenso monologo è altro. Lo scrittore non si limita a raccontarci gli eventi rilevanti della sua vita, alla maniera di chi si propone di lasciare una testimonianza autobiografica. In realtà, il libro è ugualmente leggibile  come una costruzione romanzesca. In tutto c’è stata bellezza è una commovente improvvisazione letteraria a partire da una condizione emotiva concreta; e, allo stesso tempo, un esercizio radicale di denudamento interiore che porta contemporaneamente sulla pagina l’evocazione, il racconto di peripezie, le considerazioni di tipo politico e sociale o il passaggio lirico, il tutto all’interno della cornice di un regolamento di conti con un  periodo della storia spagnola che inizia con la fine della dittatura di Franco e arriva ai nostri giorni, ma anche con l’uomo che scrive i successivi frammenti di una storia confidenziale che chiama direttamente in causa, senza eufemismi, i lettori.
Appassionato di rock, Manuel Vilas sviluppa un tipo particolare di scrittura dall’enorme forza espressiva, con un’apparenza di falso disordine, come di temi che si succedono senza una  connessione rigida. A un certo punto l’autore afferma: «Mia madre era una narratrice caotica. Da lei ho ereditato il caos narrativo». Il lettore non ha alcuna difficoltà a seguire i continui cambi di direzione tematica, in buona misura perché la prosa è chiara e diretta, ma anche perché la voce che regge il discorso letterario è sempre la stessa, come è d’obbligo in un racconto dal chiaro proposito confessionale.

Sebbene includa esperienze tristi e dolorose, alla fine il quadro umano descritto da In tutto c’è stata bellezza
non risulta negativo. Fra tragedie, sconfitte e fallimenti, Vilas salva molte cose, celebra la bontà e l’amicizia, e grida come un orfano sconsolato che nel bel mezzo della sua notte personale dichiari la necessità non negoziabile di essere amato. Le sue riflessioni non sono di indole analitica. Vilas rifugge dalle spiegazioni astratte. Riflette a colpi d’emozione e a raffiche precise che lasciano il lettore allo stesso tempo perplesso e impressionato. 
In tutto c’è stata bellezza è, a mio parere, una prova incontestabile del buon momento che attraversa la letteratura scritta attualmente in Spagna.
[Traduzione di Bruno Arpaia] 

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