Grazia Deledda “Canne al vento”

Grazia Deledda “Canne al vento”

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Grazia Deledda (1871-1936) fu autrice di molte opere tra queste “Canne al vento”, un romanzo del 1913, pubblicato a puntate sul periodico a uscita quindicinale L’Illustrazione Italiana (12 gennaio al 27 aprile 1913 ) e successivamente in volume dall’editore Treves di Milano.

Nel titolo si sintetizza la fragilità umana che l’autrice paragona alle canne mosse dal vento come lei stessa ebbe ad esprimere in un’opera precedente “uomini fragili come canne. Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere” ( Elias Portolu, del 1903)

Due i protagonisti fondamentali del romanzo: il servo Efix, con cui si apre la vicenda, e il paesaggio circostante, il paesaggio sardo che l’autrice descrisse dal vero, in base a quanto le si parava davanti: Galtellì, in provincia di Nuoro, che nel romanzo viene abbreviato in Galte. Così di giorno panorami di brughiere si alternano a pascoli, montagne innevate e villaggi di pastori, di notte spettri e folletti animano i luoghi. Assimilate ai  paesaggi aspri e deserti sono le figure umane con le loro passioni forti e tenaci. Figura emblematica il vecchio Efix che dedica la propria vita alle sue padrone senza avere in cambio molto nonostante la loro esistenza dipenda da lui e dal suo lavoro. Nel personaggio Efix una volontà superiore ne regola l’esistenza: l’espiazione di una colpa.

Unica donna ad aver conquistato il Nobel per la letteratura, Grazia Deledda fu insignita della prestigiosa onorificenza nel 1926. A lungo il suo nome fu segnalato, da 1913 fino al 1924, ma fu proprio l’anno in cui non fu proposta la sua candidatura quello che vide la Commissione riconoscerglielo colmando il vuoto in un anno in cui non era stato assegnato alcun riconoscimento per la letteratura.

A questo link un articolo sull’attualità dell’opera della Deledda

Come iniza

Tutto il giorno Efix, il servo delle dame Pintor, aveva lavorato a rinforzare l’argine primitivo da lui stesso costruito un po’ per volta a furia d’anni e di fatica, giù in fondo al poderetto lungo il fiume: e al cader della sera contemplava la sua opera dall’alto, seduto davanti alla capanna sotto il ciglione glauco di canne a mezza costa sulla bianca collina dei Colombi. Eccolo tutto ai suoi piedi, silenzioso e qua e là scintillante d’acque nel crepuscolo, il poderetto che Efix considerava più suo che delle sue padrone: trent’anni di possesso e di lavoro lo han fatto ben suo, e le siepi di fichi d’India che lo chiudono dall’alto in basso come due muri grigi serpeggianti di scaglione in scaglione dalla collina al fiume, gli sembrano i confini del mondo. Il servo non guardava al di là del poderetto anche perché i terreni da una parte e dall’altra erano un tempo appartenuti alle sue padrone: perché ricordare il passato? Rimpianto inutile. Meglio pensare all’avvenire e sperare nell’aiuto di Dio. E Dio prometteva una buona annata, o per lo meno faceva ricoprir di fiori tutti i mandorli e i peschi della valle; e questa, fra due file di colline bianche, con lontananze cerule di monti ad occidente e di mare ad 6 oriente, coperta di vegetazione primaverile, d’acque, di macchie, di fiori, dava l’idea di una culla gonfia di veli verdi, di nastri azzurri, col mormorio del fiume monotono come quello di un bambino che s’addormentava” 

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